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Dante Paradiso Canto VI

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by

susanne lenz

on 15 September 2015

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Transcript of Dante Paradiso Canto VI

Il canto è ambientato nel Cielo di Mercurio, il secondo cielo inferiore,
Contestualizzazione
Paradiso, canto VI
Il Canto
sede dei beati che hanno ricercato la gloria e l’onore terreni,
controllati dall’intelligenza degli arcangeli.
I beati sono rappresentati come anime splendenti che si illuminano maggiormente quando felici.

L'unico personaggio attivo del canto è Giustiniano, ma sono presenti anche Dante, Beatrice e Romeo da Villanova

Riassunto
Chi parla è Giustiniano, che si presenta in risposta alla richiesta fatta da Dante nel canto V.
Il canto è l’unico nell’opera ad essere costituito solo ed interamente dal monologo di un beato.
Giustiniano racconta quindi la storia dell’aquila imperiale, da Enea passando per l’impero romano, e poi fino a Carlo Magno.
I primi sbagliano opponendosi al potere imperiale, mentre i secondi se ne sono appropriati indebitamente.
Anche dopo essersi presentato, Giustiniano continua però il suo discorso, incentrandolo sugli errori dei Guelfi e dei Ghibellini
e di come, redento nel nome del signore, si adoperò unicamente come legislatore.
Giustiniano racconta di essere stato un monofisita, di essersi redento grazie a papa Agàpito
Dopo l’invettiva contro Guelfi e Ghibellini, Giustiniano presenta a Dante il suo cielo, dove egli riposa per essere stato attivo per la gloria terrena.
Nel racconto inserisce inoltre molti esempi di coraggio e virtù, come Scipione e Pompeo.
Infine, presenta al poeta l’anima a lui vicina: Romeo da Villanova, uomo onesto e bistrattato dai suoi cortigiani, che lo fecero cacciare da corte, per poi morire povero e vecchio.
Il racconto dell’aquila è la riprova, secondo Giustiniano, dell’errore dei Ghibellini e di quelli dei Guelfi. Egli assicura inoltre che Dio avrebbe fatto sicuramente giustizia.
Ma prima...
Analisi
Nell’Inferno Ciacco esprimeva i suoi dissensi su Firenze.
IL CANTO POLITICO
Nella Divina Commedia il 6° canto di ogni cantica è peculiare: in una continua espansione Dante presenta il tema politico.
In un climax ascendente lo spazio geografico si allarga fino ad arrivare, con il Paradiso, ad un’invettiva dell’Imperatore Giustiniano contro l’Europa.
CIACCO
SORDELLO
GIUSTINIANO
porco
uomo di corte e di cultura
Imperatore
La dignità sempre più alta dei personaggi che occupano la scena rende l’immagine dell’urgenza del problema politico per Dante.
«Poscia che Costantin l’aquila volse
contr’al corso del ciel, ch’ella seguio
dietro a l’antico che Lavina tolse,

cento e cent’anni e più l’uccel di Dio
ne lo stremo d’Europa si ritenne,
vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;

e sotto l’ombra de le sacre penne
governò ‘l mondo lì di mano in mano,
e, sì cangiando, in su la mia pervenne.

Cesare fui e son Iustiniano,
che, per voler del primo amor ch’i’ sento,
d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano.

E prima ch’io a l’ovra fossi attento,
una natura in Cristo esser, non piùe,
credea, e di tal fede era contento;

ma ‘l benedetto Agapito, che fue
sommo pastore, a la fede sincera
mi dirizzò con le parole sue.

Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era,
vegg’io or chiaro sì, come tu vedi
ogni contradizione e falsa e vera.

Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
a Dio per grazia piacque di spirarmi
l’alto lavoro, e tutto ‘n lui mi diedi;

e al mio Belisar commendai l’armi,
cui la destra del ciel fu sì congiunta,
che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.

Or qui a la question prima s’appunta
la mia risposta; ma sua condizione
mi stringe a seguitare alcuna giunta,

perché tu veggi con quanta ragione
si move contr’al sacrosanto segno
e chi ‘l s’appropria e chi a lui s’oppone.


Vedi quanta virtù l’ha fatto degno
di reverenza; e cominciò da l’ora
che Pallante morì per darli regno.

Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora
per trecento anni e oltre, infino al fine
che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.

E sai ch’el fé dal mal de le Sabine
al dolor di Lucrezia in sette regi,
vincendo intorno le genti vicine.

Sai quel ch’el fé portato da li egregi
Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
incontro a li altri principi e collegi;

onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
negletto fu nomato, i Deci e ‘ Fabi
ebber la fama che volontier mirro.

Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi
che di retro ad Annibale passaro
l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.

Sott’esso giovanetti triunfaro
Scipione e Pompeo; e a quel colle
sotto ’l qual tu nascesti parve amaro.



Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle
redur lo mondo a suo modo sereno,
Cesare per voler di Roma il tolle.

E quel che fé da Varo infino a Reno,
Isara vide ed Era e vide Senna
e ogne valle onde Rodano è pieno.

Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna
e saltò Rubicon, fu di tal volo,
che nol seguiteria lingua né penna.


«Dopo che Costantino portò l'aquila imperiale contro il corso del cielo, che essa seguì dietro a Enea che prese in sposa Lavinia,

l'uccello divino rimase più di duecento anni nell'estremità dell'Europa, vicino ai monti della Troade dai quali iniziò il suo volo;

e lì governò il mondo all'ombra delle penne sacre, passando di mano in mano, fino a giungere nelle mie.


Fui imperatore romano e mi chiamo Giustiniano: sono colui che, ispirato dallo Spirito Santo, eliminò dalle leggi ciò che era superfluo e ciò che era inutile.

E prima che mi dedicassi a quest'opera, credevo che in Cristo ci fosse la sola natura divina, ed ero contento di questa fede;

ma il benedetto Agapito, che fu sommo pontefice, mi indirizzò alla vera fede con le sue parole.


Io gli credetti; e ora vedo ciò che era nella sua fede così chiaramente, come tu vedi che in un giudizio contraddittorio c'è una frase vera e una falsa.

Non appena rientrai in seno alla Chiesa, Dio volle per sua grazia ispirarmi l'alta opera (il Corpus iuris civilis) e io mi dedicai anima e corpo ad esso;

e affidai le armi al mio generale Belisario, che fu assistito dal cielo a tal punto che ciò fu segno che io dovessi fermarmi.


Ora qui termina la mia prima risposta; ma ciò che ho detto mi induce a far seguire una aggiunta,


affinché tu veda quanto ingiustamente agiscano contro il sacrosanto simbolo dell'aquila sia coloro che se ne appropriano (i Ghibellini), sia coloro che gli si oppongono (i Guelfi).

Vedi quanta virtù ha reso il segno degno di riverenza; e ciò iniziò dal giorno in cui Pallante morì per assicurargli un regno.

Tu sai che esso dimorò più di trecento anni ad Alba Longa, fino al momento in cui Orazi e Curiazi lottarono ancora per lui.

E sai cosa fece dal ratto delle Sabine fino all'oltraggio a Lucrezia, all'epoca dei sette re di Roma, vincendo i popoli circonvicini.

Sai che cosa fece, portato dai nobili Romani contro Brenno e Pirro, e contro altre repubbliche e monarchi dell'Italia;


per cui Torquato e Quinzio Cincinnato, che fu detto così per la chioma trascurata, nonché Deci e Fabi ebbero la fama che io volentieri onoro.

Esso abbatté l'orgoglio dei Cartaginesi che al seguito di Annibale passarono le Alpi, dalle quali tu, o fiume Po, discendi.

Sotto questo segno ancora giovane vinse Scipione l'Africano (vinse Annibale a Zama) e Pompeo e questo segno parve amaro al colle su cui sorge Fiesole (si dice che fu distrutta per aver aiutato Catilina) ai piedi del quale tu o Dante sei nato. (Infatti Firenze è ai piedi di tale colle)

Poi, quando fu vicino il tempo in cui il Cielo volle far diventare tutto il mondo sereno a sua immagine (per la nascita di Cristo), Cesare assunse il segno dell'aquila per volere di Roma.

E ciò che esso (con Cesare) fece in dal fiume Varo fino al Reno, lo videro l'Isère, la Loira, la Senna e ogni valle di cui è pieno il Rodano.

Quello che fece dopo essere uscito da Ravenna ed aver passato il Rubicone, fu un volo così veloce che né la lingua né la penna potrebbero descriverlo.
Nel Purgatorio l'abbraccio tra Sordello e Virgilio suscita in Dante un'energica apostrofe all'Italia.
I nomi, nel pensiero di Dante, sono legati alle azioni e alle cose terrene
Non si tratta di un legame puramente tassonomico, ma un legame sacro in quanto collegato al Verbo Divino
I nomi diventano dunque segni di Dio
Questo è il motivo per cui nel canto VI, che narra di un potere voluto da Dio, si trovano dunque un numero eccezionale di nomi
uomini
città
fiumi
Nomi di:
DUE NOMI, DUE SIMBOLI: GIUSTINIANO E ROMEO
Mentre la maggior parte dei nomi è concentrata nei versi centrali, all'inizio e alla fine del canto abbiamo i due nomi più significativi: quelli di Giustiniano e di Romeo
Come accennato prima, i due nomi simbloeggiano le opere che i due personaggi fecero durante la loro vita: infatti...
Giustiniano
nel senso di
codificatore di leggi
Romeo
in epoca medioevale aveva assunto il significato di
pellegrino verso Roma
, e infatti la storia di Romeo è proprio quella di un pellegrino
per l'emanazione del
"Corpus iuris civilis"
nomen omen...
Su Romeo, Giustiniano non fornisce dati che corrispondono alla verità storica, in particolare riguardo agli ultimi anni di vita
il personaggio infatti non fu cacciato da corte e non morì mendicando
In realtà morì a corte cinque anni dopo il suo signore, e in quei cinque anni riuscì a far sposare la sola figlia Beatrice con Carlo I d’Angiò
Deduciamo che per lo scopo di Dante, al quale serviva sottolineare l’invidia di corte, più che i dati storici servivano quelli leggendari
Secondo la leggenda considerata da Dante...
Romeo, umile pellegrino di ritorno da San Giacomo di Compostella, fu ricevuto alla corte del conte Raimondo Berengario di Provenza.
Qui divenne suo amministratore
e riuscì a maritare le quattro figlie del conte a quattro re
I cortigiani invidiosi lanciarono delle accuse contro di lui e egli, come era arrivato, se ne andò.
ROMEO DI VILLANOVA: LA STORIA E LA LEGGENDA
Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo,
poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse
sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo.

Antandro e Simeonta, onde si mosse,
rivide e là dov’Ettore si cuba;
e mal per Tolomeo poscia si scosse.

Da indi scese folgorando a Iuba;
onde si volse nel vostro occidente,
ove sentia la pompeana tuba.

Di quel che fé col baiulo seguente,
Bruto con Cassio ne l’inferno latra,
e Modena e Perugia fu dolente.

Piangene ancor la trista Cleopatra,
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
la morte prese subitana e atra.

Con costui corse infino al lito rubro;
con costui puose il mondo in tanta pace,
che fu serrato a Giano il suo delubro.

Ma ciò che ‘l segno che parlar mi face
fatto avea prima e poi era fatturo
per lo regno mortal ch’a lui soggiace,

diventa in apparenza poco e scuro,
se in mano al terzo Cesare si mira
con occhio chiaro e con affetto puro;

ché la viva giustizia che mi spira,
li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,
gloria di far vendetta a la sua ira.

Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco:
poscia con Tito a far vendetta corse
de la vendetta del peccato antico.

E quando il dente longobardo morse
la Santa Chiesa, sotto le sue ali
Carlo Magno, vincendo, la soccorse.

Omai puoi giudicar di quei cotali
ch’io accusai di sopra e di lor falli,
che son cagion di tutti vostri mali.

L’uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
sì ch’è forte a veder chi più si falli.

Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
sott’altro segno; ché mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte;

e non l’abbatta esto Carlo novello
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
ch’a più alto leon trasser lo vello.

Molte fiate già pianser li figli
per la colpa del padre, e non si creda
che Dio trasmuti l’arme per suoi gigli!

Questa picciola stella si correda
di buoni spirti che son stati attivi
perché onore e fama li succeda:

e quando li disiri poggian quivi,
sì disviando, pur convien che i raggi
del vero amore in sù poggin men vivi.

Ma nel commensurar d’i nostri gaggi
col merto è parte di nostra letizia,
perché non li vedem minor né maggi.

Quindi addolcisce la viva giustizia
in noi l’affetto sì, che non si puote
torcer già mai ad alcuna nequizia.

Diverse voci fanno dolci note;
così diversi scanni in nostra vita
rendon dolce armonia tra queste rote.

E dentro a la presente margarita
luce la luce di Romeo, di cui
fu l’ovra grande e bella mal gradita.

Ma i Provenzai che fecer contra lui
non hanno riso; e però mal cammina
qual si fa danno del ben fare altrui.

Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
Ramondo Beringhiere, e ciò li fece
Romeo, persona umìle e peregrina.

E poi il mosser le parole biece
a dimandar ragione a questo giusto,
che li assegnò sette e cinque per diece,

indi partissi povero e vetusto;
e se ‘l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe
mendicando sua vita a frusto a frusto,

assai lo loda, e più lo loderebbe».
Rivolse le truppe contro la Spagna e poi verso Durazzo, e colpì Farsàlo a tal punto che il dolore arrivò sino al caldo Nilo.


L'aquila rivide il porto di Antandro e il fiume Simoenta da cui si mosse, e il sepolcro di Ettore; e poi ripartì per l'Egitto, con nefaste conseguenze per Tolomeo.

Da lì scese come una folgore contro Giuba, re di Mauritania, e poi si portò nell'Occidente del vostro mondo, dove sentiva la tromba dei Pompeiani.

Di quello che esso fece col successore di Cesare (Ottaviano), Bruto e Cassio ancora latrano nell'Inferno e Modena e Perugia ne furono dolenti.

Ne piange ancora la triste Cleopatra, che, fuggendogli davanti, si diede la morte improvvisa e atroce col serpente.


Con Ottaviano l'aquila corse fino al Mar Rosso; con lui ridusse il mondo in pace, al punto che fu chiuso il tempio di Giano.


Ma ciò che il segno di cui parlo aveva fatto in precedenza e avrebbe fatto dopo per il regno mortale che gli è sottomesso,


diventa poca cosa in apparenza se lo si paragona a ciò che fece col terzo imperatore (Tiberio), se si guarda con chiarezza e sincerità;


infatti la giustizia divina che mi ispira gli concesse, in mano a Tiberio, la gloria di punire il peccato originale (con la crocifissione di Cristo).

Ora prendi ammirazione per ciò che aggiungo: in seguito con Tito corse a vendicare la vendetta dell'antico peccato (con la distruzione di Gerusalemme).

E quando la violenza dei Longobardi si rivolse contro la Santa Chiesa, Carlo Magno la soccorse sotto le ali dell'aquila, sconfiggendo quel popolo.

Ormai puoi giudicare la condotta di quelli che ho accusato prima e le loro colpe, che sono causa di tutti i vostri mali.


Gli uni (i Guelfi) oppongono al simbolo imperiale i gigli gialli della casa di Francia, e gli altri (i Ghibellini) se ne appropriano per la loro parte politica, così che è arduo stabilire chi sbagli di più.

I Ghibellini facciano la loro politica sotto un altro simbolo, giacché chi lo separa sempre dalla giustizia ne fa un cattivo uso;


e non creda di abbatterlo coi suoi Guelfi Carlo II d'Angiò, ma abbia timore dei suoi artigli che scuoiarono leoni più feroci di lui.


Molte volte i figli hanno già pagato per le colpe dei padri, e quindi non creda Carlo che Dio cambi il proprio simbolo con i suoi gigli!


Questo piccolo pianeta (Mercurio) accoglie i buoni spiriti che sono stati attivi nella ricerca dell'onore e della fama:


e quando i desideri sono rivolti a questo, così deviando dal loro fine, è inevitabile che l'amore sia meno rivolto verso Dio.


Tuttavia, se paragoniamo i nostri premi col nostro merito, ciò ci induce letizia, poiché non li vediamo né minori né maggiori.


In tal modo la giustizia divina addolcisce il nostro sentimento, così che esso non può mai essere rivolto a un pensiero malvagio.


Diverse voci producono dolci melodie; così i diversi gradi della nostra beatitudine rendono una dolce armonia in questi Cieli.


E dentro questa stella risplende la luce di Romeo di Villanova, la cui opera bella e grande fu poco apprezzata.


Ma i Provenzali, che agirono contro di lui, non hanno riso (furono puniti) e dunque percorre una cattiva strada chi è invidioso e considera un proprio danno le buone azioni degli altri.

Raimondo Berengario ebbe quattro figlie, ognuna sposa di re, e ciò fu il risultato dell'opera di Romeo, persona umile e straniera.


E poi le parole invidiose dei cortigiani lo indussero a chiedere conto dell'operato di quel giusto, che aveva accresciuto le rendite statali,

per cui Romeo se ne andò povero e vecchio;
e se il mondo sapesse con quanta dignità si ridusse a mendicare il pane, lo loderebbe ancor più di quanto non faccia già.
Roméo de Villeneuve, barone di Vence (ital. Romeo di Villanova)
Flavio Pietro Sabbazio Giustiniano, meglio noto come Giustiniano I il Grande
Vv 3 :
l
’antico

“progenitore”, per Virgilio Enea fu il progenitore della gens Julia.

Vv 4 :
l’uccel di Dio
l’impero è autorità voluta da Dio. Virgilio nell’Eneide definisce l’aquila come “uccello di Giove”.

Vv 8 :
di mano in mano

è l’aquila divina che governa, gli uomini (imperatori) ne sono i portatori, gli strumenti materiali del governo.
Vv 10 :
Cesare fui e son Iustiniano

La posizione chiastica delle parole mette in risalto, al principio e alla fine del verso, l’epiteto imperiale e il nome, poi i due tempi diversi 'fui e son' sono in antitesi perché dopo la morte resta l’individuo ma spariscono gli attributi terreni.
Vv 14-15 : Le fonti storiche medievali credevano erroneamente che Giustiniano fosse monofisista.
In realtà Giustiniano, cattolico, nei rapporti della chiesa lasciò mano libera alla moglie, la quale favorì apertamente il clero monofisita, tanto da far credere che anche il marito abbracciasse questa dottrina.
Monofisismo
(mònos “uno”, physis “natura”) Eresia molto diffusa nei primi secoli dopo Cristo in Oriente. Proclamava che Cristo avesse solo natura divina, in contrario con la chiesa Cattolica, che ne sostiene la doppia natura (umana e divina).
Vv 16:
Agapito
papa tra il 533 e il 536, Durante la guerra tra Roma ed Ostrogoti, contemporaneamente al regno di Giustiniano, Dante ritiene che abbia convertito Giustiniano al cattolicesimo quando trattò la pace tra l’imperatore e il re degli ostrogoti a Costantinopoli nel 535.
Vv 15,17,19 : La ripetizione della parola fede ha lo scopo di segnare i gradi di un’ascesa: dalla fede erronea alla fede vera alla fede vera e confermata, le tre terzine rappresentano quindi un trittico sul tema Giustiniano-fede.
Vv 20-21 :
Vegg’io or chiaro sì, come tu vedi/ogne contradizione e falsa e vera
Questo è l’enunciato del principio di non contraddizione.
Vv 22 : Naturalmente detto in modo figurato.
Vv 24 :
l’alto lavoro

Il Corpus iuris civilis. E’ un errore di Dante, dato che Giustiniano cominciò i lavori di stesura di questo testo 7 anni prima dell’incontro con papa Agàpito.
Vv 31 :
con quanta ragione
viene detto ironicamente, infatti vale come “con quanto torto”.
Vv 32 : la virtù del sacrosanto segno inizia dall’epica lotta di Enea contro Turno( alter ego di Enea) e gli altri avversari. In questo modo la storia dell’aquila romana cessa di essere solamente cronaca di avvenimenti per innalzarsi alla sfera solennemente religiosa di un disegno provvidenziale. Pallante, amico di Enea e ucciso da Turno, è il simbolo del primo caduto per il trionfo dell’impero romano.
Vv 37-39 : l’anafora del verbo sapere sottolinea come essenziali questi momenti della storia del disegno provvidenziale. La terzina sintetizza la storia di Roma fino al combattimento tra Orazi e Curiani ( i tre a’tre), nello scontro tra Roma ed Albalonga.
Vv 40-42 : la terzina sintetizza la storia del periodo regio da Romolo a Tarquinio il superbo.
Vv 43-45 : questa e le tre strofe successive sintetizzano la storia della Roma repubblicana. E’ una rapida rassegna in cui i semplici nomi dei grandi condottieri sottolineano ancora una volta l’azione dell’aquila, la vera protagonista della storia provvidenziale dell’impero romano.
Vv 46-47 :Quinzio è il dittatore vincitore degli equi che, deposta la dittatura, tornò al lavoro nei campi.
Vv 49 : I Cartaginesi vengono chiamati Aràbi perché provenivano dall’Africa settentrionale, zona abitata nel Medioevo da popolazioni arabe. Quello di Dante è un anacronismo comune nel Medioevo.
Vv 55-56 : Comincia a delinearsi la funzione provvidenziale dell’impero : la pacificazione del mondo per permettere l’avvento e la diffusione del Cristianesimo.
Vv 57 :
tolle
latinismo, innalza il linguaggio allo stile sublime.
Vv 61-63 : Si allude alla guerra civile tra Cesare e Pompeo che , seppur deplorevole, fu necessaria per l’affermazione dell’impero.
Vv 73 :
baiulo
latinismo significa “portatore” : i vari imperatori erano sentiti come semplici mezzi che portano l’insegna dell’aquila.
Vv 80 :
Tanta pace
La pax augusta, la pace universale voluta da Dio nella quale si incarnerà Cristo e si diffonderà il messaggio cristiano.
Vv 76 :
Piangene ancor la trista Cleopatra

Cleopatra soffre ancora nell’Inferno le imprese dell’aquila romana portata da Ottaviano, come è raccontato nel V canto dell’Inferno.
Vv 81 :
fu serrato a Giano il suo delubrio
il tempio di Giano, che veniva chiuso in tempo di pace e aperto in tempo di guerra, venne chiuso da Ottaviano dopo più di due secoli.
Vv 82-90 : Tutta la storiografia dell’epoca faceva considerava la storia dell’umanità come facente perno sulla redenzione : il sacrificio di Cristo è quindi il centro di questa storia. La morte di Cristo, sanzionata dall’autorità imperiale, conferma solennemente la legalità e la legittimità dell’impero universale, come Dante stesso afferma nel De Monarchia.
Vv 91 : La meraviglia e l’ammirazione derivano dal fatto che Giustiniano ha definito “giusta punizione” la morte di Cristo e “giusta punizione” la distruzione di Gerusalemme, punizione della punizione. L’apparente contraddizione verrà spiegata da Beatrice nel canto successivo, in cui ella spiegherà che, siccome Adamo ha compiuto il peccato originale, la pena della croce, che Gesù patì, riguardo alla sua natura umana, fu giusta, ma riguardo alla sua natura divina fu sacrilega.
Vv 97 :
Ormai

“giunti a questo punto”. Dopo aver mostrato che l’impero è sacro, Giustiniano può formulare l’invettiva contro Guelfi e Ghibellini annunciata.
Vv 109-110 :
li figli/per la colpa del padre
ammonimento profetico di valore universale rivolto a Carlo d’Angiò, che avrebbe scontato le conseguenze della colpa di suo padre.
Vv 110-111 :

non si creda/che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!
Dio non sostituirà mai l’impero con monarchie territoriali, quella angioia e quella francese.
Vv 112 :
Questa piccola stella
Giustiniano, rispondendo alla seconda domanda di Dante, descrive il cielo di Mercurio. Mercurio, definito come astro nel senso di pianeta, era il più piccolo corpo celeste conosciuto nel Medioevo (Plutone, considerato il più piccolo pianeta del sistema solare fino al 2006, è stato scoperto solo il 18 Febbraio 1930).
Vv 118-120 : Giustiniano addita nella consapevolezza della perfetta giustizia divina, che premia secondo i meriti, un aspetto della beatitudine celeste.
Vv 121-123 : Giustiniano ribadisce che i beati non provano invidia per i più alti gradi di beatitudine.
Vv 124 : ricordo alla polifonia vocale, che proprio in quest’età comincia ad affermarsi.
Vv 128 : Bisticcio tra luce verbo e luce sostantivo.
Vv 135 :
umile e peregrina
Storicamente Romeo era invece un nobile feudatario di Provenza.
Dante e Beatrice al cospetto di Giustiniano in un mosaico di Ravenna.
Verona
.
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