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Medea

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Sara P

on 22 January 2013

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Transcript of Medea

Dea e maga La genealogia Perseide Eete Elio Dio del sole Figlia di Oceano e Teti Re della Colchide Teti Idia Oceano Titano Titanessa, figlia di Urano e Gea, moglie e sorella di Oceano Ninfa Circe Calciope Medea Apsirto L'albero genealogico di Medea può essere ricreato basandosi sulla "Teogonia" di Esiodo (risalente al VII secolo a.C.) in cui ai vv. 956-962 e ai vv.992-1002, il poeta narra la sua storia. Diodoro Siculo (vissuto nel I sec a.C.) nella sua "Biblioteca storica" ci fornisce una versione alternativa della genealogia di Medea secondo cui Elio generò Eeta e Perse. Quest'ultimo generò Ecate (potente maga) che lo assassinò per poi congiungersi con lo zio Eeta e dare alla luce Medea, Circe e Egialpo. La storia Il nome Medea deriva dal greco Μήδεια (dal verbo μήδομαι, "medito, penso, escogito", ma anche "mi occupo, mi curo") che sta ad indicare le "astuzie", ma anche le "cure". Dunque già in ambito etimologico è rintracciabile la doppia personalità di Medea: inizialmente sposa amorevole, successivamente spietata infanticida. Pindaro Il poeta tebano Pindaro nelle "Pitiche" (epinici dedicati ad Apollo composti in onore dei vincitori dei giochi panellenici che si svolgevano a Delfi), in particolare nella Pitica IV, dedicata ad Arcesilao IV re di Cirene, narra la storia degli Argonauti.

Il racconto dei passi salienti del mito è reso con mirabile sintesi: il passaggio delle Simplegadi, l'arrivo in Colchide, l'ostilità del re Eeta e, infine, l'amore di Medea, figlia del re per Giasone e gli incantesimi di lei per aiutare l'eroe. "La Sovrana dei dardi acutissimi,
Cipride, dall'Olimpo
aggiogò la torquilla variopinta
ai quattro raggi di una ruota indissolubile
e per la prima volta portò agli uomini
l'uccello del delirio e al saggio figlio d'Esone
insegnò le preghiere d'incantesimo
perché rapisse a Medea il rispetto
pei suoi genitori, e l'amore dell'Ellade
la scuotesse, infiammata nell'animo"

(Pindaro, Pitica IV, trad. Bruno Gentili, Mi., 1957) Pindaro, dunque, ritiene che la causa dell'innamoramento di Medea sia da imputare a Venere. La dea, tramite l'uccello del desiderio d'amore, la torquilla, induce la maga ad amare Giasone, condannandola così a tradire la propria famiglia e fuggire in Grecia. Erodoto Anche lo storico Erodoto cita Medea nelle sue "Storie" (V sec. a.C.). Nel libro I, infatti, egli tratta delle ostilità tra Asia e Grecia, originatesi in epoca antica dal rapimento da parte di entrambe le etnie di alcune donne tra cui Io, Europa, Elena e la stessa Medea. Euripide Il tragediografo Euripide è colui che per primo si sofferma sulla psicologia di Medea. Egli la rappresenta dopo alcuni anni dal trasferimento a Corinto, quando Giasone decide di ripudiarla per sposare Glauce. Di qui, Medea medita il suo terribile piano di vendetta.

La tragedia (rappresentata per la prima volta nel 431 a.C. in occasione delle Grandi Dionisie e classificatasi terza) si può dividere in due parti: - la prima, in cui è presente già un vago desiderio di vendetta - la seconda, in cui il piano viene realizzato con inquietante e lucida consapevolezza E' importante sottolineare il forte travaglio psicologico della protagonista, divisa tra l'amore di madre e l'orgoglio di donna tradita. Medea è abituata a uccidere per ottenere i propri scopi (ha ucciso già il fratello) e il problema affrontato dalla tragedia è fin dove può spingersi un animo umiliato pur di vendicarsi. Medea ci dimostra che la vendetta non ha limite: ella è spinta dal θυμòς (furore) del proprio animo e agisce in modo consapevole e determinato, pronta ad ogni atto, anche il più feroce, pur di non rinunciare alla propria rivincita. La critica al modello di famiglia ad Atene All'interno dell'opera è sotteso il tema polemico contro il modello tradizionale di famiglia dell'Atene del V secolo a.C., la condizione della donna e la discriminazione verso lo straniero.

Quest'ultima è presente, in particolare, all'interno del dialogo tra Medea e Giasone ai vv. 446-626, in cui la donna ricorda all'eroe i giuramenti che aveva pronunciato e che la avevano convinta ad andare con lui e a commettere i più efferati delitti.
Lui, dopo averle reso i suoi meriti, le fa presente anche i vantaggi che lei ha avuto, dopo aver lasciato la Colchide, terra selvaggia, per l'evoluta Grecia.
Proseguendo, Giasone legittima il proprio atto di ripudio descrivendolo come un modo per tutelare i figli e Medea stessa: dal matrimonio con Glauce sarebbero nati altri figli, di stirpe regale, che avrebbero garantito una vita decorosa ai loro fratellastri.
Medea si oppone a questa idea di "famiglia allargata" e rifiuta dignitosamente il denaro offertole dal marito.

Medea è la straniera, l'anticonformista, colei che non si piega alle convenzioni sociali e ai modelli dominanti e per questo destinata all'alienazione, alla solitudine e all'esilio spirituale. Le donne tragiche di Euripide Euripide si concentrò particolarmente sull'universo femminile, rappresentando tramite le protagoniste delle sue tragedie molti dei caratteri dell'animo della donna. Tra queste, due in particolare si possono associare al personaggio di Medea. Medea vs Andromaca Medea vs Ecuba Andromaca, protagonista dell'omonima opera, vedova di Ettore, dopo la caduta di Troia, è divenuta schiava di Neottolemo, re della Tessaglia con il quale ha anche avuto un figlio. Tuttavia, l’uomo ha sposato Ermione, figlia di Menelao, che accusa proprio la schiava della propria infertilità, tanto da progettare l’omicidio suo e del suo bambino. Andromaca è pronta a dare la vita per proteggere suo figlio. Alla fine, giungerà Peleo a salvare entrambi.

L’elemento che accomuna Andromaca con Medea è il fatto di essere barbara: anche lei, lontana dalla patria natia e privata dei propri affetti è costretta ad abitare in una terra straniera e ostile (non per propria scelta, come la donna della Colchide), tuttavia riesce ad adattarsi alla nuova cultura. Andromaca è, infatti, una donna assennata e riesce a convivere addirittura con l’assassino di Astianatte, il figlio avuto con Ettore. Dunque ella non è schiava della passione come Medea, ma un esempio di moralità che si svela nel momento in cui è disposta a consegnarsi ai nemici pur di trarre in salvo suo figlio. Nell’Ecuba, la regina di Troia, ormai decaduta e vedova, assiste impotente al sacrificio della figlia Polissena da parte degli Achei. Successivamente, la donna apprende anche la notizia dell’uccisione del figlio Polidoro per mano di Polimestore, re della Tracia. Con il permesso di Agamennone, Ecuba può attuare la propria vendetta nei confronti del re, accecandolo e uccidendo i suoi figli.

La furia e l’odio nei confronti dello straniero, praticamente assenti nell’Andromaca, sono caratteristiche di questa tragedia e anche il punto di connessione con la Medea. La brama di vendetta, che si consuma tremenda e non risparmia gli innocenti, e la collera avvicinano Ecuba alla maga. Andromaca piange la perdita di Ettore
Jacques Louis David Ecuba acceca Polinestore
Giandomenico Crespi Medea e le altre Donne paragonabili a Medea si possono rintracciare, oltre che nella produzione tragica euripidea, anche in altre opere del mondo classico.

Nell'Agamennone di Eschilo (prima di una trilogia di tragedie intitolata Orestea, rappresentata per la prima volta nel 458 a.C.) la figura che spicca è la moglie dello stesso Agamennone, Clitemnestra. Ella uccide il marito, di ritorno dalla guerra di Troia, con l'aiuto dell'amante Egisto, poiché aveva sacrificato la figlia Ifigenia prima di partire per la guerra. Inoltre la tradisce con la concubina Cassandra. La figura di Clitemnestra, la "bipede leonessa", si può paragonare a quella di Medea per determinazione e passione. Anche lei, vedendosi messa da parte per un'altra donna e, in più, privata della figlia a causa della ragione di stato, attua una spietata vendetta, secondo l'intervento equilibratore di Dike che punisce la ubris di Agamennone.

La figura di Deianira, protagonista delle Trachinie di Sofocle (438-429 a.C.), come i due personaggi precedenti, riprende lo stereotipo della moglie tradita. Infatti, il marito, il valoroso Eracle si innamora della principessa prigioniera Iole. Tuttavia, la sostanziale differenza sta nel fatto che Deianira è una donna fragile, sensibile, incapace di odiare, tanto che il suo non è un omicidio volontario: per riconquistare il marito utilizza un talismano d'amore, il sangue del centauro Nesso, che si rivelerà essere un micidiale veleno. Dunque, se Medea è attiva e consapevole di ciò che compie, Deianira è passiva e mossa semplicemente dal desiderio di riattirare a sé Eracle, tentando addirittura, in extremis, di salvarlo dalla morte.

Infine, un ultimo personaggio accostabile a Medea è Didone, presente nel libro IV dell'Eneide di Virgilio (29-19 a.C.). La regina di Cartagine, innamoratasi perdutamente del troiano Enea, sacrifica tutta se stessa al furor amoroso, ponendo i propri sentimenti al centro della sua esistenza. Proprio per questo, quando verrà abbandonata dall'uomo, destinato ad andare in Italia e fondare Roma, si suiciderà, vittima del suo eccessivo amore. Come Medea, Didone si concede completamente all'amore, dimentica anche dei doveri verso il suo popolo, ma, a differenza della prima, riversa la delusione, il rancore ed il dolore verso se stessa, ponendo fine alla propria vita. Tandem his Aenean compellat vocibus ultro:

´dissimulare etiam sperasti, perfide, tantum

posse nefas tacitusque mea decedere terra?

nec te noster amor nec te data dextera quondam

nec moritura tenet crudeli funere Dido?

quin etiam hiberno moliri sidere classem

et mediis properas Aquilonibus ire per altum,

crudelis? quid, si non arva aliena domosque

ignotas peteres, et Troia antiqua maneret,

Troia per undosum peteretur classibus aequor?

mene fugis? per ego has lacrimas dextramque tuam te

quando aliud mihi iam miserae nihil ipsa reliqui,

per conubia nostra, per inceptos hymenaeos,

si bene quid de te merui, fuit aut tibi quicquam

dulce meum, miserere domus labentis et istam,

oro, si quis adhuc precibus locus, exue mentem.

te propter Libycae gentes Nomadumque tyranni

odere, infensi Tyrii; te propter eundem

exstinctus pudor et, qua sola sidera adibam,

fama prior. cui me moribundam deseris hospes

hoc solum nomen quoniam de coniuge restat?

quid moror? an mea Pygmalion dum moenia frater

destruat aut captam ducat Gaetulus Iarbas?

saltem si qua mihi de te suscepta fuisset

ante fugam suboles, si quis mihi parvulus aula

luderet Aeneas, qui te tamen ore referret,

non equidem omnino capta ac deserta viderer.´ La morte di Didone
Giambattista Tiepolo Apollonio Rodio Nel libro IV, dunque, Medea assume tratti più simili a quelli delineati da Euripide (anche se rimane la donna innamorata di Giasone, non ancora divorata dal rancore e dal peso degli omicidi di Pelia, Creonte e Glauce). La freddezza con cui uccide il fratello per permettere la fuga di Giasone è il primo passo verso la sua svolta psicologica: emblematica è l'immagine di Apsirto morente che cosparge con il suo sangue il peplo della sorella, che da allora diverrà portatrice di morte.

Medea è, così, l'unico personaggio all'interno del poema che attraversa un cammino di crescita personale, cambiando radicalmente il proprio essere in funzione dell'amore, quindi quello che assume maggiore rilevanza, mettendo in ombra perfino il protagonista maschile e condottiero dell'impresa, Giasone, che riuscirà a fare ritorno in Grecia solo grazie all'aiuto della donna. Medea vs Giasone I due personaggi protagonisti delle Argonautiche sono caratterizzati dall'autore in modo diverso.

La donna domina il poema, imponendosi per la sua personalità complessa e poliedrica. Prende, inoltre, parte attiva determinando la riuscita dell'impresa della conquista del Vello, argomento principale dell'opera.
Medea è mossa da un interesse, sopraffatta da Eros, desiderosa di appoggiare l'uomo di cui è innamorata.

Giasone, d'altra parte, appare meno definito e inerte. Come l'uomo che vive durante l'età ellenistica, egli è incerto del futuro e non predestinato (come lo era stato Odisseo), dunque pervaso dal senso di amechanìa, ovvero la mancanza di una vera e propria motivazione che lo spinge ad agire.
Giasone è un eroe "moderno" che ha come armi l'eloquenza e la seduzione, già notati nella precendente Medea di Euripide, estraneo al tormento interiore della controparte femminile. Medea a Roma: Valerio Flacco Su di lei, lacerata fra l’amor verso Giasone e il pudor, incombe una serie di tristi connotazioni che lasciano presagire gli amari sviluppi della vicenda. Non più la grazia sensuale dell’alessandrinismo, ma toni cupi, toccanti, che coinvolgono la sfera umana e quella divina. Non più le dee apolloniane descritte come cicalanti donne di corte, in un Olimpo umanizzato e pettegolo, bensì il disegno perverso di due dee, Venere e Giunone, rispetto al quale è difficile stabilire dove inizi e dove finisca la responsabilità di Medea innamorata.
La Medea di Valerio Flacco resta una fresca fanciulla di un paese remoto, destinata a lasciare il suo mondo e ad abbandonarsi a uno straniero per un gioco malevolo di due divinità che quasi fisicamente, col loro contatto, le infondono una divorante passione.

Anche Pindaro aveva sottolineato l’azione di Afrodite nell’innamoramento di Medea, ma lì il tutto era assorbito nella grande luce del mito, come sempre accade in Pindaro. In Valerio, del mito resta la trama, e resta una ritrosa fanciulla segnato da un oscuro destino. – La Medea di Valerio è figura letteraria, forse come nessun’altra, ma, nello stesso tempo, è figura resa viva da una coerente fantasia poetica, che ha trasfuso in essa la sensibilità tormentata e le perplessità del I secolo dell’età imperiale.(….)

Rispetto ad Apollonio, che è il dato di riferimento, Valerio intensifica l’eros come pathos; rispetto alla Didone del classicismo augusteo di Virgilio, intensifica la registrazione di talora impercettibili moti interiori, di sottili suggestioni.
Ciò che, appunto, colpisce è che Valerio ha saputo scoprire e rivelare sensazioni e suggestioni nuove da un tema letterario, come quello del mito degli Argonauti, ormai stremato, direi quasi sfinito da secoli di imitazioni e variazioni, con uno stile adatto a registrare le più delicate e morbose crisi dell’anima.

Apollonio Rodio aveva privilegiato la dimensione psicologica amorosa, subordinando ad essa la magia; l’aspetto magico, oltre che da Euripide, era stato sottolineato da Ovidio.
Nel costruire la sua Medea, Valerio Flacco tiene conto di entrambi gli aspetti, creando una figura di potente ambiguità: principessa, donna innamorata e maga. Specialmente la donna innamorata è descritta con grande finezza psicologica, che non può non richiamare Apollonio Rodio, il cui modello viene sostanzialmente mantenuto, ma non senza evidenti suggestioni virgiliane. L’idea dell’amore che prevale è infatti quella della follia amorosa del IV libro dell’Eneide, che qui tuttavia prende la forma caratteristica della “cura” , di una estenuante ed ossessiva malattia dell’anima, che brucia e annulla la volontà ed esaurisce le energie psichiche in uno scontro sfibrante contro il “pudor”. C. Salemme (“Medea. Un mito antico in Valerio Flacco, Loffredo, Napoli 1991) Ovidio Publio Ovidio Nasone, vissuto nella Roma dell'età augustea, tra il 43 a.C e il 17 d.C., si soffermò sul personaggio dell'eroina colchidese in ben tre delle sue opere. Le Heroides Le Eroidi (25 a.C.-16 d.C.) compongono una raccolta di 21 elegie, scritte sotto forma di epistole le cui mittenti sono le eroine del mito che scrivono ai loro amanti lamentandosi in modo patetico della loro condizione. Esse sono testimonianza di come Ovidio seppe indagare il sentimento amoroso anche dal punto di vista femminile.
Tra le eroine mitiche, insieme ad Arianna, Didone, Fedra e Penelope, è presente anche Medea, la quale indirizza a Giasone una lettera, che più che a un lamento si avvicina a un discorso di accusa, mettendo il rilievo i torti del marito e i meriti propri. Ma io tempo per te lo avevo, benché regina dei Colchi,
quando chiedevi che la mia arte ti venisse in aiuto
Allora le sorelle che dispensano i fili degli uomini
dovevano svolgere i fusi del mio destino
Allora Medea poteva morire bene;
tutta la vita vissuta da allora non è che castigo. [...]

[...] Ti vedo e sono perduta, bruciando di un fuoco ignoto,
come una fiaccola di pino davanti ai grandi dei.[...]

[...] Io, che adesso per te sono diventata una barbara,
per te sono povera, e adesso ti sembro colpevole,
ho chiuso con un sonno magico gli occhi ardenti
e ti ho dato il vello da portar via tranquillamente.
Ho tradito mio padre, lasciato il regno e la patria,
ho sopportato di essere, in esilio, un qualunque trofeo.
La mia verginità è stata preda di un bandito straniero,
ho lasciato mia sorella e la mia cara mamma.
Ma non ho lasciato senza di me te, fratello, fuggendo. [...]

[...] Hai osato dire – oh, mancano parole al giusto
rancore – dire, “vattene dalla casa di Esone”.
Per tuo ordine me ne sono andata assieme ai due figli
e all’amore per te, che mi segue sempre. [...] Nella XII lettera delle Heroides, il poeta di Sulmona descrive una Medea che oscilla tra la dimensione elegiaca e quella drammatica, tanto che alla fine si toglie i panni della donna innamorata, subordinata all’uomo, per indossare quelli dell’eroina tragica che noi conosciamo attraverso il mito.
Quindi, si allontana dal cliché della donna dei poeti elegiaci capricciosa e ingannatrice, per tornare ad essere, anche se momentaneamente, vittima della passione d’amore. In realtà è solo apparenza, perché la delusione simulata da Medea per il comportamento di Giasone, ingrato nei confronti di tutti i benefici ricevuti da lei, non è che un velo di ipocrisia che le serve per mascherare le sue vere intenzioni omicide.

La Medea delle Eroidi è, dunque, più simile a quella di Euripide, ma presenta anche i tratti della fanciulla sopraffatta dall'amore di Apollonio Rodio. Le Metamorfosi L'interesse di Ovidio per il mito, già evidente nelle Heroides, diventa la materia dominante delle Metamorphoseon libri XV (8 d.C. ca), poema epico incentrato su 250 trasformazioni di esseri umani in altre forme. Anche in quest'opera, oltre all'elemento mitologico, trova spazio la vicenda d'amore.

La storia di Medea è collocata all'interno del libro VII.
Il poeta privilegia un aspetto inedito dell'eroina: la "sapienza". Medea, infatti, è una donna che conosce le arti magiche, non è, quindi, governata dal furor, ma è ricca di raziocinio. Ciò è manifesto nella parte in cui si illude, con una serie di argomentazioni, del fatto che sia giusto amare Giasone e aiutarlo. Concipit interea validos Aeetias ignes
et luctata diu, postquam ratione furorem
vincere non poterat,"frustra,Medea, repugnas:
nescio quis deus obstat,"ait, "irumque, nisi hoc est,
aut aliquid certe simile huic, quod amare vocatur.
Nam cur iussa patris nimium mihi dura videntur?
Sunt quoque dura nimis. Cur quem modo denique vidi,
ne pereat, timeo? Quae tanti causa timoris?
excute virgineo conceptas pectore flammas,
si potes, infelix! Si possem, sanior essem!
sed trahit invitam nova vis, aliudque cupido,
mens aliud suadet: video meliora proboque,
deteriora sequor. Quid in hospite, regia virgo,
ureris et thalamos alieni concipis orbis?
Haec quoque terra potest, quod ames, dare. Vivat an ille
occidat, in dis est. Vivat tamen. Idque precari
vel sine amore licet: quid enim commisit Iason?" Intanto la figlia di Eeta concepisce un folle amore,
e dopo aver a lungo lottato, quando vede che con la ragione
non può vincere la passione,dice: "Invano, Medea, resisti:
un dio si oppone. E' strano, ma se non è lui,
certo è qualcosa di simile a quello che chiamano amore.
Perché gli ordini del padre mi sembrano troppo crudeli?
Ma sono crudeli. Perché ho paura che muoia un uomo
che ho appena visto? Qual è il motivo di tanta paura?
Allontana dal cuore virgineo la fiamma che divampa ,
se puoi, infelice. Ma se potessi, sarei padrona di me stessa.
E invece un potere mai provato trascina con me contro il mio volere, una cosa
mi impone il desiderio, un'altra ragione: vedo il bene e lo approvo,
ma seguo il male. Perché tu, vergine di stirpe reale,
ardi per uno straniero e sogni le nozze in un mondo estraneo?
Anche questa tua terra può darti un uomo da amare. Viva egli o perisca,
questo dipende dagli dèi. Però che viva. Questo lo si può augurare
anche senza l'amore: che cosa ha fatto di male Giasone? Metamorfosi, VII 9-25, trad. R. Gazich Tutto il passo è costruito su una serie di domande alle quali Medea risponde o reagisce con una forma correttiva, dando prova del proprio raziocinio. Tuttavia, la donna ha una personalità molteplice: è divisa tra ratio, eros, furor e pietas. Inoltre, nel brano si percepisce la sua capacità di autoanalisi, poiché è presente una sorta di sdoppiamento tra la Medea innamorata e quella ancora lucida e capace di ragionare. Heroides, XII 1-6, 33-34, 105-113, 133-136
trad. G. Paduano Medea, la tragedia L'unica tragedia di Ovidio era basata sul modello di Euripide, quindi Medea compariva come l'eroina del furor, che uccide i figli per vendicarsi del ripudio del marito.
Purtroppo la cothurnata non è pervenuta ai giorni nostri, ma fu tenuta in grande considerazione dai contemporanei. Pseudo - Apollodoro Pausania La versione fornita da Pausania (110-180 d.C. ca), scrittore e geografo autore della Periegesi della Grecia (o Guida della Grecia), trattato storiografico diviso in 10 libri, riguardo l'omicidio dei figli di Medea, è particolarmente interessante. Per l'autore greco, infatti, i bambini vennero uccisi non dalla donna ma dagli abitanti di Corinto, che li lapidarono a causa dei doni che portarono alla principessa Glauce. Parmenisco Parmenisco fu un grammatico dell'età alessandrina (II sec. a.C.), scolaro di Aristarco di Samotracia e scrisse anche di astronomia e di mitologia. In quest'ultimo contesto rivisita anch'egli la storia di Medea, ribaltando la colpa dell'omicidio dei figli: le donne di Corinto, non volendo essere governate da una barbara, decidono di ucciderne i figli, che vengono massacrati presso il tempio in cui si erano rifugiati.
Successivamente, i Corinzi avrebbero corrotto Euripide per diffondere la diversa versione dei fatti. Seneca Lucio Anneo Seneca, filosofo, poeta, drammaturgo scrisse ai tempi degli ultimi tre imperatori della dinastia giulio-claudia (37-68 d.C.) e, in particolare, fu precettore del giovane Nerone. Premesse: il De ira Tra le opere del periodo giovanile dell'autore sono collocati i Dialogorum libri XII, conversazioni di contenuto morale tra vari personaggi. Una di queste è intitolata "De ira" (39-40 d.C. ca) e tratta, in tre libri, il problema dell'ira, considerata da Seneca (convinto seguace della filosofia stoica) una delle peggiori passioni da cui l'uomo può essere affetto, un sentimento smodato ed estremo che non gli permette di vivere secondo ragione e raggiungere la virtù.
All'ira e, in generale a tutte le passioni, viene contrapposta l'apàtheia, la liberazione da ogni sentimento che sconvolga l'animo umano. Seneca descrive le manifestazioni dell'ira e la vede come simile a una belva pronta a "balzare fuori", "sporgersi al di sopra di noi" e assalire se lasciata libera e va, dunque, controllata e relegata affinché non ci trascini. (De ira III 13) Dal punto di vista della tassonomia stoica, ogni passione è moralmente uguale alle altre, tutte sono parimenti distruttive, nessuna può essere considerata meno ignobile. In questo senso è rilevante il declassamento subìto dallo thymos, la collera, rispetto al quadro platonico e aristotelico. L'arcaico impeto valoroso del guerriero omerico aveva mantenuto, in Platone e Aristotele, una dignità superiore rispetto alle bramosie più direttamente legate al corpo, configurandosi come la passione sociale di gloria e onore, potenzialmente alleata con la ragione [...] Ma per gli stoici non c'è spazio per passioni intermedie fra virtù e vizio: lo thymos si abbassa al rango di desiderio vendicativo, e si allinea quindi alle altre forme dell'epithymia, come la bramosia smodata di cibo e sesso.
La metafora leonina [...] diventa ora emblematica della fiera indomabile e pericolosa che può solo venire soppressa se dev'essere difesa l'integrità del soggetto morale. [...]
Centinaia di versi di Omero e di Euripide sono trascritti nei suoi (= di Crisippo) trattati: "ira" è la prima parola dell'Iliade, e con essa della letteratura greca. Medea diviene la figura simbolica del desiderio di vendetta. [...] E il quadro passionale di Crisippo continua a dominare, pressoché inalterato, il pensiero dei moralistigreci di ogni scuola e di ogni tempo: ne restano al centro il collerico desiderio di vendetta, la bramosia dell'eccesso sessuale e alimentare. Perché questo abbia senso, bisogna supporre una straordinaria continuità della psicologia dell'uomo antico nei suoi comportamenti passionali. [...] La prontezza nella vendetta, la capacità di eccesso alimentare e sessuale erano caratteri non solo accettabili ma necessari per la condizione "eroica" in una società di vergogna, senza Stato [...] Questi comportamenti diventano socialmente distruttivi e scandalosi quando compaiono istituzioni statali capaci di avocare a sé il controllo dei rapporti fra cittadini e famiglie. [...]
Le passioni condannate da Crisippo erano destinate a diventare del tutto intollerabili nel contesto della matura società imperiale di Roma. Seneca denucia i disastrosi effetti politici e sociali dello spirito di vendetta proprio dell'ira. M. Vegetti, L'etica degli antichi, Laterza,
Roma-Bari 1989, pp. 232-233 La produzione tragica di Seneca non è alternativa alle altre opere: ricompaiono infatti le tematiche politiche e filosofiche, specialmente la critica alla violenza dei tiranni e lo studio dei vizi e delle passioni, secondo il modello della psicologia stoica, che compare già in opere filosofiche come il De ira.
Situazioni delle tragedie e personaggi protagonisti sembrano spesso rappresentazioni dei princìpi teorici analizzati nel De ira.
La Medea non fa eccezione. Già nel prologo la figura della protagonista è delineata, non molto come una donna tradita, abbandonata dallo sposo, quanto come una maga dal carattere demoniaco, desiderosa di una tremenda vendetta.
Esso si presenta sotto una forma “inquietante”
per il lettore-spettatore. Una delle peculiarità dell’opera è, infatti, il gusto del macabro e dell’orrido (Medea compierà l'infanticidio sulla scena), tuttavia non fine a se stesso ma esteriorizzazione delle forze “demoniche” presenti nel consesso sociale di cui l’uomo fa parte, che esplodono nel momento in cui il furor prevale sulla ratio non tanto nell’intimo dell’individuo, quanto nel tessuto sociale.
Il contesto presupposto dal prologo risente di eventi anteriori alla situazione contingente e diverrà noto solo in un secondo momento: per adesso la scena è occupata soltanto dall’eroina, che denuncia la bruciante umiliazione che sta per subire per colpa dell’ingrato Giasone e della spietata casa regale di Corinto.

Rispetto al precedente euripideo, il prologo senecano riserva a Medea l’assolo d’apertura,
funzionale in questo caso non tanto a presentare l’antefatto, quanto a far intendere in anticipo il susseguirsi dei truci pensieri di Medea e le sue ansie di vendetta.
Euripide aveva lasciato al contrario che fosse la nutrice a riassumere i fatti precedenti e a informare sulla condizione di Medea MEDEA
Di coniugales tuque genialis tori,
Lucina, custos quaeque domituram freta
Tiphyn novam frenare docuisti ratem,
et tu, profundi saeve dominator maris,
clarumque Titan dividens orbi diem, 5

tacitisque praebens conscium sacris iubar
Hecate triformis, quosque iuravit mihi
deos lason, quosque Medeae magis
fas est precari: noctis aeternae Chaos,
aversa superis regna manesque impios 10

dominumque regni tristis et dominam fide
meliore raptam, voce non fausta precor.
Nunc, nunc adeste, sceleris ultrices deae,
crinem solutis squalidae serpentibus,
atram cruentis manibus amplexae facem, 15

adeste, thalamis horridae quondam meis
quales stetistis: coniugi letum novae
letumque socero et regiae stirpi date -
mihi peius aliquid, quod precer sponso malum:
vivat, per urbes erret ignotas egens, 20

exul, pavens, invisus, incerti laris;
iam notus hospes limen alienum expetat,
me coniugem optet quoque non aliud queam
peius precari, liberos similes patri
similesque matri - parta iam, parta ultio est: 25

peperi - querelas verbaque in cassum sero?
non ibo in hostes? manibus excutiam faces2
caeloque lucem - spectat hoc nostri sator
Sol generis, et spectatur, et curru insidens
per solita puri spatia decurrit poli? 30

Non redit in ortus et remetitur diem?
Da, da per auras curribus patriis vehi,
committe habenas, genitor, et flagrantibus
ignifera loris tribue moderari iuga:
gemino Corinthos litori opponens moras 35
cremata flammis maria committat duo . MEDEA
Dèi che sovrintendete al matrimonio;
tu, Lucina, custode del letto coniugale;
tu [Minerva], che insegnasti a Tifi come tenere a freno la nave [degli Argonauti] destinata a domare le onde del mare e di un tipo mai prima visto;
tu, signore crudele del mare profondo [Nettuno]; [5]

tu, Titano, che ripartisci [ai due emisferi della terra] la luce splendente del giorno;
tu, Ecate dai tre aspetti, che offri l'astro tuo [la Luna]
consapevole a quelle sacre cerimonie in cui non bisogna parlare;
voi dèi, in nome dei quali Giasone mi prestò giuramento e che più si addice a Medea
di pregare: oltretomba della notte eterna, [10]

regni che voltate le spalle a quelli del cielo; Mani che non provate misericordia;
tu [Plutone], signore del regno cupo, tu [Proserpina] signora,
che fosti rapita con promesse di fedeltà più vere [di quelle che toccarono a me]: io prego voi con voce
che non presagisce buon augurio.
Ora, ora statemi accanto, dee vendicatrici del delitto [Furie],
spettinate nei apelli costituiti da serpenti in libertà, [15]

sringendo la fiaccola nera con mani bagnate di sangue,
statemi accanto, come un tempo ispide vi ergeste accanto al mio letto nuziale: consegnate alla morte la moglie nuova [Creusa],
alla morte il suocero suo [Creonte] e la loro regale figliolanza -
a me[concedete] un male maggiore da augurare al promesso sposo; [20]

continui a vivere, vada come vagabondo bisognoso per città sconosciute,
esule, impaurito, odioso, senza una casa stabile.
Se ne vada in cerca della soglia di una casa non sua, come ospite ormai famigerato,
e me, lui si auguri di avere come sposa! (null'altro
di peggiore io potrei augurargli!) Abbia figli simili al padre loro [25]

e alla madre loro - già partorita, già partorita è la mia vendetta:
[figli] io [gliene] ho partorito! - Sono [solo] lamentele e parole quelle che io cerco di intrecciare inutilmente?
Non muoverò contro i miei nemici? Io strapperò le fiaccole nuziali dalle loro mani
e al cielo [provocando un'eclisse] la sua luce - ha la forza di guardare queste cose
colui che ha fornito il seme per la nostra stirpe, il Sole, e si lascia a sua volta guardare, saldo sul suo cocchio [30]

se ne scende giù per gli abituali spazi del cielo, che non vengono oscurati da nuvole?
Non se ne torna verso Oriente e non ripercorre all'indietro il suo viaggio attraverso [la luce del] giorno?
Concedimi, concedimi di andare sul cocchio tuo, o mio antenato, attraverso il cielo,
affidami le briglie, genitore , con brucianti colpi di sferza
lascia che guidi io i cavalli tuoi vomitanti fiamme! [35]
Corinto, ostacolo [a che si riuniscano] alla doppia spiaggia del mare, bruciata dalle fiamme unisca i due mari. La “ Medea “ di Seneca presenta importanti novità rispetto a quella di Euripide.

La diversità più marcata è il carattere ethocentrico della tragedia senecana, ovvero la centralità della morale: sia per quanto riguarda il contenuto, sia perché la struttura stessa dell’opera i basa sui valori etici che caratterizzano i personaggi.

Si perde, inoltre, la contestualizzazione dell'opera: non esiste più una dimensione spazio-temporale definita, come in Euripide, il che provoca la scomparsa di molte caratteristiche proprie di Medea come la condizione di barbara, inferiore al greco (e civile) Giasone, sul punto di salire al trono per sposare la figlia del re di Corinto, Creonte (è da notare il cambiamento di nome della futura sposa: in Seneca si chiama Creusa, in Euripide, invece, Glauce).

Nelle due opere il movente psicologico che spinge all'infanticidio è di natura differente: in Seneca è più "diretto" e s'inquadra nel cambiamento di status derivante ai figli dopo il repudium (divorzio unilaterale) del padre. Essi lasciano la madre per andare a vivere insieme al padre e alla matrigna, dunque Medea perde la condizione della maternità (oltre a essere condannata all'esilio).

Per Euripide lo scopo primario dell'opera è la denuncia della condizione di "escluso" nell'Atene del V secolo.
Invece, Seneca vuole mettere principalmente in risalto il conflitto tra ratio e furor e la devastazione dell'animo umano provocata dall'ira.
Medea dunque rappresenta “ l’anti – sapiens “ ; è guidata dal “ furor “, che cancella ogni istinto razionale quale, ad esempio, quello materno. Mediante Medea Seneca giunge a dimostrare il potenziale distruttivo dell’ira, che non può in alcun modo convivere con la “ ratio ”. Seneca vs Euripide I volti di Medea dall'antica Grecia alla Roma imperiale La Medea di Dolce (da distinguere dalla traduzione che lo stesso autore fece della tragedia di Seneca), edita nel 1557, è liberamente ispirata a quella euripidea. Essa, come le altre tragedie tratte da Euripide, può essere considerata una "riscrittura di riscrittura", dal momento che Dolce non conosceva la lingua greca. Le eroine di Seneca Medea vs Fedra Seneca riprende da Euripide anche la tragedia Fedra: la donna è sposa del re Teseo, ma si innamora del figliastro Ippolito, che non ricambia il suo amore. Quindi lei, sdegnata, racconta al marito di essere stata oltraggiata e quest'ultimo scaglia una maledizione sul figlio, che muore in modo atroce. Infine, Fedra, divorata dal senso di colpa, rivela la verità a Teseo, suicidandosi. Punti in comune Per entrambe le eroine senecane la tragedia ha origine dall'amore non corrisposto
Entrambe sono caratterizzate da una "maternità snaturata": Medea uccide i figli, Fedra si innamora del figliastro Differenze Le due donne, pur avendo tratti comuni sono distinte da psicologie e situazioni morali diverse.

Se in Medea, già dalla prima comparsa in scena, il furor ha vinto sulla mens bona, Fedra è dibattuta tra l'amore e l'incesto, la passione e la ragione, la fragilità e la forza d'animo.
La passione che caratterizza Medea è l'ira vendicativa, Fedra è, invece, dominata dalla mania amorosa.
Fedra, rispetto a Medea, è una peccatrice "veniale" (come dichiara lei stessa, "non vuole ciò che vuole"), per questo le sue preghiere vengono accolte dagli dei, a differenza della maga colchica.
Infine, nella tragedia di cui è protagonista, Fedra è l'unico personaggio veramente tragico, contrapposta a Ippolito, personaggio dalla mente lucida, emblema del saggio stoico. Nella Medea, dall'altro canto, il furor dell'eroina si intreccia con quello di altri personaggi : infatti, Giasone (seppure nella tragedia sia razionale) in passato ha peccato di ubris, divenendo causa remota del delitto di Medea, e Creonte viene rappresentato come il tipico tiranno senecano, incapace di temperare il proprio potere per impedire che si trasformi in puro arbitrio ,che con un colpo solo del suo potere dissolve un legame ancorato al fondamento di una prole comune, privando la madre dei propri figli. "Il mio cuore avvampa sino a impazzire. Un rivo di fuoco ribolle in fondo alle viscere e corre nascosto per le vene come l’agile fiamma per le alte travi." (Phaedra, vv. 641-644, trad. A.Traina) "Ma le parole si bloccano sulle mie labbra; una grande forza mi spinge a parlare, una
più grande a tacere. Voi tutti, celesti, siate testimoni che io non voglio ciò che voglio." (Phaedra, vv.601-605, trad. A. Traina) "La colpa è tutta di Creonte, che senza conoscere freni a causa dello scettro regale scioglie i matrimoni e strappa la madre ai figli e rompe la fede nuziale annodata da un così stretto pegno d’amore" (Medea, vv. 143-146, trad. A. Traina) "Ora sono Medea, il mio io è maturato nel male: sono lieta, sì, lieta di avere strappato la testa a mio fratello, lieta di averne segate le membra, lieta di aver spogliato mio padre della sua occulta reliquia, lieta di aver dato alle figlie un’arma contro il vecchio genitore.
Cercati un oggetto, mio odio: qualunque sia il delitto, non sarà
inesperta la mano. Dove dunque, mia collera, ti scagli, che armi punti contro il nemico traditore?" (Medea, vv.910-917, trad. A. Traina) Pierre Corneille La Medea di Pierre Corneille, drammaturgo francese del XVII secolo, risale al 1635.
Tragedia in 5 atti, in versi
Ispirazione: Seneca
Argomento: vicenda di Medea, dall'impresa degli Argonauti all'infanticidio Nella versione di Corneille, Medea è ammaliatrice, abile a gestire chiunque, capace di sottomettere il suo talento di cui lei conosce possibilità e limiti, al gusto del potere. Una Medea privata del suo sentire profondo, svilita nella sua umanità, vittima dei fini che essa stessa si propone. [...]

Corneille, attualizzando il mito, priva la sua Medea di deità e neppure però le regala l' hic et nunc del gesto passionale umano e la qualità conflittuale che le riserva Euripide.
Egli ci mostra una Medea maga, barbara, spietata, arrogante, incapace a qualsiasi sottomissione non perchè aristocratica o regina, ma perchè donna crudele che suscita in Giasone "orrore", e Giasone diviene eroe di tratti umani femminili. [...] "Ti bastano, vendetta, ti bastano due morti?" Dal saggio di Maria Inversi
"Medea. Memorie di sangue. Riscrivere l'archetipo attraverso il mito,", pp. 95-121 Corneille, che con la sua Medea compie una rivisitazione dell’opera del Cordovese, adeguandola ai tempi in cui scrive, sulla base
delle teorie sul teatro classico vigenti al suo tempo, pur dipendendo spesso dal testo senecano, ne modifica lo spirito e le intenzioni dando un’interpretazione
positiva della protagonista, trasformandola da cruenta maenas a patetica eroina. Seneca Corneille Ambientazione: Piazza pubblica

Medea supplica Creonte di posticipare l'espulsione dalla città

Medea uccide i figli sulla scena

Toni tragici e macabri

Personaggio di Creusa inesistente

Medea: cruenta maenas Ambientazione: antro della maga

Creonte concede spontaneamente a Medea il permesso di rimanere in città

L'omicidio dei figli avviene dietro le tende -> bienséances (decenza, regole del buon gusto), ma anche influenza di Euripide

No cori

Tagliate le lunghe tirate di Medea nei dialoghi con Creonte, la Nutrice e Giasone

Introduzione dei personaggi di Egeo e Polluce

Apparizione delle Furie, poco prima dell’uccisione del primo figlio

Medea più nobile e umana, logica dell'infanticidio non ingigantita

Toni smorzati: ironia e cinismo

Creusa, presentata prima di Medea, contratta il prezzo della salvezza dei figli della protagonista in cambio delle vesti (avvelenate)

Medea: donna offesa, consapevole delle proprie azioni, da vittima a carnefice Richard
Glover Composta nel 1763
Tragedia in 5 atti in versi
Ispirata alla Medea di Seneca
Adattata al pubblico inglese del XVIII secolo: figure femminili idealizzate, tormentate ma virtuose NOVITA'
Giasone ucciso dai Corinzi
Infanticidio non intenzionale, ma indotto dalla pazzia
Male in primo piano nell'opera: trionfo finale Franz Grillparzer Grillparzer fu uno scrittore e drammaturgo austriaco, vissuto durante l'età Romantica. Tra le sue opere figura una trilogia di drammi intitolata "Il Vello d'oro" (terminata nel 1821) composta da: "L'ospite", "Gli Argonauti" e "Medea".

Il tema che Grillparzer predilige nel rappresentare la sua Medea è quello dello straniero, dell'incontro tra civiltà lontane e l'incapacità di comprendersi.
Alla fine della tragica vicenda di Medea è l'estraneità a trionfare. Tragedia del debole (travolto dalle proprie fragilità)
Moderno dramma coniugale: famiglia in crisi
Vello d'oro = maledizione per l'amore di Giasone e Medea
Medea conserva l'autenticità dell'antico amore oltraggiato dal marito
Giasone: prototipo della vanità maschile (pavido ed egocentrico) Gotthold Lessing Lessing, filosofo e drammaturgo, fu uno dei maggiori esponenti dell'Illuminismo tedesco. Egli riprese il mito di Medea nella sua opera "Miss Sara Sampson", dramma borghese del 1755.

Più che per l'estrazione sociale dei personaggi, il dramma si caratterizza come innovativo soprattutto per il modo in cui viene sviluppato il tema dell'amore infelice tra i protagonisti, che viene usato per indagare la crisi dei rapporti familiari.Emerge, inoltre, il confronto tra vizio e virtù in ambito privato. La trama Il dramma, ambientato nell'Inghilterra del XVIII secolo, è incentrato sulla fuga di una coppia, formata dalla giovane nobildonna Sara (figlia di Sir William Sampson) e da Mellefont, l'uomo che l'ha sedotta, che viene inseguita dal padre della ragazza e dall'ex amante dell'uomo (Marwood).
Quest'ultima è una Medea moderna, che, infatti, alla fine avvelenerà la giovane Sara, portando Mellefont al suicidio. Fin dalla prima scena del dramma, in cui Sir William Sampson riflette sull’“errore” della propria figlia Sara, fuggita con l'avventuriero Mellefont, i sentimenti familiari, l’affetto paterno e la volontà di perdono hanno il sopravvento su una morale troppo rigida e puramente esteriore. Le lacrime, sintomo della sensibilità morale, sono il tratto che uniscono tutti i personaggi del dramma.
Solamente Marwood, l’ex amante di Mellefont, che da lei ha avuto anche una figlia, usa le lacrime come strumento per riconquistare l’amato. Ella è una donna dai costumi viziosi, ma dal destino parallelo a quello della protagonista: entrambe sono state, infatti, ingannate da Mellefont ed entrambe hanno pagato il prezzo del proprio amore.

Tutti i personaggi, a parte forse la sola Marwood, sono in fondo dei personaggi “delicati”, che nonostante le loro debolezze sentono il richiamo di una moralità più profonda e originaria.
Lo stesso Mellefont è solo un debole, sempre in bilico tra l’egoismo e il richiamo della virtù, che tanto lo affascina in Sara. Sarà proprio la sua eterna indecisione a provocare la tragedia finale.
Se la Marwood sembra rappresentare dunque il solo personaggio negativo del dramma, quest'interpretazione è stata almeno in parte relativizzata dalla critica più recente, la quale ha mostrato come anche questo personaggio non sia in fondo null’altro che il prodotto delle sue esperienze passate.

Lessing, dunque, non mira nel suo dramma a un’opposizione netta tra personaggi buoni e personaggi cattivi, ma cerca piuttosto di creare “personaggi medi”, in cui non esistono né mostri di virtù né tantomeno mostri di cattiveria, interessandosi invece molto di più alla motivazione psicologica di questi caratteri. Questo approfondimento psicologico dei caratteri e dei sentimenti sempre ambivalenti dei personaggi prende in effetti il sopravvento sull’azione stessa. Il vero conflitto non è più esterno, non dipende più dal destino, ma si svolge invece tutto nell’interiorità dei personaggi.
Per questo si è parlato, a ragione, di una “priorità dell’azione interiore su quella esteriore”. Marwood, la Medea borghese Friederich von Klinger Klinger fu uno scrittore e drammaturgo tedesco, vissuto tra la seconda metà del XVI secolo e l'inizio del XVII.
Medea è protagonista di due delle sue opere (i cosiddetti "Medeadramen"): "Medea a Corinto" (1786) e "Medea sul Caucaso" (1790), in cui viene rappresentata violenta e appassionata, tratti esaltati dal movimento preromantico dello Sturm und Drang, di cui l'autore faceva parte. Medea in Korinth Alla corte di Caterina II di Russia, Klinger raggiunge il culmine della sua ascesa sociale e parallelamente inizia una revisione del rapporto tra l’artista e la realtà, tra la natura incontrollata dello Stürmer e l’organizzazione statale rigorosa della quale era entrato a far parte come militare e amministratore.
Nasce così la questione del conflitto tra natura e civiltà, che costituisce il fulcro di questa tragedia in 5 atti. CONFLITTO TRA UMANO E DIVINO

Lo scontro tra magia e ragione, tra regno del divino e regno dell'umano rappresenta uno dei nuclei tematici del dramma.
Medea è un personaggio dalla doppia natura: è figlia della dea Ecate e del re Eeta.
Dunque, la discendenza materna le trasmette sia la conoscenza dei filtri magici sia un potere divino collegato al mondo degli Inferi, alla Terra e alla Luna; d'altro canto la genealogia paterna ne ribadisce l’essenza umana. Klinger insiste sulla doppia natura della protagonista dà luogo ad un’oscillazione costante del personaggio tra la dimensione illimitata di essere divino e quella limitata di essere umano.
Il carattere ibrido della sua natura la sospinge inesorabilmente all’emarginazione sociale e le conferisce il ruolo di estranea, di emarginata, tanto caro alla corrente Romantica. I PERSONAGGI

MEDEA: simbolo di eccesso e smisuratezza, del divino, dell'irrazionale, della reazione delle forze naturali contro ogni principio di dominio (Creonte), dell'impossibilità dello straniero di essere accettato (motivo principale che la condurrà all'uccisione dei figli).

GIASONE: rappresenta l'uomo greco, infedele, è simbolo della "civiltà" intesa in senso negativo (falsità e depravazione, menzogna e inganno sono quanto Medea asserisce di aver appreso dai greci). Giasone, durante l'intero svolgimento della tragedia, è alla disperata ricerca della reintegrazione sociale, dopo il lungo periodo di emarginazione per amore, e lo otterrà solo grazie al matrimonio con la figlia del re.

CREONTE: simbolo del despota illuminato del XVI secolo. Egli, nel tentativo di proteggere la civiltà dal barbaro, ne viola le stesse leggi dell'ospitalità (accusa che gli viene mossa da Medea)

CREUSA: giovane gioiosa e fragile, in contrasto con la femme fatale che è Medea. ELEMENTI INNOVATIVI

Eliminazione del coro
Eliminazione dei personaggi della nutrice, il pedagogo, il messaggero
Introduzione del Destino, della «voce di Ecate» e delle Eumenidi
L’assassinio dei figli ha luogo mentre Medea è scortata fuori da Corinto
I figli assumono una precisa individualità
Martirio di Creusa, Creonte e Giasone da parte delle Eumenidi
La notte ha una connotazione demoniaca
Fuga di Medea sul carro alato verso il Caucaso CONFLITTO TRA NATURA E CIVILTA'

Lo scontro tra natura e civiltà prende spunto dalla filosofia di Rousseau, che vedeva una divaricazione sostanziale tra la società e la natura umana (affermava che l'uomo fosse, in natura, buono e venisse corrotto in seguito dalla società; vedeva questa come un prodotto artificiale nocivo per il benessere degli individui.
Dalla prospettiva della civiltà, il paradigma mitico di Medea barbara si rinnova con la rappresentazione di una donna che deve la sua singolarità al fatto di possedere una natura dis-umana. Il confronto tra natura e civiltà si presenta allora come la lotta tra l’eccezionalità del singolo individuo e l’omologazione della società umana.
Al «greco infedele» Medea contrappone la fedeltà e la lealtà del popolo colchico a cui appartiene, innocente comunità primigenia che vive nello stato di natura. L’infedeltà dei greci è dunque verosimilmente legata allo strappo delle leggi della natura di cui la privazione dei figli subita da Medea diventa il segno emblematico. Dal misconoscimento del diritto naturale materno scaturisce pertanto la vendetta. INFLUENZE

Euripide, Seneca, Apollonio Rodio, Ovidio, Diodoro Siculo

Corneille, Glover, Lessing

Rousseau, Kant Medea auf dem Kaucasus Il conflitto tra natura demoniaca e natura umana fa da filo conduttore tra le due tragedie di Klinger.

In questa seconda opera Medea è pentita dei delitti commessi, per questo si rifugia in un antro tra le montagne del Caucaso.
Il peso tremendo dei propri crimini annichilisce le capacità soprannaturali di Medea, mentre il rimorso le riporta continuamente alla mente tracce di un’esistenza umana felice irrimediabilmente perduta.

Pentimento e nostalgia del contatto umano sopraffanno l’illusorio appagamento tratto dall’autoesaltazione della sua «tremenda grandezza» e alimentano nell’animo di Medea il desiderio di espiazione. La trama Saphar, figlio di un sacerdote, si rivolge a Medea per supplicarla di impedire che druidi sacrifichino Norane, sua promessa sposa.
Sdegnata dall’ipocrisia e dalle credenze superstiziose con cui la casta sacerdotale al potere sottomette il popolo e sacrifica le giovani vergini per placare l’ira di un dio distruttore inesistente, Medea decide di ridiscendere tra gli uomini promettendosi di insegnare loro le vere cause degli eventi naturali (tempeste, alluvioni, etc.) e liberarli in tal modo dal giogo dei falsi sacerdoti.

Prima di abbandonare il rifugio, però, Medea fa un giuramento dinanzi al destino: dovrà realizzare il suo progetto educativo senza ricorrere ad artifici magici, pena la perdita dei suoi poteri e la conseguente trasformazione in creatura terrena.
I propositi di Medea falliscono: i sacerdoti non comprendono le sue parole e riescono a persuadere il popolo della necessità dei riti sacrificali.

La falsità dei druidi desta l’ira di Medea che, incapace di autocontrollo, rompe il giuramento e usa la propria magia. Spogliata dei suoi poteri e divenuta una semplice mortale, Medea non suscita più alcun timore al punto che i druidi si accingono a ucciderla.

Ma Medea, piuttosto che morire per mano dei sacerdoti preferisce il suicidio, atto espiatorio con cui implora il perdono del progenitore Helios. Il nucleo tematico della "Medea sul Caucaso" si orienta ora verso il progetto classicista di educazione dell’umanità.

L’umanità difesa da Medea è quella che si riconosce solidale con il proprio simile, che antepone il bene del prossimo alla felicità individuale e vive in armonia con la natura. Di questa umanità fedele e incorrotta dalla sete di potere, Medea desidera entrare a far parte quale promulgatrice di autentica verità.

La rottura del giuramento accoglie l’ennesimo desiderio di vendetta di Medea contro l’uomo e libera nuovamente l’impulso distruttivo insito nella sua natura divina.

Privata dei suoi poteri, Medea è del tutto incapace di fronteggiare la stoltezza umana. La richiesta di perdono finale, pertanto, giunge più come la conseguenza della fallimentare esperienza educativa di Medea. Medea in Francia Jean Bastier de La Péruse La Péruse fu un poeta e drammaturgo francese, attivo durante il periodo umanista-rinascimentale.
La sua "Médée" fu edita postuma nel 1555 e può essere considerata il capostipite delle diverse riproposizioni in lingua francese (da Corneille a Longepierre a Legouvé).

MODELLI
Seneca -> smembramento di Apsirto e la sua apparizione nel finale come ombra che conduce Medea all'assassinio dei figli
Euripide -> accentua la sfera più cupa e smisurata del personaggio Ernst Legouvé Trecento anni dopo la Médée di La Péruse, Legouvé ripropose il mito dell'eroina colchica in una tragedia in versi in 3 atti.

Anch'egli si ispirò alle precedenti opere del mondo classico di Euripide e Seneca, tuttavia marcò maggiormente il confronto tra le due rivali in amore Medea e Creusa.

L'opera era stata scritta nel 1854 per la celebre attrice teatrale Rachel, che rifiutò il ruolo di protagonista, che nel 1856 venne ricoperto con successo da Adelaide Ristori nella prima rappresentazione, a Parigi. Jean Anouilh Jean Anouilh, drammaturgo, regista teatrale e sceneggiatore francese, è noto, soprattutto, per le sue rappresentazioni in chiave moderna di classici greci.
Ad esempio, Medea, nell'opera omonima di cui è protagonista, vive in una roulotte. Pur ispirandosi ai modelli classici, Anouilh modifica la Medea a modo suo.
Egli sviluppa essentialmente la parte sensuale della donna, usando immagini di senso (come quelle del tatto o dell'olfatto). La sua coscienza manca di organizzazione razionale: è la coscienza di un organismo acutamente sensibile.

Anouilh rappresenta una donna che sa piegarsi al dubbio, alla debolezza, alla tenerezza, così come rende Giasone un uomo improvvisamente stanco degli eccessi della sua giovinezza e del peso di una passione troppo grande. Il sostanziale cambiamento rispetto al mito tradizionale, Anouilh lo apporta modificando il finale: infatti, stavolta è Medea a morire in fiamme, mentre Giasone impedisce che venga soccorsa.

Inoltre, l'autore approfondisce l'indagine sui rapporti uomo-donna. Ludovico Dolce fu uno scrittore e grammatico italiano, vissuto a Venezia tra il 1508 e il 1568.
Egli fu un poligrafo, ma viene ricordato soprattutto per aver tradotto e commentato numerose opere dell'antichità tra cui anche tragedie e commedie. Medea in Italia Francesco Mastriani La "Medea di Portamedina" (composta nel 1862, ma pubblicata postuma nel 1915), opera dello scrittore napoletano di romanzi d'appendice Francesco Mastriani, si ispira a un fatto di cronaca realmente accaduto e reinterpreta in chiave moderna il mito di Euripide.

La protagonista è Coletta Esposito (che raffigura Medea), trovatella costretta a sposare un vecchio usuraio per uscire dall'orfanotrofio, che, tuttavia, è innamorata di Cipriano (Giasone), scritturale dell'istituto, già legato a un'altra donna.
Egli non potrà resistere alla passione tirannica di Coletta, che lo sceglie, lo manipola e finalmente lo possiede in una scena gotica, sulla tomba della madre assassinata. E' il matrimonio di sangue germinato dalla stregoneria popolare, da cui nasce una bambina, Cesarina.

Quando scopre che l’amante sta per sposarsi, a sua insaputa, con Teresina (Creusa), ragazza di buona famiglia, si presenta in chiesa e getta ai piedi degli sposi il corpo esamine della bimba. Coletta verrà poi arrestata e decapitata. Corrado Alvaro Christa Wolf e l'apologia
di Medea Un vero e proprio ribaltamento delle vicende si verifica nel romanzo della scrittrice tedesca Wolf dal titolo "Medea. Voci". Ella riprende la versione pre-euripidea del mito di Medea (come quelle di Parmenisco e Pausania) secondo cui la donna, proveniente da una società di tipo matriarcale, non avrebbe potuto commettere l'infanticidio, del quale si sarebbero macchiati, invece, i Corinzi. Il romanzo è diviso in sei capitoli, in ognuno dei quali un personaggio diverso tramite un monologo in prima persona narra una parte della storia dal proprio punto di vista e la sua personale opinione su Medea.
I personaggi sono:
GIASONE: esordisce parlando di Medea come di colei "che mi sarà fatale", per poi parlare dei suoi malefici raccontando che "divulgò la sua conoscenza delle piante selvatiche e […] costrinse i Corinzi a mangiare carne di cavallo". E solo verso la fine del monologo, per la prima volta subentra un termine che non era stato mai usato prima, Giasone parla di Medea come di una "profuga dipendente da me".
AGAMEDA: allieva di Medea, anche lei della Colchide, ma ormai completamente inserita nella società corinzia e quasi vergognosa di essere appartenuta alla civiltà colca. Agameda prova un profondo odio nei confronti di Medea, che avrà modo di esplicare nel corso dei suoi interventi.Non manca di sfruttare in ogni suo intervento la possibilità di insultare Medea, della quale non riesce a comprendere la sconsideratezza.
ACAMANTE: primo astronomo del re Creonte, è affascinato da Medea e dal suo sapere (è per altro l'unico a Corinto in grado di comprendere veramente la maga e la profondità del suo sapere), ma - depositario di una sua ferrea e lucida 'ragione di stato' - egli ritiene che la presenza di Medea potrebbe essere letale all'ordine politico di Corinto
LEUCO: secondo astronomo e allievo di Acamante
GLAUCE
MEDEA stessa: in un immaginario dialogo con la madre, Medea racconta di aver scoperto nei sotterranei del palazzo del re di Corinto, Creonte, la presenza di ossa infantili, segretamente custodite dalla moglie del re (Merope). La donna rievoca anche l'epoca in cui ha conosciuto Giasone "Cosa vanno dicendo. Che io, Medea, avrei ammazzato i miei figli. Che io, Medea, mi sarei voluta vendicare dell'infedele Giasone. Chi potrebbe mai crederci...?" Medea capro espiatorio
Infaticidio perpetrato dai Corinzi
Absirto ucciso dallo stesso padre
Topos dello straniero
Riflessione sulle forme occidentali del potere: trapasso da una cultura matriarcale a una cultura patriarcale
Segreto della fondazione di Corinto: Medea scopre l'orribile segreto di morte e di violenza su cui è fondata la regalità di Corinto. La luminosa, cristallina razionalità di cui i Greci vanno fieri appartiene a una cultura che si illude di aver superato il caos della materia e della corporeità Fin dall'inizio pensavo che Medea fosse troppo legata alla vita per aver voluto uccidere i propri figli. Non potevo credere che una guaritrice, un'esperta di magia, originata da antichisismi strati del mito, dai tempi in cui i figli erano il bene supremo di una tribù, doveva uccidere i propri figli Christa Wolf, intervista del 1997 Il '900 La Medea di Valerio Flacco è una donna impressionabile, dalla sensibilità esasperata, esperta di incantesimi e, nello stesso tempo, intensamente femminile. Divisa tra la pietas filiale, provata nei confronti del padre, e la sopraffazione dell'eros, che la porta all'inevitabile trasgressione, tra il pudor di vergine e l'amor verso Giasone (in quest'opera non più un anti-eroe, ma un uomo autorevole e valoroso).
Ella ricorda la Didone di Virgilio: entrambe sono completamente logorate dalla passione e incuranti del male che potrebbero provocare alla propria gente. Con il nome Pseudo-Apollodoro si indica l'autore, inizialmente scambiato per Apollodoro di Atene (vissuto nel II secolo a.C.), della Biblioteca, raccolta di leggende greche della tradizione epica e mitologica divisa in tre libri. Essa contiene la storia completa dei miti e la cronologia delle principali dinastie eroiche. 1991 ALFONSO SASTRE: l’autore castigliano rivede il testo,che già aveva scritto e rappresentato nel 1958. Medea diviene allora una donna di colore e Giasone è un alto dirigente europeo, funzionario di una multinazionale, che in Africa ha conosciuto la sua futura moglie. Il dramma diventa una denuncia del razzismo e della xenofobia. Lars von Trier Il regista danese dirige nel 1988, su sceneggiatura di Carl Theodor Dreyer, un film per la tv dal titolo "Medea".
La trama ricalca quella di Euripide, solo che le vicende sono ambientate nello Jutland (Nord Europa) e l'infaticidio avviene per impiccagione. Lo scontro tra l’istinto e il calcolo, tra l’elemento femminile e quello maschile, tra le ragioni dell’amore e quelle del potere, tra il greco e lo straniero, che tanta letteratura secondaria ha cercato di vedere dietro la storia di Medea, lasciano qui il centro della scena al puro senso del tragico. Assoluto e acronico.
Senza più alcun elemento tematico di contorno, tutto si concentra sulla figura nera di una donna sola e determinata ad uccidere.
I primi fotogrammi mostrano Medea distesa sulla sabbia (Terra), l’abito è nero e lungo, il viso pallido, la posizione cadaverica. Gesti lenti e rituali, quelli di una maga quasi strega, segnano tutte le scene del film.
Il senso del male si fa visibile nel vento gelido che tormenta i volti e nel colore virato delle immagini, sgranate, pesanti per gli occhi come la storia deve esserlo per l’anima.
Un film lento e penetrante, che si muove al ritmo oscillante, quasi fermo eppure mai immobile, dell’acqua, leitmotiv visivo di tutta la pellicola. "Médée Miracle" è un film italofrancese del regista italiano Tonino De Bernardi, uscito nelle sale nel 2007. Per lei si apre un destino di solitudine. Ma qui è il miracolo. Questa Medea, non sacrificherà i suoi figli sull’altare della vendetta contro Giasone. Si predispone ad un futuro che sarà frutto, forse positivo, proprio della sua esperienza: una nuova vita improntata alla dedizione verso gli altri in Romania. Medea: psicologia e attualità IL COMPLESSO DI MEDEA

Secondo la Criminologia Clinica e la Psicologia, il "Complesso di Medea" sta a delineare quel quadro sindromico nel quale il genitore di sesso femminile, posto in situazione di stress emotivo e/o conflittuale con il partner, utilizza il proprio figlio per scaricare la sua aggressività e frustrazione, arrivando anche all’azione omicidiaria del piccolo, strumento di potere e di rivalsa sul coniuge .

Jacobs (1988) metaforizza l’uccisione, definendo come “Complesso di Medea” il comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra padre e figli dopo le separazioni conflittuali: così l’uccisione diventa simbolica e ciò che si mira a sopprimere non è più il figlio stesso ma il legame che ha con il padre.

Da un punto di vista psicologico, nel momento dell’uccisione del figlio, la madre raggiunge l’apice del delirio di onnipotenza (tipico delle crisi psicotiche) e si autonomina giudice di vita e di morte.

Il complesso di Medea può risultare caratterizzato anche da:
- bisogno di possesso
- bisogno di sentirsi (ed essere) unici ed esclusivi: molte madri hanno la sensazione di perdere gradualmente una parte di sé, man mano che il figlio cresce
- controllo dell'altro, in particolare sulla persona amata
Per questo motivo può essere messo a confronto con la “Sindrome del molestatore assillante”, detta anche "stalking". Un esempio singolare è quello di Marybeth Tinning la quale uccise i suoi 9 figli uno alla volta facendole passare per morti naturali, nei periodi in cui litigava con il marito (tentò di uccidere anche lui avvelenandolo), tra il '65 e l'82. Le morti furono considerate come conseguenze della SIDS (Sindrome dell’Improvvisa Morte Infantile) o di una malattia genetica, finché i sospetti non ricaddero sulla madre.
Il processo si tenne il 22 giugno 1987. Marybeth fu condannata solo per l'omicidio dell'ultima figlia (quello che fece insosspettire le autorità),colpevole di omicidio di secondo grado, a vent’anni minimo di prigione (fino ad un massimo di ergastolo). Ella dichiarò spesso di sentirsi una madre inadeguata.
Recentemente si è discusso della possibilità di rilascio, tuttavia, si è rilevata una completa mancanza di rimorso e lo scarso ricordo che ha dell’avvenimento che ha portato al suo arresto. CASI PARTICOLARI
Grande studioso del Complesso di Medea è in Italia Nivoli, il quale classifica le possibili motivazioni che portano la madre ad uccidere il proprio figlio.

Madre che impulsivamente maltratta il proprio figlio: il Complesso di Medea è classicamente riportato tra le forme di ipercuria –eccessiva cura genitoriale verso il proprio figlio-, ma è anche una forma di discuria (la madre risponde ai bisogni del figlio non comprendendoli, ma soddisfacendo i propri, è quindi un genitore non responsivo).
Spesso la madre che compie un figlicidio ha problemi familiari economici, conflittuali con il partner, una famiglia di origine che a sua volta l’ha maltrattata, precedenti e/o attuali episodi di tossicodipendenza
Agire omissivo di alcune madri passive e negligenti nel proprio ruolo materno e per lequali il bambino minaccia la propria esistenza.In questi casi il figlio spesso si prende cura di se stesso e si “adultizza” precocemente.
Vendetta della madre nei confronti del partner (Complesso di Medea vero e proprio) per i quali nutre odio, gelosia, invidia e lo riversa sul figlio sia perché lo vede come prodotto del loro amore sia perché figura più facile da sottomettere perché fisicamente meno forte ed indifeso.
Madri che uccidono figli indesiderati: per una gravidanza non voluta o perché associato a ricordi traumatici (esempio frequente è il figlio frutto di una violenza).
Madri che negano psicologicamente la gravidanza.
Madri che ripetono nel loro figlio una violenza subita dalla loro madre.
Madri che uccidono il proprio figlio perché pensano di salvarlo. Viene anche definito “omicidio pietatis causa” o “figlicidio altruistico”.
Madri che uccidono il proprio figlio per non farlo soffrire, ma che in realtà sentono il bambino come un fardello. LA SINDROME DA ALIENAZIONE GENITORIALE
Il ripudio di Giasone nei confronti di Medea può essere considerato come una "separazione conflittuale".
Gardner definisce la PAS (Parental Alienation Syndrome) come un disturbo che insorge normalmente nel contesto delle controversie per la custodia dei figli. In questi casi i bambini vengono strumentalizzati da un genitore (genitore alienatore) per distruggere la figura dell'altro (genitore alienato o bersaglio).

Darnall (1998) propone una tipologia di alienatore ossessivo (alienatore con causa), che tende a percepire se stesso come tradito e ad attribuire all'altro genitore il fallimento del matrimonio, la sua ragione di vita diventa la vendetta per tutti i "torti" subiti, di cui il divorzio rappresenta l'espressione massima.
Tale tipologia è quella che pare rispecchiare meglio l'esempio di Medea, che usa i propri figli come strumento di vendetta contro il marito traditore. Le nuove "Medee" Secondo dati EURISPES del Gennaio 2003, in 226 omicidi commessi nel 2001, il 27% era ad opera dei genitori. La loro età si aggirava tra i 30 ed i 40 anni, mentre la vittime risultavano essere dai 15 anni in giù. Questi dati possono essere spiegati da un punto di vista psicologico con una maggiore propensione ed un effettivo maggior contatto con la madre. Sempre in America, un altro caso eclatante di figlicidio fu quello di Theresa Cross Knorr.
I primi sintomi di squilibrio posso essere ricercati nell'omicidio della madre (creduto una morte accidentale), a causa della gelosia nutrita nei confronti della sorella, che riceveva da lei maggiori attenzioni.
A 16 anni sposò un uomo dal quale ebbe due figli. Poco tempo dopo il matrimonio entrò in crisi e la donna lo uccise (ancora incinta del secondo figlio) ma venne assolta in quanto raccontò che il marito era violento e alcolizzato.
Diede alla luce una figlia, Sheila, nel '64. Nel '66 si risposò con Robert Knorr, dal quale ebbe altri tre figli, e che tentò più volte di uccidere.
Theresa partorì 5 figli (2 maschi e 3 femmine) e sviluppò una forte forma di gelosia nei confronti delle figlie.
Sparò alla primogenita, che sopravvisse curata dalla madre in casa. Tuttavia morì tempo dopo a causa di un'infezione della ferita. La seconda venne costretta a prostituirsi e in seguito rinchiusa in un armadio e morta per disidratazione e fame. La terza figlia riuscì a sopravvivere, scappando di casa.
La Knorr fu arrestata nel '93 e condannata nel '95 per omicidio multiplo e omicidio tramite tortura all'ergastolo.
Potrà essere rilasciata in libertà condizionale nel 2027. Cogne. La mattina del 30 gennaio 2002, Annamaria Franzoni chiama il 118, affermando che suo figlio Samuele vomita sangue. Il bambino ha una profonda ferita sul capo, frutto di un deliberato atto di violenza: l'esame autoptico rivelerà come causa del decesso una serie di colpi sferratigli con un corpo contundente alla testa. L'arma del delitto non verrà mai ritrovata.
La madre viene iscritta nel registro degli indagati, ma si proclamerà sempre innocente.
Nel 2004 Annamaria Franzoni viene condannata in primo grado con rito abbreviato a 30 anni di reclusione.
Nel 2007 la Corte d'Assise d'appello riduce la pena a 16 anni di reclusione.
Nel novembre del 2008 una perizia psichiatrica conferma il rischio di reiterazione del reato, negandole la possibilità di incontrare gli altri due figli fuori dal carcere. Le ultime perizie psichiatriche effettuate attribuiscono alla Franzoni una personalità affetta da "nevrosi isterica", cioè portata alla teatralità e alla simulazione perché incapace di elaborare in modo maturo le problematiche della quotidianità.Pare che, successivamente alla nascita del secondo figlio, Samuele, la donna avesse lamentato stress o comunque difficoltà nel gestire la casa e contemporaneamente occuparsi di due figli piccoli, ma non si è mai accertato se si trattasse di sintomi transitori o di una vera e propria depressione post-partum.La Franzoni continuò a rigettare ogni ipotesi di infermità mentale totale o parziale, incluse le condizioni che sarebbero in grado di spiegare, l'amnesia rispetto all'atto omicida e l'incapacità di riconoscersene responsabile.Nella sentenza d'appello l'imputata venne di fatto ritenuta pienamente sana di mente al momento del delitto. Corrado Alvaro fu uno scrittore e giornalista calabrese del XX secolo. Egli vide con i suoi occhi la vita da regime nel paese di Stalin, ma prima ancora visse la dittatura italiana. Firmatario del manifesto contro Mussolini, non perderà occasione di scrivere contro le dittature.
La Medea alvariana (protagonista della "Lunga notte di Medea", 1949) parla a nome di tutte le vittime dei regimi e della discriminazione in genere, persone indifese che hanno pagato sulla loro pelle gli scotti dei giochi politici e di potere. Medea mi è apparsa un’antenata di tante donne che hanno subito persecuzione razziale e di tante che, respinte dalla loro patria, vagano senza passaporto da nazione a nazione, popolano i campi di concentramento e i campi di profughi. Secondo me ella uccide i figli per non sporli alla tragedia del vagabondaggio, della persecuzione, della fame; estingue il seme d’una maledizione sociale e di razza, li uccide in qualche modo per salvarli in uno slancio di disperato amore materno Corrado Alvaro, dall'articolo "La Pavlova e Medea", «Il Mondo», 11 marzo 1950. CARATTERISTICHE E NOVITA'

- Medea profondamente umana: sono le circostanze a portarla a compiere il male
- Desacralizzazione: Medea non ha più natura divina
- No doppiezza: Medea non è divisa tra furor e ratio
- No dimensione eroica: viene rappresentata la realtà
- Medea sbiadita, passiva
- Medea vittima di xenofobia: definita «straniera», «barbara» e «fattucchiera». E ancora «maga», «vagabonda», «delinquente», «megera», «zingara», «strega», «vipera» VARIAZIONI NELLA TRAMA

Medea acconsente che i figli vivano alla reggia
Medea affida ai figli una veste da donare a Creusa, ma non è avvelenata: è Creonte a spargere questa voce
Creusa muore cadendo dalla torre
Medea uccide i figli per salvarli dai Corinzi inferociti che avrebbero voluto lapidarli
Medea si consegna
Giasone è il personaggio feroce, famelico di gloria e ricchezza: la sua ubris scatena l'ira divina (non gli omicidi di Medea) Il modello ovidiano Da un'attenta analisi ci si può accorgere come la Medea di Alvaro ha vari elementi comuni a quella di Ovidio.

LA LUNGA NOTTE
Un primo elemento di contatto si trova nello stesso titolo dell'opera dello scrittore calabrese: egli lo riprende da un verso contenuto nelle Heroides all'interno della lettera di Medea a Giasone, in cui la donna dice "acta est per lacrimas nox mihi, quanta fuit" (ovvero: "trascorsi la notte, per quanto fu lunga, tra le lacrime", trad. di Emanuela Salvadori).
In Ovidio la "lunga notte" è quella precedente la fuga di Medea dalla Colchide e dai suoi cari, mentre in Alvaro è quella che l'eroina vive quando viene abbandonata da Giasone per Creusa.

CARATTERIZZAZIONE DEL PERSONAGGIO DI MEDEA
Sia Ovidio che Alvaro evidenziano l'aspetto più sensibile di Medea, che non è la spietata maga, ma la donna ferita nell'amore e sofferente. Dunque, entrambi gli autori si dissociano dalla tragedia di Euripide che descriveva Medea come una delle donne incapaci di nobili imprese ma abilissime nell'escogitare le più grandi malvagità. Non danno spazio al progetto di vendetta e all'omicidio.
La sofferenza della donna è evidenziata da entrambi nel dialogo con Giasone in cui lei gli confessa il proprio dolore e gli ricorda tutto ciò che ha fatto per lui.

I GRECI E LA BARBARA
Entrambi gli autori riportano il pensiero che i Greci hanno di Medea.
Ovidio lo fa tramite il personaggio di Ipsipile, moglie greca abbandonata da Giasone per Medea, "autrice" della sesta lettera delle Heroides indirizzata, anche questa, allo stesso Giasone.

CARATTERIZZAZIONE DEL PERSONAGGIO DI GIASONE
Il personaggio di Giasone viene definito in entrambe le opere come "ingannatore": egli è incapace di amare qualsiasi donna, poiché innamorato solo di se stesso. Infatti, la storia si ripete: come egli aveva abbandonato Ipsipile per Medea, successivamente ripudia Medea per Creusa. Ludovico Dolce Medea all'opera Molti artisti hanno dato risalto alla mitica figura di Medea all'interno di opere liriche... Luigi Cherubini Nella sua opera in 3 atti. il compositore fiorentino Luigi Cherubini (vissuto tra il XVIII e il XIX secolo) si ispira alla Medea euripidea. Ella diventa strumento delle forze del male, infatti è la parte demoniaca di lei che prevale rispetto a quella più dolce e tipicamente femminile e materna.
II dramma di Medea è, quindi, quello di un modello di femminilità che ha tradito tragicamente se stesso, assumendo in sé la reattività, la progettualità, le strategie comportamentali del maschile più perverso per poter arrivare all'orgogliosa e drammatica vendetta. L'opera, di impianto neoclassico, non fu particolarmente apprezzata dai contemporanei italiani.
La sua riscoperta in Italia e a livello internazionale si legò, negli anni cinquanta del XX secolo, all'interpretazione di Maria Callas, che è rimasta paradigmatica: la grande intensità drammatica di essa fu tale da spingere successivamente il regista italiano Pier Paolo Pasolini ad affidare al grande soprano il ruolo di attrice protagonista nell'omonimo film del 1969. Georg Benda Benda fu un compositore tedesco del XVIII secolo. La sua Medea (melodramma in un solo atto, composto nel 1775) venne considerata dai contemporanei una rottura nella tradizione musicale del tempo e fu spunto per la successiva opera di Mozart, come egli stesso testimonia nei suoi scritti, e Bach.
Il libretto era stato scritto da Gotter, oppositore dello Sturm und Drang, dunque richiamava temi della cultura classica. Inoltre Benda si ispirò, oltre che alla tragedia di Euripide, anche a quella di Ovidio. L'opera fu rappresentata per la prima volta al Theater am Rannstädter Tora di Lipsia il 1º maggio 1775. La parte della protagonista fu affidata all'attrice Sophie Seyler.
La Medea di Benda riscosse subito grandi consensi, e fu messa in scena in altre città tedesche. Venne tradotta anche in altre lingue, tra cui italiano, danese e ceco. Adriano Guarnieri Adriano Guarnieri è un compositore italiano contemporaneo. Nel 2002 ha realizzato "Medea", un'opera-video (liberamente ispirata alla tragedia di Euripide) per soli, coro, orchestra e live-electronics in tre parti. Ogni parte comprende dieci sequenze musicali.
L'opera è stata rappresentata per la prima volta il 18 ottobre 2002 al Palafenice di Venezia, con il coro e l'orchestra del Teatro La Fenice.
Il mito di Medea è rivissuto con frammenti dal testo di Euripide, propriamente estrapolato nei punti più espressivi e lirici del testo originale.

La particolarità dell'opera di Guarnieri (oltre che nel fondere musica classica e live-electronic) sta nel fatto che Medea non è una: sulla scena se ne alternano ben tre, stando ad indicare la frantumazione dell'io nel mondo di oggi, che ha trovato ampio spazio nella psicanalisi. Sono presenti rimandi alla contemporaneità per temi come la perdita di identità, di terra, patria, sole e senso di sacralità scomparsa.
Dunque Guarnieri parte dal mondo classico per ridare vita alle problematiche della attuale crisi sociologica. Pier Paolo Pasolini Pier Paolo Pasolini fu uno dei più apprezzati artisti italiani del '900. Fu poeta, giornalista, scrittore, sceneggiatore ma anche regista e seppe osservare e raccontare il mutamento della società dal dopoguerra fino alla metà degli anni '70 con occhio critico, accendendo non poche polemiche.

Se, in un primo momento, la sua produzione cinematografica fu caratterizzata dal realismo, fin dalla seconda metà degli anni '60, il cinema di Pasolini subì una progressiva svolta per rifugiarsi nel mito e nella dimensione onirica che caratterizza il secondo ciclo di film, quello comunemente definito «mitico-psicanalitico».
Il ritorno all’antico serve paradossalmente ad instaurare un rapporto diretto con la realtà contemporanea fatta di continue contraddizioni. Ciò porta il poeta regista a realizzare film basati su un’incomunicabilità insanabile, come "Medea", film del 1969 (che fu uno dei primi incentrato sul mito della maga colca).

La Medea di Pasolini valorizza il conflitto di culture, come fa Grillparzer nella sua trilogia o Alvaro nella "Lunga notte di Medea", in cui i personaggi si scontrano per la loro diversità etnica.
La sua critica è rivolta verso gli ideali della civiltà borghese che ha
completamente distrutto la purezza del passato (la società gerarchizzata e dominata dal padre-padrone è subentrata alla società matriarcale in cui
la forza non determina l’organizzazione sociale del gruppo).
È la civiltà greca che viene quindi paragonata da Pasolini all’epoca a lui contemporanea. Il film è tutto giocato su una continua polarità:
dualismo tra cultura primitiva e sacrale/cultura moderna e razionalistica
dualismo psicanalitico fra Es/Ego
dualismo politico fra Terzo Mondo/Occidente ll film, nel complesso, è articolato più sulla poetica del silenzio che della parola. Gli attori sono non professionisti e scelti nei vari luoghi dove il film è stato girato, fanno eccezione Medea, interpretato dal grandissimo soprano Maria Callas, Creonte (Massimo Girotti) e Glauce (Margareth Clementi). Le musiche sostituiscono quello che in origine costituiva il coro. Il film inizia con l’educazione di Giasone, prosegue fino alla spedizione in Colchide, alla conquista del Vello d’oro. Nella terra barbara si svolge intanto un rito cruento di fertilità dove Medea pronuncia solo queste parole: “da’ vita al seme e rinasci con il seme”. Medea poi, senza neppure parlare a Giasone, comprende i suoi desideri e gli consegna il Vello.

Si assiste, in seguito, alla fuga dalla Colchide, all’uccisione di Apsirto, fino alla partenza per mare verso la Grecia. La donna barbara, sotto la pulsione dell’eros, entra da questo momento nel mondo razionale e borghese di Giasone. Il passaggio avviene in modo brusco e non del tutto consapevole, per cui la maga subisce un profondo “disorientamento”, i Greci non la capiscono e la deridono. La donna sembra impazzita, in un mondo a lei estraneo e in cui ella ha perduto i suoi poteri magici.

A Corinto, Medea apprenderà delle nuove nozze di Giasone: a questo punto, ancora sotto l’impulso di un amore, che è principalmente fisico, ella pianificherà la sua vendetta.
Il film presenta la morte di Glauce, caduta dalla torre.
Prima di questo, Creonte scaccia Medea non per timore di vendetta o per odio razzista, ma perché la figlia Glauce si sente in colpa verso di lei (questi sono, in un certo senso, i tipici sentimenti “borghesi”, o “civili”: la figlia con il complesso di colpa, il padre ossessivamente protettivo, fino a commettere una ingiusta crudeltà nei confronti di Medea per salvaguardare la “coscienza” della figlia).
Medea realizzerà allora il suo piano di morte. Ella laverà i corpi dei bambini, li cullerà, poi li ucciderà.

Pasolini fornisce una lettura personale e nuova della tanto discussa uccisione dei figli: Medea non vive il dramma sentimentale euripideo, ma è ancora una volta vittima del “disorientamento culturale”. Ella ha ucciso all’inizio del film in un rito sacrale legittimo, poi ha ucciso per amore di Giasone il proprio fratello e infine uccide i suoi figli, per una perdita totale del senso di ritualità sacrale. Il sacrificio umano perde la sua giustificazione man mano che Medea allenta il contatto con le proprie radici culturali e l’omicidio diventa un gesto abituale, svincolato però dalla sua legittimazione.
Il film si conclude con l’incendio del palazzo di Corinto e con la fuga di Medea sul carro alato del Sole, che pronuncia queste parole: “Niente è più possibile, ormai”. La trama Questa Medea è una donna dell’est Europa, senza legami in Francia. Ha lasciato per amore, nel rancore e odio generale, il suo paese per seguire il suo Giasone con il quale ha dei figli. Vive drammaticamente il suo bisogno di affermazione della sua libertà, fuori dagli schemi e dalle regole della società. Giasone, una volta arrivato in Francia, la tradisce per essere accolto nella nuova comunità, calpestando non solo le sue stesse radici, ma soprattutto il suo amore. Pertanto, separatosi da Irene, sposa una parigina, sancendo così il suo ingresso nella nuova comunità, e reclama per sé i figli. Chiusa nella sua solitudine esistenziale, Irene sarà respinta da una comunità che non ne accetta il suo modo di essere libero, non potrà fare a meno di essere se stessa, come il debole Giasone tradire il suo essere, e finirà per essere reietta. Tuttavia il proposito di uccidere i figli viene realizzato non senza ripensamenti: la donna cambia spesso "faccia", dimostrandosi un personaggio complesso e ricco di sfumature psicologiche. Se dapprima la si considera senza scrupoli, egoista e calcolatrice, successivamente ci si rende conto della sua difficile condizione di barbara in una terra ostile, abbandonata da colui che costituiva la sua famiglia e portata a privarsi della sua stessa progenie, il bene più prezioso che ha, condannandosi a un destino di dolore e rimorso.


Euripide, dunque, riesce nell'arduo compito di suscitare un certo sentimento di pietà verso questo personaggio, la cui vicenda non vuole essere un modello per le altre donne, ma, d'altra parte, vuole anche rimarcare e analizzare lo stato della donna nell'Atene del v secolo, impossibilitata a difendersi in alcun modo contro la prepotenza maschile. Alla figura forte e determinata di Medea è contrapposta quella di Giasone, uomo ambizioso e subdolo. Egli, ingenuamente, la usa come arma per le sue conquiste, per poi vederla ritorcersi contro di lui. E' evidente come l'eroe non conosca affatto la persona che ha sposato, poiché troppo concentrato ad appagare propria sete di potere. Alla fine è proprio lui a fare la figura peggiore. Comprendo il delitto che sto per osare: ma la passione, che è causa delle più grandi sventure per i mortali, è più forte dei miei proponimenti. Medea, vv. 1078-1080, trad. R. Cantarella Infine si rivolge a Enea con queste parole:
“Speravi, o perfido, di poter dissimulare una tale
infamia, e di allontanarti senza parola dalla mia terra?
Non ti trattiene il nostro amore e la mano che un giorno
mi desti, e Didone ostinata a morire amaramente?
Sotto le stelle invernali prepari la flotta,
e ti appresti a prendere il largo in mezzo agli aquiloni,
o spietato? Se tu non cercassi terre straniere
e ignote dimore, e sopravvivesse l’antica Troia,
andresti a Troia con le navi sul mare tempestoso?
Fuggi me? Ti prego per queste lacrime, per la tua destra
- poiché null’altro ho lasciato a me sventurata -,
per il nostro connubio, per l’iniziato imeneo, se bene
di te meritai, o qualcosa di me ti fu dolce,
abbi pietà della casa che crolla, e abbandona,
se ancora valgono le preghiere, questo pensiero.
Per te le libiche genti e i principi numidi
mi odiano, sono ostili i tirii; si estinse, sempre per te,
il pudore, e, sola per cui andavo alle stelle,
la fama di prima. A chi mi lasci morente, ospite?
(Questo è l’unico nome che mi resta dello sposo.)
Che cosa aspetto? Forse che il fratello Pigmalione distrugga
le mie mura, o mi tragga prigioniera il getulo Iarba?
Almeno se stringessi fra le braccia un figlio avuto da te
prima della fuga, se giocasse per me nella corte
un piccolo Enea che almeno richiamasse te nel volto,
certo non mi sentirei sorpresa e abbandonata del tutto. Eneide IV 296-332, trad. L. Canali Voi mi tentate come una donna fuori di senno,
ma io con cuore che non vacilla – l’avete ben visto –
dico: che tu mi voglia esaltare o biasimare, non conta;
questo è Agamennone, lo sposo mio, cadavere di questa destra,
opera di artefice giusto. Ed è tutto. Agamennone, vv. 1401-1406, trad. C. Carena Clitennestra esitante prima di colpire Agamennone, incitata da Egisto
dipinto di P.N.Guérin, (1819) Care amiche, […] sono venuta da voi di nascosto a dirvi quello che ho fatto con le mie mani, e a chiedervi la vostra compassione per le mie sventure. Questa vergine (ma che dico? Ormai è donna, e legata da un vincolo) l’ho accolta in casa come il marinaio imbarca il suo carico, sciagurato acquisto per il mio cuore. Ora siamo in due nello stesso letto, ad aspettare l’abbraccio di un uomo; questo è il compenso che mi dà Eracle, che noi abbiamo sempre considerato leale e giusto; il compenso per avergli custodito la casa tanto tempo. E tuttavia non so essere irata con lui; è una malattia che l’ha preso tante volte. Ma vivere insieme a questa donna, dividere con lei il mio matrimonio, quale donna potrebbe sopportarlo? La giovinezza di lei la vedo crescere, la mia declinare; […] E io temo che Eracle sarà ancora sì il mio sposo, ma l’uomo di lei, che è più giovane. E tuttavia, ripeto, una donna che ha senno non deve adirarsi […]
Non vorrei conoscere, neppure imparare mai espedienti malvagi; e odio le donne che li usano; ma se in qualche modo con l’aiuto del fascino dei filtri posso avere la meglio su quella donna,..è tutto pronto. Ma solo se quello che faccio non vi sembra sbagliato. Altrimenti lascerò andare.. Trachinie, vv.531-552, 581-585 Deianira, olio su tela dell'artista Evelyn de Morgan Medea. Un nome che non può essere associato a un’immagine univoca. Come tutti gli uomini e le donne, la principessa della Colchide è piena di contraddizioni e, a mio parere, un personaggio in cui chiunque si può rispecchiare. La tragedia di cui è protagonista è, forse per questo, una delle più amate e rivisitate di tutti i tempi.
Andando oltre la figura della terribile infanticida, ognuno di noi comprenderà che Medea è emblema dell’amore tradito, della fiducia delusa, delle aspettative inattese e della conseguente voglia di riscatto. In lei vedo poco della crudele creatura che ha descritto Euripide,
Medea è un personaggio talmente complesso da non poter essere racchiusa (e rinchiusa) in una definizione precisa. Chi è Medea? È una moglie innamorata e amorevole? È una maga selvaggia e disumana? È un’assassina egoista e senza scrupoli? È una donna fragile o coraggiosa? Medea è tutto questo e anche di più. Scavando nella parte più profonda dell’animo di questa eroina tragica, tentando di cogliere anche la più nascosta sfumatura del suo carattere, probabilmente non si arriverà mai a conoscere completamente il suo io.
Nessuno può rimanere immune al fascino di Medea. È stata una delle protagoniste letterarie che più mi ha colpita: io la considero come una donna rivoluzionaria, decisa e risoluta, che, costretta a scegliere tra l’amore e la famiglia, ha avuto il coraggio di perseguire la propria decisione fino in fondo. Una volta ritrovatasi in una terra ostile e straniera ha tentato di adattarsi, pur essendo disprezzata da tutti. Quando perfino colui che ama (e che scopre essere solo un uomo ambizioso e manipolatore), colui per il quale ha ucciso più volte la abbandona non può sopportare oltre e dà sfogo alla propria natura debole: condanna entrambi al dolore. Va contro natura, diventa infanticida, si macchia del più terribile dei delitti, ma con i suoi figli uccide anche se stessa.
Il suo atto è deprecabile e non giustificabile, tuttavia c’è qualcosa che trattiene dal condannarla del tutto. Un pensiero: se prima che carnefice Medea fosse una vittima?
La vittima della società, colei che incarna tutto ciò che essa condanna, la rappresentante dei reietti.
Credo che scrittori, musicisti, pittori che finora hanno parlato, a modo proprio, delle tormentate vicende di Medea si siano trovati di fronte a un arduo compito. Medea è un personaggio senza tempo con cui è difficile confrontarsi, proprio per la sua poliedrica natura. Per questo non si riuscirà mai a venire a capo della domanda…Medea: vittima o carnefice? BIBLIOGRAFIA E FONTI:

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Documenta humanitatis, Roncoroni-Gazich-Marinoni-Sada (vol. 2, 3A)

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http://odusseus.wordpress.com/2009/11/24/la-medea-di-lars-von-trier/
http://www.altritaliani.net/cultura-e-cultura/cinema/article/in-francia-medee-miracle-il-nuovo
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http://dspace.unitus.it/bitstream/2067/719/1/cselvaggini_tesi_i.pdf L'inclita Oceanina Persèide, unitasi al Sole
l'infaticato, Circe gli die' con Eèta sovrano.
Eèta poi, figliuolo del Sole che illumina il mondo,
sposò, come gli Dei decisero, Idúia la bella,
figlia d'Ocèano, del fiume che scorre ai confin' della terra.
Ed essa, a lui congiunta d'amor, come volle Afrodite,
l'aurea diva, gli die' Medèa dal malleolo bello. Medea è figlia del re della Colchide (regione appartenente all'odierna Georgia). Quando Giasone, figlio del re di Iolco, determinato a ottenere il trono usurpato dallo zio Pelia conquistando il mitico vello d'oro (custodito da Eete) con una spedizione, giunge nella regione insieme agli Argonauti, suoi compagni nell'impresa, la giovane Medea se ne innamora. Il re Eete subordina la consegna del vello alla condizione che Giasone riesca a domare due tori dagli zoccoli di bronzo, che soffiano fuoco dalle narici e compia ulteriori gesta sovrumane. Dunque, la figlia, esperta di magia, offre all'eroe il proprio aiuto per superare tali prove a patto che egli la porti con sé. Giasone riesce a conquistare il vello e scappa insieme a Medea, con la nave Argo. Inseguiti da Eeta, Medea uccide il fratello, lo fa a pezzi e lo getta in acqua: Eeta, fermandosi a raccoglierli, perdendo di vista la nave.
Dopo varie difficoltà incontrate durante il viaggio e risolte grazie alle abilità di Medea, gli Argonauti fanno ritorno a Corinto. Giunti a Iolco, Medea fa uccidere Pelia dalle sue figlie, così il figlio Acasto manda in esilio lei e il marito, che vanno a vivere a Corinto. Dieci anni dopo, Creonte, re della città, offre in sposa sua figlia Glauce a Giasone, che, in questo modo, gli succederà al trono. Egli accetta, lasciando Medea, ora barbara in terra straniera e abbandonata dall'uomo amato. Disperata, progetta un piano di vendetta: dapprima uccide la giovane Glauce inviandole una veste avvelenata che tocca anche il padre, morendo anch'egli, poi la furia omicida si abbatte anche sui figli (Mermero e Fere) avuti con Giasone, come narra Euripide nella sua tragedia.
Medea fugge sul carro del dio Sole, suo nonno. Giasone e Medea, Gustave Moreau (1865),
Parigi, Musée d’Orsay Giasone e Medea, dipinto di John William Waterhouse (1907) Medea sull'uccidere i suoi figli, Eugène Delacroix (1838) Medea e le figlie di Pelia (420-410 a.C. ca), Pergamonmuseum, Berlino Medea, Evelyn De Morgan, olio su tela (1889),
Williamson Art Gallery, Birkenhead (Inghilterra) Medea (dopo Delacroix), Paul Cézanne, (1879-1882)
Kunsthaus Zürich, Svizzera Scene dal mito di Medea: invio dei doni a Creusa, morte di Creusa, partenza di Medea con le salme dei figli, sarcofago greco di marmo, (150-170 d.C), Pergamonmuseum, Berlino Medea, affresco pompeiano nella Casa dei Dioscuri Medea, affresco staccato, da Ercolano, oggi al
Museo Archeologico Nazionale (Napoli), (70/79 d.C. ca) Apollonio Rodio, poeta vissuto tra il 295 e il 215 a.C., fu autore del poema epico in quattro libri Le Argonautiche, ispirato ai tradizionali poemi omerici, all'interno del quale egli narra di avvenimenti anteriori di almeno una generazione rispetto a quelli raccontati in questi ultimi. In particolare il tema dell'opera è la lunga spedizione compiuta dagli Argonauti (eroi imbarcati sulla nave Argo) guidati da Giasone alla conquista del Vello d'oro, il manto che ricopriva l'ariete su cui viaggiarono Elle e Frisso, il quale lo consegnò al re della Colchide che lo affidò alla custodia di un drago. Medea fa la sua comparsa nel libro III del poema e viene usata come uno strumento dalle dee Atena ed Hera, che, preoccupate per la sorte degli Argonauti, inviano Eros in Colchide con lo scopo di fare innamorare di Giasone la giovane ma potente maga, figlia del re, che avrebbe potuto aiutare gli eroi nella loro impresa. Dunque, il poeta riprende l'idea di Pindaro, riportandoci l'immagine di Eros che con il suo dardo trafigge e infiamma il cuore di Medea.

Apollonio Rodio rivoluziona per certi aspetti la figura di Medea come è stata presentata finora dalla tradizione: infatti, nelle Argonautiche, ella è ancora un’adolescente innamorata, stupita e disorientata di fronte al nuovo sentimento che sente nascere dentro di sé ed è da subito rapita dallo straniero presentatosi alla reggia del padre, quindi è ben lontana dalla consumata e feroce assassina presentata dal tragediografo Euripide. Dopo avere ascoltato il proposito di Giasone la fanciulla trascorre una notte tormentata, in cui dei sogni manifestano la sua decisione di aiutare l'eroe. Al risveglio segue un monologo interiore, che, come in Euripide, è lo spazio in cui si scontrano le opposte pulsioni che agitano l'animo della protagonista: i propositi di fedeltà alla patria e alla condizione di vergine sono contraddetti dalla consapevolezza del sentimento e dalla volontà di sostenere l'amato.

Se l'innamoramento trova la sua dimensione nel sogno, il prorompere della passione assume i connotati di una veglia angosciosa: il contrasto tra amore (imèros) e pudore (aidòs) è crescente e violento tanto da far meditare alla fanciulla il suicidio tramite un pharmakon (vox media che può indicare sia un veleno che un rimedio risanatore). Tuttavia sull'istinto di morte prevale l'attaccamento giovanile alla vita. A questo punto Medea non è più lacerata e dibattuta da pensieri discordi, ma è risoluta a seguire Giasone: alle luci dell'alba, la timida adolescente lascia il posto alla donna matura, pronta a sacrificare tutto e tutti per la propria passione.Nel successivo dialogo con Giasone viene, inoltre, anticipato il confronto grecità/barbarie, dominante in Euripide. Medea di Anthony Sandys, olio su tela (1868)
Birmingham Museum & Art Gallery, Birmingham Il vello d'oro, Herbert James Draper, (1904) Valerio Flacco visse e scrisse nella Roma imperiale, durante l'età dei Flavi (69-96 d.C.). Egli si rifiutò di integrarsi con la tendenza di altri autori epici del tempo di dare rilevanza alla tematica storica, riprendendo il mito. In particolare, Valerio Flacco imita e rivisita le Argonautiche di Apollonio Rodio, riprendendo le vicende degli Argonauti e di Medea. Anche negli Argonautica (70-79 d.C), poema in otto libri, viene presentata la Medea in Colchide: una giovinetta innamorata, per la prima volta nella sua vita, dell'uomo greco. Giasone che giura affetto eterno a Medea,
Jean-François Detroy (1742), National Gallery, Londra Giasone e Medea, olio su tela, Carle van Loo (1759),
Rennes, Musée des Beaux-Arts Per questo motivo sono narrate anche le avventure degli Argonauti, la conquista del vello d'oro e la vicenda amorosa di Medea e Giasone, che si conclude con l'uccisione dei figli da parte della donna.La storia di Medea non è sostanzialmente variata e si attiene al mito classico. Medea, olio su tela, Anselm Feuerbach, (1870), Pinakothek Munich Medea, Henri Klagmann (1868), Musee des Beaux-Arts, Nancy Medea, William Wetmore Story, statua in marmo (1866).
High Museum of Art, Atlanta Medea col pugnale, Anselm Feuerbach (1871),
Kunsthalle Mannheim (Germania) Medea, Giovanni Benedetto Castiglione,
(XVII sec.), collezione privata Medea, Rocco Normanno, olio su tela (2009) Il Novecento tende a dare talvolta una letture in chiave antropologica del dramma euripideo,come emblema dello scontro tra popoli “barbari”e popoli “civilizzati”. 1925-1926 HANS HENNY JAHNN: Medea è una principessa il cui figlio è rivale in amore di Giasone per Creusa. Medea è raffigurata come una maga di colore. Si tratta di un atto unico che affronta per la prima volta il dramma di una donna di colore e dei suoi figli mulatti. 1925-1931H.R LENORMAND: Asia. Una principessa indocinese deve lottare, in esilio, contro la xenofobia dei “civili” francesi. L’opera è una denuncia delle sopraffazioni del colonialismo verso le “culture primitive”. Il dramma , in 3 atti e 10 quadri, non è più ambientato in Colchide ma nel regno di Sibangs, nell’Asia indocinese. Medea,che diventerà poi la principessa Katha Naham Moun, ucciderà i figli con un mango avvelenato ma non la sua rivale. Medea, Bernard Safran, olio su masonite,
(1964), Fitzgerald Gallery, New York City Nina Kristofferson nei panni di Medea,
nello spettacolo del 2010 diretto da Tom Paulin Medea nella letteratura moderna e contemporanea Musica , cinema e attualità Medea sul carro del Sole, cratere lucano a calice, vicino allo stile del Pittore di Policoro (400 a.C. ca),
Cleveland Museum of Art Carnefice o vittima? Medea Sara Politi III H
Liceo Classico "T.Campanella", RC a.s. 2012/2013 Tonino de Bernardi Commento
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