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Tesina

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Licia Frega

on 25 June 2013

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Transcript of Tesina

L'odissea
del 21 novembre 1944
Tra rastellamenti e sfollati
Faenza tra 2 fuochi : paura e coraggio, tedeschi e alleati.
"L’amico Otello Erbacci passò durissime esperienze nel 1944. Si pensi ai pericoli che dovette affrontare tra tedeschi e fascisti , mitragliamenti e bombardamenti aerei, mentre andava o tornava in bicicletta ogni settimana (circa 130km di strada) da Faenza a Poggio Rusco (nel mantovano), dove lavorava in stazione. “Coi tedeschi –dice- ci avevo preso la mano..” Qui Otello racconta, senza fronzoli, l’odissea del 21/11/1944 quando, assieme ad Adelmo Querzola, fra insidie mortali, tentò di portare all’ospedale di Castel Raniero due faentini feriti gravemente da schegge di granate.”

All'inizio del maggio '44 cominciarono i bombardamenti per Faenza. Per i cittadini fu sorpresa e sgomento: bisognava sfollare. Si chiedeva aiuto a contadini parenti o conoscenti. La vita comune spesso era difficile ma si cercava un modus vivendi, sperando che quella vacanza forzata sarebbe durata poco. E invece..
..venneno le nebbie e le piogge autunnali. Il fronte si avvicinava ma non arrivava mai. I generi alimentari scarseggiavano e per averli bisognava andare in città. Ciò costituiva un pericolo perchè tedeschi e fascisti rastrellavano uomini per eseguire lavori, per deportarli o, in qualche caso, per fucilarli. Subentrò la paura: bastava una notizia allarmante perchè gli uomini corressero a nascondersi.
Quando le granate alleate iniziarono a colpire indiscriminatamente, fu necessario ripararsi nei rifugi,
fatti in fretta
e senza esperienza.
Un senso di abbandono e fatalismo era subentrato in molti, perchè tutto, ormai, pareva lasciato al caso. Infine anche l'arrivo degli alleati non suscitò quell'ottimismo che ci si sarebbe aspettati.
La liberazione
Una mappa inglese con le linee del fronte nei giorni dell'entrata a Faenza
3 dicembre '44, il comandande del 5°Corpo britannico, generale C.F.Keightley
Le prime pattuglie neozelandesi entrano in città.
L'odissea del 21 novembre 1944

Licia Frega

Liceo Classico E. Torricelli
3^B
Tesina multidisciplinare
L'odissea del 21 novembre 1944
Faenza tra due fuochi: paura e coraggio, tedeschi e alleati
La situazione a Faenza
La smania di raccontare: Vittorini e Calvino
La smania di raccontare
Sebbene Otello abbia scritto questo incalzante racconto a molti anni di distanza dal fatto in sé, il suo desiderio di testimoniare e di raccontarsi e il suo stile semplice e concreto sono affini al bisogno di sfogo e al modo di scrivere dei Neorealisti.

Come afferma Vittorini,infatti, lo scopo dei Neorealisti era quello di “far conoscere agli italiani l’Italia al di fuori di qualsiasi retorica o leggenda”
Italo Calvino nel 1964(nella Prefazione aggiunta a una nuova edizione della sua opera d’esordio, il romanzo Il sentiero dei nidi di ragno,1947), afferma che la guerra e la resistenza generarono un’autentica smania di raccontare
Questo romanzo è il primo che ho scritto; quasi posso dire la prima cosa che ho scritto, se si eccettuano pochi racconti. Che impressione mi fa, a riprenderlo in mano adesso? Più che come un’opera mia lo leggo come un libro nato anonimamente da un clima generale d’un’epoca, da una tensione morale, da un gusto letterario che era quello in cui la nostra generazione si riconosceva, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. L’esplosione letteraria di quegli anni in Italia fu, prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo. Avevamo vissuto la guerra, e noi più giovani – che avevamo fatto in tempo a fare il partigiano – non ce ne sentivamo schiacciati, vinti, «bruciati», ma vincitori, spinti dalla carica propulsiva della battaglia appena conclusa, depositari esclusivi d’una sua eredità.Non era facile ottimismo, però, o gratuita euforia; tutt’altro: quello di cui ci sentivamo depositari era un senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero, un rovello problematico generale, anche una nostra capacità di vivere lo strazio e lo sbaraglio; […] Questo ci tocca oggi, soprattutto: la voce anonima dell’epoca, più forte delle nostre inflessioni individuali ancora incerte. L’essere usciti da un’esperienza – guerra, guerra civile – che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva un’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico: si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca. La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare.[…] Chi cominciò a scrivere allora si trovò così a trattare la medesima materia dell’anonimo narratore orale: alle storie che avevamo vissuto di persona o di cui eravamo stati spettatori s’aggiungevano quelle che ci erano arrivate già come racconti, con una voce, una cadenza, un’espressione mimica[…]Eppure, eppure, il segreto di come si scriveva allora non era soltanto in questa elementare universalità dei contenuti, non era lì la molla […] al contrario, mai fu tanto chiaro che le storie che si raccontavano erano materiale grezzo: la carica esplosiva di libertà che animava il giovane scrittore non era tanto nella sua volontà di documentare o informare, quanto in quella di esprimere. Esprimere che cosa? Noi stessi, il sapore aspro della vita che avevamo appreso allora, tante cose che si credeva di sapere o di essere, e forse in quel momento sapevamo ed eravamo.

“Qui non so se si tratta più di rischio, di coraggio o di incoscienza, ma in quei momenti non pensi a niente e via a guardare dove metti i piedi..”

“Forse la maggior parte delle nuove generazioni crederà che in tutto questo racconto ci sia un po’ di fantasia, ma i fatti sono questi, se vostro padre o il nonno vi raccontano fatti analoghi dovete crederci. Mi ritengo un sopravvissuto e il peggio doveva ancora venire”

Il racconto di Otello Erbacci
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