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IL NAZISMO

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Enio De Marzo

on 14 June 2016

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LA CRISI DEL 1929
La crisi del 1929 conferma la natura instabile del sistema capitalistico di stampo liberista, il quale sembra mostrare un andamento non troppo diverso da quello descritto da Karl Marx: ciclicamente, l'equilibrio tra domanda ed offerta si rompe e si crea sovrapproduzione, come già accaduto nel 1873. E tuttavia, la crisi del 1929 si presenta anche con una caratteristica del tutto nuova, come crisi finanziaria. Non a caso tutto comincia a Wall Street, il centro borsistico più famoso del mondo. E' lì, nel pieno centro di New York City, che ha inizio il boom economico degli anni venti e quella vera e propria corsa alle azioni che lo sosterrà fino alla fine. Giocare in Borsa conviene, perché le azioni, sostenute dalla produttività e, soprattutto, dall'enorme richiesta, aumentano costantemente. Ma è proprio tale artificiale domanda a determinare il crollo, soprattutto quando le azioni non sono più sostenute da una adeguata produttività. E infatti, già nel corso del 1928 e con maggiore evidenza l'anno successivo, si segnalano le prime frenate di un sistema produttivo tutto rivolto ai beni di consumo secondari, durevoli, che un mercato pur moderno come quello americano no può assorbire per intero. Segnali ignorati dalle autorità politiche e dagli agenti di Borsa, con la logica conseguenza che quando la crisi si accentua, si genera una corsa alla vendita delle azioni che finisce per deprimerne ulteriormente il valore, mandando in rovina centinaia di migliaia di investitori e con essi le aziende quotate in Borsa. L'economia si avvita su se stessa: la moderna società dei consumi si era basata sul basso costo del denaro, sui bassi tassi di interesse, consentendo ad un numero crescente di cittadini di accedere al credito. Ma ora questi cittadini sono rovinati, disoccupati, disperati e non possono saldare i debiti. Numerose banche sono costrette a chiudere e molte di loro sono finanziatrici delle aziende. Un circolo vizioso dal quale gli Usa non usciranno che con l'elezione di Franklin Delano Roosevelt
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LA DISOCCUPAZIONE
Con il crollo dei valori delle azioni, vanno in crisi sia le aziende quotate in Borsa, sia le banche che le hanno finanziate. E così centinaia di aziende sono costrette a licenziare migliaia di lavoratori, altre a dichiarare fallimento e a chiudere. L'effetto più evidente e dirompente della crisi è dunque la
disoccupazione
. Ma meno gente lavora, più la domanda si deprime. Il
sistema si avvita su se stesso
. La disoccupazione e la sottoccupazione non sono certo una novità per i ceti popolari, sebbene il boom economico degli anni Venti abbia consentito a molti proletari di accedere, sebbene parzialmente, ai beni secondari. Non così la
classe media
, assolutamente impreparata ad una crisi di tale portata. Allevata al culto dell'individualismo e della competizione, la borghesia non conosce i vincoli e la solidarietà di classe così presenti tra i prolatari, Inoltre, la borghesia non ha mai conosciuto la povertà ed è il ceto sociale che più di altri si è indebitato in questi anni.
LA CHIUSURA DEGLI SPAZI
Come già accaduto con la crisi del 1873, anche quella del 1929 determina una generale chiusura degli spazi commerciali, che finisce per ripercuotersi sui rapporti internazionali tra gli Stati. Lo
Stato
assume un ruolo decisivo nella
gestione economica
, creando i presupoposti per la ripresa e generando un sistema "misto" (pubblico e privato) che di fatto durerà fino agli anni Settanta: il
"Welfare State"
. Il primo effetto di questa vera e propria rivoluzione, lanciata già prima della crisi dall'economista inglese
John Keynes
, è un considerevole
aumento della spesa pubblica
: vuoi per realizzare un vasto programma di lavori pubblici in grado di riassorbire almeno in parte la disoccupazione (come accade soprattutto negli Usa), vuoi però anche per il consistente aumento delle
spese militari
(come accade soprattutto in Germania). A partire dal 1933, anno in cui Hitler conquista il potere, e in maniera ancora più accentuata negli anni successivi, quasi tutti gli Stati procedono ad un forte riarmo, sintomo di una tragedia imminente: la II Guerra Mondiale.
IL NAZISMO
GLI EBREI
La cosiddetta "questione ebraica" viene trattata da Hitler già nel
"Mein Kampf"
, scritto quasi dieci anni prima la presa del potere. E tuttavia, nei primi mesi della scalata al governo del paese, la carta antisemita viene giocata con una certa prudenza da Hitler. Ben inteso, i toni sono accesi e il futuro dittatore tedesco non si risparmia nell'addossare sugli ebrei tutte le colpe del disastro in cui è sprofondata la nazione: ebrei sono i maggiori speculatori finanziari ed ebrei sono anche i comunisti, a suo dire. Ma non emerge ancora il razzismo biologico. La tesi di Hitler è quella antica di un presunto "complotto" giudaico-internazionale contro la Germania o l'Europa nel suo complesso. Gli ebrei non hanno nazione e, di conseguenza, nemmeno dei valori da affermare, se non quelli materiali del puro profitto. Sotto questo punto di vista, vale a dire come forza "internazionale" cioè priva di identità nazionale, che si tratti di capitalismo finanziario o di comunismo, poco importa: si tratta di due facce della stessa medaglia. L'accostamento di capitalismo finanziario e comunismo, consente a Hitler di presentarsi come "terza forza", egualmente ostile sia al capitalismo finanziario sia alla sovversione comunista, consentendogli di ottenere non pochi consensi soprattutto nei ceti medi fortemente colpiti dalla crisi
LA GERMANIA
La crisi economica colpisce molto duramente la Germania, strettamente legata agli Usa. La giovane
Repubblica di Weimar
non ha la forza per reagire. Frutto di improbabili compromessi tra la socialdemocrazia e il vecchio ceto politico-militare del II Reich, la repubblica nasce sul sangue della rivolta spartachista, che gli ha alienato le simpatie operaie, come anche sulla repressione delle manovre nazionaliste, in particolare di Hitler. Un sistema anomalo,
"bicefalo"
, come è stato definito dagli storici, in quanto prevede due organi di governo, il Cancelliere e il Presidente della Repubblica i cui ambiti di intervento spesso si sovrappongono. Un mix tra democrazia parlamentare e democrazia plebiscitaria che non tarderà a fare sentire i suoi effetti.
Tutto va bene fino al 1929, grazie soprattutto al boom economico. Ma il crollo della Borsa di New York determina l'immediato ritiro dei capitali americani, lasciando la Repubblica di Weimar sola con le proprie contraddizioni. Ed è su queste contraddizioni che Hitler costruisce il proprio successo. La crisi manda infatti in frantumi la fragile alleanza moderata, incapace di gestire la situazione, rafforzando da un lato le estreme, nazisti e comunisti, e dall'altra la figura del Presidente della Repubblica, il conservatore
Hindemburg
. Ed è proprio quest'ultimo ad approfittare decisamente della situazione, anche perché i governi che si succedono in questo periodo sono tutti deboli. Hindemburg punta ad un "governo del presidente", un governo forte ed autoritario. Ed è in quest'ottica che va letto il suo atteggiamento nei confronti del nazismo, a dir poco contraddittorio. Se da un lato, infatti, Hindemburg sfiderà Hitler alle presidenziali del 1932, vincendole ampiamente, dall'altro è proprio al leader nazista che punta per potere edificare un potere personale. Insomma, come già accaduto in Italia con Mussolini, i poteri forti tedeschi vorrebbero sfruttare il nazismo sia in funzione anticomunista sia per un radicale mutamento costituzionale in senso presidenzialista. Ma Hitler non è Mussolini, il cui radicamento sociale è sempre stato limitato. Il nazismo è una forza con un seguito crescente, che lo porterà a diventare il primo partito del paese conquistando la maggioranza assoluta dei suffragi. I tentativi di "istituzionalizzare" il nazismo da parte dei poteri forti e di Hindemburg naufragano allorquando quest'ultimo si ammala e infine muore. A quel punto Hitler cancella l'anomalia di Weimar fondendo in un'unica persona, quella del Fuhrer, la figura del Cancelliere e quello del Presidente della Repubblica.




IL "REVANCHISMO"
La crisi del sistema politico-economico tedesco contribuisce all'inasprirsi del clima sociale, favorendo le estreme: comunisti da un lato e nazisti dall'altro. Questi ultimi, in particolare, sfruttano la rabbia e il risentimento di vasti strati borghesi nei confronti delle potenze occidentali, considerate responsabili della crisi e incapaci di offrire risposte adeguate. Riemerge l'antica ostilità nei confronti della Francia, in particolare, dovuta soprattutto all'umiliante sconfitta della I Guerra Mondiale: un vero e proprio
desiderio di "rivincita"
che non può non cozzare con gli equilibri di Versailles. Il cosiddetto "revanchismo", tuttavia, non è che l'effetto del dramma in cui è precipitata la società tedesca dopo il 1929. Se, infatti, fosse stata la causa primaria dell'ascesa di Hitler - come ancora qualcuno sostiene - allora quest'ultimo avrebbe avuto successo molti anni prima, magari proprio nel 1923, quando tenta un colpo di Stato a Monaco, o comunque il suo partito e più in generale le forze revanchiste avrebbero ottenuto nelle elezioni percentuali ben più alte di quelle misere che invece ottengono fino al 1929
LA DISOCCUPAZIONE IN GERMANIA

Dal 1930 al 1932
la produzione industriale tedesca si dimezza
, mentre
i disoccupati raggiungono al cifra record di 6 milioni di unità
. A pagare il prezzo più alto sono anche qui i ceti medi
I numeri del tracollo
GERMANIA
Con la presa del potere da parte dei nazisti, la Germania si trasforma rapidamente in un
regime totalitario
il cui scopo è quello di imporre un
"Nuovo ordine mondiale"
, che passa attraverso la demolizione degli equilibri di Versailles e la supremazia della cosiddetta "razza ariana", che Hitler identifica con il popolo tedesco.
ITALIA
La crisi colpisce molto duramente anche l'Italia. Ed è proprio il nostro paese il primo a rispondere al disastro economico planetario con la guerra, lanciandosi alla
conquista dell'Etiopia
. Una guerra che determina l'isolamento internazionale del paese (a causa delle sanzioni della Società delle Nazioni), rotto solamente dalla Germania (che dalla Società delle Nazioni è uscita dopo la presa del potere di Hitler). Si sancisce in questo modo l'alleanza tra i due paesi.
GIAPPONE
Il Giappone è da anni una grande potenza industriale, in grado, già nel 1905, di sconfiggere militarmente la Russia (è la prima volta che un paese europeo viene sconfitto da uno non europeo). La crisi colpisce duramente un paese quasi completamente dipendente dalle importazioni di materie prime. La politica estera del Sol Levante si fa di giorno in giorno più aggressiva, sfociando nel 1937 con l'aggressione alla Cina.
IL III REICH
Il Partito Nazista (Ndsap), che nelle elezioni del 1928 non superava il 3% dei consensi, nel giro di quattro anni conquista la maggioranza assoluta (sebbene grazie al contributo di un partito minore di estrema detsra). Una crescita impressionante, che, certo, può essere spiegata con il dilagare della violenza squadristica, ma solo in parte. Vi sono altre ragioni, tra cui le divisioni nel campo democratico, le connivenze tra gli apparati repressivi dello Stato e i capi nazisti, l'appoggio dei poteri forti, delle aristocrazie industriali ed agrarie. E tuttavia Hitler non avrebbe potuto nulla senza l'appoggio, via via più massiccio, dei ceti medi rovinati dalla crisi, che ben presto abbandoneranno i partiti di centro e quelli conservastori per schierarsi in massa con il Partito nazionalsocialista. Dunque è il ceto medio l'ossatura del regime che si va costruendo. La Repubblica di Weimar è già in agonia quando Hindemburg decide di affidare ad Hitler l'incarico di guidare il paese. La morte di Hindemburg, avvenuta nel 1943, determina anche la morte della democrazia di Weimar, in quanto Hitler, a cui sono stati conferiti i pieni poteri, decide di cancellare il sistema bicefalo, creando una sola figura istituzionale di governo, quella del Fuhrer del Reich, dotato di tutti i poteri, cancellando in tal modo anche la democrazia.
Le analogie con quanto accaduto in Italia non sono poche: divisioni tra le forze democratiche, sottovalutazione del fascismo e tentativo di sfruttarlo a proprio vantaggio da parte di poteri forte, connivenze tra gli apparati repressivi dello Stato e squadrismo. E tuttavia in Germania tutto avviene molto più rapidamente e con un movimento, quello nazista, che conquista di giorno in giorno sempre nuovi consensi. Insomma, il nazismo si legittima attraverso il voto popolare, pur in un clima di forti tensioni ed intimidazioni. Il fascismo lo farà solo dopo la presa del potere e il passaggio dalla democrazia liberale alla dittatura.
Diverse anche le rispettive politiche estere: almeno fino al 1935, infatti, Mussolini è fedele ai vecchi alleati della I Guerra Mondiale, in particolare degli Usa. Al contrario, sin dalla sua ascesa al potere, Hitler dichiara di volere scardinare gli equilibri di Versailles.
Sebbene Hitler affermerà sempre di essersi ispirato a Mussolini, sarà soprattutto quest'ultimo a fare di tutto per inseguire Hitler sul suo stesso terreno, come dimostrano le leggi razziali del 1938.
Infine, se il III Reich è a tutti gli effetti un "Totalitarismo perfetto", quello italiano, vuoi per la presenza del monarca e vuoi per quella della Chiesa cattolica, si presenta come una sorta di "Totalitarismo imperfetto".
Sebbene Hitler non nasconda di volere ridisegnare gli equilibri internazionali, a tutto vantaggio della Germania, l'Occidente non reagisce. Tale passività si deve, da un lato, al ricordo della I Guerra Mondiale, ancora molto presente nella memoria collettiva, dall'altro al profondo anticomunismo che anima sia i governi sia le opinioni pubbliche occidentali, portandoli a considerare Hitler come il "male minore" rispetto a Stalin, e infine gli effetti della crisi economica, che suggeriscono ai governi di occuparsi in primo luogo della situazione interna ai loro paesi.
Ma
quanto è vasto il consenso attorno a Hitler?
Si tratta di una questione ancora aperta. Come già accaduto con il fascismo, un'analisi oggettiva sul nazismo è possibile solamente fino a quando esiste nel paese un barlume di democrazia, facendo cioè riferimento ai dati elettorali. Ora, è evidente che il nazismo ottiene un notevole successo, conquistando in pochi anni la maggioranza relativa dei voti e infine anche quela assoluta sebbene con il contributo di un altra formazione nazionalista. A colpire è soprattutto il divario che separa il nazismo da tutte le altre forze politiche tedesche. Ebbene, un accurato studio sui flusi elettorali dimostra chiaramente che Hitler pesca soprattutto nell'elettorato moderato. Qualche consenso gli arriva anche dal Spd e dallo Zentrum cattolico (il cui contributo all'ascesa del nazismo sarà determinante). Dunque si tratta in gran parte di industriali, di alta. media e piccola borghesia, di proprietari terrieri e, in parte, anche di intellettuali. La classe operaia in massima parte risulta impermeabile alla propaganda nazista.
Ben inteso: la disoccupazione in Germania supera il 30%; in alcune zone sono più i disoccupati e i sottoccupati di quelli che hanno un lavoro. Ebbene, la maggioranza di coloro che sono duramente colpiti dalla crisi sono proprio gli appartenenti ai cosiddetti ceti medi. Dunque, i consensi a Hitler arrivano da un ceto medio "proletarizzato", letteralmente travolto dalla crisi e impaurito dalla forza organizzativa del proletariato di fabbrica. Di qui la necessità per Hitler di combattere su due fronti: contro il capitalismo finanziario e contro la sovversione social-comunista. E di qui la nota teoria nazista che vuole il capitalismo finanziario e il comunismo strumenti di un complotto in atto da parte degli ebrei. Prima che emerga chiaramente il razzismo biologico, il nazismo sfrutta il razzismo a fini "sociali", per orientare il risentimento dei ceti medi rovinati dalla crisi sia verso i comunisti sia verso i capitalisti non tedeschi.
FASCISMO E NAZISMO
E IL RESTO DEL MONDO?
IL PATTO TRIPARTITO
Mussolini e Hitler possono anche essere ispirati dai medesimi ideali (il che comunque non significa che tra fascismo italiano e nazismo tedesco non esistano differenze), ma almeno fino al 1935 non sono certo alleati. Al contrario, l'aggressività in politica estera del Reich preoccupa Mussolini. Hitler, infatti, non fa mistero di volere riunire tutti i tedeschi sotto un'unica bandiera, quella nazista, a cominciare dall'Austria, che gli ha dato i natali. Mussolini risponde mobilitando l'esercito al Brennero e per alcuni mesi un conflitto tra i due paesi sembra inevitabile. Ma poi scoppia la guerra in Africa orientale e lo scenario muta radicalmente. Le sanzioni non sono rappresentano certo una risposta adeguata e tuttavia rischiano di affondare un'economia già duramente colpita dalla crisi. L'isolamento viene rotto proprio dalla Germania, che decide di aiutare economicamente l'Italia, in cambio del via libera in Austria.
Due anni dopo tocca al Giappone, che attacca la Cina. Una guerra di aggressione spietata, motiviata anche da ragioni di supremazia razziale. Il mondo condanna ma non interviene, mentre la Germania coglie la palla al balzo legandosi economicamente al paese del Sol Levante.
Nel 1940 Italia, Germania e Giappone firmano un patto militare: il "Patto Tripartito", noto anche come "Asse Roma-Berlino-Tokyo". Sono passati pochi mesi dall'inizio della II Guerra Mondiale
Il PATTO TRIPARTITO
Il proletariato tedesco
INTERPRETAZIONI STORIOGRAFICHE
Prodotto della cultura e della storia tedesche
Un elemento estraneo alla cultura europea
Il popolo tedesco è colpevole
Una risposta al comunismo
I numeri dello sterminio
I numeri della
II Guerra Mondiale
A causa dell'ampiezza del fenomeno (una guerra planetaria), della sua durata e dell'alto numero di civili, il numero delle vittime complessive della II Guerra Mondiale presenta un'ampia oscillazione, che va dai 55 ai 71 milioni di morti. Il paese più colpito è l'Urss con 23 milioni di vittime, di cui più della metà civili, segue la Cina, con 19 milioni di morti, di cui più dei tre quarti civili.
Tenendo conto dei tentativi dei nazisti di nascondere i propri crimini a guerra finita, i numeri delle vittime dei lager non sono precisi. Si va da un minimo di 7 ad un mimo di 12 ad un massimo si 17 milioni di vittime, compresi i militari sovietici. Sono quasi 6 milioni gli ebrei, dai 2 ai 3 milioni i sovietici, quasi 2 milioni i polacchi, 500.000 i Rom e i Sinti, 200.000 i disabili, 15.000 gli omosessuali, 1,5 milioni i dissidenti politici, 2,5 milioni gli slavi non sovietici
KARL LOWITH
La banalità del male
EMMANUEL LEVINAS
KARL JASPERS
ERNS NOLTE
HANNAH ARENDT
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