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Letteratura Italiana delle Origini

Introduzione dall'amor cortese, al dolce stil novo
by

Bertagno Luca

on 30 March 2015

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Transcript of Letteratura Italiana delle Origini

Nasce a Bologna, e poi si sviluppa a Firenze, città d'origine di quasi tutti i componenti del movimento stilnovistico, tra il 1270 ed il 1300

Firenze
A partire dal X secolo la città si sviluppò e dal 1115 si rese
Comune autonomo
. Nel XIII secolo fu divisa dalla lotta intestina tra i Ghibellini, sostenitori dell'imperatore del Sacro Romano Impero, e i Guelfi, a favore del Papato romano. Dopo alterne vicende, i Guelfi vinsero (la cosiddetta "battaglia di Colle", 17 giugno 1269), ma presto si divisero internamente in "Bianchi e Neri".

La conflittualità politica interna non impedì alla città di svilupparsi fino a diventare una delle più potenti, prospere in Europa, assistita dalla sua propria valuta in oro, il fiorino (introdotto nel 1252), dalla decadenza della sua rivale Pisa (sconfitta da Genova nel 1284 e comprata da Firenze nel 1406), e dalla sua potenza mercantile risultante da una costituzione anti-aristocratica, i cosiddetti "Ordinamenti di giustizia" di Giano della Bella (1293).

Bologna
Nel XIII secolo Bologna fu coinvolta nelle lotte tra guelfi e ghibellini, con alterne fortune. Nel 1249 i bolognesi riuscirono a catturare Re Enzo di Sardegna, figlio di Federico II di Svevia, il quale fu tenuto prigioniero fino alla sua morte (1272) nell'omonimo palazzo. Nel 1275, dopo un fallito tentativo da parte della guelfa Bologna di attaccare la ghibellina Forlì, le truppe di Guido da Montefeltro, Maghinardo Pagani e Teodorico degli Ordelaffi misero in fuga i bolognesi presso il fiume Senio, al ponte di San Procolo.

Nel 1257, per la prima volta in Italia e forse nel mondo, il Podestà Bonaccorso da Soresina promulgò il Liber Paradisus che aboliva la schiavitù e riscattava i servi della gleba, pagando gli ex proprietari con soldi pubblici e a prezzo di mercato.

A partire dal XIV secolo le lotte interne indebolirono le istituzioni comunali e la città andò progressivamente assoggettandosi all'autorità papale. Nel 1327 il legato pontificio Bertrando del Poggetto prese la città, per poi essere cacciato a furor di popolo nel 1334. Nel 1337 ebbe inizio la signoria dei Pepoli, definita da alcuni studiosi una "cripto-signoria" in quanto la famiglia cercò di governare ponendosi come "primi tra pari" piuttosto che come veri e propri signori della città.
"
Ma se io veggio qui colui che fore
trasse le nove rime, cominciando
"
Donne ch'avete intelletto d'amore.
"
e io a lui:"I mi son un che, quando
Amor mi ispira, noto, e a quel modo
ch'è ditta dentro vo significando."
"O frate, issa vegg'io, diss'elli, "il nodo
che 'l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal

dolce stil novo
ch'i' odo!"

(Purg. XXIV, vv.49-57).
Origine dell'espressione Dolce Stil Novo
L'origine dell'espressione Dolce Stil Novo, è da rintracciare nella divina commedia di Dante Alighieri, in essa, il grande poeta Bonagiunta Orbacciani, definisce la canzone Dantesca
Donne ch'avete intelletto d'amore
con l'espressione Dolce Stil Novo, distinguendo questo stile dal precedente, per i modi di penetrare interiormente nell'animo umano, tramite un uso del linguaggio e della scrittura del tutto inedito.
L'Amor Cortese

Origine del termine, Amor Cortese

La definizione originaria dell'Amor Courtois venne data da Gaston Paris nel 1883, in un trattato che esamina il Lancillotto o il cavalliere della carretta di Chretien de Troyes, Paris afferma che l'amor cortese era un idolizzazione e una disciplina nobilitante. L'amante accetta l'indipendenza della sua amante e cerca di rendersi a lei meritevole, agendo con coraggio e con onore, e facendo tutto ciò che è in suo potere per realizzare i desideri di lei.
Cosi Gaston Paris è riuscito a trarre una definizione che racchiuda le intenzioni dello stile poetico dell'Amor Cortese.
Gaston Paris, celebre intellettuale francese (9 agosto 1839- 5 marzo 1903), è stato filologo e medievista francese., (candidato al premio Nobel per la Letteratura nel 1901, 1902 e nel 1903.
La letteratura Italiana
delle Origini

La scuola Siculo-Toscana
Origine della Scuola Siculo-Toscana
Cartina della citta' di Bologna nel periodo medievale,
da notare come la citta' fosse cinta di mura, tipico del
sistema difensivo dell' epoca
La citta' di Firenze, meta di sviluppo delle piu grandi arti
mondiali, in questo periodo, la citta' costituiva una struttura
difensiva assai simile a quella bolognese, questo per via
delle continue guerre tra Guelfi e Ghibellini.
Il tema dell'Amore e della Donna Angelo
Con lo StilNovo si afferma un nuovo concetto di amore impossibile, che aveva i suoi precedenti nella tradizione culturale e letteraria trobadorica e siciliana, non che
un nuovo concetto di donna,
concepita ora come
donna angelo.
ora la donna ha la funzione di indirizzare l'animo dell'uomo verso la nobilitazione e sublimazione; quella dell'amore assoluto, identificabile tramite la purezza della donna in confronto a quella di Dio.
La donna angelica è qui oggetto di un amore tutto Platonico. Parlare di lei è pura ascesa e nobilitazione dello spirito, puro elogio e contemplazione descrittiva-visiva, ciò consente al poeta di mantenere intaccata la propria ispirazione in quanto diretta ad un ente perfetto e assolutamente raggiungibile.
Si passa cosi dalle varie accezzioni dell'esperienza amorosa, proprie del canzoniere Cavalcantiano ai temi topici dello sguardo liberatorio e salifico della donna angelo. Guido Guinizzelli approfondisce molto il tema dell'amore introducendo un dialogo con Dio in cui dio gli chiede perchè ha indirizzato l'amore e le lodi che solamente a lui e alla madonna convengono, e sempre all'interno del dialogo la risposta di Guinizzelli fù immediata affermando che la sua amata possedeva le sembianze di un angelo. Qui con il periodo stilnovista, dunque si ha le sembianze di una donna vista come un essere ultraterreno, che è da intermediario tra l'uomo e Dio.

La donna angelo, identificata come tale dal fatto che tiene vicino ad essa un rosario, simbolo della religione cristiana e dell'appartenenza a dio
Lo Stile
La novità e l'esperienza poetica dello 'Stil Novo' risiede nella contestazione della poesia, nell'affermazione di una concezione dell'amore e della donna e, soprattutto, in una nuova concezione stilistica. rispetto ai canoni Guittoniani di un difficilissimo e rafinatissimo trobar clus, caratterizzato da oscurità e da ardue sperimentazioni stilistiche, lo Stilnovo rinnova il concetto di trabeur leu, fondando uno stile poetico caratterizato da rime dolci e piane, segnate da una profonda cantabilità del verso.
La poesia Stilnovista è l'espressione della cultura dell'antica nobiltà e della borghesia ricca e mercantile, ossia gli strati socialmente più alti del
comune
. i vecchi valori della precedente cultura hanno ormai ceduto il passo di fronte alle nuove generazioni della civiltà comunale, che si sentono nobili per una loro nobiltà spirituale conquistata con l'esperienza, la vita, la meditazione e la dottrina e che si riassume in una nuova conoscienza di
aristocratica
gentilezza d'animo e di mente.
L'aristocrazia che si stava diffondendo nel comune indipendente di firenze, in questo quadro vi è raffigurato il secondo incontro tra Dante e Beatrice. in quest'opera viene poi messo in risalto l'abito deipersonaggi e in particolare la ricchezza che mostrano le due donne nella scena principale, simbolo del sorgere di una nuova classe sociale, la classe aristocratica mercantile.
I massimi esponenti dello Stil Novo
Guido Guinizzelli
Guido Guinizzelli nacque a Bologna intorno al 1230. Le notizie biografiche su di lui però sono scarse, studiò Diritto all'Università e partecipò alla vita politica della città dalla parte dei ghibellini. Costretto a fuggire nel 1274, quando i guelfi presero il potere, riparò a Monselice, vicino a Padova, dove morì nel 1276.

Le opere e i temi
Il canzoniere di Guido Cavalcanti
comprende cinque opere e 15 sonetti.
inizialmente seguì le orme di Guittone d'Arezzo, ma presto si allontanò dal suo esempio per seguire un suo personale percorso poetico.
Guinizzelli anticipa infatti i principi essenziali del movimento stilnovista, infatti precocemente fù il primo a introdurre la visione di donna-angelo, la quale attraverso l'amore è mandata dal cielo per guidare al bene l'uomo, potenzialmente disposto ad accoglierla sempre, mentre lei con la sua bellezza e le sue virtù angeliche lo avvicina sempre più a Dio. spesso però dice Guinizzelli l'amore può avvicinare a Dio, ma se non è reale, porta all'uomo una grande sofferenza.

Guido Guinizzelli in un celebre ritratto.
Guido Cavalcanti
Guido Cavalcanti nasce a Firenze intorno al 1259, apparteneva a una delle più nobili famiglie guelfe di parte bianca, sconfitta però a Montaperti, sei anni dopo nel 1266, i Cavalcanti rientrarono a Firenze e nel 1267 il padre, Cavalcante, fece sposare Guido con Bice, figli di Farinata Degli Uberti. Guido partecipò con passione alla vita politica del comune, finche' gli ordinamenti di giustizia di Giano della Bella non esclusero i rappresentanti della vecchia nobiltà dalle cariche pubbliche. infine fu esiliato a Sarzana, dove però incontrò una temibile febbre malaria, cosi rientrato a Firenze mori nell'agosto del 300'.
Le opere, i temi e una rappesentazione filosofica dell'amore
Di lui ci sono pervenuti 36 sonetti, 11 ballate e due canzoni, si formo' negli ambienti bolognesi, fù di carattere sdegnoso e solitario. Cavalcanti maturò una visione estremamente pessimistica dell'esistenza.
la sua concezione dell'amore è basata su una gerarchia di facoltà che ha al vertice l'anima sensitiva, quindi la mente, simbolo di una razionalità universale e il cuore, luogo della sensibilità. Secondo il poeta l'amore è sede della fantasia e del desiderio, ma minaccia la disgregazione dell'io. Lo strapotere di amore si affianca alla fragilità del poeta, incapace di alzarsi verso le più alte sfere sensoriali.
l'esperienza stilnovista dell'amore diventano in Cavalcanti una forma di angoscia e turbamento. Le rimedi Cavalcanti, a tratti oscure espongono per lo piuù i principi della sua concezione filosofica.
Quadro raffigurante Guido Cavalcanti
introduzione allo Stilnovo,
la corrente dell' amore

Il vostro bel saluto e il gentil sgaurdo
Io voglio del ver la mia donna laudare
Al cor gentil rempaira sempre amore
Voi ch'avete mutata la maniera
Il Canzoniere
Chi è questa che vien, ch'ogn'om la mira
voi che per li occhi mi passate 'l core
Perch' i' no spero di tornar giammai
In un boschetto trova' pasturella
Dante e Beatrice
Il ruolo di Beatrice
Donne ch'avete intelletto d'amore
Tanto gentile e tanto onesta pare
Guido,i' vorrei che tu, Lapo ed io
Guido io vorrei che Tu, Lapo ed io
Il Dolce Stil Novo
La fine del Dolce Stil Novo
Lapo Gianni
Un episodio del canto
XXIV del Purgatorio
famiglia, i Sighibuldi, lo mandò a Bologna per studiare Diritto e per formarsi dal punto di vista letterario. Si parla inoltre
- a partire da una tesi di von Savigny - di un suo soggiorno di due anni in Francia,
a Orléans[1] (sede di una delle principali scuole di Diritto transalpine) dove sarebbe stato allievo
di Pierre de Belleperche; circostanza che non risulta del tutto certa, specie alla luce del fatto che l'incontro
fra Cino da Pistoia e Pierre de Belleperche sarebbe avvenuto a Bologna nel 1300, in occasione di alcune lezioni
che il celebre giurista francese avrebbe tenuto presso l'Alma Mater durante la sua tappa bolognese del pellegrinaggio
verso Roma, dove si stava tenendo il I Giubileo. Di tale incontro dà notizia Cino stesso in un passo del Commentario
(7.47, de sententiis quae pro eo, n.6).[2]

Amico di Dante Alighieri, nel 1302 fu costretto a lasciare Pistoia a causa della sua appartenenza alla parte ghibellina.
Vi fece ritorno tre anni dopo grazie all'intervento di Moroello Malaspina, la cui famiglia proteggeva anche
Dante esiliato presso i feudi della Lunigiana; una volta rientrato lavorò come giudice.

Si unì al seguito dell'Imperatore Arrigo VII, aderendo al suo programma di restaurazione
del potere imperiale in Italia, e nell'ambito di tale progetto collaborò - in qualità di assessore - con Ludovico di Savoia,
quando questi diventò senatore di Roma. A seguito della morte di Arrigo VII, avvenuta nell'agosto del 1313 a Buonconvento,
si sarebbe ritirato momentaneamente dalla vita politica dedicandosi agli studi e redigendo il suo celebre Commentario al Codex
e al Digesto giustinianei.

Avrebbe successivamente mutato radicalmente il suo pensiero politico, diventando un fedele guelfo,
probabilmente per via di vari incarichi pubblici affidatigli da città guelfe.

Dal 1321 al 1333 insegnò diritto in diverse università italiane, tra cui Siena, Perugia
- sede nella quale si sarebbe trattenuto più a lungo, e dove avrebbe incontrato il più celebre fra i suoi allievi,
Bartolo da Sassoferrato - e Napoli, città, quest'ultima, nella quale conobbe Giovanni Boccaccio.
Lo vostro bel saluto e ’l gentil sguardo
che fate quando v’encontro, m’ancide1:
Amor m’assale e già non ha riguardo
s’elli face peccato over merzede,

ché per mezzo lo cor me lanciò un dardo
ched oltre ’n parte lo taglia e divide;
parlar non posso, ché ’n pene io ardo
sì come quelli che sua morte vede.

Per li occhi passa come fa lo trono,
che fer’ per la finestra de la torre
e ciò che dentro trova spezza e fende:

remagno come statüa d’ottono,
ove vita né spirto non ricorre,
se non che la figura d’omo rende.

Livello tematico
Il sonetto, come si è detto, è divisibile in due parti: nelle quartine emergono gli effetti diretti del saluto e dello sguardo della donna sull’amante; nelle terzine è riscontrabile la similitudine tra tali eventi e il mondo circostante il poeta ed è presente il paragone diretto dell’azione della donna sull’uomo con quanto accade in natura.
Il tema del saluto e della gentilezza della donna, rintracciabile nelle parole chiave «saluto» e «gentile», rimanda a un motivo ricorrente della poesia stilnovistica, già evidenziato in Al cor gentil rempaira sempre amore.
Ma in questo caso il saluto dell’amata non produce il magistrale effetto di beatitudine riscontrato in altri componimenti: nella prima quartina il verbo «m’ancide» rompe la serenità dell’inizio e l’attenzione passa, dalla donna, ai dolorosi effetti che l’amore produce sull’innamorato.
Io voglio del ver la mia donna laudare
Ed assembrarli la rosa e lo giglio:
più che stella diana splende e pare,
e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.

Verde river’ a lei rasembro a l’are,
tutti color di fior’, giano e vermiglio,
oro ed azzurro e ricche gioi per dare:
medesmo Amor per lei rafina meglio.

Passa per via adorna, e sì gentile
ch’abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa ‘l de nostra fé se non la crede:

e no ‘lle po’ apressare om che sia vile;
ancor ve dirò c’ha maggior vertute:
null’om po’ mal pensar fin che la vede.
In questo testo Guinizzelli tesse un elogio della donna e, nelle quartine, la paragona alle bellezze della natura come i fiori, idealmente rappresentati dalla rosa e dal giglio, che possono simboleggiare una vasta gamma di sentimenti, in particolare l'amore e la purezza; i corpi celesti, che già trasferiscono le virtù della donna su un piano soprannaturale; le bellezze della natura con i colori, compresi quelli cangianti delle pietre preziose.La donna viene vista come ispiratrice e purificatrice dell' amore stesso, e la sua apparizione produce effetti benefici e miracolosi: può addirittura convertire gli infedeli, oltre ad allontanare ogni cattivo pensiero e malessere. Si compie così quel processo di sublimazione della donna-da creatura terrena a creatura celeste-che contraddistingue la poetica stilnovistica.
Al cor gentil rempaira sempre amore
come l’ausello in selva a la verdura1;
né fe’ amor anti che gentil core,
né gentil core anti ch’amor, natura:
ch’adesso con’ fu ’l sole,
sì tosto lo splendore fu lucente,
né fu davanti ’l sole;
e prende amore in gentilezza loco
così propiamente
come calore in clarità di foco.

Foco d’amore in gentil cor s’aprende
come vertute in petra preziosa,
che da la stella valor no i discende
anti che ’l sol la faccia gentil cosa;
poi che n’ha tratto fòre
per sua forza lo sol ciò che li è vile,
stella li dà valore:
così lo cor ch’è fatto da natura
asletto, pur, gentile,
donna a guisa di stella lo ’nnamora.

Amor per tal ragion sta ’n cor gentile
per qual lo foco in cima del doplero:
splendeli al su’ diletto, clar, sottile;
no li stari’ altra guisa, tant’è fero.
Così prava natura
recontra amor come fa l’aigua il foco
caldo, per la freddura.
Amore in gentil cor prende rivera
per suo consimel loco
com’adamàs del ferro in la minera.

Fere lo sol lo fango tutto ’l giorno:
vile reman, né ’l sol perde calore;
dis’omo alter: «Gentil per sclatta torno»;
lui semblo al fango, al sol gentil valore:
ché non dé dar om fé
che gentilezza sia fòr di coraggio
in degnità d’ere’
sed a vertute non ha gentil core,
com’aigua porta raggio
e ‘l ciel riten le stelle e lo splendore.

Splende ’n la ’ntelligenzia del cielo
Deo criator più che [’n] nostr’occhi ‘l sole:
ella intende suo fattor oltra ’l cielo,
e ’l ciel volgiando, a Lui obedir tole;
e con’ segue, al primero,
del giusto Deo beato compimento,
così dar dovria, al vero,
la bella donna, poi che [’n] gli occhi splende
del suo gentil, talento
che mai di lei obedir non si disprende10.

Donna, Deo mi dirà: «Che presomisti?»,
siando l’alma mia a lui davanti.
«Lo ciel passasti e ’nfin a Me venisti
e desti in vano amor Me per semblanti:
ch’a Me conven le laude
e a la reina del regname degno,
per cui cessa onne fraude».
Dir Li porò: «Tenne d’angel sembianza
che fosse del Tuo regno;
non me fu fallo, s’in lei posi amanza».
Tra le tematiche della canzone vi è quella della nobiltà d'animo, o gentilezza; questa tematica era già stata trattata dalla cultura cortese con Andrea Cappellano che affermava che la prodezza dei costumi fosse l'unica a dare la nobiltà agli uomini; in altre parole si affermava che la nobiltà non dipendesse dalla nascita, ma dal valore della persona. In questa visione si rispecchiavano molti piccoli aristocratici senza feudi che in un certo qual modo volevano essere considerati di diritto parte della classe feudale dell'età cortese. Il concetto è ripreso dal Guinizzelli, ma in un contesto completamente diverso da quello del Cappellano.

Guido era un intellettuale e anche fece parte di una delle massime cariche comunali, il giudice. Per raggiungere un'egemonia tra le istituzioni cittadine e soppiantare la classe dirigente nobiliare del Comune, fu elaborata una nuova concezione della nobiltà: per essere gentili non basta essere di sangue nobile, perché la gentilezza non è ereditaria. Si forma così una nuova nobiltà cittadina che si basa sulle proprie doti di intelligenza e cultura, ciò che Dante Alighieri considerava l'altezza dell'ingegno.

Per spiegare questa concezione dell'amore, Guinizzelli struttura la sua canzone come un vero e proprio trattato filosofico in poesia; utilizza numerosi esempi tratti dalla filosofia naturale, dalla scienza delle pietre preziose, dall'astronomia e infine, per imprimere alla sua idea d'amore un senso universale, dalla teologia.
Voi, ch’avete mutata la mainera
de li plagenti ditti de l’amore
de la forma dell’esser là dov’era,
per avansare ogn’altro trovatore,

avete fatto como la lumera,
ch’a le scure partite dà sprendore,
ma non quine ove luce l’alta spera,
la quale avansa e passa di chiarore.

Così passate voi di sottigliansa,
e non si può trovar chi ben ispogna,
cotant’ è iscura vostra parlatura.

Ed è tenuta gran dissimigliansa,
ancor che ’l senno vegna da Bologna,
traier canson per forsa di scrittura.
Voi, ch'avete mutata la maniera è un sonetto scritto da Bonagiunta Orbicciani. In questa poesia il poeta polemizza nei confronti del nuovo stile poetico di Guido Guinizelli, l'iniziatore del Dolce Stil Novo con la canzone Al cor gentil rempaira sempre amore, colpevole, a suo dire, di aver abbandonato la tradizione lirica amorosa dei trovatori provenzali e dei siciliani e di indulgere troppo a ragionamenti filosofici e capziosi, ricorrendo all'uso di un linguaggio complesso e poco chiaro. Al tono polemico subentra in qualche passaggio un garbato sarcasmo, con il quale Bonagiunta difende l'«antica maniera» contro le pretese del nuovo gusto. Proprio a Bonagiunta Dante affiderà il compito di dare la prima "definizione" della poetica stilnovistica (Purgatorio XXIV,55-57). Al sonetto di Bonagiunta risponderà Guinizelli con un altro componimento, Omo ch'è saggio non corre leggero, il quale secondo le regole della tenzone poetica riproduce lo stesso schema metrico.
Guinizzellli fu uno tra i primi preccursori stilnovisti che introdussero il Canzoniere, anticamente canzoniéro (catalano cançoner, occitano cançonièr, galiziano e portoghese cancioneiro, spagnolo cancionero), nasce con la letteratura romanza ed è una raccolta di rime spesso destinate al canto o alla musica e solitamente di carattere amoroso, di un solo o di vari poeti. Generalmente un Canzoniere raccoglie poesie dalla struttura metrica dissimile. Nella letteratura italiana il Canzoniere più noto è senz'altro quello di Francesco Petrarca. Anche i Canzonieri, in quanto raccolte di poesie, si sono profondamente modificati col tempo, seguendo le principali innovazioni poetiche. In età moderna, dunque, si è sviluppato e si è imposto un canzoniere di poesie a verso libero, soppiantando il canzoniere di poesie che avevano determinate strutture metriche.
Introduzione del
Canzoniere di Guinizzelli
Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira,
che fa tremar di chiaritate l’âre
e mena seco Amor, sì che parlare
null’omo pote, ma ciascun sospira?

O Deo, che sembra quando li occhi gira,
dical’Amor, ch’i’ nol savria contare:
cotanto d’umiltà donna mi pare,
ch’ogn’altra ver’ di lei i’ la chiam’ira.

Non si poria contar la sua piagenza,
ch’a le’ s’inchin’ogni gentil vertute,
e la beltate per sua dea la mostra.

Non fu sì alta già la mente nostra
e non si pose ’n noi tanta salute,
che propiamente n’aviàn canoscenza.
Questo sonetto di cavalcanti racconta come l’arrivo di una donna causi un turbamento che coinvolge tutti i sensi del poeta ed egli rapito dalla bellezza della donna si rende conto dell’impossibilità di poter esprimere con le parole la sua essenza.
Il motivo della luminosa bellezza della donna angelicata e dello sbigottimento dell’uomo che la osserva impotente di fronte a tanto splendore vengono introdotti già nei primi quattro versi del sonetto. La donna è rappresentata come un essere divino, soprannaturale ed in quanto essere miracoloso, non può e non deve essere descritta nel suo aspetto fisico, ma si può solo vedere indirettamente la sua importanza negli effetti che produce su coloro che la osservano. Il motivo dell’indescrivibilità, quindi, attraversa tutto il sonetto e ne diventa il tema principale.
Voi che per li occhi mi passaste ’l core
e destaste la mente che dormia,
guardate a l’angosciosa vita mia,
che sospirando la distrugge Amore1.

E’ vèn tagliando di sì gran valore,
che’ deboletti spiriti van via:
riman figura sol en segnoria
e voce alquanta, che parla dolore.

Questa vertù d’amor che m’ha disfatto
da’ vostr'occhi gentil’ presta si mosse:
un dardo mi gittò dentro dal fianco.

Sì giunse ritto ’l colpo al primo tratto
che l’anima tremando si riscosse
veggendo morto ’l cor nel lato manco.
L’azione teatrale si conclude con la constatazione della “morte” del cuore. Si tratta ovviamente di una morte metaforica, risultato dello sconvolgimento portato nell’uomo dalla passione. Questa avvince l’uomo ai propri sensi, impedendogli di elevarsi alla conoscenza intellettuale (scopo, per Aristotele, dell’umana esistenza); ma in questo sonetto tale tematica è appena accennata. Il tema dell’amore come ostacolo alla conoscenza trova il suo sviluppo nel sonetto Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira, alla cui analisi rimandiamo per una più compiuta intelligenza del pensiero-poesia di Cavalcanti.

Secondo Ugo Foscolo, e altri, la ‘ballatetta’ - una fra le più belle e famose composizioni del Cavalcanti - sarebbe nata dall’esilio. In realtà, nel contenuto essa si ispira alla tradizione cortese del ‘congedo’ dall’amata e dalla stessa vita. Si tratta di una delle sue più raffinate realizzazioni metriche e ritmiche, nella sapiente alternanza tra versi lunghi, a rime alterne, e versi brevi, a rime baciate: quasi ad alternare i ragionamenti amorosi ai sospiri dell’innamorato. I primi sono quelli tipici del Dolce stil novo, di cui Guido - uno dei più grandi, complessi e suggestivi poeti del Duecento - è, con Dante (“primo de li suoi amici”, nato una quindicina d’anni dopo di lui), il maggiore rappresentante. I secondi fanno parte anch’essi del raffinato repertorio della lirica d’amore, cui però si aggiunge un tono di amara malinconia, in un’astrazione lirica volta al lato più oscuro della psicologia amorosa. La forma è leggera e piana, ma la raffinatezza è lievemente insistita, grazie a quel certo ‘disdegno’ (di cui parla Dante nel X canto dell’Inferno) che rende Guido, come anche lo descrive Dino Compagni, un intellettuale “cortese e ardito, ma sdegnoso e solitario”.
La scena descritta è quella di un rituale di corteggiamento assai facile e lontano dalla complessità della poesia stilnovista e cortese, con il cavaliere che domanda alla pastorella se è accompagnata e lei che gli risponde che va "sola sola" per il bosco, con ammissione implicita di un consenso all'avventura erotica; la giovane aggiunge che quando gli uccelli cantano nel bosco il suo cuore desidera avere un amante ("drudo", termine che nella lirica provenzale alludeva all'amore sensuale), invitando di fatto il cavaliere a unirsi a lei visto che il canto degli uccelli nella foresta è continuo. Lui le chiederà di baciarla e abbracciarla (altri termini attinenti alla fin'amor dei trovatori occitanici) e lei lo condurrà per mano nel luogo della loro unione, al fresco della radura. L'allusione finale al "die d'amore" (dio Amore) che al poeta sembra di vedere è un velato accenno al piacere sessuale provato insieme alla ragazza, oltre che un riferimento alla poesia colta.

In un boschetto trova’ pasturella
più che la stella – bella, al mi’ parere.

Cavelli avea biondetti e ricciutelli,
e gli occhi pien’ d’amor, cera rosata;
con sua verghetta pasturav’ agnelli;
[di]scalza, di rugiada era bagnata;
cantava come fosse ’namorata:
er’ adornata – di tutto piacere.

D’amor la saluta’ imantenente
e domandai s’avesse compagnia;
ed ella mi rispose dolzemente
che sola sola per lo bosco gia,
e disse: «Sacci, quando l’augel pia,
allor disïa – ’l me’ cor drudo avere».

Po’ che mi disse di sua condizione
e per lo bosco augelli audìo cantare,
fra me stesso diss’ i’: «Or è stagione
di questa pasturella gio’ pigliare».
Merzé le chiesi sol che di basciare
ed abracciar, – se le fosse ’n volere.

Per man mi prese, d’amorosa voglia,
e disse che donato m’avea ’l core;
menòmmi sott’ una freschetta foglia,
là dov’i’ vidi fior’ d’ogni colore;
e tanto vi sentìo gioia e dolzore,
che ’l die d’amore – mi parea vedere.

Perch’i’ no spero di tornar giammai,
ballatetta, in Toscana,
va’ tu, leggera e piana,
dritt’a la donna mia,
che per sua cortesia
ti farà molto onore.

Tu porterai novelle di sospiri
piene di dogli’ e di molta paura;
ma guarda che persona non ti miri
che sia nemica di gentil natura:
ché certo per la mia disaventura
tu saresti contesa,
tanto da lei ripresa
che mi sarebbe angoscia;
dopo la morte, poscia,
pianto e novel dolore.

Tu senti, ballatetta, che la morte
mi stringe sì, che vita m’abbandona;
e senti come ’l cor si sbatte forte
per quel che ciascun spirito ragiona.
Tanto è distrutta già la mia persona,
ch’i’ non posso soffrire:
se tu mi vuoi servire,
mena l’anima teco
(molto di ciò ti preco)
quando uscirà del core.

Deh, ballatetta, a la tu’ amistate
quest’anima che trema raccomando:
menala teco, nella sua pietate,
a quella bella donna a cu’ ti mando.
Deh, ballatetta, dille sospirando,
quando le se’ presente:
«Questa vostra servente
vien per istar con voi,
partita da colui
che fu servo d’Amore».

Tu, voce sbigottita e deboletta
ch’esci piangendo de lo cor dolente,
coll’anima e con questa ballatetta
va’ ragionando della strutta mente.
Voi troverete una donna piacente,
di sì dolce intelletto
che vi sarà diletto
starle davanti ognora.
Anim’, e tu l’adora
sempre, nel su’ valore.
Appartenne - forse come poeta dilettante - al gruppo fiorentino del Dolce stil novo e, in base ad atti storici articolati in un trentennio a cavallo fra Duecento e Trecento, risulta svolgesse molto probabilmente un'attività da notaio (viene spesso identificato con l'appellativo di notaio Ser Lapo, figlio di Giovanni Ricevuti, da cui il presunto cognome Gianni).

Le sue composizioni - a detta dei critici - si distinguono per una particolare leggerezza e originalità.

È ricordato - oltre che per i suoi diciassette componimenti giunti ai nostri giorni (undici ballate, tre canzoni, due stanze isolate di canzone e un sonetto doppio caudato) - per essere stato citato da Dante (del quale fu amico assieme a Guido Cavalcanti) nel celebre sonetto delle Rime che inizia con il verso Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io, e in Amore e monna Lagia (oltre che nel sonetto di Guido Cavalcanti Se vedi Amore e Dante, un sospiro). Nel De vulgari eloquentia (I 13 3), viene inoltre annoverato, assieme a Dante stesso, a Guido Cavalcanti e a Cino da Pistoia, tra i poeti che raggiunsero la "vulgaris excellentiam"
La vita di Lapo Gianni
Nella Firenze del XIII secolo il giovane Dante Alighieri, di nobile famiglia di guelfi bianchi, passeggiando sulle coste dell’Arno dopo aver assistito ad una lezione di Brunetto Latini incontra e s'innamora di Beatrice, figlia del banchiere Folco Portinari, che ne corrisponde l'amore.

Mentre il poeta è ad Arezzo per partecipare alla battaglia di Campaldino, Beatrice viene data in sposa dal padre al capo dei guelfi neri Simone de' Bardi, per suggellare i suoi accordi politici. Infelice, Beatrice si ammala gravemente e muore fra le braccia di Dante appena tornato dalla guerra. Dante, distrutto dal dolore, cerca invano consolazione con la cortigiana Gentucca ed intraprende gli studi che porteranno alla stesura della Vita nova e della Commedia.

Ed è in quest'ultima che il sommo poeta ritrova la sua amata nel Giardino Terrestre, che lo conduce nel Paradiso. Dante incontra le anime dei giusti sul pianeta Giove in seguito alla sua discussione con l'antenato Cacciaguida, e prosegue poi nella sfera delle Stelle Fisse dove incontra San Pietro e San Giacomo. Infine Beatrice lo lascia nelle braccia della Vergine Maria a cui invoca la saggezza e la capacità per comporre il suo poema.
Breve spunto sulla vita
di Dante, massimo esponente dello
Stilnovo
Dante e Beatrice,
incontro in paradiso
Beatrice è protagonista di molte delle prime poesie stilnoviste di Dante, poi raccolte nella Vita Nuova e nelle Rime. Nel «libello» giovanile la donna non è solo la donna-angelo dello Stilnovo, ma è già raffigurazione di Cristo e sembra anticipare il valore allegorico che avrà nel poema, ovvero quello della grazia divina e della teologia rivelata che sola può condurre l'uomo alla salvezza eterna e al possesso delle tre virtù teologali (fede, speranza, carità).
Dopo la sua morte Dante attraversò un momento di «traviamento» morale, che vide l'inizio di studi filosofici (ne parla Dante stesso nel Convivio) e nuove esperienze poetiche, come le Rime petrose.
Dante si riferisce a lei col termine donna, carico di significati stilnovisti, e Beatrice avrà spesso nei confronti del discepolo un atteggiamento severo, rimproverandogli molte volte la sua ignoranza in materia dottrinale. Significativo è poi il fatto che nel Paradiso Beatrice smentisca varie volte delle affermazioni di carattere scientifico fatte da Dante soprattutto nel Convivio, a cominciare da quella riguardante la natura delle macchie lunari.
Beatrice Portinari
Beatrice è una figura angelica, circonfusa da un'aura di sacralità, che dalla sua prima apparizione avvince Dante e lo purifica, elevandone i sentimenti, e che riesce a riportarlo allo stesso livello di salute spirituale anche dopo morta, mantenendovelo per sempre: la sua funzione supera perciò la breve esperienza d'amore caratteristica degli altri poeti dello stilnovo, per diventare fondamento di eterna salvezza. Questa e' appunto la conclusione che tra Dante nella vita nova, un testo che parla appunto del suo essere in conforme alla volonta' dell' amore.
in particolare quest' opera e' quella di maggior valore stilnovistico, narrando i passaggi fondamentali della vita di Dante, riesce a metterli come conseguenza dell' amore. infatti quest' opera contiene numerose poesie che in breve analizzeremo...
Donne ch’avete intelletto d’amore,
i’ vo’ con voi de la mia donna dire,
non perch’io creda sua laude finire,
ma ragionar per isfogar la mente.
Io dico che pensando il suo valore,
Amor sì dolce mi si fa sentire,
che s’io allora non perdessi ardire,
farei parlando innamorar la gente.
E io non vo’ parlar sì altamente,
ch’io divenisse per temenza vile;
ma tratterò del suo stato gentile
a respetto di lei leggeramente,
donne e donzelle amorose, con voi,
ché non è cosa da parlarne altrui.
Angelo clama in divino intelletto
e dice: "Sire, nel mondo si vede
maraviglia ne l’atto che procede
d’un’anima che ’nfin qua su risplende".
Lo cielo, che non have altro difetto
che d’aver lei, al suo segnor la chiede,
e ciascun santo ne grida merzede.
Sola Pietà nostra parte difende,
che parla Dio, che di madonna intende:
"Diletti miei, or sofferite in pace
che vostra spene sia quanto me piace
là ’v’è alcun che perder lei s’attende,
e che dirà ne lo inferno: O mal nati,
io vidi la speranza de’ beati".
Madonna 10 è disïata in sommo cielo:
or voi di sua virtù farvi savere.
Dico, qual vuol gentil donna parere
vada con lei, che quando va per via,
gitta nei cor villani Amore un gelo,
per che onne lor pensero agghiaccia e pere;
e qual soffrisse di starla a vedere
diverria nobil cosa, o si morria.
E quando trova alcun che degno sia
di veder lei, quei prova sua vertute,
ché li avvien, ciò che li dona, in salute 14,
e sì l’umilia, ch’ogni offesa oblia.
Ancor l’ha Dio per maggior grazia dato
che non pò mal finir chi l’ha parlato.
Dice di lei Amor: "Cosa mortale
come esser pò sì adorna e sì pura?"
Poi la reguarda, e fra se stesso giura
che Dio ne ’ntenda di far cosa nova.
Color di perle ha quasi, in forma quale
convene a donna aver, non for misura:
ella è quanto de ben pò far natura;
per essemplo di lei bieltà si prova.
De li occhi suoi, come ch’ella li mova,
escono spirti d’amore inflammati,
che feron li occhi a qual che allor la guati,
e passan sì che ’l cor ciascun retrova:
voi le vedete Amor pinto nel viso,
là ’ve non pote alcun mirarla fiso.
Canzone, io so che tu girai parlando
a donne assai, quand’io t’avrò avanzata.
Or t’ammonisco, perch’io t’ho allevata
per figliuola d’Amor giovane e piana,
che là ’ve giugni tu diche pregando:
"Insegnatemi gir, ch’io son mandata
a quella di cui laude so’ adornata".
E se non vuoli andar sì come vana,
non restare ove sia gente villana :
ingegnati, se puoi, d’esser palese
solo con donne o con omo cortese,
che ti merrano là per via tostana.
Tu troverai Amor con esso lei;
raccomandami a lui come tu dei.
Dante nell' atto di invocare
una preghiera alle donne, persecutrici
dell' amore, e figure angeliche per tutti
gli uomini.
Donne ch’avete intelletto d’amore è infatti rilevante l’individuazione, da parte del poeta, del pubblico di riferimento cui si vuol parlare: quella cerchia ristretta di intenditrici femminili della poetica dell’amore stilnovista, che, in virtù delle loro qualità morali ed intellettuali, possono comprendere la confessione di Dante (vv. 11-14: tratterò del suo stato gentile a respetto di lei leggeramente,donne e donzelle amorose, con vui, ché non è cosa da parlarne altrui"). Ma ancor più decisiva è la novità nel trattamento di una materia classica come quella della celebrazione in versi della persona amata.
Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi in un vasel, ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio;

sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse ’l disio.

E monna Vanna e monna Lagia poi
con quella ch’è sul numer de le trenta
con noi ponesse il buono incantatore:

e quivi ragionar sempre d’amore,
e ciascuna di lor fosse contenta,
sì come i’ credo che saremmo noi.


Il tema principale del sonetto è il desiderio, la descrizione di un sogno di vita cortese, completamente staccato dalla vita reale, per isolarsi dal contesto storico-sociale in una ricerca di levità fantastica: parole chiave della sfera del sogno, oltre a “vorrei” (v. 1), sono “talento” (v. 7) e “disio” (v. 8). Lo spazio e il tempo sono del tutto indeterminati, come dimostra altresì il ripetersi due volte (ai vv. 7 e 12) dell’avverbio “sempre”.

Il tema fondamentale delle quartine è l’amicizia con i due poeti stilnovisti Guido Cavalcanti e Lapo Gianni, a cui Dante è legato da una grande comunanza di sentimenti; nelle terzine, invece, si introduce l’elemento principale che li accomuna, ovvero il “ragionar sempre d’amore” (v. 12), in un contesto esclusivo, fiabesco e rarefatto, tra spiriti eletti: si tratta, come abbiamo visto, di un tratto tipico della poesia stilnovistica. L’iniziale desiderio individuale di Dante, alla fine, si trasforma in un desiderio collettivo, che accomuna tutti e tre gli amici, in un crescendo del desiderio. L’ambito del magico e del meraviglioso (“incantamento”, v. 2; “vasel”, v. 3; “buono incantatore”, v. 11) richiama la lirica provenzale, già seguita nel genere stesso del componimento che si può definire un plazer, cioè un’enunciazione di realtà piacevoli. Infatti, secondo il critico G. Contini, il “vasel” sarebbe la nave incantata di mago Merlino (il “buono incantatore ” del v. 11), più volte menzionata nel ciclo arturiano.
Nonostante si considerasse soprattutto come tutti gli eruditi del suo tempo, un autore di lingua latina, svolse un ruolo essenziale per lo sviluppo della poesia italiana in volgare, venendo considerato, al pari di Dante, padre della lingua italiana. Egli è innanzitutto il poeta da cui scaturisce l'autonomia della poesia, il poeta della modernità. Infatti, essendo caratterizzato dal dissidio interiore e dal dubbio, ed avendo egli incentrato la propria produzione letteraria sull'individuo, è stato definito dalla critica "protoumanista".

L'opera lirica di Petrarca somma in sé tutte le esperienze della poesia italiana delle origini, compiendo tuttavia una selezione dal punto di vista della metrica (stabilendo ad esempio precise regole sull'accentazione degli endecasillabi che all'epoca di Dante era ancora meno codificata) e negli argomenti (escludendo dal canone tematico gli elementi goliardici e realistici che nel Duecento erano stati presenti e che continuavano ad avere successo nel Trecento) con cui si influenzò fortemente tutta la poesia a venire. Il fenomeno del petrarchismo costituisce uno dei capitoli più complessi nella storia delle tradizioni letterarie europee.
Quindi la fine del Dolce Stilnovo e' fissata con l'ascesa del grande poeta Petrarca, padre della lingua italiana appunto, che con la sua corrente preumanista ha cominciato a sradicare i concetti chiave dello Stilnovo e quindi di quella corrente volgare e amorosa, per dedicarsi al culto dei grandi classici, e quindi avere un ritorno al latino, in opere corrispondenti ma innovative nello stile a quelle scritte dai romani e dai greci.
Ritratto di Francesco Petrarca
precursore preumanista
Tanto gentil, e tanto onesta pare
Il Periodo storico
Cos'era l'amor cortese
Il contesto storico
Il tema amoroso
Cartina fisica della Francia
La pratica dell'amor cortese viene a svilupparsi nella vita di corte di quattro regioni: Aquitania, Provenza, Champagne e Borgogna, pressappoco al tempo della prima crociata (1099) dall'Aquitania, Eleonora portò gli ideali dell'amor cortese prima alla corte di Francia, poi in Inghilterra, dove fu regina di due re. Sua figlia Maria, contessa di Champagne portò il comportamento cortese alla corte del conte di Champagne. L'amor cortese trova la sua espressione nelle poesie liriche scritte dai trovatori, come Guglielmo IX, duca d'Aquitania (1071–1126), uno dei primi poeti trovatori.

I poeti adottarono così la terminologia del feudalesimo, dichiarandosi vassalli della donna e rivolgendosi a lei con l'appellativo lusinghiero di midons, una specie di nome in codice in modo che il poeta non ne rivelasse il nome. Il modello trobadorico della donna ideale era la moglie del suo "datore di lavoro" o signore, una donna di un rango più elevato, di solito la ricca e potente padrona del castello. Quando il marito era lontano per la crociata o altri affari, lei gestiva gli affari amministrativi e culturali; talvolta questo succedeva anche quando il marito era a casa. La donna era ricca e potente e il poeta dava così voce alle aspirazioni della classe cortigianesca, in quanto solo coloro che erano nobili potevano cimentarsi nell'amor cortese. Questo nuovo tipo di amore vedeva la nobiltà non in base alla ricchezza e alla storia della famiglia, ma nel carattere e nelle azioni, e quindi faceva appello ai cavalieri più poveri che vedevano così una strada aperta per progredire.

Poiché a quel tempo il matrimonio aveva poco a che fare con l'amore, l'amor cortese era anche un modo per i nobili di esprimere l'amore non trovato nel loro matrimonio. Gli "amanti" nel contesto dell'amor cortese non facevano riferimento al sesso, ma piuttosto all'agire emotivo. Questi "amanti" avevano brevi appuntamenti in segreto, che si intensificavano mentalmente, ma mai fisicamente.Le regole dell'amor cortese vennero codificate in quell'opera altamente influente del tardo secolo XII che è il De amore di Andrea Cappella
L'analisi storica dell'amor cortese presenta discrepanze tra le varie scuole. Quel genere di storia che guarda l'alto medioevo come dominato da una teocrazia prude e patriarcale, vede l'amor cortese come una reazione "umanistica" alle idee puritane della chiesa cattolica.Nel linguaggio degli studiosi che appoggiano questa opinione, l'amor cortese è serbato per la sua esaltazione della femminilità come forza morale, spirituale e nobilitante, contrariamente allo sciovinismo corazzato del primo e secondo stato.La condanna dell'amor cortese all'inizio del XIII secolo da parte della Chiesa in quanto eretico, viene visto da questi studiosi come il tentativo di reprimere questa "ribellione sessuale".
l' amor cortese in generale
punto di controversia in corso sull'amor cortese è in che misura esso fosse sessuale. Tutto l'amor cortese era erotico in un certo senso, e non puramente platonico — i trovatori parlano della bellezza fisica delle loro donne e dei sentimenti e desideri che queste suscitano in loro. Tuttavia, non è chiaro ciò che un poeta dovrebbe fare: vivere una vita di desiderio perpetuo incanalando le sue energie per fini più alti, o dedicarsi alla soddisfazione fisica. Gli studiosi considerano entrambe le opzioni.

Denis de Rougemont osserva che i trovatori venissero influenzati dalle dottrine catare che rigettavano i piaceri della carne, rivolgendosi perciò metaforicamente allo spirito e all'anima delle loro donne. Rougemont inoltre aggiunge che l'amor cortese sottostava al codice cavalleresco e perciò la lealtà del cavaliere andava sempre al suo re, prima che alla sua amante. Edmund Reiss dichiara per di più che esso fosse un amore spirituale, ma un amore che aveva più attinenza con l'amore cristiano, o caritas. D'altra parte, gli studiosi come Mosché Lazar affermano che il fine desiderato fosse l'amore sessuale adultero, finalizzato al possesso fisico della donna.
Molti studiosi identificano l'amor cortese con l'"amore puro" descritto nel 1184 da Andrea Cappellano nel De amore.
All'interno del corpus poetico trobadorico vi è un'ampia possibilità di atteggiamenti, anche attraverso le opere dei singoli poeti. Alcune poesie sono fisicamente sensuali, e a volte anche oscene, mentre altre altamente spirituali ai limiti del platonico.
« È l'amore puro che lega insieme i cuori dei due amanti con ogni sentimento di gioia. Questo tipo consiste nella contemplazione della mente e l'affetto del cuore, limitandosi al bacio e all'abbraccio e al modesto contatto con il corpo nudo dell'amante, omettendo la soddisfazione completa, poiché ciò non è permesso a coloro che desiderano amare in modo puro... Questo viene chiamato amore misto che trae il suo effetto da ogni delizia del corpo, culminando nell'atto finale di Venere.>>
Andrea Cappellano
L' amore tra il cavagliere
e la sua amata
Tanto Gentil e tanto Onesta pare

Tanto gentil e tanto onesta pare
la donna mia quand'ella altrui saluta,
ch'ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l'ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d'umilta' vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi si' piacente a chi la mira,
che da' per li occhi una dolcezza al core,
che 'ntender non la puo' chi no la prova;

e par che de la sua labbia si mova
uno spirito soave pien d'amore,
che va dicendo a l'anima: Sospira.

(Dante Alighieri da Vita Nova)
Si tratta di un sonetto che è uno dei più importanti componimenti della raccolta Vita nuova e rientra nelle cosiddette rime in lode a Beatrice. Decanta, infatti, in una atmosfera estatica, i caratteri angelici della giovane donna amata da Dante (Bice di Folco Portinari), esaltando le sue virtù morali e di comportamento: la nobiltà d’animo, il decoro, la modestia.
Il Poeta non fornisce una descrizione fisica volendo sottolineare invece l’aspetto spirituale e il fascino soprannaturale della donna che suscita un sentimento che solo gli esseri di natura angelica possono destare. Dante si rifà alla figura della donna-angelo, concetto fondamentale della poesia dello Stilnovo e tramite per un amore che consiste nella perfezione morale e nell’elevarsi a Dio.
Nel sonetto a rime incrociate( composto da due quartine e da due terzine, le scelte lessicali sono fatte per per creare la giusta atmosfera del dolce stil novo) non viene descritto l’aspetto fisico di Beatrice, per renderla spirituale e capace di migliorare gli altri avvicindoli a Dio.Gli altri, trovandosi in cospetto di lei ,subiscono cambiamenti fisici e psicologici:ammutoliscono, abbassano lo sguardo, provano ammirazione e meraviglia.
Anche i verbi “mostrasi” e “pare” sono utilizzati per eliminare quella fisicità della donna e renderla spirituale , degna di contemplazione.
Le corti
La corte (in latino curtis) viene definita, in ambito feudale, come quell'insieme di ville ed edifici dove il signore soggiornava ed espletava le sue funzioni di controllo sul territorio. La cosiddetta '"economia curtense"', tipica dell'alto medioevo, fu una fase di passaggio nel mondo rurale tra l'economia della Villa romana e quella della signoria fondiaria del feudalesimo. L'esempio di economia curtense più spesso studiato, per ragioni relative alla sua migliore documentazione, è quello che si affermò nel regno dei Franchi in particolare tra la Loira e la Senna, che con alcune varianti si radicò un po' in tutta l'Europa cristiana.
Il Feudalesimo
Le corti spesso erano
una riunione di genti nobili,
quindi appartenenti a un alto
ceto sociale, e questi passavano lunghi
pranzi insieme, ascoltando le piu'
svariate storie d'amor cortese raccontate
dai giullari.
Le corti risiedevano in grandi
castelli circondati da alte mura, questo
perche' quella, era un epoca di grandi
conflitti tra regioni diverse, per il dominio territoriale,
questo costringeva le corti ad avere un economia
prevalentemente interna, abbandonando cosi
gli scambi commerciali e culturali tra le altre corti.
Questo caratterizzo' un periodo buoio della storia
medievale.
I giullari risiedeavano allo corti
per divertire, e intrattenere i nobili ospiti.
Essi erano soliti raccontare storie d' amore
o di guerre, in cui la donna era messa in disparte,
ed era cosi piu' forte un legame unico verso il proprio
stato. In secondo luogo, questi, imparavano le canzoni
a memoria, quindi c'era una trascendenza orale,
e per questo motivi le canzoni dell' amor cortese
erano semplici e brevi.
La Lirica
Le convenzioni letterarie e i
massimi esponenti
Il romanzo
Le Chanson De Geste
L'amor cortese
La Lirica
Il Romanzo
Le Chanson de Geste
L'Allegoria
L'allegoria
La lirica occidentale moderna nasce in Provenza dove, dalla seconda metà dell'XII fino al primo quarto del XIII, fiorisce la poesia dei trovatori,che cantavano la gioia dell'amore in particolare il fin'amor (l'amore perfetto).
I provenzali accompagnano le loro poesie con il liuto ed elaborano particolari metri, come la ballata, il discordo, l'alba, la pastorella, che esaltano la forma musicale del componimento.
Il motivo principale è il vagheggiamento della donna innalzata e sublimata in pura "femminilità" che influenzerà tutta la successiva lirica, dal Minnesang tedesco alla poesia della scuola siciliana, fino agli stilnovisti e a Petrarca.

In età moderna, per il tramite del Medioevo è giunta a noi l'interpretazione del genere letterario impostata dagli autori latini, cioè di poesia che esprime emozioni e sentimenti soggettivi. La lirica europea del XVIII è influenzata dalla cultura e dal gusto dell'Illuminismo con la sua fede nella ragione ma con grandi concessioni al sentimento, mentre dalla seconda metà del secolo nuovi fermenti si manifestano ponendo al centro dell'arte le attività fantastiche, sentimentali e religiose facendo trionfare le passioni e il culto per il Medioevo.

Al Romanticismo seguono altre correnti letterarie tra le quali annoveriamo il Decadentismo che scopre le sensazioni pure e immediate, l'inconscio sotterraneo alla ragione, il gusto dei misteri dell'uomo e delle cose, il simbolismo. Il Surrealismo con il suo libero scorrere del pensiero da un'immagine ad un'altra, tutto proteso verso quella verità che sfugge alla coscienza ma che è insita nelle cose apporta un'altra ventata di innovazione alla lirica europea.
Introduzione alla
Lirica Provenzale
Il romanzo cortese è un genere letterario fiorito in Europa (a partire dalla Francia) dalla seconda metà del secolo XII al XIV. L'aggettivo "cortese" rimanda all'ambiente delle corti della Francia settentrionale nelle quali il romanzo nacque e si diffuse. I romanzi danno largo spazio a vicende d'amore e di magia, più che ai valori epici e religiosi tipici della chanson de geste. I contenuti si collegano prevalentemente al ciclo bretone o ciclo arturiano o della Tavola Rotonda.
Oltre all'amore, interpretato secondo la concezione che viene definita appunto dell'amor cortese, emergono i valori tipici della società cavalleresca, ovvero il desiderio d'avventura, l'esaltazione del valore individuale, l'idealizzazione del personaggio nobile contrapposto al "villano". Lo scopo dei testi era innanzitutto l'intrattenimento di un pubblico costituito da persone aristocratiche e di gusti raffinati.
I romanzi, scritti in lingua d'oïl, dapprima furono composti in versi, poi, nel secolo XIII, cominciarono ad essere scritti in prosa. Erano concepiti per la lettura privata e silenziosa, non per la recitazione pubblica come le chansons de geste. Una prova di questa modalità di lettura si ha nel famoso episodio di Paolo e Francesca nel canto V dell'Inferno:
Re' Artu', il piu famoso romanzo
medievale mai scritto
La parola deriva dal greco antico, composto da ἀale, letteralmente "un altro" + "parlare", vale a dire: parlare d'altro, leggere tra le righe, sottintendere qualcosa che non è espressamente indicato in un contesto determinato. Da ciò si può trarre, pertanto, che l'allegoria è quella figura retorica che esprime un concetto in altro modo (attraverso simboli).Predominante nel Medioevo da meritare una menzione a sé: essa caratterizza infatti non solo la letteratura ma anche ogni ambito del pensiero e della cultura di un uomo di quel periodo.
La letteratura medievale usa l'allegoria per trasmettere la morale dell'autore mediante rappresentazioni concrete di concetti astratti, come qualità, eventi, istituzioni. Il primo e più importante testo allegorico è probabilmente la Psychomachia (= "Guerra delle Anime") di Bono Giamboni; altri esempi molto importanti sono il Roman de la Rose e la Divina Commedia.
L' Allegoria anche nel arte:
Allegoria del cattivo politico (1300)
Le chansons de geste nacquero e si diffusero nell’area geografica comprendente le attuali regioni di Normandia, Piccardia e Champagne, e una parte dell’odierna Germania, e furono una rielaborazione, da parte dei trovieri, della tradizione epica latina, della tradizione epica germanica e dei racconti della storia carolingia.

Composizioni orali destinate a essere recitate con un accompagnamento musicale, constano ciascuna di migliaia di versi, perlopiù decasillabi, raggruppati in lasse formate da un numero variabile di versi legati tra loro da assonanze. Frequenti sono le ripetizioni: data la lunghezza delle composizioni, i cantori impiegavano più giorni per completarne la narrazione; per evitare che il pubblico scordasse gli avvenimenti narrati in precedenza, erano soliti cominciare con un riassunto.

Tema comune a tutti i poemi sono le gesta eroiche dei cavalieri, rappresentanti di un’aristocrazia guerriera della quale vengono esaltati i valori (forza e coraggio), combattenti che difendono la cristianità contro la minaccia islamica e gli invasori saraceni. All’argomento cavalleresco si aggiunse in seguito quello dell’amor cortese, che diede vita a un altro genere letterario: il romanzo cortese, destinato non più a essere cantato, ma letto (pur trattandosi sempre di una lettura pubblica, collettiva, e non individuale).

Le chansons de geste costituirono un patrimonio tematico che fu ampiamente ripreso, a partire dal Trecento, nella letteratura epica europea. In Italia vi si ispirarono poeti come Matteo Maria Boiardo e Ludovico Ariosto.

Le chansons de geste constano di un’ottantina di composizioni, raggruppate in cicli, in funzione del personaggio o del tema principale.

Il ciclo carolingio, della Geste du roi (delle gesta dei re di Francia, detto anche Cycle de Charlemagne), comprende una ventina di chansons e celebra le spedizioni e le guerre di Carlo Magno contro gli infedeli. La chanson più celebre del ciclo è la Chanson de Roland (fine XI secolo), di attribuzione incerta. Vi si narra della battaglia di Roncisvalle (778), dove Rolando, uno dei più valorosi paladini di Carlo Magno, si sacrificò valorosamente in difesa della fede cristiana.

Il ciclo dei narbonesi, della Geste de Guillaume (detto anche Cycle de Garin de Monglane), consta di ventiquattro chansons e forma un insieme narrativo organico il cui protagonista è Guglielmo d’Orange (il cui antenato leggendario è Garin de Monglane). Tutti gli eroi del ciclo sono piccoli sovrani del Midi francese e difendono il paese contro i saraceni.

Il ciclo della Geste de Doon de Mayence (o Cycle des Barons révoltés) si compone di chansons che mettono in scena vassalli in lotta contro un re ingiusto o incapace.

Altri due cicli sono infine quello di Lorena, che ha come tema centrale i conflitti territoriali ai tempi di Pipino il Breve e Carlo Martello, e quello delle crociate, composto da poemi più tardi (dal XII al XV secolo).


Morte di Rolando a Roncisvalle

Miniatura del XIV secolo, conservata alla Biblioteca Marciana di Venezia. Raffigura la morte di Rolando, paladino di Carlo Magno, nella battaglia di Roncisvalle. L'eroe carolingio è il protagonista della Chanson de Roland, poema epico della seconda metà dell'XI secolo, il più noto fra quelli che trattano la cosiddetta "materia di Francia".
Cosa sono le Chanson De Geste
Le corti d'amore
Corte d'amore, risiedente in Provenza
L'amore nella nobiltà
Le forme di letteratura
sviluppate attorno al 1200
Un punto di controversia è rappresentato dall'esistenza delle "corti d'amore", per la prima volta menzionate da Andrea Cappellano. Queste supposte corti erano formate da "tribunali" composte da 10 a 70 donne che avevano il compito di ascoltare un "caso di amore" e dare consigli al riguardo in base alle regole dell'amore. Gli storici del XIX secolo consideravano una realtà l'esistenza di queste corti, tuttavia studiosi successivi, come Benton, noteranno che "nessuna delle tantissime lettere, cronache, canzoni e dediche devote" facciano presumere la loro esistenza al di fuori della letteratura poetica. Secondo Diane Bornstein, un modo per colmare il divario tra i riferimenti alle corti d'amore nella letteratura e la mancanza di evidenza documentale nella vita reale, è il fatto che esse fossero simili a saloni letterari o aggregazioni sociali, dove le persone leggevano i loro componimenti poetici, discutevano su questioni d'amore e proponevano giochi di parole riguardanti gli amoreggiamenti.
Geoffrey Chaucer
Chretien De Troyes
Thomas Malory
Bernart de Ventadorn
Dall'Amor Cortese alla scuola Siculo-Toscana
l'amore verso la donna
visto come quasi indescrivibile
La donna, oggetto fondamentale di ogni cavalliere
La società feudale, cortese diffusa nel 1200
La corte che si stava andando
diffondendo in quel periodo
Non si hanno notizie certe sulla sua vita. Visse all'incirca tra il 1150 e il 1220; si ritiene sia stato cappellano alla corte della contessa Maria di Champagne, figlia di Luigi VII e della regina Eleonora, nipote di Guglielmo XI d’Aquitania, il primo trovatore (dalla sua funzione di cappellano deriva molto probabilmente il cognome), proprio nel periodo in cui nascevano e si diffondevano il costume e la lirica cortese. Gli studi più recenti, in base agli elementi interni ed esterni al De Amore, tendono a postulare che Andrea, vissuto tra il 1185 e il 1287, non sia parigino ma che arrivi a Parigi passando da Troyes alla corte del fratellastro di Maria di Champagne.
autore del celebre trattato De amore (scritto in latino medievale intorno al 1185), suddiviso in tre libri, in cui si indicavano i precetti principali in materia:

il vassallaggio nel rapporto d'amore e la relativa subordinazione del cavaliere alla sua dama.
il vero rapporto amoroso deve avere sempre luogo fuori dal matrimonio.
Mentre Andrea si dilettava a parlare di amore libero, gli altri scrittori del tempo parlavano della caritas, cioè l'amore verso Dio; ma che differenza c'è? Andrea indica con ciò la superiorità della "fin'amor", o amor cortese, rispetto all'amore coniugale, il che era un'idea pericolosa in una comunità cristiana. La sua idea di amore è ben distante dall’amore cortese, considerato un amore spirituale: per Andrea infatti l’amore nasce dalla visione della donna amata ed è quindi un amore carnale. Queste sue idee erano talmente pericolose che nel terzo suo libro del De Amore dovette fare uso della reprobatio amoris, con cui egli si pone contro l’amore e la donna, chiamata con parole derivate dai manuali di fisica e dai trattati dei moralisti cristiani più intransigenti. Il terzo libro del De Amore contraddice così, probabilmente a causa di minacce di morte, ciò che aveva portato avanti nei primi due scritti, seguendo quindi l'idea della superiorità dell'amore coniugale, fatto di passioni, di Chretien de Troyes.

Nei primi due libri Andrea riteneva che l'amore coniugale fosse inferiore perché risentiva dei doveri e delle responsabilità del matrimonio e perché diventava scontato per i due amanti: "Che altro è l'amore se non uno smisurato abbraccio furtivo di pensieri nascosti?".

Egli propose anche un dodecalogo, cioè le dodici regole che dovrebbe seguire l'amante adulterino, senza abbandonarsi alle passioni libertine:

fuggire l'avidità e ricerca la generosità;
amore totale e castità per la donna;
rispettare l'amore degli altri;
evitare donne volgari, la tua donna abbia pudore (senso di ritrosia);
evitare le menzogne;
essere indiscreto;
legarsi alla cavalleria d'amore;
sempre pudore e serietà;
non essere maldicente;
non sparlare degli amori altrui;
essere sempre cortese e civile;
non imporsi nei piaceri d' amore e concordare con la donna.
Potenzialmente, la "fin'amor" abbatte le barriere fra le classi; la sua potenzialità deriva dalla nobiltà d'animo. Il cavaliere può ambire all'amore della donna, mentre è in secondo piano la nobiltà come convivenza sociale. L' amore coniugale può essere valorizzato con il rispetto e quindi con concetti diversi dall'adulterino. I primi due libri, seguendo la natura e la ragione umana dell'autore, insegnano l'arte dell'amore, ne codificano le teorie e ripercorrono, in modo lieve, una casistica; nel terzo libro l'autore, invece, forte degli insegnamenti religiosi e della fede, assume un pensiero contrario ai precedenti, e quindi critica e condanna ogni cedimento all'amore. Secondo altri critici la differenza di pensiero fra i tre volumi è giustificata dall'età dell'autore e dai suoi contrasti, visto che era pur sempre chierico.

Questo trattato ebbe enorme influenza sulla successiva lirica provenzale, ma anche sulla scuola siciliana. Traccia dei suoi insegnamenti si può reperire nel ben più recente dolce stil novo.
Ritratto di Andrea Cappellano
Amor Cortese - Il “De Amore” d'Andrea Cappellano Il “De Amore” d'Andrea Cappellano Andrea Luyères, cappellano della contessa Marie de Champagne, tenterà, da parte sua, di definire il concetto di amore nell'opera “ De amore”, composta nel primo decennio del secolo XIII, in essa il Cappellano afferma che l'amore nobilita e “umilia” (nel senso cristiano), ed è degno di elogio. “V'è inoltre nell'amore qualcosa che merita la più grande lode, poiché esso, in certo modo, rende l'uomo adorno della virtù della castità; ché chiunque è illuminato dalla luce dell'amore per una donna, non saprebbe pensare all'amplesso di un'altra, anche se bella. Fintanto che il suo animo è rivolto a lei, l'aspetto d'ogni altra gli sembra deforme e volgare”. Il Cappellano non solo definisce cosa è l'amore, ma teorizza l'arte dell'amare, rafforzando gli aspetti esteriori.
Nei primi due libri Cappellano fa espliciti riferimenti all'amore extraconiugale, poi, per evitare di essere censurato, nel terzo libro quasi nega le teorie espresse nei primi due. In questo modo il trattato risultò maggiormente accettabile per la morale dell'epoca e ciò gli permise di acquisire un grande successo.

Protagonista dell'opera è un maestro d'amore, Gualtiero (in cui l'autore rappresenta sé stesso) che intrattiene quattro nobildonne: Maria di Champagne, Eleonora d'Aquitania, Ermengarda di Narbona, e Isabella di Fiandra.

Il trattato si propone due obiettivi:

Offrire le regole fondamentali del comportamento amoroso;
Definire in che cosa consiste il Fin'Amor («amore perfetto»).
A tali questioni sono dedicati i primi due libri. Nel terzo libro, intitolato De reprobatione amoris («la condanna dell'amore»), si assiste invece a un'imprevista ritrattazione. L'autore prende le distanze da quanto aveva affermato nei primi due libri e soprattutto dalla teorizzazione dell'amore libero che là era esaltato nei suoi aspetti virtuosi e morali in contrapposizione all'amore matrimoniale. Il terzo libro si conclude infatti con la rivalutazione del matrimonio e della semplice amicizia fra i sessi.
Convenzione letteraria dell'amor cortese può essere trovata nella maggior parte degli autori più importanti del Medioevo quali Geoffrey Chaucer, John Gower, Dante, Maria di Francia, Chretien de Troyes, Gottfried von Strassburg, Malory, Raimbaut d'Aurenga e Bernart de Ventadorn.

I generi medievali in cui possono essere trovate le convenzioni dell'amor cortese comprendono la lirica, il romanzo e l'allegoria.
Durante il basso medioevo (1100–1350), il trovatore o trovadore o trobadore (forma arcaica) - al femminile trovatrice o trovatora o trovadora - (in occitano trobador pronuncia occitana: [tɾuβaˈðuɾ], originariamente [tɾuβaˈðoɾ] - al femminile trobairitz [tɾuβajˈɾits]) era un compositore ed esecutore di poesia lirica occitana (ovvero di testi poetici e melodie) che utilizzava la lingua d'oc, parlata, in differenti varietà regionali, in quasi tutta la Francia a sud della Loira.

Trovatori e trobairitz non utilizzarono il latino, lingua degli ecclesiastici, ma portarono nella scrittura l'occitano. Indubbiamente, l'innovazione di scrivere in volgare fu operata per la prima volta proprio dai trovatori, supposizione, questa, da inserire nell'ambiente di fervore indipendentistico locale e nazionalistico
trovatori e trovieri
Le informazioni biografiche su Geoffrey Chaucer sono molto scarse, tuttavia sappiamo che egli è nato nel 1343 a Londra da un mercante di vini, e visse al servizio di tre re (Edoardo III, Riccardo II ed Enrico IV). Inoltre sappiamo che tra il 1368 e il 1378 egli è venuto in Italia dove ha conosciuto i testi di Petrarca, di Dante e Boccaccio, quest'ultimo avrebbe poi dato con il suo Decameron un'ispirazione fondamentale per Chaucer e la scrittura di "Canterbury Tales".
Geoffrey Chaucer rappresenta il fondatore della letteratura inglese moderna. L'antico inglese del primo Medioevo aveva dato vita a tanti testi letterari, ma questa tradizione fu interrotta bruscamente dopo l'invasione dei Normanni nel 1066. In seguito, fu il francese (o meglio l'anglo-normanno) la lingua delle categorie colte ed elevate. Soltanto nel XIV secolo l'inglese riconquistò prestigio, e Chaucer fu uno dei primi ad impiegare la propria madrelingua come lingua letteraria.

Le sue opere sono fortemente marcate dai modelli antichi, francesi e italiani, e contengono tuttavia anche innovazioni metriche, stilistiche e di contenuto, divenute poi le fondamenta dell'autonomia della prima letteratura inglese. Solitamente si distinguono tre fasi produttive, ognuna delle quali rispecchia i suoi influssi letterari e infine l'emancipazione dai suoi modelli letterari: le prime opere di Chaucer sono conosciute quindi come le "francesi", quelle dopo il 1370 come quelle appartenenti alla fase "italiana"; The Canterbury Tales furono scritti in maggior parte dopo il 1390, durante la sua fase "inglese".
Geoffrey Chaucer,
nel testo della Wife Of Bath
Poco si sa della sua vita: le poche informazione storico/biografiche si ricavano, in gran parte, dai suoi scritti. Nato nella Champagne (forse proprio a Troyes) attorno al 1135, fu un intellettuale di grande cultura, molto probabilmente un chierico, e visse presso le corti feudali di Maria di Champagne e in seguito di Filippo d'Alsazia, conte di Fiandra. Compì gli studi del 'trivio' e del 'quadrivio', ovvero gli odierni ordini universitari di filosofia e teologia. La vita presso le corti feudali lo portò ad amare il lusso e la raffinatezza, oltre che alla tendenza ad essere all'avanguardia di un movimento rinnovatore della società feudale.
poetica di Chrétien è caratterizzata dalla presenza di elementi di un mondo più ideale che reale, al fine di esaltare i sentimenti nobili dell'uomo, tramite, spesso, di un'analisi psicologica del personaggio e di una lezione morale. Una novità rispetto alla poetica dell'epoca è il fatto che essa, grazie a Chrétien e ad altri autori dello stesso periodo, è dedicata alle donne, precisamente alle quelle nobili.

Mentre nella poesia epica come in quella espressa nelle chansons de geste, le azioni degli eroi sono ispirate da ideali elevati e particolarmente austeri (la religione, la patria, l'onore proprio e del proprio signore), nel caso del romanzo cortese il motore della vicenda è spesso la donna amata dall'eroe.

Le opere di Chrétien de Troyes vennero diffuse molto rapidamente nelle corti feudali francesi, inglesi ed europee grazie ai cavalieri, ai clerici vagantes e ai giullari, al punto tale che, tra il XII e XIVsec. d.C., ne vennero pubblicate traduzioni e imitazioni.

Non è da considerarsi straordinario il fatto che, vuoi per l'avanguardia in campo tematico-lessicale, vuoi per le novità apportate in campo etico-morale, Chrétien de Troyes sia stato considerato uno dei più grandi e illustri poeti prima di Dante Alighieri.
Chretien De Troyes
In passato si credeva che Malory fosse gallese, ma oggi si è più propensi a credere che venisse da Newbold Revel nel Warwickshire. La sua data di nascita è incerta, anche se molti propendono per il 1416. Fu eletto due volte al Parlamento, ma fu anche denunciato più volte negli anni cinquanta per furto, violenza, stupro e tentato omicidio ai danni del Duca di Buckingham. Scappò due volte dalla prigione, una volta aprendosi la strada a colpi d'arma da fuoco e una navigando nel fossato attorno al carcere. Fu incarcerato a Londra e in alcuni altri posti e spesso uscì su cauzione e le accuse a suo carico non furono mai dimostrate in un processo.
anche Le Morte d'Arthur, quest'opera è una rielaborazione di tutti i testi francesi e inglesi che Malory aveva a disposizione sulla vita di re Artù. È stato finito nel 1469 ed è stato pubblicato da William Caxton nel 1485. Molto probabilmente questo romanzo è il testo che ha più influenzato la visione dei posteri della leggenda del re bretone.
L'opera di Malory rappresenta la transizione dal romanzo medievale al romanzo moderno. Egli infonde nelle sue storie arturiane una semplice moralità cavalleresca. Lo stile è limpido, terso, obiettivo, armonioso, semplice, la scrittura è musicale, la narrazione obiettiva.
Ritratto di Thomas Malory
Una biografia di Bernart che un tempo godette di grande credito è quella composta da Ugo o Uc de Saint Circ, trovatore della prima metà del XIII sec. che dichiarava di avere attinto a fonti degne di fede. Solo in seguito gli studiosi hanno dimostrato che era fondata su elementi immaginari. A questa biografia credeva anche il Carducci che divideva la vita di Bernart in tre fasi: la fase felice di amore per una viscontessa (interrotta dalla scoperta del visconte), l'amore per Eleonora d'Aquitania, un terzo periodo tolosano alla corte di Raimondo V dove ebbe nuovi amori.
composizioni, Bernart lo si trova a Montluçon e Tolosa, e infine in Inghilterra al seguito della corte di Eleonora d'Aquitania, divenuta sposa del re Enrico II Plantageneto. In seguito passa al servizio di Raimondo V di Tolosa per terminare, secondo quanto si legge nella sua vida, il resto della sua vita nell'abbazia di Dalon.
Bernart rappresenta un caso unico tra i compositori secolari del XII secolo per la quantità di lavori comprensivi di notazione musicale sopravvissuti: delle sue quarantacinque poesie, diciotto la possiedono intatta, circostanza insolita per un compositore trovatore. La sua opera è databile probabilmente tra il 1147 e il 1180.
e limpide canzoni (cansons in occitano), pervase di emotività, permisero a Bernart di essere annoverato tra i migliori musici e tra i più grandi poeti dell'amore in lingua d'oc del suo tempo. Come "maestro di canto", sviluppa le sue cansos in uno stile più formalizzato che gli consente improvvisi mutamenti. Bernart viene ricordato inoltre per aver reso popolare il trobar leu e per le sue tantissime cansos, permettendo di definire un genere e stabilire la forma "classica" della poesia dell'amor cortese, imitata e riproposta per tutto il restante secolo e utilizzata come bagaglio indispensabile per l'attività di trovatore.
Egli è un sostenitore del trobar leu, ma le sue composizioni, in apparenza chiare e semplici, nascondono più piani di interpretazione, legati alla dottrina e alla meditazione filosofica, come è evidente in Can vei la lauzeta mover, un componimento citato anche da Raimbaut d'Aurenga e da Chretien de Troyes. La canzone della lauzeta, infatti, si gioca sulla metafora tra lo slancio mistico dell'anima (di ascendenza religiosa) e quello dell'amante per la dama. Anche nel trobar leu è quindi presente una stratificazione di pensiero e tradizioni culturali che vanno oltre la forma cristallina del componimento.
Bernart de Ventadorn
in un celebre dipinto medievale
Autoritratto di
Bernart de Ventadorn
in una delle sue opere
ritornando all' ambito dell'
amor cortese in Italia, esso si sviluppa
nelle corti italiane, con la conseguente nascita
della lirica Siculo-Toscana
La lirica
Siculo-Toscana
in una miniatura
delle opere del periodo
I padri della letteratura Cortese
La lingua d'oïl è una lingua romanza-galloromanza di epoca medievale (X-XIII secolo), derivante dal gallo-romano, nata e poi sviluppatasi soprattutto nel centro-nord della Francia; è la lingua da cui si sviluppò, nel corso dei secoli, l'attuale lingua francese.

La denominazione "d'oïl" nacque come metodo per distinguere le varietà linguistiche della Francia settentrionale e meridionale basandosi sulle differenti modalità di esprimere un'affermazione (il "sì"), in ciascuna varietà: Ed ecco, quindi, rispettivamente:

la lingua "d'oil" (da cui oui, in francese), parlata nel centro-nord della Francia
la lingua "d'oc", parlata nel centro-sud della Francia (Occitania) e utilizzata soprattutto dai poeti trovatori
la lingua del sì (cioè la nascente lingua italiana)
Molti sostengono che questa distinzione sia di origine dantesca[1], mentre altri riportano che le due espressioni furono in uso già qualche tempo prima, nel XIII secolo e Dante Alighieri avrebbe solamente aggiunto l'espressione lingua di sì, per riferirsi alle sole lingue dell'area italica.

Con la denominazione della lingua d'oil, si raggruppano diversi dialetti di un'unica derivazione, chiamate anche lingue regionali di Francia, il cui elenco è stabilito sulla base del rapporto, dell'aprile 1999, del Professor Bernard Cerquiglini:

borgognone-morvandiau
champenois
francoconteese
gallo
lorenese
mayennais
normanno
piccardo
pittavino-santongese
vallone
Alcune varietà di normanno (normand) (jersiais, guernesiais e sercquiais) sono parlate nelle Isole anglo-normanne e riconosciute come lingue regionali dai governi delle isole (il jersiais e il guernesiais sono riconosciuti come lingue regionali delle isole britanniche dal Regno Unito e la Repubblica d'Irlanda e dalla cattedra del Consiglio britannico-irlandese).

Il vallone (wallon), il piccardo (picard), il lorenese (lorrain, detto gaumais) ed il champenois sono riconosciuti in Vallonia (Belgio) e si trovano collegamenti con altre lingue autoctone.
Con Materia di Britannia, la cui definizione corrente e maggiormente diffusa è quella di Ciclo bretone o Ciclo arturiano in virtù del suo eponimo, si indica l'insieme delle leggende sui celti e la storia mitologica delle isole britanniche, in particolar modo quelle riguardanti re Artù e i suoi cavalieri della Tavola rotonda. Le loro vicende furono elaborate attraverso i secoli in una vasta ed eterogenea serie di testi scritti in numerose lingue (latino, francese, inglese, tedesco, italiano) a partire dal Basso Medioevo. Alcuni dei temi del ciclo arturiano hanno origine nella leggenda; altri sono stati aggiunti nel tempo dalla creatività dei numerosi autori che si sono succeduti.
sviluppò nel XII secolo nella Francia settentrionale contemporaneamente all'epopea delle chanson de geste.
La materia di Bretagna prende l'avvio dalla fantasiosa Historia regum Britanniae, scritta da un chierico gallese, Goffredo di Monmouth, nel 1135.
La storia consiste in una compilazione romanzesca di amori, magie ed avventure e venne liberamente tradotta in versi francesi un ventennio più tardi in Francia nel Roman de Brut dal poeta normanno chiamato Maistre Wace.romanza si sviluppa prima della prosa, perché il ritmo e la rima rendono più facile la divulgazione orale e anche la memorizzazione.

Il "ciclo bretone" presenta profonde differenze dal genere della Chanson de geste tipica del ciclo carolingio.

Esso ebbe il suo sviluppo in ambienti cortesi, dove ben si conoscevano le disquisizioni amorose riportate nel trattato del De amore di Andrea Cappellano e ha come motivo principale non la lotta collettiva contro gli Infedeli, ma l'amore e la ricerca individuale di avventure.

Il cavaliere della tavola rotonda, alla corte di re Artù, non è più l'Orlando della Chanson de Roland che muore con tutta la sua schiera a Roncisvalle come un martire, ma è un solitario cavaliere errante che va alla ricerca di prove sempre più difficili per esaltare se stesso e per conquistare la donna amata.

Tra le storie più celebri si ricordano le leggende su Merlino e la spada Excalibur, l'origine prodigiosa e l'inizio del regno di Artù, l'amore tra Lancillotto e la regina Ginevra, moglie di Artù, l'amore di Tristano ed Isotta, moglie di re Marco, le vicissitudini, le avventure e le ricerche riguardanti Morgana la Fata e suo figlio Mordred, i cavalieri della Tavola Rotonda, tra cui Galvano, Ivano, Galeotto, Tristano, Palamede il Saraceno e moltissimi altri, la figura di Perceval e il tema del Graal, etc.
Il ciclo Bretone
La lingua d'Oil
Tristano e Isotta
Il mito si interroga sulle cause e sulle conseguenze dell'amore, inquadrato in una società di cui trasgredisce tutte le leggi razionali, morali e sociali. I poeti sono consci della natura provocatoria della vicenda, tanto che tentano spesso di ridimensionarla o di integrarla in modo accettabile nella società, anche abolendo qualsiasi problematica etica. Ma nelle prime versioni della leggenda, il mito si presenta in modo inevitabile come incarnazione di un ideale amoroso, quello della fol amor o dell'amore fatale fondato sul dolore; fin dalla situazione iniziale, esso si connota negativamente: mette in scena l'adulterio, l'incesto, il tradimento del legame feudale; qualsiasi vita gli amanti scelgano (all'interno della società, costretti a continue menzogne e travestimenti; all'esterno della società, durante la vita nella foresta; separati), essi falliscono e sono condannati all'infelicità; l'unica via d'uscita possibile per loro è la morte. In questo esso si contrappone alla tematica dell'amore cortese, incarnata dalla coppia Lancillotto-Ginevra; e questo ne segna anche l'atemporalità, la sopravvivenza nell'immaginario: se l'amore cortese è legato alla società medievale e può essere capito solo al suo interno, il mito di Tristano e Isotta si pone al di fuori, tanto da essere oggetto di continue riprese, dai romantici fino ai giorni nostri. Secondo Denis de Rougemont[3], infatti, esso rappresenta una concezione dell'amore tipica del mondo occidentale, contrapponendosi alla letteratura del resto del mondo nell'invenzione di un sentimento reciproco ed infelice — concezione, questa, che ha dato origine alle più celebri storie d'amore della nostra cultura, come Romeo e Giulietta, Piramo e Tisbe ecc.
Lancillotto del Lago (o semplicemente Lancillotto o Lance(l)lotto) è uno dei Cavalieri della Tavola rotonda. Nella maggior parte delle romanze francesi (e nelle opere da esse derivate) Lancillotto viene presentato come il più valoroso e fidato dei cavalieri al servizio di Re Artù. L'illecito e tragico amore tra Lancillotto e Ginevra (regina e moglie di Artù), che rompe l'equilibrio di Camelot (diventando una delle cause della sua caduta), fu uno dei simboli dell'amor cortese medioevale. È celebre, per esempio, la citazione dantesca di "Lancelotto e Ginevra" nel canto di Paolo e Francesca della Divina Commedia.

Benché Lancillotto sia uno dei personaggi più celebri del ciclo arturiano, e uno dei meglio noti al pubblico moderno, egli non appare nella leggenda originale. Vi è tuttora un certo dibattito riguardo a chi sia l'autore che ha inventato il personaggio di Lancillotto; certamente, fu Chrétien de Troyes il primo a farne il protagonista di romanzo, il celebre Lancillotto o il cavaliere della carretta.
L'immagine di Lancillotto che si è maggiormente affermata nell'immaginario moderno corrisponde allo stereotipo del guerriero perfetto, forte, bello, carismatico e nobile d'animo, condannato all'amore catastrofico per la sua regina; proprio per sottrarsi a questo cliché, diversi autori hanno scelto di dare di Lancillotto rappresentazioni di segno completamente opposto. In molte rappresentazioni moderne, Lancillotto, Artù e Ginevra sono grosso modo coetanei (mentre, evidentemente, nella storia originale Artù era molto più avanti negli anni).
L'immagine di Lancillotto che si è maggiormente affermata nell'immaginario moderno corrisponde allo stereotipo del guerriero perfetto, forte, bello, carismatico e nobile d'animo, condannato all'amore catastrofico per la sua regina; proprio per sottrarsi a questo cliché, diversi autori hanno scelto di dare di Lancillotto rappresentazioni di segno completamente opposto. In molte rappresentazioni moderne, Lancillotto, Artù e Ginevra sono grosso modo coetanei (mentre, evidentemente, nella storia originale Artù era molto più avanti negli anni).
molto controverse, che possono farsi risalire a due ceppi linguistici ben differenti: quello latino e quello sassone. Dal latino abbiamo diversi significati, ma quello più plausibile deriva da un'antica popolazione di fabbri chiamati "Calibi", Excalibur si può quindi scindere in due parole ex (con ablativo): dai e Calibs: Calibi, quindi tradotto letteralmente il significato diventerebbe "forgiata dai Calibi". Altre sfumature latine riportano alla capacità della spada e al suo aspetto come, per esempio, ex "calibro" che tradotto significa in perfetto equilibrio. Dal ramo celtico il nome deriverebbe da Caliburn, arcaico nome della leggendaria spada, che in antichità significava "acciaio lucente" o "acciaio indistruttibile" e potrebbe quindi così ricondursi allo stesso etimo latino.
Re'Artu' e l'Excalibur
Lancillotto
La lingua d'Oc
L'occitano o lingua d'Oc (in originale: occitan, lenga d'òc) o lingua provenzale alpina è una lingua galloromanza parlata in un'area specifica del sud-europea, non delimitata da confini politici, chiamata Occitania, e grossolanamente identificata con la Francia meridionale o Midi.
La lingua d'Oc fu la celebre lingua usata dalla poesia trobatorica (o trovatorica), sorta in una regione della Francia sud-occidentale, l'Aquitania, intorno all'XI secolo, diffusasi poi in tutta l'Europa centrale. Inoltre, essa fu distinta sia dal franco-provenzale arpitano delle Alpi Graie, sia dalla estesa Francia centro-settentrionale, dove invece si parlava la cosiddetta d'oil (sempre galloromanza e madre dell'attuale francese ufficiale). La dicitura d'Oc nacque come metodo per distinguere le varietà linguistiche della Francia settentrionale e meridionale basandosi sulle differenti modalità di esprimere un'affermazione (il "sì"), in ciascuna varietà: Ed ecco, quindi, rispettivamente:
la lingua d'Oc (il oui, in francese), parlata nel centro-sud della Francia (Occitania)
la lingua d'oil (da cui oui, in francese), parlata nel centro-nord della Francia
la lingua del sì (e cioè la nascente lingua italiana)
Più specificatamente, il cosiddetto provenzale è uno dei dialetti principali che formano la lingua occitana. Poiché fu il dialetto quello usato in prevalenza dai trovatori medievali, invalse l'uso - soprattutto tra i filologi del XIX secolo - di utilizzare la parola "provenzale" per designare poi tutta la lingua occitana, soprattutto in epoca medievale[4][5]. Questa lingua, viene infatti parlata in molte regioni di quella che viene chiamata Occitania, una vasta regione storica (e non politica) comprendente gran parte del sud della Francia, la catalana Val d'Aran in Spagna, le Valli Occitane in Italia e il Principato di Monaco). Esiste poi anche un'isola linguistica in Calabria, a Guardia Piemontese, nel Cosentino[7]. In queste ultime zone, l'occitano diventa una lingua minoritaria riconosciuta e tutelata dalle delle leggi locali. Diversa è la situazione in Francia dove l'occitano gode di pochissima tutela.
Il trobar clus
Il trobar leu
leu (pronuncia occitana :tɾuˈbaɾ lɛw, cantare, comporre in modo lieve) è una delle forme che assunse la poesia nella letteratura della lingua d'oc.

Consiste in una poesia lieve, fluida, scorrevole, che predilige l'apertura, contrapposta al trobar clus (cantare in maniera oscura), caratterizzato da uno stile complesso formalmente e allegorico; eredi italiani furono poeti come Chiaro Davanzati, prima, gli stilnovisti, poi, a partire da Guido Guinizelli.

A proposito del rapporto fra trobar leu e trobar clus, emblematica resta la tenzone (Ara·m platz, Giraut de Borneill) tra i provenzali Raimbaut d'Aurenga e Giraut de Bornelh, nell'anno chiave per la cultura trobadorica (1170).

Ara·m platz, Giraut de Borneill,
que sapcha per c'anatz blasman
trobar clus, ni per cal semblan.
Aiso·m digaz,
si tan prezatz
so que es a toz comunal;
car adonc tut seran egual.

Seign'en Lignaura, no·m coreill
si qecs s'i trob'a son talan.
Mas eu son jujaire d'aitan
qu'es mais amatz
e plus prezatz
qui·l fa levet e venarsal;
e vos no m'o tornetz a mal.

Il trobar clus (pronuncia occitana tɾuˈbaɾ klys, "cantare, comporre in modo difficile, chiuso") è una delle forme che assunse la poesia nella letteratura della lingua d'oc, sviluppata dai trovatori del XII secolo.

Consiste in una poesia aspra, dura, oscura, che predilige l'allegoria, contrapposta al trobar ric e al trobar leu (cantare in maniera lieve), caratterizzato da uno stile soave, limpido e chiaro, i cui eredi italiani furono gli stilnovisti, in opposizione alla scuola guittoniana che prediligeva il trobar clus.

Uno dei principali rappresentanti del primo movimento trobar clus fu il trovatore guascone Marcabru (1110 ca.-1150 ca.). Un altro grande esponente di questo tipo di componimento fu il provenzale Arnaut Daniel (1150 ca. - 1210 ca.), che ispirerà, attraverso lo stile rigido e schematico, Dante Alighieri e Francesco Petrarca. Il trobar clus scomparve poi nel '200 a causa della sua inaccessibilità. Tra gli imitatori di Marcabru ci furono Alegret e Marcoat, i quali dichiaravano di scrivere vers contradizentz (versi contraddittori), indicativi dell'incomprensibilità del trobar clus. Sotto riportiamo un esempio dello stile del sirventes di Marcoat, "Mentre m'obri eis huisel", dove il poeta stesso rimarca le sue moz clus (parole chiuse):

Mon serventes no val plus,
que faitz es de bos moz clus
apren lo, Domeing Sarena.
Nel tardo secolo XII professionisti del trobar clus erano Peire d'Alvernhe, un imitatore di Marcabru, mentre Raimbaut d'Aurenga del trobar ric fu influenzato da Marcoat. La sola trobairitz (trovatore donna) ad usare il trobar clus con maestria fu Lombarda intorno al 1216.
Documento in
lingua d'Oil
Cos'era la
lingua d'Oil
La tavola rotonda
La spada nella roccia
Cos'era il
ciclo Bretone
I tre stili della
lingua d'Oc
Cos'era la lingua d'Oc
Due miniature
tratte da due opere
scritte nello stile del Trobar Clus
Un testo e un quadro
che trattano rispettivamente
lo stile e le genti del Trobar Leu
Il ciclo Carolingio fa parte, come il ciclo bretone, di quella letteratura dei cicli, di carattere epico-cavalleresco, che si sviluppò immediatamente dopo l'anno Mille e che celebrava nelle sue composizioni in versi i valori più alti della società aristocratica. Si tratta di un complesso di canzoni di gesta francesi medievali, imperniate intorno alla solenne figura di Carlo Magno e celebranti le sue imprese e quelle dei suoi fedeli paladini e quelle ancora di altri sovrani suoi predecessori e successori, sì da costituire una sorta di grande storia poetica dell'Impero carolingio. Nasce così tutta una serie di canzoni (Entrée d'Espagne, Prise de Pampelune, Otinel, Gaydon, Galiens, Gui de Bourgogne), talvolta indicate complessivamente come "Materia di Francia". Al ciclo carolingio appartengono le canzoni di gesta (chansons de geste), che esaltano le imprese straordinarie dell'imperatore Carlo Magno (742-814) e dei paladini di Francia, cioè tutti i nobili della sua corte, primo tra tutti Orlando (nipote di Carlo), che combattono per alti ideali, come la fede religiosa, la patria, il sovrano, l'onore.

Proprio con il poema dedicato al paladino Orlando, la Canzone di Orlando (Chanson de Roland), comincia di fatto la fioritura della letteratura francese.

Il ciclo carolingio ha una notevole fortuna di pubblico già tra la fine dell'XI e del XII secolo, grazie ai canti dei poeti cortesi e dei giullari, delle opere dei chierici, che lo diffondono ovunque e presso ogni ceto, e fruisce di un successivo momento di popolarità tra la seconda metà del XV e l'inizio del XVI secolo, quando il paladino Orlando verrà nuovamente scelto come protagonista, prima del poema di Matteo Maria Boiardo, l'Orlando innamorato e in seguito del poema più famoso di Ludovico Ariosto, l'Orlando furioso, considerato una delle opere più alte della letteratura italiana. In Italia si assistette al fenomeno di assimilazione localista dei temi e dei personaggi, ben esemplificata dalla nascita di Rolando a Imola e della sua infanzia a Sutri, luoghi ritenuti di collegamento fra la Francia e l'Italia.

Un altro fenomeno tipicamente italiano fu quello della contaminazione tra il ciclo bretone e quello carolingio, nello stesso modo in cui nell'Italia meridionale si recitano, grazie ai pupari, sulle piazze le avventure di Orlando e di Rinaldo, sostituendo i Saraceni con i più moderni Turchi.
Il ciclo Carolingio
I cavallieri del Ciclo Carolingio
I valori che caratterizzano la Chanson de Roland sono: la fedeltà al proprio signore in questo caso Carlo Magno, la fede cristiana, in opposizione alla fede islamica (che tra l'altro nel testo risulta essere politeista); l'onore, da tutelare a ogni costo e con ogni mezzo; l'eroismo in battaglia. Alla celebrazione delle virtù militari nella dimensione del martirio cristiano – il cavaliere che muore in battaglia è equiparato al santo che rinuncia alla propria vita per la fede – corrisponde la quasi totale assenza del motivo amoroso. Le uniche due donne presenti sulla scena sono Alda (futura sposa di Orlando e sorella di Oliviero) e Braminonda, moglie di Marsilio che si convertirà alla fine del poema. In quest'ottica le imprese di Carlo Magno e dei suoi paladini contro gli Arabi sono celebrate come delle vere e proprie guerre sante; questa opposizione ha fatto pensare a porre la datazione della Chanson ai tempi della prima crociata bandita da Urbano II. I paladini sono eroi, votati all'ideale della fede e dell'onore, coraggiosi, fedeli a Dio e al loro signore, abili con la spada, che salvaguardano i più deboli e li difendono onorevolmente.
L' epopea racconta della campagna della Spagna condotta da Carlo Magno e della resistenza eroica della retroguardia. La maggior parte degli storici concorda però nel dire che i cavalieri affrontarono, in realtà, non i saraceni ma i vasconi (baschi): il cambiamento si spiega per il clima culturale dell'epoca in cui fu scritta l'opera, nell'XI secolo, in piena epoca di reconquista dell'Europa dagli arabi e di crociate. È stata anche formulata l'ipotesi (Joseph Bédier) che la Chanson de Roland sia stata composta sulle strade di pellegrinaggio che portano a Santiago di Compostela, passando dal valico di Roncisvalle, e recitata dai giullari durante le soste. In ogni caso si possono notare parallelismi con il Poema del mio Cid, scritto forse prima della Chanson de Roland, e influenze della poesia araba di al-Andalus. Una terza ipotesi è che il califfo di Cordova abbia chiamato Carlo Magno in suo soccorso nelle lotte tra principi saraceni, e che, una volta giunto l'esercito franco, abbia fatto il doppio gioco chiudendogli la porta in faccia. Per questo motivo, i franchi avrebbero espugnato la città e fatto prigioniero il califfo traditore. Durante la via del ritorno in Francia, i figli del califfo, aiutati da un gruppo di baschi, avrebbero attaccato a Roncisvalle il convoglio di Carlo Magno, liberando il padre ed uccidendo vari franchi, tra cui il maniscalco del re. Il fatto che questi avvenimenti vengano taciuti o sminuiti nei tempi immediatamente successivi viene visto come prova d'una disfatta maggiore di quanto i franchi non volessero ammettere, e si ritiene che il fiorire della tradizione successivamente sia il risultato di una pressione dal basso, poiché la storia di Roncisvalle si era ormai largamente diffusa tra la gente del posto, rendendo inutili i giochi di propaganda.
La Chanson de Roland
Le vicende di Orlando e dei paladini di Carlo Magno erano già molto note alla corte estense di Ferrara grazie all'Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo quando l'intellettuale cortigiano Ariosto comincia a scrivere il nuovo romanzo attorno al 1505. Il poema, pur essendo concepito come gionta (continuazione) dell'Orlando Innamorato del Boiardo, non fu mai ridotto a vero e proprio seguito del poema boiardesco: dimostrazione di questa mancanza di completezza è il fatto che, come giustamente fa notare sul «finale epico» Alberto Casadei[1], Ariosto non portò a termine tutti i nuclei narrativi aperti dal Boiardo. Anche la scelta di Angelica come punto di partenza del Furioso non era in questo senso ovvia: Boiardo aveva finito per privilegiare le "armi" agli "amori" e, nel progressivo snodarsi delle vicende epiche, aveva finito per trascurare Angelica per gran parte del secondo libro e per i nove canti del terzo.

Alla libertà di Ariosto nella relazione con la sua fonte principale corrisponde anche l'apertura di un poema che non si chiude mai completamente: il duello finale tra Ruggiero e Rodomonte, indubbio innalzamento epico della vicenda, lascia anche nel lettore un'impressione di incompletezza e insoddisfazione che è stata ben evidenziata da L. Caretti[2]. Compiutezza mancata di cui sono rappresentazioni fedeli anche la profonda ambiguità dell'autore, la perenne oscillazione tra le "arme" e gli "amori" (tra l'epos e il romanzo[3]) e la dimensione incompleta dei cavalieri sulla scena di cui è immagine emblematica la presentazione nel primo canto: di Orlando viene innanzi tutto evocata la pazzia; Rinaldo entrerà in scena inseguendo a piedi il suo cavallo; Ferraù impegnato a ripescare un elmo smarrito nell'acqua; Sacripante rimpiangendo la verginità di Angelica e definendo il suo amore come un insieme di pulsioni primatistiche e materialistiche, sconfitto immediatamente al passaggio un cavaliere senza identità.
L'Orlando Furioso
Ludovico Ariosto nacque a Reggio Emilia l'8 settembre del 1474, primo di dieci fratelli. Suo padre Niccolò, di nobile famiglia, faceva parte della corte del duca Ercole I d'Este ed era comandante del presidio militare degli Estensi a Reggio Emilia.


La tomba dell'Ariosto a palazzo Paradiso (Ferrara)
La madre, Daria Malaguzzi Valeri, era una nobildonna di Reggio.

Ludovico dapprima intraprese, per volontà del padre, degli studi di legge a Ferrara, ma li abbandonò dopo poco tempo per concentrarsi pienamente sugli studi umanistici sotto la guida del monaco agostiniano Gregorio da Spoleto. Ariosto seguì nel frattempo studi di filosofia presso l'Università di Ferrara, appassionandosi così anche alla poesia in volgare. Il fatto che il padre fosse funzionario della corte degli estensi gli permise, fin dalla giovane età, di avere contatti con il mondo della corte, luogo della sua formazione letteraria e umanistica. Divenuto amico di Pietro Bembo, condivise con lui l'entusiasmo e la passione per le opere di Petrarca.
Nel 1501 si vide "costretto" ad accettare l'incarico di capitano della rocca presso Canossa ed è a Canossa che, da Maria, domestica che già aveva servito il padre, gli nasce Giovambattista, il primogenito che Ludovico non sarà mai completamente convinto di dover riconoscere come proprio, contestando l'affidabilità di Maria. Successivamente, rientrato a Ferrara,non ancora trentenne diviene funzionario e viene assunto dal cardinale Ippolito d'Este (figlio di Ercole), per ottenere alcuni benefici ecclesiastici, facendosi poi chierico. Nel 1506 fu investito del beneficio della ricca parrocchia di Montericco (ora frazione di Albinea in provincia di Reggio Emilia). Questa condizione gli spiacque molto: Ippolito era uomo avaro, ignorante e gretto; Ariosto stesso era divenuto un umile cortigiano, un ambasciatore, un "cavallaro". In questo periodo, quindi, a causa delle faccende diplomatiche e politiche di cui doveva occuparsi, non ebbe tempo di dedicarsi alla letteratura. Nel 1509, a Ferrara, da un'altra domestica di casa Ariosto, gli nasce un altro figlio, Virginio, che verrà poi legittimato e che seguirà le orme del padre.
Ludovico Ariosto
Il De Amore
Andrea Cappellano
La Vita
Quando nel 1251 morì Federico II di Svevia, anche la Magna Curia si andò sgretolando, e con essa la Scuola siciliana. Tuttavia la produzione poetica dei siciliani trovò dei continuatori nei poeti della cosiddetta Scuola toscana o Scuola di Transizione che, pur non avendo un centro unitario, può essere definita " scuola" per l'unità di intenti poetici che accomunavano coloro che ne fecero parte.
Troviamo, così, lo spostamento fisico dell'asse culturale dalla Magna Curia ai comuni ghibellini della Toscana.
Altri, invece, ipotizzano che derivi dalla lirica provenzale in cui, a differenza della lirica siciliana, sono presenti temi politici che invece scompaiono in quella siciliana. La novità più significativa di questo gruppo di poeti, infatti, consiste nel loro ambiente sociale, che non è più quello feudale, ma quello comunale, caratterizzato da dinamismo, conflittualità interne, mutamenti socio-economici e quindi anche morali. Proprio per questo, in alcuni di loro la tematica amorosa cede il posto a quella civile, con l'intervento appassionato e polemico sulla realtà politica vissuta in prima persona. Gli elementi caratteristici della Scuola toscana, che costituiscono un arricchimento dei modelli poetici siciliani e preludono al mutamento di tipo intimo e spirituale della poesia stilnovistica (da qui il nome di <Scuola di transizione>), possono essere sintetizzati nel modo seguente: -Una concezione più intima e individuale dell'amore; - la spiritualizzazione della figura femminile; -la trattazione di alcuni temi oltre a quello amoroso, quali la guerra, l'esilio, la passione politica; -l'uso di una lingua aderente alla realtà quotidiana.
La Scuola Siciliana fu una corrente filosofico-letteraria che si sviluppò in Sicilia nella prima metà del XIII secolo, presso la corte di Federico II di Svevia. L'impianto non fu accademico, nel senso che non si trattò di una Scuola in senso istituzionale, assumendo piuttosto i contorni di un movimento culturale. La poesia lirica della scuola, in volgare siciliano aulico, ebbe anche il merito di introdurre il sonetto.
La Scuola Siciliana si sviluppò tra il 1230 ed il 1250 presso la corte itinerante di Federico II di Svevia, Sacro Romano Imperatore e Re di Sicilia. Egli stabilì la sua corte in Sicilia, luogo di incontro e fusione di molte culture per la sua centralità nel Mediterraneo, dove creò una scuola di poeti ed intellettuali che ruotavano intorno alla sua figura, ed erano parte integrante della sua corte. I poeti Siciliani contribuirono in modo significativo al patrimonio letterario italiano. Federico II, uomo di grande cultura anche linguistica, intendeva avvalersi di ogni possibile mezzo per stabilire la sua supremazia sull'Italia, e in Europa. A questo fine attuò una politica strumentale, anche nel campo culturale. Con la Scuola Siciliana egli volle creare una nuova poesia che fosse laica, e si potesse così contrapporre al predominio culturale che la Chiesa aveva nel periodo, non municipale, da opporsi alla produzione poetica comunale (l'imperatore era in lotta con i comuni) e aristocratica, che ruotasse, cioè, intorno alla sua figura.
La scuola siciliana
L'epoca Siculo Toscana
Guelfi e Ghibellini erano le due fazioni opposte nella politica italiana dal XII secolo fino alla nascita delle Signorie nel XIV secolo. Le origini dei nomi risalgono alla lotta per la corona imperiale dopo la morte dell'imperatore Enrico V (1125) tra le casate bavaresi e sassoni dei Welfen (pronuncia velfen, da cui la parola guelfo) con quella sveva degli Hohenstaufen, signori del castello di Waiblingen (anticamente Wibeling, da cui la parola ghibellino). Successivamente, dato che la casata sveva acquistò la corona imperiale e, con Federico I Hohenstaufen, cercò di consolidare il proprio potere nel Regno d’Italia, in questo ambito politico la lotta passò a designare chi appoggiava l’impero (Ghibellini) e chi lo contrastava in appoggio al papato (Guelfi).
Anche a Firenze nei primi decenni del Duecento esistevano le premesse che stavano portando in tutta Italia alla formazione delle parti. Più che nella contesa tra Buondelmonti e Amidei del 1216, il fatto che le fazioni si svilupparono in questa fase è testimoniato dai nomi stessi, che fanno riferimento alla contesa, nella successione a Enrico V, tra la casa di Baviera (Welfen), rappresentata da Ottone IV, e quella di Svevia (originaria del castello di Waiblingen), a cui apparteneva Federico II. A Firenze, le contese locali trovarono una nuova ragione di scontro in questa lotta.
Le nuove forme di poesia
La ballata è una forma di poesia chiamata anche canzone a ballo perché destinata al canto e alla danza, è un componimento che si trova in tutte le letterature di lingua romanza e ha una particolare struttura. Inoltre era particolarmente caratteristica della poesia popolare Britannica e Irlandese dal periodo del Tardo Medioevo fino al 1800; usata ampiamente in Europa e più tardi in America, Australia e in Nord Africa. Questo tipo di poesia fu spesso utilizzata dai poeti e dai compositori a partire dal 1700 per produrre ballate liriche.
La ballata antica veniva in origine accompagnata non solo dalla musica ma anche dai danzatori, come ad esempio dai gitani. L'etimologia è incerta anche se la maggior parte degli studiosi propende per il termine provenzale dansa. La composizione metrica della ballata è tipicamente italiana e le sue origini sono da ricercare a Firenze e a Bologna dove fa la sua comparsa intorno alla metà del XIII secolo per poi essere perfezionata dallo Stilnovismo e da Francesco Petrarca.

Essa non venne mai usata dai siciliani e fu invece utilizzata sia da Guittone d'Arezzo, dichiarato l'inventore della ballata "sacra" basata sullo schema a (a) b, a (a) b, bc (c) d, e ripresa f (f) d, sia da Jacopone da Todi come metro della lauda. Di Guittone d'Arezzo nota è la lauda dedicata a San Domenico.
La Ballata
componimento poetico, tipico soprattutto della letteratura italiana, il cui nome deriva dal provenzale "sonet"= piccolo suono, diminutivo di "son"=suono, melodia.

Nella sua forma tipica, è composto da quattordici versi endecasillabi raggruppati in due quartine ("fronte") a rima alternata o incrociata e in due terzine ("sirma") a rima varia.
Il sonetto è stato inventato da Jacopo da Lentini verso la prima metà del Duecento, nell'ambito della Scuola Poetica Siciliana, sulla base di una stanza isolata di canzone, in modo che la struttura metrica formata da quattordici versi endecasillabi suddivisi in due quartine e due terzine, sia identica a quella di una stanza con fronte di due piedi e sirma di due volte senza concatenazione.
ideato, basti pensare alla struttura della Commedia, la valenza numerologico/esoterica dei versi era molto sentita; anche il sonetto (il sonetto italiano) può essere letto in questa chiave:

Le quartine: il numero 4 per gli uomini del tempo rappresentava la terra e la materialità con i suoi punti cardinali.
Le terzine: il numero 3 rappresentava la Trinità, il cielo e la perfezione.
I quattordici versi: per ragioni di rima non sarebbe potuta esistere una stanza finita di versi dispari; I quattordici versi, tramite la ripetizione dello schema "quartine - terzine" rappresentano appunto il 7; tale numero simboleggiava l'universo; l'unione appunto di Cielo e Terra.
Questo è stato probabilmente uno dei motivi del suo enorme successo in Italia e all'estero.
Il Sonetto
Guittone d'Arezzo
Figlio di Viva di Michele, camerlengo del Comune, fu appassionato partigiano della fazione guelfa e nel 1256, a causa delle sue simpatie politiche, fu esiliato per alcuni anni da Arezzo.
Amareggiato dai troppi contrasti, intorno al 1265, colto da una forte crisi spirituale, lasciò la moglie e i figli ed entrò nell'ordine religioso di recente creazione dei Frati della Beata Gloriosa Vergine Maria (i cosiddetti frati Gaudenti), nei quali si accedeva anche in base al censo, testimoniando così una sua estrazione familiare piuttosto alta. Scopo dell'ordine della Beata Gloriosa Vergine Maria (che comunque non prevedeva l'obbligo del celibato né della vita in comunità) era quello di favorire in "Lombardia" (Nord Italia) così come in Toscana la pace tra Guelfi e Ghibellini ed effettivamente l'ultima parte della sua vita lo vide attivo nel promuovere l'idea che per la pacificazione della Toscana sarebbe stato auspicabile la creazione di uno stato regionale. A seguito della crisi religiosa si può notare un cambiamento nella sua poetica: oltre a firmarsi come Fra Guittone, nella canzone "Ora parrà s'eo saverò cantare" rifiuta la produzione letteraria precedente, arrivando a paragonare l'amore con il follore (follia).
Dalle sue opere, e specialmente dalla lettura delle sue lettere, emerge il quadro di una personalità forte e di grande cultura europea. Nonostante le dure critiche poi mossegli da Dante, le conoscenze e gli studi di Guittone erano di alto livello. In particolare, la sua produzione dimostra che Guittone aveva un'approfondita conoscenza della lirica siciliana e che padroneggiava in modo straordinario anche quella trobadorica in lingua occitano-provenzale. Lo stesso tipico, programmatico virtuosismo dell'aretino non sarebbe pensabile senza una vasta cognizione letteraria.Il canzoniere di Guittone è particolarmente ricco; il corpus conta infatti 50 canzoni e 251 sonetti, conservati nei manoscritti italiani delle origini e di cui il codice Laurenziano Rediano 9, che riunisce rime d'amore e canzoni politiche, costituisce il testimone più importante. Alcuni componimenti di cui non è pervenuta una testimonianza manoscritta sono noti attraverso la Giuntina di Rime antiche. Celebre è il planh ("lamento") Ahi lasso, or è stagion de doler tanto sulla battaglia di Montaperti nel 1260. Il codice Laurenziano conserva la nota corona di sonetti amorosi di Guittone, legati tra loro da uno sviluppo macrotestuale (che anticipa per alcuni aspetti la struttura del Canzoniere petrarchesco) e da elementi microtestuali, quali riprese rimiche, allitterazioni e altre figure retoriche, ereditate in gran parte dalla tradizione trobadorica.

Nella vasta opera di Guittone si contano anche circa 50 lettere di argomento civile e cortese.
Immagine di Guittone D'Arezzo
Clemente IV fece dono a una delegazione di Guelfi fiorentini fuoriusciti, del proprio personale stemma: un'aquila rossa su campo bianco che artiglia un drago verde. Dalla Cronica del Villani, che è l'unica fonte disponibile circa la notizia dell'esistenza di uno stemma personale di papa Clemente IV e il dono da lui elargito, emerge come, successivamente, i Guelfi di Firenze vi aggiunsero un piccolo giglio rosso - simbolo del Comune fiorentino dal 1251 - collocato sopra la testa dell'aquila. Tale bandiera, fu quella sventolata dal pistoiese Corrado da Montemagno sulla piana di Grandella nella battaglia di Benevento nel febbraio del 1266.
Nell'Apocalisse, il Drago rappresenta

« l'antico serpente che si chiamava Diavolo e Satana, il seduttore del mondo intero ».
L'immagine dell'aquila che artiglia un serpente è, comunque, un tema antico che simboleggia la lotta tra il Bene e il Male. Risulta dunque chiaro come il simbolo prescelto fosse un messaggio di crociata contro gli Svevi e contro Manfredi e i suoi alleati ghibellini. Ma l'Aquila, per dirla con Dante, era il "pubblico segno", "il sacrosanto segno" dell'Impero e, pertanto, l'Aquila rappresentata nell'atto di artigliare il Drago risulta essere un'appropriazione pontificia del simbolo peculiare dell'Impero. Essa appariva, nel vessillo di Clemente IV, di colore rosso, anziché nero, e con il capo rivolto verso sinistra, invece che verso destra. Lo stemma corretto era, per l'Impero, l'Aquila nera su campo oro.
I Guelfi
I guelfi bianchi
e i Guelfi neri
L'importanza del papa
I Ghibellini
Un sigillo della fazione ghibellina, datato agli ultimi decenni del XIII secolo e conservato presso il Bargello, viene descritto nel volume dedicato ai Sigilli Civili del Museo del Bargello: "Ercole a cavallo del Leone Nemeo, in atto di sganasciarlo; nel fondo alcune pianticelle con trifogli".
stemma raffigurato sul sigillo fiorentino raffigura un uomo vestito che, a cavalcioni della bestia, ne disarticola le fauci prendendolo alle spalle. L'interpretazione di tale sigillo risulta controversa: inizialmente, nel personaggio viene identificato Ercole e nel leone la fiera di Nemea, la prima delle fatiche erculee. Dunque Ercole sarebbe stato scelto come simbolo della Parte Ghibellina per la sua forza e il suo coraggio contro il maligno Leone. Successivamente, si giunge ad una diversa lettura della raffigurazione: il personaggio rappresentato non è Ercole, e il leone non è la fiera di Nemea. Si tratta, invece, di Sansone che smascella il leone. L'animale era diventato, infatti, il simbolo della città, in cui la Repubblica si riconosceva. A rafforzare il legame tra la città e l'animale contribuì l'alluvione del 1333 che spazzò via la statua di Marte, considerato il protettore di Firenze, posta presso Ponte Vecchio. Per questo, l'etimologia più probabile del Marzocco, è quella della contrazione di un diminutivo di Marte, Martocus.

Resta il dubbio sul motivo per cui i Ghibellini fiorentini avessero scelto di rappresentare la morte del Leone. Secondo alcune ipotesi, per simboleggiare la fine della Firenze popolare e filoguelfa; secondo altre, rappresentava la vittoria del Bene sul Male poiché spesso l'animale è divenuto simbolo di superbia, ferocia e forza incontrollata, in Dante come nel Vecchio e nel Nuovo Testamento.

Se dunque lo stemma di Parte Guelfa sottendeva il simbolismo della lotta della Giustizia contro il Demonio, altrettanto valeva per il sigillo della Parte Ghibellina. Dall'interpretazione dei due vessilli, risulta evidente come entrambe le fazioni combattevano sotto l'egida di Dio per scardinare un sistema guidato dal Maligno.
Lo stemma dei Ghibellini
Sicilia, Federico II, imperatore e re di Sicilia, aveva creato uno stato ordinato e pacifico. La sua corte fu operosa tra il 1230 e il 1250, anni in cui si sviluppò la Scuola Siciliana. I poeti siciliani presero i provenzali come modello e si ispirarono a loro per comporre poesie d'amore. Non si occuparono, invece, di temi legati alla guerra, poiché Federico II garantiva la pace e la serenità all'interno del suo regno. I poeti di questa corrente poetica narravano la completa sottomissione che si rende alla donna, proprio come un vassallo verso il suo padrone.
colto: parlava infatti, il tedesco, il francese (poiché aveva madre normanna e padre svevo), conosceva il greco, il latino, l'arabo, il volgare siciliano che egli stesso volle valorizzare, e l'ebraico. La sua inestinguibile curiosità intellettuale gli fece guadagnare l'appellativo di "Stupor Mundi", ovvero meraviglia del mondo. Fu molto tollerante verso le altre religioni; fondò una scuola retorica a Capua, una medica a Salerno e un'Università a Napoli.

Federico II, incoronato imperatore a Roma da Onorio III (1220), non mantiene subito il primo impegno. Federico aveva infatti prestato giuramento di imbarcarsi per la Terra Santa nel 1217, ma successivamente si tira indietro e Onorio rinvia ripetutamente la data di inizio della spedizione. Prima di indire la crociata, egli vuole compiere nel regno di Sicilia un vasto programma di riforma politica.
Federico II persecutore della scuola Siciliana
Della vita di Davanzati si conoscono pochissimi eventi, desunti dai "Libri di Montaperti": tra i combattenti guelfi, c'è un Chiarus Davanzati di Santa Maria Sopr'Arno, identificabile, secondo Debenedetti, con il poeta; di lui si sa, dunque, che partecipò alla battaglia di Montaperti nel 1260 e, poi, che fu Capitano di Or San Michele nel 1294.
Il testo sopra riportato può facilmente piegarsi a exemplum degli elementi caratterizzanti la poesia del Davanzati. Il suo è un trobar leu, come si deduce dalla semplicità del testo (per il lettore odierno le difficoltà sono di tipo lessicale). Il tema è quello amoroso, portato avanti secondo modalità non nuove: onnipresente è la lezione provenzale-siciliana, mentre al verso 8 c'è un'eco guittoniana. Tuttavia, il tratto peculiare di Chiaro sta nella prima quartina, già al primo verso: "Sì come il cervio" apre un paragone animalesco; di questi, sia nei sonetti che nelle canzoni, se ne trovano una quantità ineguagliata in qualsiasi poeta contemporaneo o successivo. Leggendo i sonetti, in particolare, viene in mente il "Bestiario d'amore" di Richard de Fournival, per la ricchezza di animali utilizzati ai fini della lirica d'amore.

Chiaro non è considerato dalla critica un grande poeta della tradizione italiana, tuttavia gli va riconosciuta, nella sua mancanza di originalità, un uso originale dei bestiari, al fine della costituzione dell'imagery della sua poesia.
Chiaro Davanzati
Chiaro Davanzati
Esercitò forse la professione di notaio e come poeta fu attivo nella seconda metà del XIII secolo, ispirandosi più direttamente ai modi della poesia "siciliana", mediando la sua influenza nell'ambiente toscano. Fu tra coloro che più efficacemente importarono in Toscana le forme poetiche provenzaleggianti della scuola siciliana e soprattutto quella di Jacopo da Lentini.

Come scrive Carlo Salinari:

« [...] La sua importanza è tutta in questa attività di mediazione culturale, che verso la metà del secolo sposta l'asse della nostra poesia dalla corte imperiale di Palermo all'Italia centrale e pone in tal modo - sia pure inconsapevolmente - le premesse per il "dolce stil novo". »
personaggio del Purgatorio dantesco che per la sua opera poetica: la lettura tradizionale dell'episodio del canto XXIV è che Dante, per far meglio risaltare la novità del Dolce Stil Novo, abbia per contrapposizione citato un rappresentante di un genere poetico precedente. Le parole "dolce stil novo" Dante le mette opportunamente sulle labbra di Bonagiunta.


Bonagiunta Orbicciani
Miniatura di
Bonagiunta Orbicciani
La lingua dei Siculo-Toscani, o “guittoniani” (così chiamati per comodità dalla critica, reticente nel definirli una “scuola” in quanto privi dello spirito programmatico che caratterizza i Siciliani), è spesso artificiosa, legata ad un idioma toscano che reinterpreta (in senso anche ironico), le formule tipiche della tradizione provenzale. Di questo gruppo di rimatori, che si collocano tra i Siciliani e gli Stilnovisti (e che con questi ultimi condividono, solo cronologicamente, un po' del percorso), va in primo luogo ricordato Guittone d'Arezzo, nato intorno al 1235 e morto nel 1294. Profondo conoscitore della lirica provenzale, Guittone è soprattutto noto per le sue canzoni civili, come il compianto per la sconfitta di Montaperti, Ahi lasso, or è stagion de doler tanto. Egli è il massimo esponente del volgare toscano del Duecento e il modello della successiva poesia morale di Dante. Per quello che riguarda la quantità di opere e la loro varietà, Chiaro Davanzati (morto probabilmente prima del 1304) segue Guittone. Egli rappresenta un modello per i successivi poeti stilnovisti: la sua conoscenza del trobar leu (che nella poesia occitanica indica uno stile aperto, semplice e fluido), del tutto opposta allo stile dell'aretino, è un punto di riferimento importante per tutti i poeti del Trecento. Il lucchese Bonagiunta Orbicciani, vissuto nella seconda metà del Duecento, va invece ricordato per la sua polemica contro “la nuova maniera” giunizzelliana, nel sonetto Voi ch'avete mutata la mainera. Altri esponenti della corrente sono Brunetto Latini, Monte Andrea, Panuccio dal Bagno, Bondie Dietaiuti, Giacomo da Lèona e tale “Compiuta Donzella", che con tre sonetti unisce al gruppo una insolita voce femminile.
La lingua
I piu' noti esponenti
della scuola Siculo Toscana

cataloghi sulla
letteratura del 1200

rimatori siculo-toscani", sono poeti, che dopo la caduta degli Svevi nel Regno di Sicilia, ne hanno ereditato la poesia siciliana e il suo tema centrale dell'amore, ma affiancandoci anche altri temi come la politica, la guerra, la morale e il quotidiano vivere civile.

Il motivo di ciò è da ricercare nel sistema politico utilizzato nel centro-nord italia (cioè i liberi Comuni, invece che la monarchia assoluta del Regno delle Due Sicilie) e da chi compone le poesia che sono delle normali persone del ceto borghese totalmente ambientate nel vivere civile della città (e non funzionari di palazzo nel caso della poesia siciliana).

Lo stile riguarda una ripresa della canzone e del sonetto, originario della Scuola siciliana, ma anche una sperimentazione di altre forme metriche, come la ballata, e di altri temi, come nel caso della canzone politica, sul modello del sirventese provenzale. La nuova poesia riflette infatti il clima civile delle lotte politiche fra le varie città e partiti della società comunale. La lingua utilizzata è il Toscano.

I principali autori sono Guittone d'Arezzo, Bonagiunta Orbicciani, Chiaro Davanzati e Compiuta Donzella.
I temi dei cosi detti
rimatori di transizione
Il tema politico
che si stava diffondendo
La scuola Siculo Toscana
La letteratura
delle Origini
presentata
da
Gabriele Piat e
Luca Bertagno
La fine della scuola Siculo Toscana
La fine della scuola Siculo Toscana coincide con il decadimento della scuola Siculo Toscana appunto, dovuta alle continue guerre di cui firenze ne era protagonista, la quale interessava le due fazioni, i Guelfi e i Ghibellini. In secondo luogo, ma altrettanto decisivo, fù l'affermarsi della nuova corrente poetica introdotta da Guido Guinizzelli, chiamata Dolce Stil Novo, a differenza della scuola Siculo Toscana aveva una concezione dell'amore e della donna più evoluta, e successivamente mantenne una linea non più basata sull'ideologia introdotta da Andrea Cappellano nel De Amore, ma fù un movimento del tutto innovativo.
La nuova concezione amorosa e della donna che si stava affermando, ella è vista come una creatura angelica ora
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