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IL NEOREALISMO

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by

Gabriella Nocita

on 3 May 2016

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Transcript of IL NEOREALISMO

Gli intellettuali e l'impegno politico
IL NEOREALISMO
La narrativa della Resistenza e del dopoguerra
Il Neorealismo sorse come conseguenza della crisi tra il 1940 e il 1945 che, con la seconda guerra mondiale, la lotta antifascista e il dopoguerra, sconvolse fino alle radici e cambiò il volto all'intera società italiana.
Il Neorealismo si nutrì, quindi, di un modo di guardare il mondo, di una morale e di un'ideologia nuove che erano proprie dell'antifascismo
Durante il fascismo molti intellettuali italiani si erano tenuti lontani dall'impegno politico e dall'attualità storica e sociale; mentre i poeti si erano espressi nel linguaggio simbolico e cifrato dell'Ermetismo, solo una minoranza di narratori aveva avuto il coraggio di manifestare apertamente il dissenso.

La situazione cambiò nel secondo dopoguerra: il mondo della cultura si sentì investito della responsabilità di promuovere attivamente la rinascita morale e politica del paese.
Si affermò così la nuova figura dell'intellettuale "militante" o "impegnato", sostenitore di una cultura attenta ai problemi reali e all'elaborazione di un nuovo linguaggio, il più possibile vicino all'italiano medio e quindi comprensibile anche per un pubblico meno colto.

La maggior parte degli intellettuali italiani si schierò a favore dell'Unione Sovietica, iscrivendosi al Partito comunista italiano, che rappresentava gli interessi e le aspirazioni del comunismo sovietico.
Ma questa militanza non era facile, perché la direzione del partito considerava gli scrittori come esponenti culturali della propria linea politica.
Molti scrittori non tollerarono a lungo quella dipendenza come dimostrò Elio Vittorini il quale affermò che la cultura "non poteva suonare il piffero per la rivoluzione", ma doveva invece soddisfare le esigenze proprie dell'uomo, al di là della sua fede politica o religiosa.

Il primo a rompere con il Partito comunista fu proprio Vittorini che, nel 1945, aveva fondato la rivista "Il Politecnico", in cui affrontava temi letterari, politici e semplici.
La tesi di fondo di Vittorini era la necessità di una cultura dell'impegno, che potesse difendere l'uomo dalla barbarie della guerra e delle dittature.
Il programma non fu accolto dalla dirigenza del PCI e nel 1946 lo stesso segretario del partito, Palmiro Togliatti, accusò la rivista di mancanza di coerenza nell'indirizzo ideologico. Il partito ritirò i finanziamenti alla rivista e Vittorini si allontanò dal PCI.
Il Neorealismo tra cinema e letteratura
Il Neorealismo deve il suo nome alle esperienze cinematogafiche promosse in quegli anni da registi come Roberto Rossellini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica.

Il cinema neorealista è caratterizzato da trame ambientate in massima parte fra le classi disagiate e lavoratrici, con lunghe riprese all'aperto, e utilizza spesso attori non professionisti per le parti secondarie e a volte anche per quelle primarie. I film trattano soprattutto la situazione economica e morale del dopoguerra italiano, e riflettono i cambiamenti nei sentimenti e le condizioni di vita: speranza, riscatto, desiderio di lasciarsi il passato alle spalle e di cominciare una nuova vita, frustrazione, povertà, disperazione. Per una maggiore fedeltà alla realtà quotidiana, nei primi anni di sviluppo e di diffusione del Neorealismo i film vennero spesso girati in esterno, sullo sfondo delle devastazioni belliche; d'altra parte, il complesso di studi cinematografici che era stato, dall'aprile del 1937, il centro della produzione cinematografica italiana, ossia Cinecittà, fu occupato nell'immediato dopoguerra dagli sfollati, risultando quindi temporaneamente indisponibile ai registi.
I neorealisti furono molto influenzati dal realismo poetico francese. Di fatto, sia Michelangelo Antonioni che Luchino Visconti lavorarono in stretta collaborazione con Jean Renoir.
Il primo film chiaramente ascrivibile al genere viene considerato quasi unanimemente dalla critica
Ossessione
(1943), di Luchino Visconti.
Il Neorealismo acquistò però risonanza mondiale per la prima volta nel 1945, con
Roma, città aperta
, primo importante film uscito in Italia nell'immediato dopoguerra. Il lungometraggio narra, con accenti fortemente drammatici, la lotta morale degli Italiani contro l'occupazione tedesca di Roma, facendo coscientemente il possibile per resistervi. I bambini sono osservatori della realtà e in essi ci sono le chiavi del futuro.
Al culmine del Neorealismo, nel 1948, Luchino Visconti adattò I Malavoglia, il celeberrimo romanzo di Giovanni Verga scritto nel pieno del verismo, il movimento del XIX secolo che fu per tanti aspetti la base del neorealismo.
Ne ammodernò il soggetto, apportando modifiche straordinariamente piccole alla trama o allo stile originale.
Il film che ne risultò,
La terra trema
, fu interpretato solo da attori non professionisti e fu girato nel medesimo paese, Acitrezza, dove il romanzo era ambientato.
Poiché il film venne girato in Lingua siciliana, esso fu sottotitolato anche nella versione originale italiana.
Il neorealismo propriamente detto si esaurì attorno alla metà degli anni cinquanta, tuttavia influenzò sensibilmente alcuni registi successivi, fra cui
Pier Paolo Pasolini
, che nei primi anni sessanta diresse alcuni film apparentemente ascrivibili al genere, anche se l'attenzione al picaresco in quel momento era evidente e apertamente dichiarata. Il contenuto neorealista fu allora nella rappresentazione, spettacolare e forse documentaria, ma comunque accessoria, di alcuni elementi della vera vita comune in Italia dopo il cosiddetto "boom" degli anni sessanta.
Modelli e caratteri stilistici del Neorealismo
Il Verismo di Verga e Capuana
La letteratura americana del primo Novecento (Steinbeck, Hemingway)
Il realismo italiano degli anni Trenta (Alberto Moravia, Indifferenti; Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte)
Rappresentazione oggettiva di fatti realmente accaduti
Lingua antiletteraria e simile al parlato, largo utilizzo del dialogo
Il Neorealismo e la guerra
Esigenza di raccontare le proprie esperienze drammatiche.
Testimonianza della guerra e della Resistenza
Memorialistica
VITTORINI
FENOGLIO
CALVINO (prima fase)
PAVESE
PRIMO LEVI
DEBENEDETTI
GINZBURG
Testimonianze della guerra e della Resistenza
ELIO VITTORINI

Uomini e no
(1945)
Elio Vittorini nacque a Siracusa nel 1908 da padre di origine bolognese e madre siracusana.
Insieme al fratello Giacomo e durante gli anni dell'infanzia seguì il padre ferroviere nei suoi spostamenti di lavoro per la Sicilia. Infatti la sorella nacque a Scicli. Dopo la scuola di base, Elio frequentò la scuola di ragioneria senza interesse, finché, dopo essere fuggito di casa quattro volte, nel 1924 abbandonò definitivamente la Sicilia.



Lavorò per un certo periodo come contabile in un'impresa di costruzioni in Venezia Giulia e nel 1930 si trasferì a Firenze, dove lavorò come correttore di bozze alla "Nazione". Aveva intanto iniziato a scrivere articoli e pezzi narrativi pubblicati sulla rivista "Conquista dello Stato". Nel 1927 Vittorini aveva sposato Rosa Quasimodo, sorella di Salvatore Quasimodo.

Nel 1929 iniziò a collaborare alla rivista Solaria e venne pubblicato sull'Italia Letteraria un suo articolo, Scarico di coscienza, in cui accusava la letteratura italiana di provincialismo.

Nel 1931, per le edizioni di Solaria uscì il suo primo libro, una raccolta di racconti intitolato Piccola borghesia che venne ristampato da Mondadori nel 1953. Tra il 1933 e il 1934 uscì su Solaria il romanzo Il Garofano Rosso a puntate, romanzo che a causa della censura fascista.
Nel 1942 lo scrittore si avvicinò al Partito Comunista Italiano clandestino e partecipò attivamente alla Resistenza. Nel 1945 pubblicò presso Bompiani il romanzo Uomini e no e fondò la rivista di cultura contemporanea Il Politecnico.
Scrive nell'editoriale del primo numero, datato 29 settembre 1945:

« Per un pezzo sarà difficile dire se qualcuno o qualcosa abbia vinto in questa guerra. Ma certo vi è tanto che ha perduto, e che si vede come abbia perduto. I morti, se li contiamo, sono più di bambini che di soldati; le macerie sono di città che avevano venticinque secoli di vita; di case e di biblioteche, di monumenti, di cattedrali, di tutte le forme per le quali è passato il progresso civile dell'uomo; e i campi su cui si è sparso più sangue si chiamano Mauthausen, Maidanek, Buchenwald, Dakau. Di chi è la sconfitta più grave in tutto questo che è accaduto? Vi era bene qualcosa che, attraverso i secoli, ci aveva insegnato a considerare sacra l'esistenza dei bambini. (...) E se ora milioni di bambini sono stati uccisi, se tanto che era sacro è stato lo stesso colpito e distrutto, la sconfitta è anzitutto di questa «cosa» che c'insegnava la inviolabilità loro. Non è anzitutto di questa «cosa» che c'insegnava l'inviolabilità loro? Questa «cosa», voglio subito dirlo, non è altro che la cultura: lei che è stata pensiero greco, ellenismo, romanesimo, cristianesimo latino, cristianesimo medioevale, umanesimo, riforma, illuminismo, liberalismo, ecc., e che oggi fa massa intorno ai nomi di Thomas Mann e Benedetto Croce (...) Valéry, Gide e Berdiaev. Non vi è delitto commesso dal fascismo che questa cultura non avesse insegnato ad esecrare già da tempo. E se il fascismo ha avuto modo di commettere tutti i delitti che questa cultura aveva insegnato ad esecrare già da tempo, non dobbiamo chiedere proprio a questa cultura come e perché il fascismo ha potuto commetterli? »
Questo fu uno dei motivi nel suo impegno nel PCI, che riteneva potesse essere il partito-portavoce di queste istanze, ma anche una delle cause della sua rottura con la dirigenza Togliatti, quando scoprì che così non era (anche per la connivenza con la dittatura di Stalin), per la mancanza di libertà di pensiero nel mondo comunista.
Nel 1963 Vittorini si ammalò di cancro allo stomaco e dovette subire una delicata operazione chirurgica. Malgrado la malattia, riprese a lavorare dirigendo la collana "Nuovi scrittori stranieri" per Mondadori e l'anno dopo la collana "Nuovo Politecnico" per Einaudi. Nell'estate del 1965 il cancro si manifestò ancora in maniera più aggressiva, rendendosi inoperabile. Vittorini morì a Milano nella sua casa di viale Gorizia nel 1966.

Uomini e no 1945
E' probabilmente il primo romanzo della Resistenza.
Sulla scia dell'ermetismo, l'autore cerca di rappresentare la realtà con simboli, metafore, in modo da poter raccontare una verità assoluta e una riflessione universale attraverso il racconto di una storia particolare.
La figura centrale del romanzo è Enne 2, capitano dei GAP a Milano, che seguiamo tra le sue vicende sentimentali e le azioni partigiane compiute assieme ai propri compagni. Dal punto di vista sentimentale, il personaggio è lacerato dal suo amore impossibile per Berta, donna sposata che non sa decidersi a lasciare il marito. Le riflessioni sulla loro dolorosa storia sono affidate ad alcuni capitoli scritti in corsivo con i quali l'autore frammenta la narrazione portandola su un piano simbolico e psicologico.

A questa situazione amorosa si intrecciano le azioni resistenziali di Enne 2 e del gruppo da lui comandato: con i suoi compagni organizza un'azione contro quattro militari tedeschi e il capo del Tribunale. I cinque muoiono, ma viene immediatamente nominato un nuovo presidente e il tribunale si riunisce la notte successiva all'attentato per scegliere da una lista di trecento prigionieri quaranta carcerati destinati alla fucilazione come rappresaglia. Enne 2, allora, decide di organizzare un agguato. L'irruzione dei partigiani durante la seduta provoca una strage.
La mattina dopo Enne 2 e Berta si incontrano e assistono a una scena mostruosa: riversi sul marciapiede a largo Augusto ci sono i corpi senza vita di alcuni civili uccisi per rappresaglia dai tedeschi. Tra questi c'erano anche una bambina, un vecchio e due quindicenni. Questo avvenimento genera una riflessione nell'autore:

Questo era il modo migliore di colpire l'uomo. Colpirlo dove l'uomo era più debole dove aveva l'infanzia, dove aveva la vecchiaia, dove aveva la costola staccata e il cuore scoperto. Dov'era più uomo'
Enne 2 con il suo gruppo di partigiani decide allora di compiere un altro attentato, questa volta ai danni del capo fascista Cane nero. L'operazione, però, fallisce, ed Enne 2 viene identificato: viene promessa una grossa taglia a chiunque sia in grado di dare informazioni utili sulla sua posizione. All'offerta dei compagni di abbandonare il suo rifugio, però, Enne 2 rifiuta. Anche quando il tabaccaio lo denuncia e un operaio corre ad avvisarlo rifiuta di fuggire e va incontro al suo destino, aspettando il nemico Cane nero per ucciderlo. In compenso il ragazzo gli porge una pistola e Enne 2 gli chiede di unirsi ai suoi compagni, porgendo un altro combattente alla causa partigiana.

Gli ultimi capitoli sono incentrati su quest'operaio, che cerca di imparare a uccidere i tedeschi in motocicletta. Nel momento in cui deve agire, però, si ferma e risparmia il tedesco perché lo vede "troppo triste", e si rivede negli occhi del ragazzo che doveva essere la sua vittima.
Il titolo Uomini e no non dovrebbe essere interpretato come una dicotomia, una distinzione tra chi è "umano" e chi non lo è. Non serve, infatti, distinguere nettamente il bene e il male in due classi di individui, perché in realtà in ognuno di noi sono presenti queste due caratteristiche, nelle nostre azioni concrete, quotidiane, nel nostro dire o meno "la verità" . È proprio la sintesi di due caratteristiche così opposte del nostro essere uomini che determina questa completezza che è anche contraddizione.


Conversazione in Sicilia 1941
Il romanzo si presenta al lettore come un viaggio di un uomo a ritorno nella sua terra natìa. L'identità del viaggiatore è incerta, ma è lo stesso autore ad avvisare che il racconto non è autobiografico. Inoltre, la stessa Sicilia che Vittorini descrive «è solo per avventura Sicilia; perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela.» Il romanzo si compone di cinque parti e l'epilogo, per un totale di 49 capitoli.
Silvestro (protagonista del romanzo e creazione autobiografica), è in preda ad “astratti furori”, ovvero a un senso di inerzia e impotenza di fronte alle sofferenze del genere umano, che richiederebbero invece un impegno attivo. Una lettera del padre, che annuncia di aver lasciato la madre per un’altra donna, trasforma quest’inquietudine in nostalgia per la propria terra, abbandonata quindici anni prima. Il 6 dicembre, antivigilia del compleanno della madre, Silvestro decide così di salire sul treno che lo condurrà nel piccolo villaggio di montagna dove ancora abita la donna.
Fin dal treno cominciano gli incontri che comporranno l’esperienza di questo “ritorno”, tra i quali spicca il Gran Lombardo 1, così chiamato per i modi autorevoli e l’apparenza fisica: in quello che appare come un dialogo filosofico, questi espone il principio etico che, nel finale, libererà Silvestro dagli “astratti furori”. Il Gran Lombardo, infatti, sostiene la necessità che l’uomo non si limiti ai propri privati doveri ma se ne assuma di nuovi, da contrarre con gli altri, per mettere in pace la propria coscienza.
Arrivato al paese natale, dove resterà un solo giorno, Silvestro fa visita alla madre Concezione, donna orgogliosa eppure fragile nelle sue contraddizioni. Prima, in casa, i racconti incerti della donna riaccendono la memoria di Silvestro, ma producono anche nuove immagini che trasfigurano i contorni del ricordo. Poi, il protagonista accompagna la madre nelle case in cui fa da infermiera ai malati di malaria e tisi: qui ha luogo un’esperienza rivelatrice, perché la vista della sofferenza di uomini e donne rassegnati e indifesi suscita una riflessione sull’intero genere umano.
Queste persone rappresentano il “mondo offeso”, cioè la parte di umanità che viene quotidianamente oppressa e affronta con rassegnazione il proprio destino. Questa considerazione trova ulteriore sviluppo nel confronto tra Silvestro e alcuni uomini del paese, come l’arrotino Calogero, il panniere Porfirio, il locandiere Colombo ed Ezechiele. Quest’ultimo, in particolare, insiste sulla necessità di imparare a soffrire per il mondo offeso, invece che per i propri personali dolori: solo in questa solidarietà compassionevole l’uomo troverà la forza per ribellarsi all’oppressione.
A notte inoltrata, rientrando verso casa, Silvestro, forse ubriaco, si ritrova nei pressi del cimitero: qui viene sorpreso dalla voce del fratello Liborio, che gli racconta di essere partito soldato per conoscere il mondo e di essere morto in guerra. Al risveglio, in una mattina lugubre, la madre riceve la notizia dell’effettiva morte del figlio. Prima di partire Silvestro s’incammina verso il monumento ai caduti, dietro di lui tutte le persone incontrate lungo il viaggio: qui si abbandona al pianto del ricordo, rivolto a tutti gli offesi che non appartengono più al mondo. In questo pianto Silvestro trova la forza per lasciare una Sicilia "fuori dal tempo" e fare ritorno alla vita attiva.
ITALO CALVINO, Il sentiero dei nidi di ragno
Italo Calvino nasce il 15 ottobre del 1923 a Santiago de las Vegas, nell'isola di Cuba da genitori italiani. Il padre, Mario, è un agronomo originario di Sanremo , poi trasferitosi in Messico e a Cuba, mentre la madre, Eva Mameli, originaria di Sassari, dopo aver lavorato come assistente presso la cattedra di botanica nell'Università di Pavia, ha ottenuto la libera docenza nel 1915. Dopo la Prima guerra mondiale, Eva e Mario, già conosciutisi anni addietro, approfondiscono il loro rapporto finché la donna accetta di sposare l'agronomo e seguirlo a Cuba, dove questi dirige una Stazione Agronomica sperimentale per la produzione di canna da zucchero.

Nel 1925 i coniugi Calvino decidono di ritornare in Italia. Secondo lo stesso autore, tuttavia, il rientro in patria era già stato programmato in precedenza ma rinviato per l'attesa della sua nascita. La famiglia si trasferisce a Sanremo.
Terminati gli studi liceali a Sanremo, si iscrive alla facoltà di agraria dell'Università di Torino, ma contemporaneamente coltiva la sua passione letteraria leggendo gli autori inglesi e americani dell'Ottocento.
Erano gli anni della seconda guerra mondiale; dopo l'8 settembre 1943, mentre l'Italia era divisa in due, Calvino rifiutò di presentarsi alla chiamata di leva della Repubblica di Salò e si unì ai partigiani di una delel brigate Garibaldi operanti sulle montagne liguri.
Terminata la guerra aderì al Partito comunista italiano e collaborò alla rivista "Il Politecnico".
Abbandonati gli studi scientifici, si iscrisse alla facoltà di Lettere e conseguì la laurea nel 1947.
Nel 1957 abbandonò il PCI nella convinzione che 'impegno dello scrittore doveva essere di natura morale anziché politica.
Nel 1964, dopo essersi sposato con la scrittrice argentina Esther Judith Singer, Calvino si trasferì a Parigi.
Nel 1980 tornò in Italia, stabilendosi a Roma.
nel 1985 ricevette l'invito della prestigiosa Harvard University di Cambridge (Massachusetts) a tenere un ciclo di conferenze su temi letterari.
Proprio mentre stava preparando i testi delle lezioni, durante una villeggiatura in Toscana, fu colpito da un ictus cerebrale; ricoverato all'ospedale di Siena, morì il 19 settembre 1985.
Il sentiero dei nidi di ragno

La Prefazione del 1964


Nel giugno del 1964 l'editore Einaudi propone una nuova edizione di Il sentiero dei nidi di ragno, riveduta e corretta, a cui Calvino scrive una lunga prefazione. La Prefazione o Presentazione diverrà subito un testo fondamentale, in cui Calvino esprime delle riflessioni sulla propria opera.

Calvino descrive le ragioni che l'hanno portato a scrivere il libro e parla della responsabilità che ha avvertito, come testimone e protagonista della Resistenza, a perpetuarne la memoria.
Avvertendo il tema come troppo impegnativo e solenne, decide di affrontarlo di scorcio, trattandolo cogli occhi di un bambino e per andar contro alla «rispettabilità ben pensante», sceglie non di rappresentare i migliori partigiani, ma i peggiori possibili. Ciononostante - dice - loro sono stati uomini migliori di coloro che sono rimasti al sicuro nelle città e nelle campagne, perché spinti da un'elementare voglia di riscatto sono diventati forze storiche attive.Questa idea è riportata nel romanzo per bocca di Kim, il commissario politico.

Tuttavia esprime un senso di delusione: il suo libro, a suo dire, non è riuscito a rappresentare la Resistenza in modo pieno, cosa riuscita soltanto a Beppe Fenoglio in Una questione privata, capace di serbare per tanti anni limpidamente la memoria fedele ed a rappresentarne i valori.


Il «neorealismo» non fu una scuola (Cerchiamo di dire le cose con esattezza). Fu un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, anche - o specialmente - delle Italie fino allora più inedite per la letteratura. Senza la varietà di Italie sconosciute l'una all'altra - o che si supponevano sconosciute -, senza la varietà dei dialetti e dei gerghi da far lievitare e impastare nella lingua letteraria, non ci sarebbe stato «neorealismo». Ma non fu paesano nel senso del verismo regionale ottocentesco. La caratterizzazione locale voleva dare sapore di verità a una rappresentazione in cui doveva riconoscersi tutto il vasto mondo: come la provincia americana in quegli scrittori degli Anni Trenta di cui tanti critici ci rimproveravano d'essere gli allievi diretti o indiretti. Perciò il linguaggio, lo stile, il ritmo avevano tanta importanza per noi, per questo nostro realismo che doveva essere il più possibile distante dal naturalismo. Ci eravamo fatta una linea, ossia una specie di triangolo: I Malavoglia, Conversazione in Sicilia, Paesi tuoi, da cui partire, ognuno sulla base del proprio lessico locale e del proprio paesaggio (Continuo a parlare al plurale, come se alludessi a un movimento organizzato e cosciente, anche ora che sto spiegando che era proprio il contrario. Come è facile, parlando di letteratura, anche nel mezzo del discorso più serio, più fondato sui fatti, passare inavvertitamente a contar storie... Per questo, i discorsi sulla letteratura mi dànno sempre più fastidio, quelli degli altri come i miei).
TRAMA

Ambientato nei mesi della Resistenza, tra i vicoli di una città ligure della Riviera di Ponente ed i boschi e le valli in cui si svolge la guerra partigiana, II sentiero dei nidi di ragno racconta la storia di Pin, un bambino solo e desideroso di appartenere al mondo degli adulti del vicolo e dell'osteria, dai quali cerca di farsi accettare. Insultato per le relazioni che la sorella intrattiene con i militari tedeschi e sfidato a provare la sua fedeltà, Pin sottrae all'amante della donna una pistola e la nasconde in campagna, nel luogo in cui è solito rifugiarsi, dove i ragni fanno il nido. L'azione mette in moto una sequenza d'eventi che lo portano ad entrare in contatto con quel mondo degli adulti che gli sembrava misterioso: è preso dai tedeschi; durante l’interrogatorio non riuscendo ad ottenere alcun’informazione da Pin, i tedeschi decidono di arrestarlo; condotto in prigione Pin incontra Pietromagro, il padrone della bottega dove Pin era solito lavorare. Oltre a Pietromagro, Pin incontra anche Lupo Rosso, un partigiano dalla grande fama che era stato catturato prima di lui e che ogni giorno in carcere veniva interrogato e malmenato. Grazie all’aiuto di Lupo Rosso Pin riesce a scappare, ma una volta fuori prigione si perde ed inizia a vagare da solo nel bosco fino all’incontro con Cugino che lo porta al suo accampamento e lo presenta alla banda partigiana del Dritto, composta di personaggi dubbi e poco eroici.
Pochi giorni dopo però scoppia un incendio nell’accampamento a causa di una distrazione del Dritto, e tutti sono costretti a fuggire e a ripararsi in un vecchio casolare con il tetto sfondato. Qui arrivano il comandante Ferriera e il commissario Kim, che saputo di quanto accaduto vanno a trovare gli uomini dell’accampamento, anche per riferire di una battaglia che si sarebbe svolta in un monte lì vicino e che avrebbe chiesto la partecipazione di tutti. Una volta che tutti gli uomini dell’accampamento sono tornati dalla battaglia Pin decide di canzonare tutti e mentre fa questo rivela a Mancino, il cuoco, di quanto è successo tra sua moglie Giglia e il capitano, che interviene per farlo zittire, quasi rompendogli le braccia. Pin, offeso e arrabbiato, fugge e, ritornato al posto dei nidi dei ragni scopre che Pelle, un giovane partigiano giustiziato dai compagni perché faceva la spia, aveva rubato la sua pistola. Fortunatamente la ritrova nelle mani di sua sorella e dopo avergliela presa scappa anche da lei. Solo e sconsolato, mentre vagava per i sentieri vicini alla cittadina incontra Cugino al quale presta la pistola. Il partigiano la userà, forse, per giustiziare la sorella di Pin, ma poi ritornerà da lui e lo terrà con sé.
La letteratura memorialistica
PRIMO LEVI
Nato il 31 luglio del 1919 a Torino, da genitori di religione ebraica, Primo Levi si diploma nel 1937 al liceo classico Massimo D’Azeglio e si iscrive al corso di laurea in chimica presso la facoltà di Scienze dell’Università di Torino. Nel '38, con le leggi razziali, si istituzionalizza la discriminazione contro gli ebrei, cui è vietato l’accesso alla scuola pubblica. Levi, in regola con gli esami, ha notevoli difficoltà nella ricerca di un relatore per la sua tesi: si laurea nel 1941, a pieni voti e con lode, ma con una tesi in Fisica. Sul diploma di laurea figura la precisazione: «di razza ebraica». Comincia così la sua carriera di chimico, che lo porta a vivere a Milano, fino all’occupazione tedesca: il 13 dicembre del '43 viene catturato a Brusson e successivamente trasferito al campo di raccolta di Fossoli, dove comincia la sua odissea. Nel giro di poco tempo, infatti, il campo viene preso in gestione dai tedeschi, che convogliano tutti i prigionieri ad Auschwitz.
L’autore è deportato a Monowitz, vicino Auschwitz, in un campo di lavoro i cui prigionieri sono al servizio di una fabbrica di gomma. Al lager, persi nei loro pensieri, presi da mille domande, da ipotesi continue che per quanto catastrofiche, non si avvicinano neanche lontanamente alla verità, si ritrovano in pochissimo tempo rasati, tosati, disinfettati e vestiti con pantaloni e giacche a righe. Su ogni casacca c’è un numero cucito sul petto. I prigionieri vengono marchiati come bestie. Il loro compito: lavorare, mangiare, dormire, OBBEDIRE. Il loro intento: sopravvivere. Dietro quel numero non c’è più un uomo, ma solo un oggetto: häftling, cioè “pezzo”. Se funziona, va avanti. Se si rompe, è gettato via.
Levi è l’häftling 174517. Funzionante.

Primo Levi è tra i pochissimi a far ritorno dai campi di concentramento. Ci riesce fortunosamente, grazie a una serie di circostanze e solo dopo un lungo girovagare nei Paesi dell'est.
Quale testimone di tante assurdità, sente il dovere di raccontare, descrivere l’indescrivibile, affinché tutti sappiano, tutti si domandino un perché, tutti interroghino la propria coscienza: comincia a scrivere, elaborando così il suo dolore, il suo annientamento, il suo avventuroso ritorno a casa. Nel '47, rifiutato dalla Einaudi, il manoscritto
Se questo è un uomo
è pubblicato dalla De Silva editrice.
Venne trovato morto nell'aprile 1987 alla base della tromba delle scale della propria casa di Torino, a seguito di una caduta: rimane il dubbio se la caduta, che ne ha provocato la morte, sia dovuta a cause accidentali o se sia stato un suicidio. Questa ipotesi appare avvalorata dalla difficile situazione personale di Levi, che si era fatto carico della madre e della suocera malate. Il pensiero e il ricordo del lager avrebbero, inoltre, continuato a tormentare Levi anche decenni dopo la liberazione, sicché egli sarebbe in un qualche modo una vittima ritardata della detenzione ad Auschwitz. Il suicidio di Levi rimane comunque un'ipotesi contestata da molti, poiché lo scrittore non aveva dimostrato in alcun modo l'intenzione di uccidersi e anzi aveva dei piani in corso per l'immediato futuro.

Primo Levi non era religioso: «... io, il non credente, ed ancor meno credente dopo la stagione di Auschwitz...» e radicalizzò il suo ateismo dopo la terribile esperienza del lager: «C'è Auschwitz, dunque non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo.», dichiarò in un'intervista.
Le spoglie dello scrittore riposano presso il campo israelitico del Cimitero monumentale di Torino.
Se questo è un uomo
E' un'opera memorialistica di Primo Levi scritta tra il dicembre 1945 e il gennaio 1947. Rappresenta la coinvolgente ma meditata testimonianza di quanto vissuto dall'autore nel campo di concentramento di Auschwitz. Levi sopravvisse infatti alla deportazione nel campo di Monowitz, lager satellite del complesso di Auschwitz.

« Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no. »

Levi, Primo - Se questo è un uomo


Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

La fase neorealista di Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini
ALBERTO MORAVIA
pseudonimo di Alberto Pincherle
Roma, 28 novembre 1907 – Roma, 26 settembre 1990
PIER PAOLO PASOLINI
Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre 1975
ALBERTO MORAVIA

La romana (1947)

La ciociara (1957)
PIER PAOLO PASOLINI

Ragazzi di vita (1955)

Una vita violenta (1959)
ROSSELLINI,

ROMA CITTA' APERTA
« La mia vita futura non sarà certo quella di un professore universitario: ormai su di me c'è il segno di Rimbaud o di Campana o anche di Wilde, ch'io lo voglia o no, che altri lo accettino o no »
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