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Corso 2014-15 Narrativa medievale

Corso di Annalisa Perrotta Raccontare di sé e raccontare degli altri nella narrativa italiana del Medioevo
by

Gianfranco Pellegrino

on 4 November 2015

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Transcript of Corso 2014-15 Narrativa medievale

1) Quali sono le
differenze
più importanti tra gli esseri umani messe in luce nella novellistica antica?
2) Sono presentate come
opposte
ad una
identità del narratore
o come
varietà del reale
?
3) Sono differenze
individuali
o di
gruppi
?
4) Sono dotate di
giudizio di valore

positivo/negativo?
5) Indicano un’
appartenenza
sociale
a comunità precise?
6) Poiché siamo in ambito letterario, hanno ricadute linguistiche o sono manifestate attraverso
la lingua
?
7) Sono evidenziate attraverso la
descrizione
degli
abiti o dei comportamenti
?
Raccontare di sé e raccontare
degli altri nella narrativa
italiana del Medioevo
di Annalisa Perrotta
Differenze e alterità nel
Decameron
di Giovanni Boccaccio
di Maria Serena Sapegno
differenze sociali
differenze etniche
differenze di genere
differenze d'età
differenze religiose
Differenze
Di fronte ai testi:
come analizzare le differenze
differenze di orientamento
sessuale
NARRATIVA ITALIANA DEL MEDIOEVO
lezione 1
i luoghi della produzione culturale
Area lombarda e veneta
civiltà romanza


- trovatori - provenzali e italiani - che ruotano
attorno alle corti signorili, ma con contatti
con le repubbliche marinare (Genova e Venezia)
e la Toscana.
- lirica amorosa, pubblico élitario e in certi casi
borghese
- (soprattutto in area veneta) poemi epici, dapprima in
francese, poi in un volgare misto di francese e veneto
opere didattico-religiose
- nelle città: produzione in prosa di argomento agiografico
e con finalità educative, rivolta a un pubblico vasto
Bologna
università
- studi giuridici, attira studenti da tutta Europa
- impostazione legata alle esigenze pratiche di comunicazione: una sorta di corso destinato agli affari, all’amministrazione della cosa pubblica e alla politica, per preparare il futuro funzionario (delle grandi cancellerie o degli uffici comunali) e in generale della futura classe dirigente, impegnata nell’amministrazione e nella politica
retorica
- si opera una ricerca sull'uso della parola, in latino
e in volgare
- fioriscono gli studi e i manuali di retorica
- accanto a una retorica finalizzata alle professioni
si studia la lingua come strumento di espressione
artistica
- Bologna diviene luogo di elaborazione dello Stilnovo
- La cultura cittadina del Duecento si caratterizza sempre di più per la compresenza di latino e volgare, come lingue dell’amministrazione, della politica e della cultura.
- La professione del notaio si colloca in una posizione mediana tra latino (quello del diritto e della compilazione di documenti ufficiali) e volgare. Nelle assemblee comunali, i notai funzionavano come interpreti: leggevano i testi in latino e poi li traducevano in volgare a beneficio di coloro che non capivano il latino. Per questa loro posizione sono spesso loro che traducono i testi latini in volgare (i cosiddetti “volgarizzamenti”).
Chi studiava e utilizzava per la propria professione le
artes dictaminis
(arti del comporre testi) era facile che utilizzasse la lingua volgare anche per composizioni più libere e letterarie, in prosa e in poesia: è un fenomeno molto diffuso, alla base della produzione letteraria cittadina, che fiorirà nelle città italiane tra il XIII e il XIV secolo.
Toscana
- fino alla metà del Duecento è culturalmente
un po' in ombra
- consolida gradualmente sua supremazia
economica e politica in Toscana
- scambio di docenti e di discenti con Bologna
Regno di Federico II
- convergenza di diverse correnti culturali
- la letteratura trobadorica viene imitata
in volgare
- si utilizza il sapere giuridico e retorico maturato a Bologna (gli alti funzionari di Federico avevano studiato a Bologna)
Produzione e fruizione in Italia
nella prima metà del Duecento
Cultura in città
chi
una nuova classe di imprenditori, commercianti e artigiani, coinvolti nella gestione della politica cittadina
VS
trovatore e giullare
chierico
trovatore
giullare
che cosa
cultura (testi scritti, competenze )
- strumento di lavoro
- mezzo di elevazione sociale e
promozione personale (un modo nuovo
di concepire la nobiltà)
novità
- nuove esperienze umane
- nuovo punto di osservazione
- fine della concezione feudale dei
rapporti sociali
- creazione di nuovi rapporti associativi
tra le persone, di una nuova gerarchia e
di nuovi rapporti di potere
chierico
istituzione
stabilità
controllabilità
esecutore di componimenti altrui, figura di spettacolo, di corte o di piazza
mobilità
incontrollabilità
precarietà
servizio presso signori laici o ecclesiastici
ripetizione e riorganizzazione del sapere, anche clericale
figura intermediaria cultura alta/cultura popolare
vs
Il Concilio Tours -
anno 813
- indica il volgare come lingua della prdicazione
- stabilisce la distanza tra la produzione culturale della istituzione religiosa dal mondo giullaresco

Quaecumque ad aurium et ad oculorum pertinent illecebras, unde vigor animi emolliri posse credatur - ut de
aliquibus generibus musicorum

aliisque nonnullis rebus sentiri potest - ab omnibus Dei sacerdotes abstinere debent, quia
per aurum oculorumque illecebras
vitiorum turba ad animum ingredi solet.
Histrionum quoque turpium et obscenorum insolentias iocorum
et ipsi animo effugere caeterisque sacerdotibus effugienda praedicare debent
Da ogni e qualsiasi allettamento uditivo e visivo onde possa sospettarsi un rammollimento della forza d'animo, come si può pensare di
certe specie di musici
e di svariate altre cose, i sacerdoti di Dio debbono astenersi, perché attraverso gli
allettamenti uditivi e visivi
suole insinuarsi all'animo una folla di vizi. E
la licenziosità dei passatempi offerti da istrioni inverecondi ed osceni
debbono essi con tutto l'animo fuggire e predicare agli altri sacerdoti che ne rifuggano
+
I giullari divengono anche mediatori della cultura dei clerici
Tommaso di Cobham,
Summa confessorum
distingue
[joculatores] qui cantant
gesta principum et vitas sanctorum
, et faciunt
solatia
hominibus vel in egritudinibus suis vel in angustiis suis
[i giullari] che cantano le
imprese dei principi e le vite dei santi
, e dànno
sollievo
agli uomini nelle loro infermità e nelle loro pene
[qui] trasformant et transfigurant corpora sua per turpes saltus vel per turpes gestus, vel denudando corpora turpiter, vel induendo horribiles loricas vel larvas, et omnes tales damnabiles sunt, nisi relinquant officia sua
da
[quelli che] trasformano e trasfigurano il loro aspetto con turpi danze e pantomime, o denudandosi in maniera indecente, o indossando orribili travestimenti e maschere. Tutti costoro sono da condannare, a meno che non abbandonino la loro attività
In una società senza mezzi di comunicazione di massa, il mondo giullaresco, mobile e aperto a motivi nuovi, atti a rinnovare il repertorio, era un elemento assai utile ai fini propagandistici e di consenso, sia che si trattasse di predicare una crociata, sia che si dovesse esaltare la potenza di un casato
(R. Antonelli, 'Dal
clericus
al
poeta
', in
Letteratura italiana. Produzione e consumo
, a cura di A. Asor Rosa, Torino, 1983, p. 173)
- primo intellettuale professionista della nuova società romanza
- nelle corti, e poi anche nelle città
colui che
troba
da
trobar
<
*tropare
, 'tropos invenire', cioè 'comporre tropi', insomma
colui che scrive e spesso esegue componimenti poetici in musica (vers e chanso)
trovatori
in Italia
- nelle corti settentrionali
- nelle città
l
a classe dirigente dei più ricchi comuni, in mancanza di una letteratura prestigiosa in volgare italiano, decide infatti di partecipare a quello che era il più alto livello laico e volgare dell'Europa contemporanea. La vicinanza linguistica della Provenza e l'esempio prestigioso delle grandi corti feudali del Nord fanno sì che tale poesia si esprima in Provenzale. La ricchezza dell'economia italiana (e la contemporanea rovina della Provenza, dopo la crociata antialbigese) attirano in Italia codici e trovatori, e facilitano l'appropriazione di una cultura poetica che, se non procurava il pane ai suoi seguaci borghesi, ne facilitava certo la carriera e l'inserimento sociale sia nei comuni sia nelle corti.
(Antonelli, cit., p. 181)
La crociata contro gli Albigesi (seguaci dell'eresia càtara diffusa nella Francia meridionale) 1207-1228, promossa dal papa Innocenzo III
poeti funzionari alla corte di Federico II
- legittimazione della compresenza di latino e volgare ai vertici politici e culturali
- programma politico culturale che comprende la produzione poetica in volgare autonoma e ad altissimi livelli
- delineazione di una figura di professionista e poeta
Lezione 2
La parola e la politica
- gli intellettuali e poeti nei comuni italiani sono soprattutto notai, giudici, mercanti ,finanzieri, fruitori di rendite
- una parte fondamentale della formazione dell classe dirigente cittadina è affidata alla prosa: si costruiscono gli strumenti fondamentali
alla sua formazione
volgarizzamenti
«picciola forza è quella di sapienzia s’ella nonn è congiunta con eloquenzia», «però che sapienzia dà volontade di bene fare et eloquenzia il mette a compimento» B. Latini, Rettorica.
Retorica è una scientia che insegna di dire bene pienamente le cose comuni e le private. E tutta sua intentione è a dire parole, e in tal maniera che l'uomo faccia credere lo suo detto a quelli che l'odono. E sappiate che retorica è sopra la scienza di governare le città, secondo che disse Aristotile qua addietro nel suo libro, siccome l'arte di fare freni e selle è sotto l'arte della cavalleria , Brunetto Latini, Il Tesoro di Brunetto Latini volgarizzato da Bono Giamboni, a cura di L. Gaiter, Bologna 1883, p. 15
Ritratto di Giovanni Villani:
"Sommo maestro in rettorica, tanto in bene sapere dire come in bene dittare"; "cominciatore e maestro in digrossare i fiorentini e farli scorti in bene parlare e in sapere guidare e reggere la nostra repubblica secondo la politica" G. Villani, Cronica, III
1/ La classe dirigente
- L'insegnamento di Brunetto Latini a Firenze
2/ La cultura tra alto e basso
- la storiografia
Quis enim Alexandros
sciret
aut Cesares, quis Stoicos aut peripateticos
miraretur
, nisi eos insignirent
monimenta
scriptorum? ... Quot et quantos arbitraris fuisse reges, de quibus squam sermo est aut cogitatio? Nichil ergo consiliosius est captatoribus gloriae, quam litteratorum et scribentium maxime gratia promereri. Inutiliter enim eis geruntur egregia, perpetuis tenebr obducenda,
nisi litterarum luce clarescant
.
Giovanni di Salisbury,
Policraticus sive de nugiis curialium et vestigiis philosophorum libri VIII
, a cura di Ch. C. J. Webb, Oxford 1909, pp. 12-13
Chi mai
conoscerebbe
gli Alessandri o i Cesari, chi
ammirerebbe
gli Stoici o i peripatatici, se gli scrittori non ne avessero
conservato il ricordo
?... Hai idea di quanti e quali re ci siano stati, di cui non si parla né ragiona da nessuna parte? Dunque niente è più saggio per coloro che vogliano acquistarsi gloria che ingraziarsi soprattutto letterati e scrittori. Invano, infatti, essi compiono egregie imprese, destinate alla perpetua oscurità,
se non le illumina la luce delle lettere
.
Ordini mendicanti e predicazione
- figure di mediazione culturale alto/basso
- frati domenicani e francescani , teologi e legati alle istituzioni, ma anche predicatori itineranti
- egemonia culturale sulla produzione teologica e filosofica (in latino) e produzione di letteratura agiografica ed edificante (in latino e poi soprattutto in volgare)
- nella predicazione, grande uso di
exempla
L'exemplum
racconto esemplare di cose fatte e cose dette (facta e dicta)
individua un modo di comportarsi da imitare e da prendere ad esempio
le raccolte di exempla dei secoli XII, XIII e XIV costituiscono una enciclopedia del vissuto e del parlato esemplari, da consultare ogni volta che l'utente si trovi in una situazione specifica e contemplata
imitatio
imitazione
Pubblico: l'exemplum è un'esperienza per lo più collettiva, poiché è inserito in una predicazione o un'omelia.
Interessante a questo proposito l'aneddoto riferito da
Umberto di Romans
(e posto sotto l'autorità di Beda). Per convertire gli Inglesi, venne inviato dalla Scozia
"quidam episcopus litteratus et subtilis valde"
[un vescovo colto e molto acuto]; l'acutezza mentale e la preparazione dottrinale di questo grande letterato ebbero però esito negativo; venne allora mandato un altro religioso "minoris literature sed carior et utens exemplis et parabolis in sermonibus sus" [di minor cultura, ma più aperto, che usava nei suoi sermoni esempi e parabole], e questo con il suo bagaglio di racconti ebbe un successo folgorante al punto che
"fere totam Angliam convertit"
[convertì quasi ta l'Inghilterra] Michelangelo Picone, Il racconto nel Medioevo. Francia, Provenza, Spagna, Bologna, 2012, pp. 24-25

le prediche in volgare, che contengono e attivano l'exemplum come esperienza collettiva, si tratta, però, di testi prodotti in forma orale, e dunque per noi perduti
il racconto esemplare in volgare
è la cattedrale sommersa della tradizione narrativa medievale
le raccolte di exempla in latino (repertori) ne costituiscono i musei (Picone)
Non è possibile qui tratteggiare le linee evolutive dell'exemplum nel Medioevo. Possiamo dire soltanto che il passaggio da un ambiente monastico chiuso (come quello dei cisterciensi) a uno aperto (come quello degli ordini mendicanti, impegnati nella diffusione del verbum cristiano a tutto il popolo), edificò sostanzialmente il ruolo e il significato di questo genere. I domenicani e i francescani prendono alla lettera l'insegnamento di Cristo, e vanno nel mondo ad annunciare la buona novella a tutti gli uomini. Per far questo, si muniscono di un congruo bagaglio di narrazioni esemplari, con le quali sperano da una parte di suscitare interesse e anche divertimento nel loro uditorio, e dall'altra di
sottrarre proseliti ai generi narrativi profani, che proprio in quel momento, nella prima metà del XIII secolo, cominciano la loro penetrazione negli ambienti borghesi e popolari
. Picone, cit., pp. 28-29
Utilità degli exempla nella predicazione
Jacopo di Vitry
gli exempla servono
-
ad edificationem
dell'anima
-
ad recreationem
della mente, soprattutto quando i fedeli cominciano a "dormitare"
MA
- le
fabulae
non devono mai sopraffare il
verbum dei
Jacques de Vitry, Jacobus de Vitriaco (Vitry 1170ca-Roma 1240). Vescovo di San Giovanni d'Acri (Terrasanta), partecipa alla spedizione di Damietta; nel 1229 è vescovo di Tuscolo. Si occupa di predicazione e scrive numerose raccolte di sermoni, importanti per la storia della predicazione medievale
Umberto di Romans
Domenicano (Romans-sur-Isère 1200 circa - Valencia 1277); beato. Quinto generale dell'ordine (1254-63) riformò le costituzioni, riorganizzò l'insegnamento, le missioni, l'inquisizione
plus exempla quam verba movent
[gli esempi toccano più delle parole]

gli exempla sono rivolti agli uomini minoris intelligentiae [dotati di una capacità di comprensione inferiore]

dunque:
destinatario popolare (i simplices)
i laici

Funzione dell' exemplum
Tratti distintivi dell'exemplum
- auctoritas
fonte autorevole, riferimento al libro
e alla lettura
- brevitas
il racconto è funzionale a un insegnamento dottrinale, dunque deve essere essenziale
- veritas
il racconto deve essere dato come veridico e tale veridicità deve essere univoca; nel caso non lo sia, come nelle
fabulae
, deve contenere una "verità" morale, un insegnamento che ne giustifichi l'utilizzo
- delectatio
pochi esempi devono essere presenti, ma con moderazione, come si alternano le vivande durante un pasto
- alternanza narratio/sensus
il sensus trae una norma dalla storia, crea l'esemplarità del racconto
attenzione
quando l'exemplum diviene letterario, se ne modifica il
sensus
, che diviene - anche - la ricerca della bella parola, del motto arguto
competizione tra narrazione ecclesiastica e narrazione laica
le fonti del racconto esemplare divengono più ampie e varie
accanto alla fonte libresca si utilizza anche una fonte folklorica, che fa capo alla esperienza del predicatore
viene abolita la distinzione tra exemplum e aneddoto: anche l'aneddoto può raccontare qualcosa di rappresentativo in quanto parte di un'esperienza che riceve una codificazione, rientra all'interno di un ordine del mondo
tra ambito laico e ambito ecclesiastico rapporto di scambio e influenza reciproche
parola chiave:
Frati predicatori e istruzione
Ordini predicatori e mendicanti
Ordine dei frati predicatori o domenicano
- fondato da Domenico di Guzman nel 1215
- primo Ordine specializzato nel custodire, predicare e insegnare l'ortodossia della dottrina e che dunque, come dice Umberto di Romans, "trae il suo nome dal fine"
- fanno di ogni convento una scuola
Ordine francescano
- fondato da Francesco d'Assisi e approvato nel 1210
- in origine era antintellettuale (nella Bulla regulata del 1223 si prescriveva che i frati ignoranti ("nescientes litteras") rimanessero tali, limitandosi a pregare con cuore puro ("orare semper ... puro corde")
- in un secondo momento accettano - in competizione con i Domenicani - di coltivare il sapere (ma con tensioni interne)
- per i domenicani la dottrina era il fondamento della difesa dell'ortodossia e della predicazione
- per questa ragione, le città universitarie divengono sedi privilegiate dell'Ordine
- in particolare Parigi che aveva la più importante facoltà di Teologia
i frati doveva o diventare 'magistri' per poter insegnare nei conventi e nelle università

la presenza nelle universita permetteva:
1. proselitismo interno all'Università
2. il controllo dell'istituzione universitaria
si fondano numerose scuole conventuali in cui formare i predicatori, centri di elaborazione del sapere teologico, imponenti biblioteche con intensa attività di copiatura dei testi
l'attività intellettuale e d'insegnamento dei domenicani
entra in contrasto con i magistri universitari laici
: il frate, al contrario del laico, era mosso nella sua attività di insegnamento dalla charitas e si muoveva dunque su un piano più elevato
La predicazione
Umberto di Romans
"Insegnamo ai popoli, insegnamo ai prelati, insegnamo ai dotti e algi indotti, ai religiosi e ai secolari, ai chierici e ai laici, ai nobili e ai non nobili, agli umili e ai grandi; insegnamo ciò che è comandato, insegnamo ciò che è consigliato, insegnamo ciò che è problematico, insegnamo ciò che è sicuro, insegnamo le vie della perfezione, insegnamo in tutti i modi la nobiltà delle virtù...Ci convocano i potenti ai loro consigli, ci fanno sedere presso di sé, ci affidano i loro incarichi i prelati, ci sostiene e ci difende la sntissima Romana Madre Chiesa, dovunque il popolo mostra per noi una devozione mirabile, ci onorano i nobili e i non nobili, e ogni genere d'uomini: per quale ragione dunque tutto questo se non perché a noi viene attribuita una santità fuori dal comune?" Umberto di Romans,
Epistole
Competizione e contrasto tra laici ed ecclesiastici
Esemplificare l'
exemplum
: il
Libro de' sette savi di Roma

- origine orientale probabilmente indiana
- introdotto in Italia nell'epoca delle prime crociate (XI sec)
- diffuso nel bacino del Mediterraneo e in Europa
1. La novella dell'imperatrice: arbor
2. La novella del filosofo: canis
1. Quali sono le principali figure di produzione e mediazione culturale nel Medioevo?
2. A grandi linee, in che forme e seguendo quali percorsi la cultura romanza passa in Italia?
3. Che ruolo ha l’università di Bologna come centro di produzione e formazione intellettuale?
4. In che modo gli studi di retorica promuovono l’affinamento e la padronanza della lingua, anche volgare, e la produzione letteraria?
5. A grandi linee, qual è il panorama linguistico dell’Italia del Duecento?
6. Quali novità culturali comporta la crescita e l’affermazione dei comuni italiani?
7. In che modo si articola il rapporto tra retorica e politica nei comuni?

Lezione 1 Domande
Lezione 2 Domande

Letteratura orale-letteratura scritta
Lezione 3.
1. La cultura medievale si fonda innanzitutto sulla parola e sulla memoria
2. la pratica universitaria rafforza il potere dell'oralità
- scrivere è dittare
- l'arte che insegna a scrivere testi pubblici o privati è l'ars dictaminis (centrale nella università di Bologna)
- esercizio universitario per eccellenza è la
disputatio
(un dialogo, in cui ciascuna parte argomenta la propria posizione e smonta quella dell'altro)
-
3. nel contempo la scrittura progredisce e prende più spazio
5. tra litterati e illitterati non c'è opposizione netta:
- c'è chi domina perfettamente la parola letta e scritta, in volgare e in latino
- c'è chi conosce solo il volgare
- c'è chi sa solo leggere (e non scrivere) e chi sa scrivere senza saper leggere
- ...
4. presso i dotti, nelle università e nei monasteri, comincia a prendere piede la lettura silenziosa (mentre la lettura ad alta voce viene riservata al culto)
6. in ambito laico la lettura ad alta voce dei testi fu praticata a lungo, per l'intero Medioevo
7. quando intorno al XIV-XV secolo si consolidò la pratica della lettura silenziosa, questo ebbe un effetto anche sui contenuti: nella lettura silenziosa era più accettabile leggere contenuti che nella lettura ad alta voce sarebbero sembrati fuori luogo; più spazio alla spiritualità intima
A partire dalla lettura delle novelle tratte dal Libro de' sette savi di Roma: domande
1. che funzione sembra avere l'atto di raccontare delle storie nell'opera?
2. quali sono i temi sollevati all'interno dei due racconti esemplari? con quali parole vengono presentati?
3. quali agganci con la vicenda della cornice emergono dai racconti esemplari?
4. qual è il punto di vista che interpreta e giudica le vicende dei racconti esemplari?
5. quali differenze tra i personaggi mette in luce questo punto di vista?
Come funziona l'exemplum nel Libro de' sette savi?
1.
nella cornice si racconta un'esperienza di fruizione: c'è una
narratrice o un narratore
,
un fruitore
,
un messaggio
(il racconto) e
uno scopo
preciso per cui raccontare
2.
il fruitore
si immedesima
nel racconto, pensa che il racconto lo riguardi
3.
il fruitore interpreta il racconto
a partire dall'immedesimazione
(e in questo sta la
forza persuasiva
del racconto)
4.
il fruitore
"rilegge" la propria vicenda
alla luce del racconto
5.
anche
il lettore
del Libro de' sette savi
fa lo stesso percorso
del fruitore "interno" al testo
ORALITA'
ambito dotto, universitario, della politica e della giurisprudenza
ambito popolare o di passaggio del sapere alto/basso: predicazione, narrazione edificante o di intrattenimento
Attenzione:
noi ci occupiamo di
testi scritti
, perché sono stati conservati. ll riferimento all'oralità è importante perché:
1. ci consente di
immaginare degli ambiti di applicazione e di fruizione
di modelli narrativi che sono alla base della novella
2.
la novella stessa
nella sua struttura e nelle sue finalità comunicative
conserva
parte dello spirito che aveva la
narrazione come esperienza collettiva di produzione/ricezione di un racconto
.
3. nei racconti con cornice (
Libro de' sette savi
, il
Decameron
di Boccaccio)
la cornice rappresentata il momento della fruizione di un racconto orale
; nel
Decameron
l'esperienza è collettiva (di una piccola e ben precisata comunità di pari, giovani uomini e giovani donne)
SCRITTO/ORALE
i testi narrativi e poetici avevano spesso una doppia fruizione, scritta e orale a seconda del pubblico e dell'occasione

Lezione 4.
Tipi e forme della narrativa breve in prosa nel Medioevo
La narrazione breve

1. intende rievocare una realtà più vicina (presente o
presentificabile
)
2. ha protagonisti che si pongono sullo stesso livello degli ascoltatori/lettori dal punto di vista psicologico (empatia, immedesimazione)
3. è letta o ascoltata all'interno di una dimensione ordinaria o quotidiana (da giullari in piazza, dai commensali a tavola, dai pellegrini in viaggio, dai mercanti ecc.)
4. menziona fonti orali, allude a un'esperienza sentita raccontare o vissuta, fa riferimento a un'enciclopedia di storie popolari
La narrazione breve si contrappone
:
1. all'epica (in Francia
Chanson de geste
)
2. al romanzo (in Francia
roman
)
3. a una fruizione ufficiale e rituale (che è soprattutto della
Chanson de geste
)
Attraversare il patrimonio della narrativa breve medievale porta a rilevare "la ricerca di un'esemplarità non astratta o eroica, ma immediata e quotidiana, la scoperta di un senso che non è imposto da un'
auctoritas
estranea, ma è trovato al momento dal giullare e dal pubblico insieme. Questa
rivelazione dell'istante
(contro l'eterno epico e cavalleresco), con la sua rivalutazione delle piccole virtù e dei piccoli vizi dell'uomo comune, delle piccole verità della borghesia, presenta come rovescio della medaglia l'affermazione dell'individualità, sia dell'io dell'autore, sia del pubblico; il viaggio di avvicinamento al presente è anche
un viaggio di avvicinamento al soggetto
. Naturalmente si tratta di un'affermazione ontologica e non teologica: contrariamente all'
auctor
epico o romanzesco, che si presentava come
imago
terrena dell'Architetto divino, e perciò in totale controllo della sua opera, tanto da apparire unicamente in momenti strategici come l'inizio o la fine, il giullare o il predicatore si presentano invece come
semplici intermediari
di unpatrimonio narrativo alla portata di tutti, se non addirittura come
attori della stessa storia che stanno raccontando
, facendo così capire all'udienza di esservi direttamente coinvolta. Le paratie tra produttore e testo vengono eliminate, il comodo schermo dell'
auctoritas
tradizionale abbattuto, l'autore si responsabilizza appieno nei confronti della sua opera." M. Picone, Il racconto nel Medioevo, p. 34
I generi della narrazione
breve medievale
1. FRANCIA
lai
fabliau
- la parola proviene dal celtico laid, “canto”: una composizione musicale eseguita con l’arpa o con la viola
- la sua estensione varia da un minimo di un centinaio di versi fino a un massimo di poco più di mille
- è composto da
octosyllabes
a rima baciata
- il genere, raffinato ed elegante ma meno impegnato e prestigioso del roman, appare poco diffuso e vive una stagione piuttosto breve: solo 40 esemplari, che coprono un arco cronologico di circa un secolo, tra ultimo quarto del XII sec. fino al declino nel secolo successivo, con l’affermazione della società borghese
(in antico francese o lingua d'oil)
(in antico francese, lingua d'oil)
lat. *FABULELLUM > fablel / fableau o fabliau (forma piccarda)
Nella terminologia medievale la denominazione del genere non è ben definita: si confonde
- col
dit
– che rispetto al fabliau ha però una pretesa di veridicità
- con altre denominazioni generiche, come
conte
o
aventure
,
proverbe
o
exemple
,
fable
;
- i testi che sono denominati fabliaux nelle fonti manoscritte sono circa una settantina, ma i componimenti che vengono ascritti al genere sono in tutto ca. 130, secondo il censimento della più recente e completa edizione dei fabliaux, curata da Noomen e van den Boogard.
• In questo si riconosce anche l’importanza storica del genere come il
grande innovatore della narrativa del XIII secolo, riflesso di
cambiamenti sociali e culturali, e come il vero anticipatore del
genere della novella
• Il fabliau immette nello spazio letterario la realtà, l’evenemenziale, il tempo presente, l’utilitarismo spicciolo, l’istintualità,

vs
il fantastico, la scelta di un tempo
remoto o mitico, l’esemplarità e l’idealismo,
tipici del lai e del roman.
Marie de France
- figlia illegittima di Goffredo IV d’Angiò e sorellastra di re
Enrico II, badessa del convento di Shaftesbury (1181-
1215)
- badessa dell’abbazia di Reading
- la contessa Marie de Champagne
- Marie, sorella di Thomas Becket, arcivescovo di
Canterbury: entrata in convento vedova e badessa del
monastero di Barking (Carla Rossi, sulla base di indizi di
ordine anagrafico e della presenza di opere sulla figura
dell’arcivescovo nei mss. che hanno trasmesso i testi della
poetessa)

Ipotesi sulla sua identità
Informazioni
- periodo di attività stimato: 1160-1208
- rapporti con la corte inglese dei Plantageneti
- ambiente culturale anglonormanno
conoscenza della natura
conoscenza dell'ars
rhetorica
- Maria è consapevole del proprio talento
- i testi antichi erano volutamente oscuri
- la difficoltà dei testi li rende più pregevoli nel tempo, perché i dotti li studiano, e li glossano
- Maria vuole iscriversi nel novero degli auctores
Scelta: non opere antiche tradotte ma
- lais è fabula, mito, no facta ma ficta
- assume i connotati di un prodotto originario, spontaneo
- hanno senso dentro (non fuori) il testo
cura artistica
padronanza dell'ars rhetorica
vs oblio
Fasi compositive del lai:
- avventura di un personaggio d'eccezione, un cavaliere,
che ne racconta: l'actor è il primo auctor (attenzione: finzione)
- reazione simpatetica dei fruitori li induce a conservare la memoria del racconto, affidandola ai cantori
nella versione dell'
auctor
l'evento meraviglioso accaduto in un passato immemorabile recupera il suo significato primitivo e la sua bellezza originaria, rivive cioè nella sua intatta realtà
(Picone,
Il racconto nel Medioevo
, p. 39)
Di cosa parlano i lais
- materia bretone
- corte di re Artù (punto di riferimento ideologico obbligato)
- eroi secondari, dame e cavalieri spesso solitari o emarginati
- aspetti della vita di corte meno ufficiali, più intimi
- si tratta di storie d'amore. L'amore è la forza propulsiva del racconto
- per Spitzer i
lais
sono l'equivalente di un trattato sulla natura d'amore
- è trattato in particolare l'amore femminile, nato e mantenuto per iniziativa della donna
- la prospettiva femminile sull'amore completa la trattazione iniziata nel romanzo
- l'amore serve da vettore per l'avventura: consente all'eroe e all'eroina di attraversare lo spazio e di riempire il tempo che li separano dalla loro completa affermazione e identificazione (ma senza caratteri cosmici o implicazioni universali)

• Il fabliau si pone come l'anti-lai: in modo programmatico, cioè esplicito e consapevole
fabliau
lai
verità profonda e "sottile"
verità superficiale e divertente
roman
fabliau
intreccio complesso e labirintico, in cui i personaggi cercano qualcosa di sé
Piacevole e movimentato intrecciarsi della trama
legenda ed exemplum
leggenda morale a carattere universale
consiglio spicciolo per esigenze pratiche
fabliau
Di cosa parlano i fabliaux
- triangolo amoroso (come il roman) in chiave comica
- villano e borghese prendono il posto del re
- il lai è comunque modello: fornisce topoi che vengono riscritti in chiave comica
- avventure triviali, centralità del "con"
- rovesciamento dei ruoli: un nobile che compie azioni da villano e un villano che si fa passare per nobile
- il fabliau si distingue dalla letteratura cortese (roman e lai) e da quella didattico-religiosa (legenda ed exemplum) per non avere finalità allegoriche o di significazione simbolica
contes a rire en vers
racconti in versi per ridere
Joseph Bedier (1864-1938)
testi che si leggono
(non si cantano)
sono composti da un solo episodio (vs romanzo)
La letteratura del Duecento ci trasmette una vasta produzione di opere cortesi-cavalleresche, tutte intessute di eroismi individuali, volte alla proposta di idealità elitarie e tese a un sottile approfondimento psicologico; e al tempo stesso ci offre la narrativa del fabliaux, sbrigativa e salace, imperniata su personaggi della borghesia, del clero, del contado, o anche dell'aristocrazia, ma in una chiave beffarda che sembra antitetica a quella del romanzo o del lai. In qualche caso, lo stesso autore si mostra capace di coltivare entrambe le forme; e testimonianze sicure ci fan sapere che anche il pubblico a volte coincide: anche dame e cavalieri si divertono con le leggende piccanti e grosse dei fablaiux.
(A. Limentani, 'Introduzione' a Rutebeuf,
I fabliaux,
Roma 2007, p. 13)
espressione della nuova borghesia mercantile, soprattutto delle regioni
nord orientali (Piccardia, Artois, Fiandre)
contrapposizione troppo netta?
Per Nykrog (1957)
: il pubblico dei fabliaux è lo stesso aristocratico, che esprime così il suo gusto per la facezia e i facili intrecci
Jean Rychner (1961)
: i testi subivano rimaneggiamenti in grado di cambiare anche l'ottica dell'insieme: copisti, rifacitori, giullari potevano agire sul testo in profondità, tanto da cambiare il contesto sociologico di riferimento
Rutebeuf
La donna che fece tre giri intorno alla chiesa
(Rutebeuf, I fabliaux, cur. Limentani, Carocci 2007)
Rutebeuf, n. 1220-30-m. dopo il 1277 o 1285; proviene dalla Champagne, si sposta a Parigi; legge il latino, lavora come polemista , narratore pio o dilettevole, poeta lirico. Figura "di battaglia", usa la scrittura anche come strumento di intervento politico-morale

"Il poeta-giullare della città [nella Parigi che si avvia a diventare una grande capitale monarchica] non è più il servitore disciplinato della singola corte né il nomade fra corti diverse e lontane. Benché egli dipenda sempre , per la sua sussistenza, dalla protezione di un potente, la molteplicità delle funzioni in cui si organizza la vita della città compa una pluralità di potentati, e si crea per il giullare , anche a seguito delle tensioni e delle rivalità provocate da tale situazione, una tastiera di possibilità, un "gioco" molteplice d'intervento... 'In Francia a quest'epoca - osserva Edmond Faral...- qualsiasi avvenimento pubblico mette in moto l'industria dei verseggiatori'; e molti sono i potenti che , per render nota e propagandare la propria visuale, sono disposti a compensare il poeta"

Limentani, Introduzione, p. 9.
2. PROVENZA
- l'interesse per la prosa nasce dopo la crociata antialbigese
- narrativa lunga (romanzo), epica
- narrativa breve
agiografia
novas (plur. di nou)
vidas e razos
NOVAS
- legame diretto o indiretto con la tradizione lirica
- presenza della dimensione personale della narrazione (come exemplum e fabliaux)
- evocazione dell'epoca gloriosa della fioritura trobadorica
- funzione soteriologica legata all'eredità culturale trobadorica
- in versi (octosyllabes)
VIDAS E RAZOS
-prosa
- generi che partono come testi di servizio delle raccolte poetiche provenzali
- poi vengono anche riunite in raccolte indipendenti dalle poesie
- proiezione dell'Io lirico nello spazio dell'egli narrativo, del presente nel tempo passato (Picone, p. 68)

3. ITALIA
Volgarizzamenti
volgarizzamento è, nella nostra prima letteratura, situazione mentale prima ancora che attività specifica
(C. Segre)
pubblico (specie delle opere a carattere romanzesco o didattico) più avido e curioso che attento e rigoroso
Veneto: intermediario tra il mondo letterario francese e l'Italia
- i poemi francesi venivano ascoltati e letti in Italia, in francese o in franco-veneto
- il francese era lingua prestigiosa (Martino da Canale, Marco Polo)
- successo dei romanzi: i Tristani, i Fatti di Cesare, il Romanzo di Troia; delle raccolte di novelle Dodici conti morali, Libro dei sette savi, Conti di antichi cavalieri, bestiari, enciclopedie
- anche le opere latine, la materia troiana, l'Eneide, la Farsalia vengono conosciute per il tramite francese (le vie traverse della cultura classica prima della riscoperta umanistica)
Volgarizzamenti dal latino
Volgarizzamenti da altre lingue volgari
- una pratica sistematica del volgarizzamento in ambito giuridico e retorico: necessità professionale di trovare una corrispondenza in volgare delle formule giuridiche latine (un'equivalenza non opinabile)
- localizzazione geografica: Emilia e Toscana
- attenzione: centrale il volgarizzamento della Rhetorica ad Herennium pseudo-ciceroniana --> punto di contatto tra interesse tecnico (retorico a fini giuridici, politici) e letterario

Questa complementarietà anche oggettiva dell'attività letteraria originale e del volgarizzamento è importante per la retta impostazione storica del problema delle traduzioni: perché ci invita a disegnare i loro rapporti con lo svolgimento della prosa con linee che seguano il più docilmente possibile i momenti attivi e quelli passivi, i punti di forza e i rilassamenti. La storia dei volgarizzamenti è una striscia scindibile solo per comodità espositive dal fascio luminoso della prosa: la vicenda delle traduzioni risponde , al pari di quella delle opere originali, agli incitamenti di un gusto che si trovava in quegli anni in fase di effervescenza. E' utile e necessario rilevare il patrimonio di elementi fornito dall'esercizio della tradizione al prosatore che si sentiva dentro più precisi e prepotenti i nuovi ideali; ma erano questi ideali, man mano che venivano alla luce della sua coscienza (manifestandosi sempre più limpidamente nelle sue opere) a suscitare il suo interesse per i classici, a sfumarne più finemente i tratti prima abbozzati da una finalità pratica e approssimativa: per tradurre ci deve essere il desiderio di tradurre.. E poi la traduzione portata a termine, la traduzione scritta è una sola delle tante traduzioni che lo scrittore ha fatto per sé, leggendo, penetrando sempre più a fondo nel mondo che vuole conquistare. Vorremmo dunque evitare di attribuire ai volgarizzamenti un'efficacia determinante e univoca nei rispetti della letteratura originale; e considerarli piuttosto come il riflesso analizzabile della luce che si veniva gettando sul gran mare del mondo classico, attribuendo loro, invece che una precedenza, un ideale parallelismo con le altre espressioni del pensiero letterario. Sostituiremmo, insomma, la formula: volgarizzamento <-- --> prosa originale, l'altra superficiale e, se non corretta da infinite riserve teoriche, pericolosa: volgarizzamento --> prosa originale.
Cesare Segre, 'I volgarizzamenti del Due e Trecento', in Lingua, stile e società. Studi sulla storia della prosa italiana, Milano 1991, pp. 53-54
Tradurre nel Medioevo
- dal transferre al tradere: il concetto del tradurre si allarga alla trasmissione dei contenuti, al rifacimento e alla metamorfosi
- Folena distingue:
-- un tradurre "verticale", dove la lingua di partenza ha un valore e un prestigio riconosciuto rispetto alla lingua d'arrivo, plasma e informa di sé la lingua d'arrivo
-- un tradurre "orizzontale" o infralinguistico, tra lingue di struttura simile
(Gianfranco Folena, Volgarizzare e tradurre, Torino 1991, p. 13-14)
Sui rapporti tra volgarizzamento e creazione originale
Fiore e vita de' filosafi, d'altri savi e d'imperatori
Tradizione
codici che appartengono alla seconda metà del XIII secolo fino al XV secolo
Fonti
volgarizzamento di parti della
Speculum historiae
, terza parte dello Speculum maius, enciclopedia del sapere medievale compilata dal domenicano
Vincenzo di Beauvais
Flores Historiarum
di
Adamo di Clermont
, compendio con integrazioni dello Speculum Historiae
Struttura
parte aneddotica: retorica dell'exemplum
parte sentenziosa: massime dei trattati morali coevi e posteriori
Pitagora
Socrate
Traiano
attraverso le storie e sentenze l'exemplum rispecchia e autentica attraverso l'autorità del passato i fondamenti etici del presente;
al momento didascalico (di insegnamento) si affianca e si mescola il momento del piacere della lettura, del gusto della narrazione.
Apprezzamento di valori estetici legati all'arte della parola, strattamente connessa alla sapienza

narrazione di detti e fatti memorabili di grandi uomini (e una Marzia figlia di Catone) del passato
si tratta di personaggi storici greci e latini (Pitagora, Socrate, Arisotele, Cicerone, Quintiliano, Seneca ecc...)

Marzia
Conti di antichi cavalieri
Saladino
Saladino in Occidente, Salah al-Din («integrità della religione»), fondatore della dinastia ayubbide e sultano dell’Egitto e della Siria negli ultimi decenni del 12° secolo, fu conquistatore di Gerusalemme nel 1187 e si contrappose alle forze cristiane durante la terza crociata in Terra Santa.
Morì a Damasco nel 1193. Dipinto in vita dai cristiani come il più pericoloso e feroce nemico della fede, divenne a poco a poco un eroe positivo nei romanzi cavallereschi, che ne esaltarono la generosità, la liberalità, la tolleranza e il coraggio. Fu citato anche da Dante nella Divina Commedia, nel quarto canto dell’Inferno, tra gli spiriti di grande valore, coloro che pur senza specifiche colpe non poterono salvarsi perché vissuti prima o fuori del cristianesimo.
In realtà Saladino, figura molto significativa nella storia dell’Islam, fu un grande condottiero e un politico abile e misurato, che seppe agire ora con grande risolutezza e ora con moderazione, e che riuscì infine a raggiungere un compromesso con le forze cristiane – sconfitte – in Palestina.
Il novellino
Cosa non sappiamo del Novellino
Cosa sappiamo del Novellino
- autore
- composizione e ordinamento originali
- data di composizione
- attribuzione dell'opera a un'area culturale
- modi della trasmissione
- i codici manoscritti che tramandano il testo sono difformi tra loro, mutili e malconci
- viene titolato via via
Libro di novelle e di bel parlar gientile
, 
Ciento novelle antiche
, 
Novellino
(in una lettera di Giovanni della Casa a Gualteruzzi)

Soluzioni parziali
- prende oggi il titolo di Novellino la raccolta cinquecentesca, che venne stampata nel 1525 cura di Carlo Gualteruzzi (Fano 1500-Roma 1577)
ATTENZIONE:
la raccolta è
cinquecentesca
e dunque
posteriore
al
Decameron

Carlo Gualteruzzi
(Fano 1500-Roma 1577); collabora con Pietro Bembo;1527 si trasferisce a Roma come scrittore di lettere presso la Dataria apostolica. È centro del panorama culturale del pieno Cinquecento, ha intensi rapporti con i maggiorni intellettuali e ha contatti con i circoli evangelici italiani
Pietro Bembo

(Venezia 1470-Roma 1547) cardinale, è umanista, poeta, linguista, grammatico. Fondatore dell'italiano letterario, per primo regola in modo coerente e unitario la lingua letteraria italiana in volgare, sull'imitazione del volgare fiorentino trecentesco di Boccaccio e Petrarca; espone le sue proposte linguistiche e letterarie in un'opera fondamentale, le
Prose della volgar lingua
(1525). Consolida e promuove la moda petrarchista.
Giulio Camillo detto Delminio
. - Portogruaro 1485- Milano 1544. Fu uno dei più famosi uomini del secolo, da alcuni reputato un dotto impostore, da altri un "candido" spirito, dai altri ancora uomo straordinario e quasi divino. Esperto in lingue orientali e classiche, scrisse in volgare; fu famoso per la sua erudizione in particolare per le sue idee neoplatoniche, talmudiche e cabalistiche. Ideò il "Teatro della memoria", un progetto architettonico mai realizzato che doveva dispiegare di fronte allo spettatore tutto lo scibile umano.
Il prologo
Ed acciò che
li nobili e gentili
sono, nel
parlare
e nell'opere, quasi com'uno specchio,
appo i minori
, acciò che il loro
parlare
è più gradito, però che esce di più dilicato stormento, facciamo qui memoria d'alquanti fiori di
parlare
, di belle cortesie e di belli risposi e di belle valentie, di belli donari e di belli amori, secondo che, per lo tempo passato, hanno fatto già molti. E
chi avrà cuore nobile e intelligenza sottile
sì li potrà simigliare per lo tempo che verrà per innanzi, ed
argomentare
, e
dire
, e
raccontare
, in quelle parti dove avranno luogo, a prode ed a piacere di
coloro, che non sanno e disiderano di sapere
. E se i fiori, che proporremo, fossero mischiati intra molte altre
parole
, non vi dispiaccia; ché 'l nero è ornamento dell'oro e, per un frutto nobile e dilicato, piace talora tutto un orto e, per pochi belli fiori, tutto uno giardino. Non gravi a' reggitori; ché sono stati molti, che sono vivuti grande lunghezza di tempo, e in vita loro hanno appena tratto uno bel
parlare
, od alcuna cosa da mettere in conto fra' buoni
- La struttura antologica corrisponde a una scelta precisa
- Esclusione della struttura a cornice
- Lenizione dei legami tematici (che c'erano nelle raccolte di Fiori, Conti ecc.)
- Testo aperto --> storia redazionale confusa, "attiva", incline a manipolazioni e nuovi inserimenti, ordinamento per associazioni libere
- Prologo: il testo aperto riceve però un'intenzione e una identità dal prologo
- Il Prologo è presente nel codice più antico (inizio Trecento) e in quello più recente (inizio Cinquecento: questo vuol dire che ha continuato ad essere percepito come significativo dai vari copisti e curatori)
- Il Prologo funziona come una guida per il viaggio nel Novellino

Considerazioni preliminari sul Prologo
Quando lo nostro Signore Gesù Cristo
parlava
umanamente con noi, infra l'altre sue parole, ne disse che dell'abbondanza del cuore
parla
la lingua.
Voi
, ch'avete
i cuori gentili e nobili
, in fra li altri, acconciate le vostre menti e le vostre
parole
nel piacere di Dio,
parlando
, onorando e temendo e laudando quel Signore nostro, che n'amò, prima che elli ne criasse, e prima che noi medesimi ci amassimo. E se, in alcuna parte, non dispiacendo a Lui, si può
parlare
, per rallegrare il corpo e sovvenire e sostentare, facciasi con più onestade e con più cortesia, che fare si puote.
inizio di carattere religioso
modello dei sermonari (raccolte di sermoni)
raccolte di exempla
studi di retorica
Destinatario di primo grado
:
sorta di predicatori laici incaricati di mediare presso "coloro che non sanno e desiderano sapere " un sistema di valori
Destinatario di secondo grado
Gerarchia culturale e sociale
Nobili e gentili:

autori del testo, naturalmente dotati
Minori:
i destinatari del testo, nel loro insieme
nobili e gentili
chi avrà cuore nobile e intelligenza sottile
coloro che non sanno e desiderano di sapere
fonte del racconto
destinatari di primo grado
divulgatori
fruitori finali
Specchio = modello
QUESTO LIBRO TRATTA D'ALQUANTI FIORI DI
PARLARE
, DI BELLE CORTESIE E DI BE'
RISPOSI
E DI BELLE VALENTIE E DONI, SECONDO CHE, PER LO TEMPO PASSATO, HANNO FATTI MOLTI VALENTI UOMINI.
La rubrica
Parola
senso retorico
senso cristiano (ed etimologico) di
parabolé
esempi di oralità (retorica) e moralità (parabola)
Sulla struttura del Novellino
Libro
di
novelle
e di
bel parlar gientile
Sulla costituzione del Novellino
conclusioni di Alberto Conte, curatore dell'edizione critica (2001)
- la raccolta originaria (Ur-Novellino) viene redatta da un compilatore anonimo a Firenze alla fine del Duecento
- l'Ur-Novellino comprendeva, oltre alle novelle, anche brani didascalici e sentenze
- le unità (narrative e non) erano meno di 100
- all'inizio del Trecento, a Firenze, qualcuno ha modificato la struttura e quantità dei testi dell'Ur-Novellino (elimina alcuni testi, ne sposta altri, aggiunge novelle prese altrove)
- il Novellino "vulgato" (cinquecentesco) è il risultato di questa riorganizzazione

Addenda
- dopo ulteriori indagini (articolo di A. Conte su Filologia e critica, 2013): probabilmente non tutte le Cento novelle antiche precedono il Decameron (Novellino LXXIII, affine a Decameron I,3)
- il Novellino comunque mantiene una sua fisionomia ben distinta dal Decameron, nonostante tre manoscritti successivi all'Ur-Novellino possano essere stati redatti dopo la pubblicazione del Decameron
- il compilatore del Novellino può dunque aver deliberatamente deciso di non seguire il modello di Boccaccio, costituendo una "nicchia di resistenza" di fronte alle novità straordinarie del Decameron
scelta antologica stilata con un preciso intento
il termine novella indica qui un testo scritto, dove in precedenza individuava testi orali
l'accostamento (equivalenza) tra 'bel parlare' e 'novella' istituisce un legame tra parola e racconto, tra retorica e letteratura
Attenzione
: accanto alla parola di Dio, verità assoluta e trascendente, una nuova parola, che esprime la sapienza umana e riflette
onestade
e
cortesia
MEMORIA:
la raccolta ha un ordinamento di tipo personale; agli accostamenti suggeriti dalle fonti si affiancano le associazioni mentali del compilatore
Alcuni nuclei tematici
II-X esempi di saggezza
XII-XXV misericordia e magnanimità
XXVI-XXXIII società cavalleresca e cortesie
LXI,LXVI-LXVII ambiente classico e virtù civili
IX-X, L-LIII, LVI questioni di diritto
ecc
I raggruppamenti non sono ispirati solo da categorie o astrazioni morali (come negli
exempla
)


Sul confronto tra Ur-Novellino e Novellino (vulgata)
Al corpus originario, così rimaneggiato, vengono aggiunte altre novelle: accanto a fatti e detti relativi alle idealità tradizionali, classiche e cortesi, si impongono con maggior evidenza la contemporaneità e l'attualità, si amplia il campionario di comportamenti e si valorizza sempre di più l'ingegno come mezzo di affermazione sociale; sono più numerosi le astuzie e i motti al servizio della beffa (XCI, XCIV, XCVI) e l'ago magnetico si orienta più decisamente verso il puro divertimento. Ma c'è di più: aumenta il peso della nuova cultura locale e "urbana" e guadagnano la ribalta anche i ceti medio-bassi della piramide sociale, i laboratores. (Conte, Introduzione al Novellino, Roma 2001, p. XXI-XXII)
Segre:
anti-climax che parte dai regnanti protagonisti delle novele e approda ai popolani e ai mercanti
Picone:
progressione "generica", dagli exempla tradizionali ad una esemplarità più legata al quotidiano; regressione sociologica verso la prospettiva del borghese e del mercante
La materia del Novellino secondo il Prologo
"facciamo qui memoria d'alquanti fiori di parlare, di belle
cortesie
e di belli
risposi
e di belle
valentie
, di belli
donari
edi belli
amori
"

(dal
Prologo
)
cortesie
risposi
valentie
virtus
donari
salus
amori
venus
Per Picone, cortesia "par che consista negli atti civili, cioè nel vivere insieme liberamente e lietamente, e fare onore a tutti secondo le possibilità" (Boccaccio,
Esposizioni
)
legato all'idea del dono: equilibrio tra potere (chi ha) e sapere (chi sa e ha accesso alla parola)
solo 5 novelle di tema amororso; l'amore sensuale prevale su quello spirituale; abbassamento e parodia degli schemi cortesi e romanzeschi
Inizio e fine del Novellino: nel nome di Federico ( e del confronto con l'altro)
1. il libro si apre esi chiude nel nome di Federico
2. all'inizio e alla fine si confrontano l'Oriente e l'Occidente
Novellino, 2
DELLA RICCA AMBASCERIA, LA QUALE FECE LO PRESTO GIOVANNI AL NOBILE IMPERADORE FEDERIGO.
Presto Giovanni, nobilissimo signore indiano, mandòe ricca e nobile ambasceria al nobile e potente imperadore Federigo: a colui che veramente
fu specchio del mondo
, in parlare ed in costumi, ed amò
molto dilicato

parlare
ed istudiò in dare
savi risponsi
. La forma e la intenzione di quella ambasceria fu solo in due cose: per volere, al postutto, provare, se lo 'mperadore
fosse savio in parlare ed in opere
.
Titolo del testimone più antico:
Dal confronto chi ha la meglio?
Mandolli, per li detti ambasciatori, tre pietre nobilissime, e disse loro: – Donatele allo 'mperadore e
direteli
, dalla parte mia, che vi
dica
quale è la migliore cosa del mondo. E le sue
parole e risposte
serberete, ed avviserete la corte sua e costumi di quella: e quello che inverrete raccontarete a me, sanza niuna mancanza. – Furo allo 'mperadore, dove erano mandati per lo loro signore; salutaronlo, sì come si convenia, per la parte della sua maestade e per la parte dello loro soprascritto signore. Donaronli le sopradette pietre. Quelli le prese e
non domandò di loro virtude
: fecele riporre, e
lodolle molto di grande bellezza
. Li ambasciadori fecero la domanda loro, e videro li costumi e la corte; poi, dopo pochi giorni, addomandaro commiato. Lo 'mperadore
diede loro risposta e disse
: –
Ditemi
al signor vostro, che la miglior cosa di questo mondo si è misura. – Andaro li ambasciadori, e
rinunziaro e raccontaro
ciò ch'aveano veduto e udito, lodando molto la corte dello 'mperadore, ornata di bellissimi costumi, e il modo de' suoi cavalieri.
fu specchio del mondo
molto dilicato

parlare
li nobili e gentili sono, nel parlare e nell'opere, quasi
com'uno specchio
, appo i minori, acciò che il loro parlare è più gradito, però che esce di più
dilicato
stormento,
Dal prologo:
Il Presto Giovanni, udendo cioe che raccontaro i suoi ambasciadori, lodò lo 'mperadore, e disse ch'era molto
savio in parola
, ma
non in fatto
, acciò che non avea domandato della virtù di cosie care pietre. Rimandò li ambasciadori ed offerseli, se li piacesse, che 'l farebbe siniscalco della sua corte. E feceli contare le sue ricchezze, e le diverse ingenerazioni de' sudditi suoi, e il modo del suo paese.
Dopo non gran tempo, pensando il Presto Giovanni che le pietre, ch'avea donate allo 'mperadore, avevano perduta loro virtude, da poi che non erano per lo 'mperadore conosciute,
tolse uno suo carissimo lapidaro, e mandollo celatamente alla corte dello 'mperadore e disse: – Al postutto, metti lo 'ngegno tuo, che tu quelle pietre mi rechi: per niuno tesoro rimanga. – Lo lapidaro si mosse, guernito di molte pietre di gran bellezza, e cominciò, presso alla corte, a legare sue pietre. Li baroni e cavalieri veniano a vedere di suo mistiero. L'uomo era molto savio; quando vedeva alcuno, che avesse luogo in corte, non vendeva, ma donava. E donò anella molte, tanto che la lode di lui andò dinanzi allo 'mperadore. Lo quale mandò per lui, e mostrolli le sue pietre. Lodolle, ma non di gran vertude. Domandò, se avesse più care pietre. Allora lo 'mperadore fece venire le tre care pietre preziose, ch'elli desiderava di vedere. Allora il lapidaro si rallegrò, e prese l'una pietra, e mìselasi in mano, e disse così: – Questa pietra, messere, vale la migliore città, che voi avete. – Poi prese l'altra e disse: – Questa, messere, vale la migliore provincia, che voi avete. – E poi prese la terza e disse: – Messere, questa vale più che tutto lo 'mperio. –
E strinse il pugno, con le soprascritte pietre. La vertude dell'una il celò, che nol potero vedere; e discese giù per le gràdora, e tornò al suo signore Presto Giovanni, e presentolli le pietre con grande allegrezza
.
Fra il modo distaccato di Federico di vedere gli oggetti, modo che si traduce nella lode del valore spirituale e simbolico delle pietre, e il modo interessato del Prete Gianni, modo che porta all'esaltazione del valore materiale e magico delle stesse pietre..., l'autore del Novellino si pone decisamente dalla parte del primo. Sulla verità fattuale egli affermerà la predominanza della verità verbale, della risposta cioè di Federico nella quale si incastona la parola "misura". Alla magia degli oggetti il nuovo libro di novelle sostituirà la magia delle parole.
M. Picone,
La cornice del
Novellino, p. 233
Dalla parte di Federico
NB il personaggio focalizzato è il Presto Giovanni
Perché non vengono rappresentate le reazioni di Federico?
Novellino, 100
COME LO 'MPERADORE FEDERIGO ANDÒ ALLA MONTAGNA DEL VEGLIO.
Lo 'mperadore Federigo andò una volta, infino alla montagna del Veglio e fulli fatto grande onore. Il Veglio, per mostrarli come era temuto, guardò in alto e vide in su la torre due assassini. Presesi la gran barba: quelli se ne git-taro in terra e moriro incontanente. Lo 'mperadore medesimo volle provare la moglie, però che li era detto ch'uno suo barone giaceva con lei. Levossi una notte, ed andò a lei, nella camera. E quella disse: – Voi ci foste pur ora, un'altra volta!
esempio di fedeltà
esempio di infedeltà
Su Novellino, 2

Attenzione:
nella novella non c'è un confronto tra Oriente e Occidente, ma
la rappresentazione di un confronto
in cui il punto di vista è quello del personaggio d'Oriente. E' lo sguardo straniero del Presto Giovanni su Federico che mette in luce le differenze tra Occidente e Oriente,
così come le vede il narratore (e probabilmente anche l'autore) della novella
. Il narratore:
- riconosce la ricchezza dell'Oriente
- contrappone alla quantità delle ricchezze e alla fisicità del possesso la bella risposta, la misura, il significato spirituale e simbolico delle cose (l'imperatore sa che le pietre sono preziose, infatti non le mostra subito al lapidaro, ma solo quando lui chiede se l'imperatore avesse pietre più preziose)
Assassini:
dal plur. Assassini (adattam. dell’arabo Ḥashīshiyya, prob. nella forma non documentata Ḥashīshiyyīn, propr. «uomini dediti al ḥashīsh»), denominazione occidentale degli appartenenti alla setta musulmana ismaelita, noti per la loro ferocia, con cui vennero a contatto i crociati in Siria nei sec. 12° e 13°
Veglio (Vecchio) della Montagna:
Capo della setta ismaelita degli Assassini, di cui parla, tra gli altri, anche Marco Polo. Alcune fonti storiche riferiscono delle relazioni di Federico II con gli Ismaeliti.
Dalla parte del Presto Giovanni
Questa novella forse non casualmente situata ad apertura della raccolta, mi pare che voglia dare una più generale indicazione sul valore del "bel parlare" e sulla necessaria integrazione con la prassi. L'amore raffinato ed estetizzante di Federico per il "molto dilicato parlare" non è precisamente ciò che il narratore intende proporre al lettore; egli intende piuttosto affermare il valore operativo della parola, il suo carattere strumentale, talvolta anche di strumento conoscitivo, ma mai immemore delle sue relazioni con l'attività pratica. (Luisa Mulas, Lettura del Novellino, Bulzoni 1984, p. 76)
Nelle parti di Grecia ebbe un signore, che portava corona di re: ed avea grande reame, ed avea nome Filippo e, per alcuno misfatto, tenea un savio greco in pregione. Il quale era di tanta sapienzia, che, nello 'ntelletto suo, passava oltr’alle stelle. Avvenne un giorno, che a questo signore fu rappresentato, delle parti di Spagna, un nobile destriere di gran podere e di bella guisa. Addomandò lo signore mariscalchi, per sapere la bontà del destriere. Fulli detto che, in sua pregione, avea lo sovrano maestro, intendente di tutte le cose. Fece menare il destriere al campo, e fece trarre il greco di pregione, e disseli: –
Maestro, avvisa questo destriere, ché mi è fatto conto che tu se' molto saputo.
– Il greco avvisò il cavallo e disse: – Messere, lo cavallo è di bella guisa, ma cotanto vi dico, che il cavallo è notricato a latte d'asina. – Lo re mandò in Ispana, ad invenire come fu nodrito, e invennero che la destriera era morta ed il puledro fu notricato a latte d'asina. Ciò tenne il re a grande maraviglia, ed ordinò che li fosse dato un mezzo pane il dì, alle spese della corte. Un giorno avvenne, che lo re adunòe sue pietre preziose, e rimandòe per questo prigione greco, e disse: –
Maestro, tu se' di grande savere, e credo che di tutte le cose t'intendi. Dimmi, se ti intendi delle virtù delle pietre, qual ti sembra di più ricca valuta?
– Il greco avvisò e disse: – Messere, voi quale avete più cara? – Lo Re prese una pietra, intra l'altre molto bella, e disse: – Maestro, questa mi sembra più bella e di maggior valuta. – Il greco la prese e mìselasi in pugno, e strinse, e puòselasi all'orecchie, e poi disse: – Messere, qui ha un vermine. – Lo re mandò per maestri, e fecela spezzare: e trovaro, nella detta pietra, un vermine. Allora lodò il greco d'oltre mirabile senno, e istabilìo che uno pane intero li fosse dato, per giorno, alle spese di sua corte.
Novellino, 3
D'UN SAVIO GRECO, CH'UNO RE TENEVA IN PREGIONE, COME GIUDICÒ D'UNO DESTRIERE
Novellino, 25
COME IL SOLDANO DONÒ A UNO DUGENTO MARCHI, E COME IL TESORIERE LI SCRISSE, VEGGENTE LUI, AD USCITA.
Saladino fu soldano nobilissimo, signore prode e largo. Un giorno donava a uno CC marchi, che l'avea presentato uno paniere di rose di verno ad una stufa. Il tesoriere suo, dinanzi da lui, li scrivea ad uscita: scòrseli la penna e scrisse CCC. Disse il Saladino: – Che fai? – Disse il tesoriere: – Mes-sere, errava; – e volle dannare il sopra più. Allora il Saladino parlò: – Non dannare; scrivi quattrocento. Per mala ventura, se una tua penna sarà più larga di me!
Poi, dopo molti giorni, lo Re si pensò di non essere legittimo. [Lo] Re mandò per questo greco, ed èbbelo in luogo sacreto, e cominciò a parlare e disse: –
Maestro, di grande scienzia ti credo, e manifestamente l'hoe veduto, nelle cose in ch'io t'ho domandato. Io voglio che tu mi dichi, cui figliuolo io fui
. – Il greco rispose: – Messere, che domanda mi fate voi? Voi sapete bene, che foste figliuolo del cotale padre. – E lo Re rispose: – Non mi rispondere a grado. Dimmi sicuramente il vero: e se nol mi dirai, io ti farò di mala morte morire. – Allora il greco rispose: – Messere, io vi dico che voi foste figliuolo d'uno pistore. – E lo Re disse: – Vògliolo sapere da mia madre. – E mandò per la madre, e costrinsela con minacce feroci. La madre confessò la veritade.
Allora il Re si chiuse in una camera con questo greco, e disse: –
Maestro mio, grande prova ho veduto della tua sapienza
: priègoti che mi dichi, come queste cose tu le sai. – Allora il greco rispose: – Messere, io lo vi dirò.
Il cavallo conobbi
a latte d'asina essere nodrito, per propio senno
naturale
,
acciò ch'
io vidi ch' avea li orecchi chinati,
e ciò
non è propia
natura
di cavallo.
Il verme nella pietra conobbi
,
però che
le pietre
naturalmente
sono fredde,
e io
la trovai calda. Calda non puote essere
naturalmente
, se non per animale, lo quale abbia vita. – E me, come conoscesti essere figliuolo di pistore? – Il greco rispose: – Messere, quando io vi dissi del cavallo cosa così maravigliosa, voi mi stabiliste dono d'un mezzo pane per dì; e poi, quando della pietra vi dissi, voi mi stabiliste uno pane intero.
Pensate
ch’allora m'avvidi, cui figliuolo voi foste. Ché, se voi foste suto figliuolo di re, vi sarebbe paruto poco di donarmi una nobile città; onde a vostra
natura
parve assai di meritarmi di pane, sì come vostro padre facea. – Allora il Re
riconobbe la viltà sua
, e tràsselo di pregione e donolli molto
nobilemente
.
Rappresentare l'Altro. Le funzioni dell'Altro. Lo sguardo straniato
lettura di Novellino 2, 3, 9, 25, 29, 38,100
In Alessandria, la qual è nelle parti di Romania (acciò che sono dodici Alessandrie, le quali Alessandro fece il marzo, dinanzi ch'elli morisse), in quella Alessandria sono le rughe,
ove stanno i saracini
, li quali fanno i mangiari a vendere. E cerca l'uomo la ruga, per li piùe netti mangiari e più dilicati, sì come l'uomo,
fra noi
, cerca de' drappi. Un giorno di lunedì,
un cuoco saracino
, lo quale avea nome
Fabrac
, stando alla cucina sua,
un povero saracino
venne alla cucina, con uno pane in mano. Danaio non avea, da comperare da costui. Tenne il pane sopra il vasello, e ricevea il fumo, che n'uscia. E inebriato il pane del fumo, che n'uscia del mangiare, e quelli lo mordea, e così il consumò di mangiare. Questo Fabrac non vendèo bene, questa mattina. Recolsi a ingiuria ed a noia, e prese
questo povero saracino
e disseli: – Pagami di ciò, che tu hai preso del mio! – Il povero rispose: – Io non ho preso della tua cucina, altro che fumo. – Di ciò c'hai preso del mio, mi paga, –dicea Fabrac. Tanto fu la contesa che, per la
nova quistione e rozza
e non mai più avvenuta, n'andaro le novelle al
Soldano. Il Soldano
, per molta
novissima cosa
, raunò savi e mandò per costoro. Formò la quistione. I
savi saracini
cominciaro a sottigliare. E chi riputava il fumo non del cuoco, dicendo molte ragioni: – Il fumo non si può ricevere, e torna ad alimento, e non ha sostanzia, né proprietade che sia utile: non dee pagare. – Altri dicevano: Lo fumo era ancora congiunto col mangiare; era in costui signoria e generavasi della sua propietade. E l'uomo sta per vendere di suo mestiero, e chi ne prende, è usanza che paghi. – Molte sentenzie v'ebbe. Finalmente fu il consiglio: – Poi ch'elli sta per vendere le sue derrate, tu ed altri per comperare, – dissero, – tu, giusto signore, fa’ che 'l facci giustamente pagare la sua derrata, secondo la sua valuta. Se la sua cucina che vende, dando l'utile propietà, di quella suole prendere utile moneta; ed ora c'ha venduto fumo, che è la parte sottile della cucina, fae, signore, sonare una moneta, e giudica che 'l pagamento s'intenda fatto del suono, ch'esce di quella. – E così giudicò
il Soldano
che fosse osservato.
Novellino, 9
Novellino, 29
Grandissimi savi
stavano in una scuola, a Parigi, e disputavano del Cielo impireo, e molto ne parlavano disiderosamente, e come stava di sopra li altri cieli. Contavano il cielo, dov'è Giupiter, Saturno e Mars, e quel del sole e di Mercurio e della luna, e come, sopra tutti, stava lo 'mpireo Cielo e, sopra quello, sta Dio Padre, in maestade sua. Così parlando, venne
un matto
e disse loro: –
Signori, e sopra il capo di quel Signore, che ha?
– L'uno
rispose a gabbo
: – Avvi un cappello. – El
matto

se n'andò
e'
savi
rimasero. Disse l'uno: – Tu credi al
matto
un cappello aver dato,
ma elli è rimaso
a noi. Or diciamo:
Sopra capo che ha?
– Assai cercaro loro scienzie; non trovaro neente. Allora dissero: –
Matto
è colui che è sì ardito, che la mente mette di fuor del tondo; e vie più
matto e forsennato
è colui, che pena e pensa di sapere il suo Principio: e
sanza veruno senno
, chi vuole sapere li Suoi profondissimi pensieri.

QUI CONTA, COME I SAVI ASTROLOGI DISPUTAVANO DEL CIELO IMPIREO
QUI SI DITERMINA UNA QUESTIONE E SENTENZIA, CHE FU DATA
IN ALESSANDRIA
.
Uno, lo quale ebbe nome Melisus, grandissimo
savio
in molte scienzie e spezialmente in istrologia, secondo che si legge in libro sesto De Civitate Dei. E conta che
questo savio
albergò una notte, in una casetta di una
feminella
. Quando andò la sera a letto, disse a quella
feminella
: – Vedi,
donna
, l'uscio mi lascerai aperto stanotte, perch'io sono costumato di levare, a proveder le stelle. –
La femina
lasciò l'uscio aperto. La notte piovve, e dinanzi avea una fossa ed empiessi d'acqua. Quando elli si levò, sì vi cadde dentro. Quelli cominciò a gridare aiutorio.
La femina
domandò: – Che hai? – Que' rispose: – Io sono caduto in una fossa. – Ohi, cattivo! – disse
la femina
. – Or tu badi nel cielo, e non ti sai tenere mente a' piedi? – Levossi
questa femina
ed aiutollo, ché periva in una fossatella d'acqua,
per poca e per cattiva provedenza.

D'UNO STROLOGO CH'EBBE NOME MELISUS, CHE FU RIPRESO DA UNA DONNA
Novellino, 38
1. esempio di "larghezza"
Questo Saladino, al tempo del suo soldanato, ordinò una triegua, tra lui e' Cristiani, e disse di
voler vedere i
nostri
modi
e,
se li piacessero
, diverrebbe cristiano. Fermossi la triegua. Venne il Saladino in persona, a
veder
la costuma de' Cristiani.
Vide
le tavole messe per mangiare, con tovaglie bianchissime;
lodolle
molto. E
vide
l'ordine delle tavole, ove mangiava il Re di Francia, partito dall'altre;
lodollo
assai.
Vide
le tavole, ove mangiavano i maggiorenti:
lodolle
assai.
Vide
come li poveri mangiavano in terra, umilmente. Questo
riprese
forte, e
biasimò
molto che li amici di lor Signore mangiavano più vilmente e più basso.
2. il Saladino osserva e giudica i cristiani
3. i Cristiani vedono: ma di chi è il giudizio?
Poi andaro
li Cristiani a veder
la costuma loro.
Videro
che i Saracini mangiavano in terra,
assai laidamente
. Il Soldano fece tender suo padiglione
assai ricco
, là dove mangiavano, e in terra fece coprir di tappeti, i quali erano tutti lavorati a croci spessissime. I Cristiani
stolti
entrarono dentro, andando con li piedi su per quelle croci, sputandovi suso, sì come in terra. Allora parlò il Soldano e
ripreseli
forte: – Voi predicate la Croce, e spregiatela tanto? Così pare che voi amiate vostro Iddio,
in sembianti ed in parole, ma non in opera
. Vostra maniera e vostra guisa
non mi piace
. – Ruppesi la triegua e ricominciossi la guerra.
4. il risvolto politico
Narratore
- riporta fatti e dialoghi
- giudica il Saladino
Narratore
dà la parola al Saladino
Narratore
- racconta fatti
- dà la parola al Saladino
- esprime il punto di vista dei cristiani
- giudica i Cristiani (adottando la prospettiva del Saladino)
*Il sovrano conobbi essere figlio di un pistore acciò ch'io lo vidi donare pane, e ciò non è propria natura di sovrano
Questo avrebbe potuto rispondere il greco
Perché cambia schema?
?
?
COME UN GIULLARE SI COMPIANSE, DINANZI AD ALESSANDRO, D'UN CAVALIERE, AL QUALE ELLI
AVEA DONATO
, PER INTENZIONE CHE 'L CAVALIERE
LI DONEREBBE
CIÒ CHE ALESSANDRO
LI DONASSE
.
Differenze, retorica e ordine sociale
Lettura di Novellino 4, 33, 35, 39, 49
Novellino, 4
Stando Alessandro alla città di Giadre con moltitudine di gente ad assedio, un
nobile
cavaliere era fuggito di pregione. Ed essendo
poveramente ad arnese
, misesi ad andare ad Alessandro, che
donava
larghissimamente, sopra li altri signori.
Andando per lo cammino trovò
uno uomo di corte

nobilemente

ad arnese
. Domandollo dove andava.
Lo cavalier

rispose
: – Vo ad Alessandro, che mi
doni
, acciò ch'io possa tornare in mia contrada onoratamente. – Allora il
giullare

rispose e disse
: – Che vuoli tu
ch'io ti doni
? E
tu mi dona
ciò che Alessandro
ti donerà
. –
Lo cavaliere
rispose: –
Donami
cavallo da cavalcare, e somiere e robe e dispendio convenevole a ritornare in mia terra. –
Il giullare

li le donò
, ed in concordia cavalcaro ad Alessandro; lo quale aspramente avea combattuto la città di Giadre, era partito dalla battaglia e faceasi, sotto un padiglione, disarmare.
Lo cavaliere
e
lo giullare
si trassero avanti.
Lo cavaliere fece la domanda sua ad Alessandro
,
umile e dolcemente
. Alessandro non li fece motto, né li fece rispondere. e misesi per lo cammino, a ritornare in sua terra. Poco dilungato
lo cavaliere
, li nobili cittadini di Giadre recaro le chiavi della città ad Alessandro, con pieno mandato d'ubbidire a lui, sì come a lor signore. Alessandro allora si volse inverso i suoi baroni e disse: – Dov'è chi mi domandava ch'io li
donasse
? – Allora
fu tramesso per lo cavaliere
, ch'addomandava
il dono
.
Lo cavaliere
venne, ed Alessandro parlò e disse: – Prendi, nobile
cavaliere
, le chiavi della nobile città di Giadre, che
la ti dono
volentieri. –
Lo cavaliere
rispuose: – Messere,
non mi donare
cittade; priègoti che
mi doni
oro, o argento, o robe, come sia tuo piacere. – Allora Alessandro sorrise e comandò che li fossero dati duemila marchi d'argento. E questo si scrisse per
lo minore dono
, che Alessandro
donò
mai.
Lo cavaliere
prese i marchi e
donolli

al giullare. Il giullare
fu dinanzi ad Alessandro e, con grande 'stanzia,
addomandava
che li facesse ragione; e fece tanto, che fece restare lo cavaliere. E la domanda sua si era di cotale maniera, dinanzi ad Alessandro: – Messere, io trovai costui in cammino: domanda'lo ove andava, e perché. Dissemi, che ad Alessandro andava, perché
li donasse
. Con lui feci patto.
Dona
'li, ed elli mi promise di
donare
ciò che Alessandro
li donasse
. Onde elli hae rotto il patto, c'ha rifiutato la nobile città di Giadre e preso li marchi. Perch'io, dinanzi alla vostra signoria addomando, che mi facciate
ragione
, e sodisfare quanto vale più la città che i marchi. –
Allora il cavaliere parlò
, e primamente confessò i patti, poi disse: –
Ragionevole
signore, que' che mi domanda è giucolare, e in cuore di giullare non puote discendere signoria di cittade. Il suo pensero fu d'argento e d'oro, e la sua intenzione fu tale; ed io ho pienamente fornita la sua intenzione. Onde la tua signoria proveggia nella mia diliveranza, secondo che piace al tuo savio consiglio. – Alessandro e suoi baroni prosciolsero il cavaliere, e commendâronlo di
grande sapienzia
.
Novellino, 33
Messere Imberal del Balzo, grande castellano di Provenza, vivea molto ad algura, a guisa spagnola. Ed uno filosofo, ch'ebbe nome Pitagora, fu di Spagna e fece una tavola, per istorlomia, nella quale, secondo i dodici segnali, erano molte significazioni d'animali: quando li uccelli s'azzuffano, quando l'uomo trova la donnola nella via, quando lo fuoco sona; e delle ghiandaie e delle gazze e delle cornacchie, e così di molti animali, molte significazioni, secondo la luna. E così messer Imberal, cavalcaldo un giorno con sua compagnia, andavasi prendendo guardia di questi uccelli, perché si temea d'incontrare algure. Trovò una femina in cammino, e domandolla e disse: – Dimmi, donna, se tu hai trovati o veduti, in questa mattina, di questi uccelli, sì come corbi, cornille o gazze. – E la donna rispose: – Segnor, ie vit una cornacchia in uno ceppo di salice. – Or mi di', donna: Verso qual parte teneva volta sua coda? – E la donna rispose: – Segnor, ella l'avea volta verso il cul. – Allora messer Imberal temèo l'algura e disse alla sua compagnia: – Conveng'a Dieu, ie non cavalcherai, ni uoi ni doman, a questa algura! – E molto si contò poi la novella in Provenza, per novissima risposta, ch'avea fatto, sanza pensare, quella femina.
QUI CONTA UNA NOVELLA DI MESSER IMBERAL DEL BALZO
Novellino, 49
QUI CONTA D'UNO MEDICO DI TOLOSA, COME TOLSE PER MOGLIE UNA NEPOTE DELL'ARCIVESCOVO DI TOLOSA.
Uno medico di Tolosa tolse per moglie una gentile donna di Tolosa, nepote dell'arcivescovo. Menolla. In due mesi fece una fanciulla. Il medico non mostrò nullo cruccio; anzi consolava la donna e
mostravale ragioni, secondo Fisica, che ben poteva esser sua di ragione
. E, con quelle parole e con belli sembianti, fece sì che la donna non la puoté traviare. Molto onoròe la donna, nel parto. Dopo il parto, sì le disse: – Madonna, io vi ho onorata, quant'io ho potuto; priègovi, per amore di me, che voi ritorniate omai a casa di vostro padre. E la vostra figliuola io terrò a grande onore. – Tanto andaro le cose innanzi, che l'arcivescovo sentì che 'l medico avea dato commiato alla nepote. Mandò per lui, ed acciò che era grande uomo, parlò sopra lui molto grandi parole, mischiate con superbia e con minacce. E, quando ebbe assai parlato, il medico rispose e disse così: – Messere, io tolsi vostra nepote per moglie, credendomi della mia ricchezza poter fornire e pascere la mia famiglia, e fu mia intenzione d'avere un figliuolo l'anno e non più.
Onde la donna ha cominciato a fare figliuoli, in duo mesi
; per la qual cosa io non sono sì agiato, se 'l fatto dee così andare, che li potessi notricare, e voi non sarebbe onore, che vostro legnaggio andasse a povertade. Perch'io vi cheggio mercede, che voi la diate a uno più ricco uomo, ch'io non sono, sicché a voi non sia disinore.
Novellino, 35
QUI CONTA DEL MAESTRO TADDEO DI BOLOGNA.

Maestro Taddeo, leggendo a' suoi scolari in medicina, trovò che, chi continovo mangiasse nove dì petronciano, diverrebbe matto. E provavalo, secondovla Fisica. Uno suo scolare, udendo quel capitolo, propuosesi di volerlo provare. Prese a mangiare de' petronciani, ed in capo di nove dì, venne dinanzi al maestro e disse: –Maestro, il cotale capitolo che leggeste, non è vero; però ch'io l'hoe provato e non sono matto. – E pur alzossi e mostrolli il culo. – Scrivete – disse il maestro, – che tutto questo è del petronciano, e provato è, e fàcciasene nova chiosa.
Quando il vescovo Aldobrandino vivea, al vescovado suo d'Orbivieto,
stando uno giorno al vescovado a tavola, ov'erano frati minori a mangiare,
ed èravene uno, che mangiava una cipolla molto savorosamente e con fine
appetito. Il vescovo, guardandolo, disse a uno donzello: – Vammi a quello
frate, e dilli che volentieri li accambiarei a stomaco. – Lo donzello andò e
dìsselile. E lo frate rispose: – Va' di' a messere, che ben credo che m'accambierebbe a stomaco, ma non a vescovado.
Novellino, 39
QUI CONTA DEL VESCOVO ALDOBRANDINO, COME FU SCHERNITO DA UNO FRATE.

presentazione del personaggio principale
incontro con il giullare
il patto
La richiesta ad Alessandro
Il dono di Alessandro e la richiesta del cavaliere
il giullare vuole giustizia
ma la questione non ha motivo di sussistere
si tratta di
un vero dono?
Ipotesi Segre-Meneghetti sulle fonti
:
razo
perduta di una tenzone precedente al 1218 in cui Uc de Saint Circ prende in giro Guilhem del Baus, così preso dall'astrologia da aver perduto il senno. E' possibile che la
razo
circolasse indipendente dalla tenzone, come un
nova
. Il testo è stato poi sottoposto ad attualizzazione: al posto di Guilhem del Baus compare infatti suo nipote (figlio della sorella), più noto e potente, Barral del Baus
Ugo (o Uc) de Saint-Circ. - Trovatore provenzale (sec. 13º), nato a Tegra, nel Caorsino. Dapprima giullare, poi trovatore, la sua attività si svolse dal 1210 circa al 1253. Frequentò per oltre un trentennio le corti italiane (1220-53), fu in rapporto con Alberico ed Ezzelino da Romano, e forse con Federico II. Si conoscono di lui quarantaquattro poesie (di cui quindici canzoni, una decina di tenzoni, una ventina tra coblas e sirventesi), interessanti per varietà di temi e di stile. (Voce dell'Enciclopedia Treccani)
Mastro Taddeo di Bologna
Noto medico fiorentino Taddeo Alderotti (1223-1295), ricordato da Dante, di grande reputazione. Professore di Medicina a Bologna dal 1260, fu ippoatista ortodosso e fondatore della disputazione dialettica nella trattazione di argomenti medici. Autore di un trattato con consigli igienici da osservare durante la giornata, dedicato a Corso Donati
Le "ragioni secondo Fisica" sono evidentemente false: perché l'arcivescovo non le confuta?
Novellino, 8
Uno signore
di Grecia
, lo quale possedea grandissimo reame ed avea nome Aulix, avea uno suo giovane figliuolo, al quale
facea nodrire ed
insegnare
le sette arti liberali
, e facèali
insegnare
vita morale, cioè di be' costumi
. Un giorno, tolse questo Re molto oro e diello a questo suo figliuolo, e disse: – Dispendilo, come ti piace. – E comandò a' baroni, che non l'insegnassero spendere; ma solamente avvisassero il suo portamento e 'l modo ch'elli te-nesse. I baroni, seguitando questo giovane, un giorno stavano con lui alle finestre del palagio.
Il giovane stava pensoso
. Vide passare per lo cammino gente assai nobile, secondo l'arnese e secondo le persone. Il cammino correa a piè del palagio: comandò questo giovane, che fossero tutte quelle genti menate dinanzi da lui. Fue ubbidita la sua voluntade, e vennero i viandanti dinanzi da lui. E l'uno, ch'avea lo cuore più ardito e la fronte più allegra, si fece avanti e disse: – Messere, che ne domandi? – Il giovane rispose: – Domàndoti, onde se' e di che condizione. – Ed elli rispose: – Messere, io sono d'Italia, e mercatante. Sono molto ricco, e quella ricchezza ch'io ho, non l'ho di mio patrimonio, ma tutta l'hoe guadagnata di mia sollecitudine. – Il giovane domandò il seguente, il quale era di nobili fazioni e stava con peritosa faccia, e stava più indietro che l'altro. E non così arditamente, quelli disse: – Che mi domandi, messere? – Il giovane rispose: – Domàndoti, donde se' e di che condizione. – Ed elli rispose: –
Io sono di Siria
e
sono re
: ed ho sì saputo fare, che li
sudditi miei
m'hanno cacciato. – Allora il giovane prese tutto l'oro e diello a questo scacciato. Il grido andò per lo palagio. Li baroni e cavalieri ne tennero
grande parlamento
, e tutta
la corte sonava
della dispensagione di questo oro. Al padre
furono raccontate
tutte queste cose, e le domande e le risposte, a motto a motto. Il re incominciò a parlare al figliuolo,
udenti molti baroni
, e disse: – Come dispensasti? Che pensiero ti mosse? Qual ragione ci mostri, che a colui, che per sua bontà avea guadagnato, non desti, ed a colui, ch'avea perduto per sua colpa e follia, tutto desti? –
Il giovane savio rispose
: – Messere,
non donai

a chi
non mi insegnòe
, né
a neuno donai
;
ma ciò ch'io feci,
fu guidardone e non dono
. Il mercatante non
m’insegnò
neente;
non li era neente tenuto
. Ma quelli che era di
mia condizione
,
figliuolo di re
e che
portava corona

di re,
il quale per la sua follia avea sì fatto che
i sudditi suoi
l'aveano cacciato,
m'insegnò tanto
, che
i sudditi miei
non cacceranno me. Onde
picciolo dono
diedi a lui, di così ricco insegnamento. – Udita la sentenzia del giovane, il padre e li suoi baroni il commendaro di
grande sapienzia,
dicendo che
grande speranza
ricevea della sua giovinezza, che, nelli anni compiuti, sia
di grande valore
. Le lettere corsero per li paesi, a signori ed a baroni, e fùronne grandi disputazioni tra li savi.


COME UNO FIGLIUOLO D'UNO RE DONÒ UN RE DI SIRIA SCACCIATO
Vecchi e giovani
Lettura di Novellino 5, 7, 8, 24, 68
Novellino, 5
Uno Re fu, nelle parti di Egitto, lo quale avea uno suo figliuolo primogenito, lo quale dovea portare la corona del reame, dopo lui. Questo suo padre,
dalla fantilitade
, sì cominciò e
fecelo nodrire intra savi uomini di tempo
; sìcché anni avea quindici [e] giammai non avea veduto
niuna fanciullezza
. Un giorno avvenne, che lo padre li commise una risposta ad ambasciadori di Grecia.
Il giovane
, stando sulla ringhiera per rispondere alli ambasciadori, il tempo era turbato, e piovea. Volse gli occhi, per una finestra del palagio, e vide
altri giovani
, che accoglievano l'acqua piovana e facevano pescaie e mulina di paglia.
Il giovane
, vedendo ciò, lasciò stare la ringhiera e gittossi subitamente giù, per le scale del palagio, ed andò alli
altri giovani
, che stavano a ricevere l'acqua piovana, e cominciò a fare le mulina e le bambolitadi. Baroni e cavalieri lo seguirono assai, e rimenàronlo al palagio. Chiusero la finestra, e
'l giovane
diede sufficiente risposta. Dopo il consiglio, si partìo la gente. Lo padre adunò filosofi e maestri di grande scienza: propuose il presente fatto. Alcuno de' savi riputava movimento d'omori, alcuno fievolezza d'animo; chi dicea infermità di celabro, chi dicea una e chi dicea un'altra, secondo le diversità di loro scienzie. Uno filosofo disse: – Ditemi, come
lo giovane
è stato nodrito? – Fulli contato,
come nodrito era stato con savi e con uomini di tempo
,
lungi da ogni fanciullezza
. Allora lo savio rispose: – Non vi maravigliate, se la natura domanda ciò ch'ella ha perduto:
ragionevole cosa è bamboleggiare in giovanezza, ed in vecchiezza pensare
.
COME UNO RE COMMISE UNA RISPOSTA A UN SUO GIOVANE FIGLIUOLO, LA QUALE DOVEA FARE AD AMBASCIADORI DI GRECIA.

Novellino, 68
Aristotile fue grande filosofo. Un giorno venne a lui
un giovane
, con una nuova domanda, dicendo cosìe: – Maestro, io ho veduto cosa, che molto mi dispiace all'animo mio: ch'io vidi
un vecchio
di grandissimo tempo, fare
laide mattezze
. Onde, se
la vecchiezza
n'ha colpa, io m'accordo di voler morire
giovane
, anzi che
invecchiare
e
matteggiare
. Onde, per Dio, metteteci consiglio, se essere può! – Aristotile rispose: – Io non posso consigliare che, invecchiando, la natura non muti in debolezza il buon calore naturale: [se verràe] meno, la virtù ragionevole manca. Ma, per la tua bella provedenza, io t'apprenderò com'io potrò. Farai così:
nella tua giovanezza
, tu userai tutte le belle e piacevoli ed oneste cose, e dal lor contrario ti guarderai, al postutto. E quando
serai vecchio
,
non per natura, né per ragione, viverai con nettezza; ma per la tua bella e piacevole e lunga usanza
, ch'avrai fatta.
D'UNA QUISTIONE, CHE FECE UN GIOVANE AD ARISTOTILE.
sapere del giovane
(nozioni)
atteggiamento del giovane
giudizio del narratore
giudizio di una comunità
Novellino, 24
COME LO 'MPERADORE FEDERIGO FECE UNA QUISTIONE A DUO SAVI, E COME LI GUIDARDONÒ.
Messere lo 'mperadore Federigo sì avea duo grandissimi savi: l'uno avea nome messer Bolgaro e l'altro messer Martino. Stando lo 'mperadore un giorno tra questi savi, l'uno sì era dalla destra parte e l'altro dalla sinistra. E lo 'mperadore fece loro una quistione e disse: – Signori, secondo la vostra legge, poss'io a' sudditi miei, a cui io mi voglio, t
ôrre ad uno e dare ad un altro
, sanza altra cagione, acciò che io sono signore e dice la legge, che ciò che piace al signore, si è legge intra i sudditi suoi? Dite se io lo posso fare, poiché mi piace. – L'uno de' duo savi rispose: – Messere, ciò che ti piace, puoi fare de' sudditi tuoi, sanza colpa. – L'altro rispose e disse: – Messere, a me non pare; però che la legge è giustissima e le sue condizioni si vogliono giustissimamente osservare e seguitare. Quando voi togliete,
si vuole sapere perché ed a cui date.
– Perché l'uno e l'altro savio dicea vero, ad ambidue donòe: all'uno donò cappello scarlatto e palafreno bianco, ed all'altro donò che facesse una legge a suo senno. Di questo fu quistione in tra' savi, a cui avea più riccamente donato. Fue tenuto che a colui, ch'avea detto che poteva dare e tôrre come li piacea, donasse robe e palafreno, come a giullare, perché l'avea lodato; a colui, che seguitava la giustizia, si diede a fare una legge.
Il cronista Ottone Morena attribuisce un aneddoto simile a Federico Barbarossa: Federico chiede a due giuristi se la sua autorità abbia un fondamento giuridico: riceve due risposte contraddittorie e risolve lui stesso la questione. A quello che gli risponde di sì dona il proprio cavallo (mostra così di dargli ragione), con l'altro si rammarica. Il Novellino aggiunge il secondo dono e la disquisizione tra i savi, che ribaltano la situazione rispetto al resoconto di Ottone Morena.
Fonti della novella
Novellino, 7
QUI CONTA, COME L'ANGELO PARLÒ A SALAMONE, E DISSE CHE TORREBBE DOMENEDIO IL REAME AL FIGLIUOLO, PER LI SUOI PECCATI.
Leggesi di Salamone, che fece un altro dispiacere a Dio, onde cadde in sentenzia di perdere lo reame suo. L'angelo li parlò, e disse così: – Salamone, per la tua colpa tu se' degno di perdere lo reame. Ma così ti manda lo Nostro Signore [a dire]: che, per li meriti della bontà di tuo padre, elli nol ti torrà nel tuo tempo; ma, per la colpa tua, lo torrà al figliuolto. – E così dimostra i guidardoni del padre meritati nel figliuolo, e le colpe del padre punite nel figliuolo. Nota che Salamone studiosamente lavorò sotto il sole, con ingegno, di sua grandissima sapienzia. Fece grandissimo e nobile regno. Poi che l'ebbe fatto, providesi; ché non voleva che 'l possedessero aliene rede, cioè strane rede fuori del suo legnaggio. Ed a ciòe tolse molte mogli e molte amiche, per avere assai rede. E Dio provide, Quelli che è sommo dispensatore, sì ch’ei, tra tutte le mogli ed amiche che erano cotante, non ebbe se non un figliuolo. Ed allora Salamone si provide di sottoporre ed ordinare sì lo reame, sotto questo suo figliuolo (lo quale Roboam avea nome), ch'elli regnasse,
dopo lui, certamente. Ché fece, dalla gioventudine infino alla senettute, ordinare la vita al figliuolo, con molti ammaestramenti e con molti nodrimenti.
E più fece, che tesoro li ammassòe grandissimo e miselo in luogo sicuro. E più fece, ché incontanente poi sì brigò, che in concordia fu con tutti li signori, che confinavano con lui, ed in pace ordinò e dispose, sanza contenzione,tutti i suoi baroni. E più fece, ché lo dottrinò del corso delle stelle ed insegnolli avere signoria sopra i domòni. E tutte queste cose fece, perché Roboam regnasse dopo lui. Quando Salamone fue morto, Roboam prese suo consiglio di gente vecchia e savia: propose e domandò consiglio, in che modo potesse riformare lo popolo suo. Li vecchi l'insegnaro: – Ragunerai il populo tuo, e con dolci parole dirai, che tu li ami, sì come te medesimo, e ch'elli sono la corona tua e che, se tuo padre fu loro aspro, che tu sarai loro umile e benigno. E, dove elli li avesse faticati, che tu li sovverrai in grande riposo; e se in fare il tempio furo gravati, tu li agevolerai. – Queste parole l'insegnaro i savi vecchi del regno. Partissi Roboam, e adunò uno consiglio di giovani, e fece loro somigliante proposta. E quelli li addomandaro: – Quelli con cui prima ti consigliasti, come ti consigliaro? – E quelli il raccontò loro, a motto a motto. Allora li giovani dissero: – Elli t'ingannaro, perché i regni non si tengono per parole, ma per prodezza e per franchezza. Onde, se tu dirai loro dolci parole, parrà che tu abbi paura del popolo, onde esso ti soggiogherà e non ti terrà per signore, e non ti ubbidiranno. Ma fae per nostro senno: noi siamo tutti tuoi servi, e 'l signore può fare de' servi quello che li piace. Onde di’ loro con vigore e con ardire, ch'elli sono tutti tuoi servi, e chi non t’ubbidirà, tu lo pulirai, secondo la tua aspra legge. E se Salamone li gravò in fare lo tempio, e tu li graverai [in altro], se ti verrà in piacere. Il popolo non t'avràe per fanciullo; tutti ti temeranno, e così terrai lo reame e la corona. – Lo stoltissimo Roboam si tenne al giovane consiglio: adunò il popolo e disse parole feroci. Il popolo s'adirò; i baroni si turbaro, fecero posture e leghe.Giuraro insieme certi baroni; sicché in trentaquattro dì, dopo la morte di Salamone, perdé, delle dodici parti, le dieci del suo reame, per lo folle consiglio de' giovani.
Ernst Robert Curtius
Letteratura europea e medioevo latino
(1886-1956)
sul topos del giovane e vecchio
1. le civiltà ai loro inizi e nella maturità onorano le vecchiaia e appressano i giovani
2. è proprio di una fase tardiva di una cultura forgiare una figura umana ideale che assommi in sé il buono della vecchiaia e della giovinezza

Cicerone
Ut enim adolescentem, in quo senile aliquid, sic senem, in quo est aliquid adolescentis, probo (Cato maior 11.38)
Virgilio
Ante annos animumque gerens curamque virilem (sul piccolo Iulio, Eneide IX 311)
3. il topos so trova anche invertito: il vecchio come giovinetto (con l'aspetto e il vigore del giovane)
Gregorio Magno
fuit vir vitae venerabilis...ab ipso suae pueritiae tempore cor gerens senile (Vita di S. Benedetto)
puer maturior annis
puer senex
Dio come "vegliardo con barba bianca e volto giovanile"
(Virgilio)
(epoca flavia)
(martiri cristiani; topo sasunto nella'agiografia)
Topos del "puer senex" ARCHETIPO dell'inconscio collettivo non solo occidentale
VERIFICA
Linee guida per l'esame scritto.
Parte prima e seconda
- rispettare il limite di 15 rr
- cercare di scrivere con una grafia leggibile e di dimensione media
- organizzare la risposta prima di cominciare a scrivere.
- la risposta dovrà contenere una collocazione spazio-temporale del fenomeno, dell'opera, del personaggio di cui si parla.
- altri dati sono valutati molto positivamente se finalizzati alla risposta; una risposta fuori tema, anche se ricca di informazioni, verrà comunque penalizzata
- nelle domande più ampie,il riferimento ad autori e testi è valutato molto positivamente (se la risposta si mantiene in tema)
Parte terza
- non c'è limite di spazio (attenzione al tempo)
- il riassunto può essere incorporato all'interno del discorso di analisi e interpretazione o essere tenuto separato
- gli elementi formali non devono essere analizzati tutti in ogni caso, ma solo quando l'analisi è funzionale all'interpretazione del testo. Ogni elemento formale è interessante in quanto concorre alla creazione del senso.
- i testi da sottoporre all'analisi saranno quelli già affrontati a lezione. E' particolarmente apprezzabile anche una interpretazione personale in dialogo con qella/quelle discusse a lezione
La prova durerà 2 ore, dalle 11 alle 13. Si prega pertanto di essere in aula 15 minuti prima delle 11 per le procedure di distribuzione delle tracce. L'esame inizia alle 11 precise. Chi arrivi in ritardo, a distribuzione delle tracce avvenuta, non potrà sostenere l'esame.
Alle ore 13 la prova terminerà per tutti. Si prega di posare la penna e di attendere seduti che la docente passi a ritirare i compiti.
Attenzione
Non sarà probabilmente possibile ricopiare le risposte in bella copia. Organizzare dunque da subito la pagina in modo che sia leggibile
Durante la prova è vietato l'uso di telefoni cellulari e di altro materiale che non siano i fogli protocollo timbrati e il foglio della traccia. Ogni infrazione al divieto comporterà l'annullamento della prova.
Il male da estirpare
Lettura di Novellino 15, 26, 30
Novellino, 26
Uno borghese di Francia avea una sua moglie molto bella. Un giorno era
a una festa, con altre donne della villa, e avèavi una molto bella donna, la quale era molto sguardata dalle genti. E la moglie del borghese diceva infra
sé medesima: – Se io avessi così bella cotta, com'ella, io sarei altressì sguar-
data come ella, perch'io sono altresì bella come sia ella. – Tornò a casa al suo marito, e mostrolli cruccioso sembiante. Il marito la domandava sovente, perché ella stava crucciata. E la donna rispose: – Perch'io non sono vestita sì che io possa dimorare con l'altre donne. Ché, a cotale festa, l'altre donne, che non sono così belle com'io, erano sguardate, e io no, per mia laida cotta. – Allora suo marito le promise, del primo guadagno che prendesse, di farle una bella cotta. Pochi giorni dimorò, che venne a lui un borghese e domandolli dieci marchi in prestanza, ed offèrsegline duo marchi di guadagno, a certo termine. Il marito rispose: – Io non ne farò neente, però che l'anima mia ne sarebbe obbrigata allo 'nferno. – E la moglie rispose: – Ahi, disleale traditore! Tu 'l fai, per non farmi la mia cotta! – Allora il borghese, per la puntura della moglie, prestò l'argento a duo marchi di guidardone, e fece la cotta a sua mogliera. La moglie andò al monistero, con l'altre donne. In quella stagione v'era Merlino; ed uno parlò e disse: – Per san Janni, quella è bellissima dama! – E Merlino, il saggio profeta, parlò e disse: – Veramente è bella, se i nemici di Dio non avessero parte in sua cotta! – E la dama si volse e disse: – Ditemi, come i nemici di Dio hanno parte in mia cotta? – Rispose: – Dama, io lo vi dirò. Mèmbravi, quando voi foste a cotal festa, dove l'altre donne erano sguardate più che voi, per vostra laida cotta? E tornaste [a vostra magione] e mostraste cruccio a vostro marito, ed elli impromise di farvi una cotta, del primo guadagno che prendesse? E, da ivi a pochi giorni, venne un borghese per dieci marchi in presto, a due marchi di guadagno, onde voi v'induceste vostro marito? E di sì malvagio guadagno è vostra cotta! Ditemi, dama, se io fallo di neente. – Certo, sire, no – rispose la dama. – E non piaccia a Dio, nostro Sire, che sì malvagia cotta stea sor me! – E, veggente tutta la gente, la si spogliò e pregò Merlino, che la prendesse a diliverare di sì malvagio periglio.
QUI CONTA D'UNO BORGHESE DI FRANCIA
Novellino, 30
QUI CONTA, COME UNO CAVALIERE DI LOMBARDIA DISPESE IL SUO
Uno cavaliere di Lombardia era molto amico dello 'mperadore Federigo, ed avea nome G. Il quale non avea reda niuna: bene avea gente di suo legnaggio. Puosesi in cuore di volere tutto dispendere alla vita sua, sicché non
rimanesse il suo, dopo lui. Istimò quanto potesse vivere e soprapuosesi bene anni dieci. Ma tanto non si soprapuose che, dispendendo e scialacquando il suo, li anni sopravennero, e soperchiolli tempo. E rimase povero, ché avea tutto dispeso. Puosesi mente, nel povero stato suo, e ricordossi dello 'mperadore Federigo, ché grande amistade avea con lui e, nella sua corte, avea molto dispeso e donato. Propuosesi d'andare a lui, credendo che l'accogliesse a grandissimo onore. Andò allo 'mperadore e fu dinanzi da lui. Domandò chi e' fosse, tutto che bene lo conoscea. Quelli li raccontò suo nome. Domandò di suo stato: contò lo cavaliere, come li era incontrato e come il tempo li era soperchiato. Lo 'mperadore rispose: – Esci di mia corte! e, sotto pena della vita, non venire in mia forza, imperò che tu se' quelli che non volei che, dopo i tuoi anni, niuno avesse bene!
Novellino, 15
COME UNO RETTORE DI TERRA FECE CAVARE UN OCCHIO A
SÉ ED UNO AL FIGLIUOLO, PER OSSERVARE GIUSTIZIA.
Valerio Massimo, nel libro VI. narra che Calogno, essendo rettore d'una terra, ordinò che, chi andasse a moglie altrui, dovesse perdere li occhi. Poco tempo passante, vi cadde uno suo figliuolo. Lo popolo tutto li gridava misericordia; ed elli, pensando che misericordia era così buona ed utile, e pensando che la giustizia non volea perire, e l'amore de' suoi cittadini, che li gridavano mercè, lo stringea, providesi d'osservare l'uno e l'altro, cioè giustizia e misericordia. Giudicò e sentenziò, ch'al figliuolo fosse tratto l'uno
occhio ed a sé medesimo l'altro.
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