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IL MITO DELLA CAVERNA

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em za

on 15 April 2014

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Transcript of IL MITO DELLA CAVERNA

IL MITO DELLA CAVERNA

Il significato
La simbologia filosofica di questo mito è ricchissima. Senza pretendere di esaurirla tutta (del resto la versione razionale completa di ogni mito è un controsenso) cerchiamo di tradurne gli elementi essenziali mediante una catena sintetica di identificazioni possibili:
la caverna oscura = il nostro mondo;
gli schiavi incatenati = gli uomini;
le catene = l'ignoranza e le passioni che ci inchiodano a questa vita;
le ombre delle statuette = l'immagine superficiale delle cose;
le statuette = le cose del mondo sensibile corrispondenti al grado della credenza;
il fuoco = il principio fisico con cui i primi filosofi spiegarono le cose;
la liberazione dello schiavo = l'azione della conoscenza e della filosofia; il mondo fuori della caverna = le idee;
le immagini delle cose riflesse nell'acqua = le idee matematiche che preparano alla filosofia;
il sole = l'idea del Bene che tutto rende possibile e conoscibile; la contemplazione assorta delle cose e del sole = la filosofia ai suoi massimi livelli;
lo schiavo che vorrebbe starsene «sempre là» = la tentazione del filosofo di chiudersi in una torre d'avorio;
lo schiavo che ritorna nella caverna = il dovere del filosofo di far partecipi gli altri delle proprie conoscenze;
l'ex schiavo che non riesce più a vedere le ombre = il filosofo che per essersi troppo concentrato sulle idee si è disabituato alle cose;
lo schiavo deriso = la sorte dell'uomo di pensiero di venir scambiato per pazzo da coloro che sono attaccati ai pregiudizi e ai modi di vita volgari;
i grandi onori attribuiti a coloro che sanno vedere le ombre = il premio offerto dalla società ai falsi sapienti;
l'uccisione del filosofo = la sorte toccata a Socrate.

Finalità politica della filosofia
In questo mito si trova gran parte di Platone e del senso umano e filosofico del platonismo. Soprattutto c'è il concetto della finalità politica della filosofia, ossia l'idea di un'utilizzazione di tutte le conoscenze che il filosofo ha potuto acquistare per la fondazione di una comunità giusta e felice. Secondo Platone, infatti, fa parte dell'educazione del filosofo il ritorno alla caverna, che consiste nella riconsiderazione e nella rivalutazione del mondo umano alla luce di ciò che si è visto al di fuori di questo mondo. Ritornare nella caverna significa, per l'uomo, porre ciò che ha visto a disposizione della comunità, rendersi conto egli stesso di quel mondo, che, per quanto inferiore, è il mondo umano, quindi il suo mondo, e obbedire al vincolo di giustizia che la lega all'umanità nella propria persona e in quella degli altri. Dovrà dunque riabituarsi all'oscurità della caverna; e allora vedrà meglio i compagni che vi sono rimasti e riconoscerà la natura e i caratteri di ciascuna immagine per averne visto il vero esemplare: la bellezza, la giustizia e il bene. Così lo Stato potrà essere costituito e governato da gente sveglia e non già, come accade ora, da gente che sogna, che combatte per delle ombre e si contende il potere come se fosse un gran bene. Soltanto col ritorno nella caverna, soltanto cimentandosi nel mondo umano, l'uomo avrà compiuto la sua educazione e sarà veramente filosofo.
La politica secondo Platone

Per comprendere la politica di Platone, bisogna partire dalla concezione che Platone ha dell’anima e dell’uomo.
Fondamentale è il dualismo anima/corpo. Queste due entità sono nettamente separate e antitetiche.
L’anima è la parte pura dell’uomo, il copro è quella torbida. I mali dell’uomo sono dovuti principalmente al copro e ai suoi desideri irrefrenabili. Il corpo viene visto come prigione dell’anima e, per questo, è ciò che causa i mali della società civile. Dunque prima di tutto un buono Stato è quello che cura l’anima e tiene a bada il corpo e le sue volizioni. Lo Stato deve provvedere al sostentamento dei cittadini, ma evitare gli eccessi. È richiesta moderazione nei piaceri carnali e frugalità nell’alimentazione.
Il governo deve educare i cittadini e se necessario intervenire in modo autoritario, per evitare che i desideri del corpo prendano il sopravvento sull’anima.
Ma la stessa anima,in realtà,non è unita. Essa è divisa in parti molto diverse tra loro: concupiscibile, irascibile e razionale.
L’anima concupiscibile è quell’anima che appetisce alla realizzazione di qualcosa. La sua virtù è la temperanza.
L’anima irascibile desidera combattere. La sua virtù è il coraggio.
L’anima razionale è quella che ama il pensiero. La sua virtù è il sapere.
“Immaginiamo vi siano schiavi incatenati in una caverna sotterranea e costretti a guardare solo davanti a sé. Sul fondo della caverna si riflettono immagini di statuette, che sporgono al di sopra di un muricciolo alle spalle dei prigionieri e raffigurano tutti i generi di cose. Dietro il muro si muovono, senza essere visti, i portatori delle statuette, e più in là brilla un fuoco che rende possibile il proiettarsi delle immagini sul fondo. I prigionieri scambiano quelle ombre per la sola realtà esistente. Ma se uno di essi riuscisse a liberarsi dalle catene, voltandosi si accorgerebbe delle statuette e capirebbe che esse, e non le ombre, sono la realtà. Se egli riuscisse in seguito a risalire all’apertura della caverna scoprirebbe, con ulteriore stupore, che la vera realtà non sono nemmeno le statuette, poiché queste ultime sono a loro volta imitazione di cose reali, nutrite e rese visibili dall’astro solare. Dapprima abbagliato da tanta luce, non riuscirà a distinguere bene gli oggetti e cercherà di guardarli riflessi nelle acque. Solo in un secondo tempo li scruterà direttamente. Ma, ancora incapace di volgere gli occhi verso il sole, guarderà le costellazioni e il firmamento durante la notte. Dopo un po’ sarà finalmente in grado di fissare il sole di giorno e di ammirare lo spettacolo scintillante delle cose reali. Ovviamente lo schiavo vorrebbe rimanersene sempre là, a godere, rapito, di quel mondo di superiore bellezza, tanto che ‘preferirebbe soffrire tutto piuttosto che tornare alla vita precedente’. Ma se egli, per far partecipi i suoi antichi compagni di schiavitù di ciò che ha visto, tornasse nella caverna, i suoi occhi sarebbero offuscati dall’oscurità e non saprebbero più discernere le ombre: perciò sarebbe deriso e spregiato dai compagni che, accusandolo di avere gli occhi ‘guasti’, continuerebbero ad attribuire i massimi onori a coloro che sanno più acutamente vedere le ombre della caverna. E alla fine, infastiditi dal suo tentativo di scioglierli e di portarli fuori della caverna, lo ucciderebbero”(Platone, La Repubblica, libro VII, 514a-517a).
La giustizia
La definizione dello stato parte dall’idea di giustizia. La giustizia non ha senso se riferita al singolo, ma esiste solo in quanto si risolve in rapporti con lo Stato. L’uomo è, per sua natura, in rapporto con gli altri e dunque non c’è uomo senza società e senza stato.Lo stato giusto è quello che rende giusti i cittadini, come singoli, ma facenti parte di un tutto (notiamo ancora una volta il discorso dialettico, unità nella molteplicità e molteplicità nell’unità). La giustizia si attua nello stato, se ognuno fa quello che gli compete. Lo stato esiste solo se i singoli svolgono bene le proprie funzioni. La giustizia è dunque “fare ognuno ciò che gli compete” per il Bene dello stato, in armonia con gli altri componenti della società.Dunque i cittadini devono sottomettersi all’ideale della Giustizia e operare in funzione del bene dello stato svolgendo bene le proprie mansioni.
Lo stato di Platone non è ne Democratico né Oligarchico. La democrazia è troppo dispersa nel conflitto dei “demi” e dei singoli. Con il passare del tempo, si genererebbe una lotta di potere che sfocerebbe in cicli di oligarchie e tirannidi. Anche queste ultime sono forme di governo negative in quanto non c’è conflitto, ma non c’è neanche armonia.
Ci sarà un buon governo solo quando i filosofi diventeranno re o i re diventeranno filosofi.(Platone)
L’uomo buono è quello che riesce a coordinare armonicamente le tre parti dell’anima.
Lo Stato buono è come uno specchio dell’uomo buono. Ognuno deve fare ciò che gli compete, in rapporto armonico con le altre componenti dello stato.
Come immagine del corpo, Platone divide lo Stato in tre classi che egli chiama funzioni, dato che i membri sono distinti solo dai compiti che gli vengono assegnati, ma hanno parità di diritti. Tutte e tre le classi sono indispensabili nello svolgere bene quello che gli compete.
E così l’anima concupiscibile è più adatta al lavoro produttivo. L’anima irascibile è più adatta alla difesa della città. L’anima razionale è quella dei filosofi che devono governare. Perché però proprio i filosofi?
In modo sciocco (ma forse neanche troppo falso), potremmo dire perché Platone è un filosofo. Ed è caduto nello stesso errore che Socrate aveva tanto criticato: pensare che la propria disciplina sia l’unica che possa cogliere la verità, mentre le altre le sono inferiori.
In modo più benevolo potremmo dire che il filosofo, in quanto amante disinteressato del sapere e della ragione, è in grado di determinare la verità ed, in termini platonici, è l’unico che può cogliere l’idea del Bene: il filosofo è l’unico vero politico.

Estratti significativi dalla Repubblica
"la democrazia non era mai stata altro secondo lui che il dominio della massa dei poveri e degli ignoranti."

"l'oligarchia, la dittatura dei ricchi in vista dei propri interessi."

"la democrazia è dunque un governo di incompetenti, di masse intellettualmente minorenni che avrebbero bisogno di una buona guida e non del potere in prima persona."

"L'oligarchia rappresenta il potere dei ricchi e viene esercitato in vista del loro privato interesse, imposto alla comunità con la forza e con l'inganno."

"Un buon governo deve essere quindi esercitato da un piccolo gruppo di veri competenti intellettualmente capaci di universalizzazione, cioè della comprensione del bene comune, e perfettamente disinteressati sul piano privato, quindi moralmente qualificati ad un potere di guida e di servizio e non di oppressione e sfruttamento."
Platone allievo Socratico
Il mito per Platone
Oltre al dialogo, una caratteristica peculiare di Platone nella sua esposizione della dottrina delle idee consiste nella reintroduzione, con la sua opera, del mito, quale forma di conoscenza tradizional-popolare che, cronologicamente, precedeva di molto la nascita della filosofia greca.
Platone ha un atteggiamento diversificato nei confronti del mito, che ritiene vada rivalutato in quanto utile, e anzi necessario, alla comprensione. Il mito va infatti inteso come esposizione di un pensiero ancora nella forma di racconto, quindi non come ragionamento puro e rigoroso. Esso ha una funzione allegorica e didascalica, presenta cioè una serie di concetti attraverso immagini che facilitano il significato di un discorso piuttosto complesso, cercando di renderne comprensibili i problemi, e creando nel lettore una nuova tensione intellettuale, un atteggiamento positivo nei confronti dello sviluppo della riflessione.
Il mito ha così una doppia funzione: da un lato è un semplice espediente didattico-espositivo di cui Platone fa uso per comunicare in maniera più accessibile e intuitiva le sue dottrine. Dall'altro è un mezzo per superare quei limiti oltre i quali l'indagine razionale non può andare, diventando un vero e proprio strumento di verità, una "via alternativa" al solo pensiero filosofico, grazie alla sua capacità di armonizzare unitariamente gli argomenti. Il mito è il momento in cui Platone esprime la bellezza della verità filosofica, in cui questa si manifesta anche con immagini e figure sensibili, e di fronte alla quale i discorsi razionali risultano insufficienti.
I racconti mitici platonici toccano le questioni fondamentali dell'esistenza umana, come la morte, l'immortalità dell'anima, la conoscenza, l'origine del mondo, e le collegano strettamente ai temi e ai discorsi logico-critici, a cui il filosofo affida il compito di produrre una conoscenza e una rappresentazione vere della realtà.
Il mito
LAVORO DI GRUPPO DI:
-Apicella Martina
-Cervigni Italo
-Marcellini Luca
-Niccolini Annachiara
-Vengust Vittorio
-Zandri Elena Maria

Il maestro di Platone, Socrate, rappresentò per lui un esempio di sapienza e di ricerca teorica della verità, un esempio morale e politico di comportamento nella comunità, della polis e del potere. Fin dall’inizio della sua ricerca teorica, Platone si avvicina alla filosofia sul piano puramente teorico del pensiero, del ragionamento, della discussione intorno alla verità delle cose insieme a quello del comportamento morale, del rapporto politico fra il cittadino e la polis, fra l’individuo e la comunità. La ricerca della verità è, per Socrate, consapevolezza di ciò che è bene e di ciò che è male. La vicenda umana e filosofica di Socrate si conclude tragicamente, come si sa, nel 399 a.C. L’esempio socratico costituisce per Platone un punto di partenza per il suo percorso filosofico che si distaccherà, a un certo punto, approdando alla "dottrina delle idee”. Socrate costituisce un fondamentale punto di partenza anche per la riflessione e l’attività politica di Platone, il quale, dopo la morte del maestro, si recherà in Sicilia a Siracusa, presso la corte del tiranno Dionigi il Vecchio, con il fine di realizzare, fuori d’Atene (la città che aveva condannato il più sapiente fra gli uomini), uno stato in cui potere politico e filosofia fossero organicamente uniti. La forte delusione, per altro ripetuta in altri due successivi viaggi, che seguì all’incontro e al tentativo di collaborazione col tiranno, spinse Platone, tornato ad Atene, da una parte a fondare nel 387 a.C. l’Accademia, alla quale si dedicò per circa 20 anni, e dall’altra ad occuparsi in modo prevalentemente teorico dei problemi e delle questioni politiche.
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