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Perdono

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by

Sr. Ana Mira

on 7 May 2016

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Transcript of Perdono

Riconoscere la propria ferita e la propria povertà








Condividere la propria ferita con qualcuno

Accettare la collera e il desiderio di vendicarsi

Perdonare se stessi
Perdono
Il perdono è guardare bene, ricordarsi bene
e coprire la colpa
come il manto di neve
fa con un campo di battaglia,
e poi non togliere più la neve.”


Guarire le ferite dell’anima

Perdonare è libertà

La follia di amare


Dietro ogni imperativo si legge in filigrana un indicativo, che mostra come Dio in Gesù mi ha amato. Sono parole strettamente autobiografiche: lui per primo ha fatto ciò che ha detto. Questo brano ha la funzione di richiamare alla mente come Dio ama me, in modo che io, riconoscendomi peccatore graziato, faccia di questa grazia la fonte della mia vita nuova.
In primo luogo mi fa conoscere chi è Dio per me. IN Gesù mi si rivela il volto di un Dio che mi ama, mentre sono suo nemico; mi fa del bene mentre lo odio; mi benedice, mentre lo maledico; intercede per me, mentre lo uccido; purché io sia salvo, è disposto a subire ogni male da me: lo spoglio e lui mi riveste della sua nudità; mi dona anche ciò che non oso chiedergli e non richiede indietro ciò che gli ho rubato. Veramente il suo amore per me gli ha fatto percorrere ben più di due miglia: una strada infinita! Lui è tutta con-discendenza verso il mio abisso.
In secondo luogo, in questo suo amore verso di me, mi rivela chi sono io per lui: infinitamente amato, anche se suo nemico, odiatore, maldicente, rinnegatore, violento, spogliatore, petulante, indigente e ladro. Proprio verso di me, che sono in questa situazione, lui riversa il suo amore e mi grazia con la sua misericordia. Conoscere Dio nello Spirito è sperimentare e sapere l’amore di Dio verso di me peccatore, in Cristo. Questa è la salvezza.

di Silvano Fausti
Foto: Jesús Guerrero Alba

Lc 6, 27-31
Ma a voi dico, che ascoltate:
amate i vostri nemici,
bene fate a quanti odiano voi,
benedite quanti maledicono voi,
pregate intorno a quanti calunniano voi.

S
P
empre si trova
il modo di erdonare
Papa Francesco
di Giacomo Papasidero
Alcune persone credono che non sia possibile guarire le ferite dell’anima, che i tagli invisibili che nascondono nei propri cuori non cicatrizzeranno mai e continueranno sempre a fare male. Questo è falso: nessuna ferita, neppure la peggiore, è incurabile, nemmeno se questa è profondamente incisa nella nostra anima.
Noi crediamo che per guarire le ferite dell’anima sia necessario un cammino che porti a liberarci delle paure, delle illusioni e delle pretese che creano e alimentano queste ferite. Ascoltare e mettere in pratica le parole di Gesù, abbandonandosi con fiducia a Dio, è l’unico balsamo che cura ogni ferita e cancella ogni dolore.
Guarire le ferite dell’anima è possibile se ci rendiamo conto che la gioia, la felicità e la serenità che tanto cerchiamo non si trovano attorno a noi: non stanno nell’amore di un partner o dei figli, non stanno nel comportamento e nell’approvazione degli altri, nel successo, nel prestigio o nella ricchezza.
Solo amando, come Gesù ci ha insegnato, senza limiti, senza esclusioni e senza mai chiedere niente in cambio, potremo curare ogni ferita, trovare conforto per ogni dolore e sperimentare la gioia che non finisce e nulla può cancellare.
Guarire le ferite dell’anima è un cammino, un modo di vivere, una nuova forma dell’esistenza.
Possibile. Semplice, per quanto ci sembri tremendamente difficile da realizzare. Non pensare a quanto possa essere ardua la salita che hai di fronte, considera quanto sarà meraviglioso guarire le ferite dell’anima che ti porti dentro.
Perdonare è un proceso
Il perdono non richiede di non ricordarsi dell’offesa, al contrario, La pratica del perdono esige dunque una buona memoria e una coscienza lucida dell’offesa. In effetti è importante ricordarsela per poter liberarsi dei danni che essa ha causato, la pratica del perdono esige una buona memoria e una coscienza lucida dell’offesa. In effetti è importante ricordarsela per poter liberarsi dei danni che essa ha causato.
Perdonare non è dimenticare
Quando si riceve un duro colpo, il proprio sistema di difesa si mette in moto e una delle reazioni più frequenti consiste nel corazzarsi contro la sofferenza e contro l’emergere del fiotto di emozioni. Questa reazione è una forma di negazione dell’offesa. E’ ben diversa dal perdono: è una rimozione.
Perdonare non è negare
Molto spesso si sentono educatori, irritati
dai litigi dei bambini, intimare loro
di perdonarsi immediatamente.
Questo perdono è artificioso, equivale a pronunciare la parola magica del perdono e aspettare un effetto istantaneo anch’esso magico. Ahimè, la parola ha poco valore poiché troppo spesso non c’è il cuore. Risorse come l’intelligenza, il cuore,
la sensibilità, il buonsenso sono
anch’essi indispensabili.

Il perdono è più di un atto di volontà
Il perdono
è il risultato di un modo di procedere libero
e non di un comando imposto all’altro o a se stessi.

Esso è prima di tutto
il risultato di un lavoro gratuito e spontaneo del cuore.

Perdonare non vuole dire ritrovarsi come prima dell’offesa.

Non è perché si è perdonato che ci si deve riconciliare
e comportarsi come se nulla fosse successo.
Al contrario,
si approfitterà del conflitto per dare nuove basi alla relazione.

La ferita sarà un’occasione di crescita
per chi ha offeso come anche per l’offeso.
Il perdono non può essere comandato
Cerco di trovare le espressioni
più appropriate per descriverlo,
quelle che mi vengono in mente
sono: “conversione interiore”,
“pellegrinaggio del cuore”,
“iniziazione all’amore dei nemici”,
“ricerca di libertà interiore”.
Tutte queste espressioni riflettono
la necessità di un percorso.
Il perdono segue
le leggi dello sviluppo umano
e si uniforma alle fasi
della maturazione di una persona.
Ben lontano dall’essere il frutto di un atto di volontà,
il perdono è il risultato di un processo che impegna tutte le facoltà della persona e segue un percorso diviso in molte tappe.

Perdonare non è dimenticare
Si entra qui nella fase emozionale. Si riconosce la sofferenza causata dalla ferita, la necessità di accettarla, di curarla e di trasformarla. Questa sofferenza è mista a vergogna e umiliazione; volere
perdonare senza accettare questi due stati d’animo, per quanto penosi, significa avventurarsi lungo un percorso di perdono che mancherà di autenticità.

Riconoscere la propria ferita e la propria povertà
Il perdono non può essere comandato

Capire l’offensore



Trovare un senso all’offesa



Il perdono integrale


Smettere di accanirsi a voler perdonare



La guarigione spirituale
Grazie al lavoro emozionale compiuto,
una persona ferita sarà in grado
di prendere un certo distacco
nei riguardi dell’offesa subita,
di interessarsi alla storia di chi l’ha offesa
e di provare a capirla.
Se ella giunge a distinguere l’atto dalla persona,
toglierà l’offensore
dal luogo ove lo aveva segregato.
Si sforzerà di distinguere l’intenzione positiva
celata dietro l’offesa,
accettando di non poter comprendere tutto.
Forse vi scoprirà anche dei valori
e il riconoscimento della propria dignità.
Credere che la ferita
sia un fattore di crescita
e che essa possa condurre a porsi le seguenti domande: «Che cosa imparo dall’offesa subita?
Ho una nuova conoscenza di me stesso?
In che cosa sono diventato più umano?
Quali limiti o fragilità del mio essere mi sono apparsi? Sono diventato più maturo?
Quali risorse o quali forze ho scoperto?
I miei rapporti con gli altri, con Dio, cambieranno?».

Le risposte a queste domande
ridurranno di molto la confusione interiore
nella quale l’offesa mi avrà posto.
Riconoscersi degni di perdono e già perdonati.
Ecco la sfida da raccogliere:
accettare di ricevere il perdono del Sé
e sconfiggere la riluttanze a essere amati
di un Amore incondizionato.
Questa tappa dipende
da un’esperienza fondamentale e fondatrice,
quella di lasciarsi amare
e di accogliere il perdono degli altri e di Dio.

La persona non potrà mai più perdere di vista
quella fonte di Amore infinito
e potrà tornarci continuamente.

Voler perdonare per forza di volontà
impedisce la nascita di un perdono integrale.
Non si è padroni del proprio perdono,
poiché richiede una generosità tale
che ci si deve rimettere a un Altro
per realizzarlo.

Giunto a questa tappa,
chi perdona ha raggiunto i propri limiti personali,
quelli del suo poter di perdonare,
e deve chiedere l’aiuto di un’istanza superiore
come quella del Sé o,
se è credente, di Dio.

Aprirsi
alla grazia del perdonare
Una volta liberato dalle false immagini di Dio,
come quelle di un Dio che non dà niente per niente,
di un Dio giustiziere, di un Dio punitivo,
di un Dio che esige sacrifici ecc.,
all’offeso non resta altro da fare
che aprirsi alla presenza
di un Dio di amore e di misericordia,
mettersi sotto la sua influenza
in modo da lasciarsi trasformare
e animare dalla sua grazia.
Capire l'offensore
Trovare un senso all'offesa
Aprirsi
alla grazia del perdono
Il perdono integrale
Smettere di accanirsi
a voler perdonare
Perdonare
è pensare con amore alle persone
anche quando ci fanno del male


Può capitare
che uno cerchi la felicità
fuori e non dentro di sé.
Invece se vogliamo
gustare la vita
nella sua pienezza,
dobbiamo partire
dalla formazione
del nostro intimo,
così come fece
P. Tezza.
Allora potremo
rapportarci con autenticità
e facilitare i rapporti interumani.

"Quanto a te, figlia mia, non ti attristare. Prendi tutto per amor del Signore e vedi di non perdere mai il possesso calmo e sereno di te stessa. Riguardati sempre come un semplice istrumento in mano del Signore; lasciati adoperare con santa indifferenza e colla massima docilità persuasa che sei niente e che sei tutto in lui e con lui che ti adopera."



PADRE LUIGI TEZZA, Autografo, 7 dicembre 1868; A F S C, 1 A 0134.
PADRE LUIGI TEZZA, Autografo, Roma, 13 settembre 1895; A F S C, 1 A 020.
PADRE LUIGI TEZZA, Autografo, Roma, 15-16 aprile 1895; A F S C, 1 A 017.
PADRE LUIGI TEZZA, Autografo, Lima, 12 novembre 1900;
A F S C, 1 A 059.

Questo spessore interiore richiede
un attento lavorio che implica soprattutto
imparare a sapersi perdonare
per le incapacità, le omissioni,
le difficoltà non adeguatamente affrontate,
la mancanza di controllo delle emozioni
in situazioni particolari o la carente
valutazione delle dinamiche che hanno
pregiudicato la serenità,
ciò è indispensabile per ripristinare il contatto con se stessi.

Sii pur umile quanto vuoi e piena di diffidenza e di bassa stima di te medesima, ma lungi da te lo scoraggiamento e l’avvilimento nelle difficoltà inevitabili, resta sempre calma, dolce e paziente…

Questa posatezza della persona limpida e semplice che vive nel qui e ora, capendo le proprie lacune, avendo l’umiltà di guardare in faccia i propri limiti e aprendosi alla tenerezza verso chi le sta vicino.

Vogliatevi bene, sopportatevi e aiutatevi con reciproco affetto. Che la superiora renda soave il giogo della santa obbedienza alle sorelle colla sua dolcezza, che le sorelle rendano meno pesante alla superiora la sua croce colla loro amorosa e pronta docilità.


Senza amore per sé non si può perdonare, senza amore per gli altri non si possono stabilire con essi relazioni positive, non si può regalare la propria ricchezza, la creatività agli altri. L’amore è una forza universale ed è l’unica che genera perdono.

Soffersi assai; però sempre tranquillo come in passato, nella certezza di non aver fatto e voluto che ciò che mi pareva voluto o indicato dal beneplacito del Signore.
Ciò poi che mi tranquillizzava e mi tranquillizza anche più è il sapere con certezza che tutto questo non viene che dal diavolo il quale si servì dello sfogo di vendetta
di un povero disgraziato che lasciava l’Ordine due giorni dopo la mia partenza da Lilla.
Perdoniamo,
preghiamo per lui
e non dubitiamo
che questa sofferenza,
come la cara croce,
fiorirà e darà frutti di vera
e durevole consolazione.

Chi perdona
conosce il proprio valore
che non dipende
dalla valutazione altrui.
Sì, perdonare
è una via verso la libertà.



Vivere serenamente implica conoscere ed avere chiari i propri percorsi interiori, i vissuti intimi, senza ingarbugliarci in processi di razionalizzazione sulle circostanze esteriori. Il P. Tezza in questo era encomiabile:

"Cercherò di serbare sempre inalterabile calma di spirito in tutte le circostanze della mia vita, per quanto fossero per essere difficili e penose, contrarie alle mie viste, ai miei sentimenti
…e di starmene sempre sempre sempre tranquillo e contento. "



di Jean Monbourquette
Solo in terzo luogo queste parole mi rivelano chi devo essere io per gli altri: fratello come Gesù, il Figlio. Ciò che lui ha fatto per me, diventa per me un imperativo, perché io sia qual che sono.
Questa è la mia vocazione di figlio di Dio, alla quale il suo amore mi chiama e mi abilita. Nella misura in cui conosco il suo volto, vengo trasformato nella sua immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione del suo Spirito (2Cor 3,18).
Il discorso è riservato ai discepoli. E’ una catechesi sul nocciolo della vita cristiana: l’amore di misericordia, unico amore possibile in un mondo di male, unica forza capace di vincerlo. L’amore dei nemici è proprio e solo di chi ha conosciuto Dio nello Spirito di Gesù, il Figlio. Questo amore si estende a tutti gli uomini, e rivela l’essenza di Dio.
E’ la vita nuova in Cristo, la vita nello Spirito del Figlio. Quest’amore del nemico è l’arma con cu il credente vince il male nel mondo, ed è il principale mezzo di diffusione del cristianesimo. La mia inadempienza nei confronti di questa parola del Signore mi mostra il mio peccato e il mio bisogno di perdono, quanto ancora sono suo nemico e devo sperimentare il suo perdono su di me.

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