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Filosofia politica 1

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Gianfranco Pellegrino

on 31 October 2012

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Filosofia politica 1: introduzione
Mercato, meritocrazia e giustizia Il problema del giusto prezzo Le posizioni:
1. teoria del giusto
prezzo aumentare i prezzi quando aumenta la domanda, specialmente in condizioni di emergenza, è speculazione -- ed è un comportamento da proibire per legge. Esiste un prezzo giusto delle merci, determinato dal loro valore intrinseco o dalla tradizione. Andare oltre questo prezzo è disonesto il giusto prezzo non esiste, il prezzo è quello che la gente è disposta a pagare -- è il prodotto dell'incontro fra domanda e offerta, nelle condizioni date (e tali condizioni possono essere anche di emergenza); i livelli di prezzi cui siamo abituati non sono più o meno giusti, ma soltanto abituali 2. convenzionalismo Argomentazione del benessere
I prezzi di mercato, peraltro, creano efficienza, perché stimolano i consumatori a limitare l'uso supefluo di certi beni e incentivano la produzione Mercato ideale e mercato reale
Le situazioni di emergenza non sono condizioni normali di libero mercato: l'emergenza crea una coercizione di cui gli speculatori si approfittano. Di conseguenza, una legge anti-speculativa tutela la libertà, non la lede.
E' possibile che una concorrenza perfetta massimizzi il benessere; ma noi non siamo in concorrenza perfetta, e sicuramente, le situazioni di emergenza non sono situazioni di concorrenza perfetta. Dunque... Argomentazione della libertà
Le leggi anti-speculative sono non solo inefficienti, ma anche illiberali, in quanto, imponendo un prezzo, limitano la libertà degli individui che si incontrano nel mercato Teorie del mercato A favore del libero mercato Benessere I mercati promuovono il benessere della società nel suo insieme, fornendo gli stimoli adeguati a indurre le persone a sobbarcarsi un duro lavoro per fornire i beni che gli altri richiedono Libertà I mercati rispettano la libertà individuale; anziché imporre un valore determinato a beni e servizi permettono ai singoli di decidere da sé quale valore attribuire alle cose scambiate Il benessere di chi?
Imporre prezzi esorbitanti in periodi di crisi non serve a promuovere il benessere della società nel suo insieme; anche se i prezzi incentivano un maggior afflusso di beni, a questo vantaggio va contrapposto l'onere che simili prezzi impongono a quanti meno di ogni altro sono in condizione di sostenerlo. Chi dispone di mezzi modesti si troverà in uno stato di privazione tale da essere indotto ad esporsi a rischi anziché acquistare ciò che gli è necessario Per una regolazione del mercato Virtù Ci sono delle virtù pubbliche, da cui dipende la stabilità e la sopravvivenza della società. Ad esempio, l'avidità e la cecità nei confronti della sofferenza altrui è un vizio sociale, che dev'essere sanzionato e prevenuto. Le leggi antispeculazione, e la regolazione dei prezzi, hanno il fine di limitare le manifestazioni più sfacciate di avidità e dichiarare la disapprovazione sociale per esse Avalutatività, o neutralità liberale
Nessun giudizio sulle scelte degli individui: l'unico obiettivo è rendere possibile scelte libere, quali che esse siano. Neutralità e preferenzialismo
C'è un solo valore: la massimizzazione delle preferenze. In altri termini, quali che siano le preferenze delle persone, il modo in cui spenderanno il proprio denaro, è meglio che esse siano realizzate, cioè è meglio che le persone abbiano quanto più denaro possibile, per fare quel che vogliono Il problema del pluralismo A chi tocca giudicare qual è la virtù e qual è il vizio? Nelle società pluraliste i cittadini hanno opinioni discordi su questi temi, e può essere pericoloso imporre per legge giudizi in materia di virtù. Il governo dovrebbe mantenersi neutrale. Che cos'è la virtù? Un tratto del carattere, una disposizione duratura ad agire in certe maniere. Secondo alcuni, certi tratti del carattere sono buoni, per varie ragioni -- per esempio, perché permettono di avere una vita felice, o perché permettono di avere una società stabile, dove ognuno possa avere una vita felice. Secondo alcuni, bisogna far sì che la maggior parte delle persone sia virtuosa, cioè abbia i tratti del carattere che costituiscono le virtù Virtù vs libertà/
antichi vs moderni Aristotele: giustizia = dare a ciascuno ciò che merita, e per stabilire chi merita che cosa, dobbiamo determinare quali virtù siano degne di essere onorate e premiate. Per stabilire quale costituzione sia giusta, bisogna prima stabilire quale vita sia migliore. La legge non può essere neutrale sulla vita buona. Kant e John Rawls
I principi di giustizia in base ai quali si definiscono i nostri diritti non si debbono fondare su nessun particolare concetto della virtù o della migliore forma di vita. Una società giusta rispetta la libertà di ciascuno di scegliere come vivere La risposta di F. Von Hayek Law, Legislation and Liberty (1982), diviso in tre volumi:
1. Rules and Order
2. The Mirage of Social Justice
3. The Political Order of a Free People (Vienna 8 maggio 1899 - Friburgo in Brisgovia, 1992)
Proveniente da famiglia colta e abbiente, si formò nella Vienna di fine secolo, una città di grande fermento culturale -- dove operavano figure come Freud, Wittgenstein, Mahler, Schonberg, Webern, Kraus, Schnitzler, Klimt, Von Hofmannsthal, Von Mises, Kelsen, Popper, Neurath.
Nella sua formazione, venne influenzato dallo studio delle opere di L. Von Mises, che continuava l'indirizzo economico che prese il nome di Scuola marginalistica austriaca.
Insegnò prima a Vienna, dal 1929, e poi alla London School of Economics, dal 1931. La sua teoria del ciclo economico compare in Prices and Production, del 1931. A Londra, H. si rese conto che la sua critica delle teorie economiche che postulavano la pianificazione e l'intervento statale doveva riguardare anche le fondamenta filosofiche di quelle teorie:
l'allargamento della sua prospettiva si manifesta in The Road to Serfdom (1944).
H. critica l'ideale di una pianificazione centrale dell'economia dapprima con un'argomentazione di teoria dela conoscenza: la pianificazione richiede che l'autorità centrale possieda conoscenze che in realtà sono distribuite fra gli individui, e non si possono convogliare su un'unica mente o un'unica istituzione. Le conoscenze di cui gli individui si servono per fare le proprie scelte economiche sono disperse e frammentate, e spesso l'individuo stesso non ne è pienamente consapevole. E' per questo che la pianificazione conduce a esiti disastrosi, che si possono evitare solo semplificando le condizioni del mercato -- per esempio, conculcando le libertà individuali (principalmente la libertà di scegliersi il lavoro e di scegliere i propri consumi). E' solo nel mercato che si può raggiungere un equilibrio o un ordine -- cioè una situazione in cui i consumi, e le decisioni di ognuno, sono compatibili con quelle di ciascun altro. Questo avviene perché il mercato è l'unico mezzo per integrare le conoscenze necessariamente limitate degli individui: il sistema dei prezzi, infatti, comunica istantaneamente tutto quel che si deve sapere per realizzare i propri scopi liberamente. Il sistema dei prezzi, peraltro, n on è opera di un disegno, o di un'intenzione, bensì è il prodotto inintenzionale di una serie di scelte umane, non correlate fra loro. Non c'è equilibrio possibile, sostiene H., nel mercato e nella società, ma solo ordine -- un ordine spontaneo e inintenzionale. 1. La concorrenza ideale ottiene una distribuzione di beni e servizi pari a quella che potrebbe produrre una singola mente che conoscesse tutti quei fatti noti solo all'insieme degli individui e fosse nelle condizioni di utilizzare questa conoscenza in maniera massimamente efficiente. Una scuola fondata da C. Menger ( Nowy Scz, 28 febbraio 1840 – Vienna, 26 febbraio 1921), autore dei Principi di economia (1871), propugnatore di una metodologia soggettivistica, di una teoria del valore basata sul confronto fra domanda e offerta, valore d'uso e scarsità. Il valore è dato dal giudizio umano sulla diversa importanza dei diversi bisogni e sull'attitudine dei diversi beni a soddisfare tali bisogni, nonché sulla scarsità dei beni disponibili. Il consumatore è sovrano, in quanto decide il valore di qualsiasi bene sul mercato. "la direzione centralizzata di ogni attività economica costituisce un compito che non può essere adempiuto razionalmente nel quadro delle complesse condizioni della vita moderna", Pianificazione economica collettivistica. Studi critici sulla possibilità del socialismo, Einaudi, Torino, 1946, p. 192. La concorrenza perfetta: ogni bene e servizio possono venire forniti con gli stessi costi da molti produttori, per cui nessuno può decidere i prezzi, perché se uno cercasse di vendere a una cifra superiore al costo marginale tutti gli altri ben presto lo metterebbero fuori mercato. In questa situazione, il prezzo è dato e l'interesse spinge ogni produttore ad aumentare la produzione fino a che il prezzo eguaglia il costo. La concorrenza reale: ci sono vantaggi derivanti dalla specializzazione, dall'ubicazione, dalla tradizione, ecc. posseduti da alcune imprese. "Di solito poche imprese [...] sono in grado di fornire la quantità vendibile di un dato bene a prezzi che coprano i costi e siano inferiori a quelli di qualsiasi altra ditta. [...] L'interesse spingerà l'impresa a mantenere i prezzi sotto il livello a cui nuovi produttori sarebbero tentati ad entrare sul mercato" (Legge, legislazione e libertà, pp. 440-1) E' vero che un "dittatore onnisciente potrebbe migliorare l'uso delle risorse disponibili, obbligando le imprese a espandere la loro produzione finché i prezzi coprano appena i costi". Ma un dittatore onnisciente non esiste, né è possibile.
"Lo standard per giudicare i risultati della concorrenza non deve essere costituito da quel che farebbe chi avesse una conoscenza completa di tutti i fatti, ma dalla probabilità, che soltanto la concorrenza può assicurare, che i diversi beni saranno forniti da coloro che producono una quantità di ciò che gli altri desiderano maggiore rispetto a quella che avrebbero prodotto in un regime di non concorrenza" (ivi, p. 441).
"La concorrenza deve essere vista come un processo tramite cui la gente acquisisce e trasmette conoscenza: trattarla come se tutta questa conoscenza appartenesse a una persona particolare fin dall'inizio non ha assolutamente senso. [...] Quindi, non si può dire della concorrenza [...] che essa porti ad una massimizzazione di un qualche risultato misurabile. Semplicemente essa porta, in condizioni favorevoli, all'uso di maggiori capacità e conoscenze di qualsiasi altra procedura" (ivi, pp. 442-3). La concorrenza "La costruzione di un nuovo impianto sarà giustificata soltanto se si prevede che i prezzi di vendita sul prodotto rimarranno sufficientemente al di sopra dei costi marginali, al fine di non ammortizzare soltanto il capitale impiegato ma compensare anche i rischi. [...] Chiaramente, se dopo aver compiuto l'investimento, si richiedesse all'azienda di ridurre i prezzi a quanto sembrano in quel momento essere i costi marginali a lungo termine, si toglierebbe qualsiasi incentivo al rischio d'investire. I miglioramenti concorrenziali nelle tecniche produttive si basano largamente sullo sforzo di ciascuno di guadagnare utili monopolistici temporanei, finché è il migliore nel suo campo" (ivi, p. 445) "E' ragionevole che in tali situazioni alcuni vantaggi che i produttori possono offrire ai consumatori vengano meglio forniti dal produttore con attrezzature migliori rispetto a chiunque altro, e questo è tutto ciò che gli si può chiedere [...]. In una società libera non agire quanto meglio si può non può essere considerato un reato, perché ognuno è libero di scegliere il modo di utilizzare la sua persona e la sua proprietà. [...] Finché permettiamo a persone dotate di abilità speciali, o in possesso di risorse uniche, di non utilizzarle affatto, sarebbe paradossale chiedere poi loro di utilizzarle al massimo, non appena decidano di usarle a fini commerciali. Non abbiamo nessuna maggior giustificazione per prescrivere l'intensità con cui un individuo deve usare le sue abilità o le sue proprietà, di quanto ne abbiamo nel vietargli di usare le sue capacità per risolvere le parole crociate, o il suo capitale per acquistarsi una collezione di francobolli. Quando la posizione di monopolio deriva dal possedere delle capacità uniche, sarebbe assurdo che noi punissimo chi le possiede e riesce perciò a far meglio degli altri, impedendogli di utilizzarle più che può. E anche quando la posizione di monopolio deriva dal possedere una risorsa che conferisce un vantaggio unico (come un luogo particolare), non sarebbe meno assurdo permettere a qualcuno di usare per piscina privata una sorgente acqua, che fornirebbe vantaggi unici a una fabbrica di birra o ad una distilleria di whisky, e poi appena ne converte l'uso in vista di tale scopo insistere che non ne ricavi un utile monopolistico (ivi, p. 446). "Il potere di determinare il prezzo o la qualità di un prodotto a seconda di quanto è più redditizio per il proprietario della risorsa rara usata nella distribuzione del prodotto medesimo è una conseguenza necessaria del riconoscimento della proprietà privata su cose particolari, e non può essere eliminato senza abbandonare l'istituto della proprietà privata. In questo caso non vi è differenza fra un produttore o un mercante che ha costruito un'organizzazione unica o acquista un luogo particolarmente appropriato ed un pittore che limita la sua produzione a quanto gli fornisce il maggior reddito. Non vi è maggiormente da obiettare, dal punto di vista della morale o della giustizia, a un monopolista che tragga un utile dal suo monopolio, di quanto lo si possa fare nei confronti di qualcuno che decida di non lavorare di più di quanto valga la pena di fare" (ivi, p. 446). La libertà "Finché un produttore è in una situazione di monopolio perché è in grado di produrre a costi inferiori agli altri, e vendere a prezzi inferiori, ciò è quanto di meglio si possa sperare -- anche se in teoria si potrebbe concepire una migliore utilizzazione delle risorse, il che però non ci è possibile realizzare effettivamente" (ivi, p., 447) "Il semplice fatto che un produttore [...] possa far fronte alla domanda a prezzi che nessun altro può fare, non costituisce un privilegio fin quando l'incapacità degli altri non sia dovuta al fatto che viene loro impedito di far meglio" (ivi, p. 447) Ma anche una concorrenza imperfetta assicura risultati che nessuna pianificazione potrebbe garantire: "verrà prodotto ogni bene che si sa come produrre, e come vendere"; ogni bene verrà prodotto da chi può farlo altrettanto economicamente degli altri; e "ogni cosa sarà venduta a prezzi inferiori, o tutt'al più eguali, a quelli cui sarebbe venduta da quelli che di fatto non si sono messi a venderla" (ivi, p,. 448). Il monopolio Inoltre, la concorrenza stimola la produzione di nuove conoscenze: "la concorrenza rende necessario agire razionalmente, onde rimanere sul mercato. [...] mediante la concorrenza alcuni individui relativamente più razionali [degli altri] costringono gli altri ad emularli per poter prevalere. In una società in cui condursi razionalmente conferisce un vantaggio, si svilupperanno man mano metodi razionali, e si propagheranno per imitazione" (ivi, p. 450) E dalla necessità di tutelare la concorrenza in quanto fonte di conoscenza e di progresso derivano i limiti del potere della maggioranza, secondo Hayek: lo sviluppo delle conoscenze "sarà possibile soltanto se la maggioranza tradizionalista non ha il potere di rendere obbligatorie per tutte le usanze tradizionali che ostacolerebbero l'esperimento di nuove vie. [...] La crescita intellettuale della comunità si basa sull'opinione di alcuni che si diffonde gradualmente anche a scapito di chi è riluttante ad accettarla; e sebbene nessuno debba avere il potere di imporre le nuove opinioni perché le considera migliori, se il successo dimostra che sono più efficaci non si deve proteggere da un declino relativo o assoluto della sua posizione chi rimane attaccato ai vecchi sistemi. [...] La concorrenza è sempre un processo in cui una minoranza rende necessario a una maggioranza fare ciò che quest'ultima non desidera, tipo aumentare l'efficienza, cambiare abitudini, o rivolgere un grado di attenzione e applicazione continuo e regolare al lavoro, che sarebbe inutile in un regime di non concorrenza".
"Se in una società in cui non si è ancora propagato lo spirito imprenditoriale la maggioranza può proibire qualsiasi cosa non le piacca, sarà estremamente improbabile che permetterà alla concorrenza di sorgere. Dubito che un mercato funzionante sia mai sorto in una democrazia illimitata" (ivi, p. 451) Tirannia della maggioranza ""Nè la dimensione [dell'impresa] di per sé stessa, nè la capacità di determinare i prezzi a cui tutti possono comprare i suoi prodotti, sono un indice del suo pericoloso potere. Ancor più importante, non vi è alcuna possibile misura o standard tramite cui possiamo decidere che un'impresa è troppo grande. [...] Le dimensioni ottimali di una singola impresa sono essenzialmente una incognita che deve venir determinata dal processo di mercato alla pari dei prezzi, quantità e qualità dei beni da produrre o vendere. Non vi possono essere regole generali sulla dimensione ottimale, perché questa dipende dalle mutevoli condizioni tecnologiche ed economiche" (ivi, p. 452) Data la tendenza delle grandi imprese a diversificare, cioè a investire in differenti settori, "le dimensioni sono divenute il miglior antidoto al potere delle dimensioni: il potere di vaste concentrazioni di capitale è controllato da altre concentrazioni di capitali, e tale controllo è molto più efficace della supervisione del governo [...]. Il monopolio controllato dal governo tende a divenire un monopolio protetto dal governo: e la lotta alla grandezza diventa troppo spesso un mezzo per evitare gli sviluppi attraverso cui le dimensioni diventano un antidoto alla dimensione stessa" (ivi, p. 453). "Sebbene una società di vendite per corrispondenza come Sears Roebuck & Co. sia diventata una delle cento società più grandi del mondo [...] e sebbene le sue attività abbiano influito sulle abitudini di milioni di persone, non si può dire che eserciti potere in alcun senso se non offrendo servizi che la gente preferisce. [...] Finché è pronta a offrire il proprio prodotto, alle stesse condizioni, a coloro che lo vogliono, e pur guadagnando forti utili, i clienti ricavano vantaggi dalla sua esistenza, ma non si può dire che dipendano dal suo potere" (ivi, p. 455). Contro la responsabilità sociale dell'impresa
"Esiste attualmente una tendenza generale a credere che una grande impresa dovrebbe considerare maggiormente le conseguenze indirette delle sue decisioni, e che le si dovrebbe imporre di assumersi responsabilità che non sarebbero imposte alle piccole. Ma proprio qui sta il pericolo che una grande impresa acquisisca poteri pericolosamente vasti. Finché la direzione ha il dovere fondamentale di amministrare le risorse sotto suo controllo per conto degli azionisti e per il loro utile, ha le mani legate, e non avrà il potere arbitrario di soddisfare questo o quell'interesse particolare. Ma se la direzione di una grande impresa è ritenuta non soltanto autorizzata ma anche obbligata a tener conto nelle proprie decisioni di quanto è considerato un interesse pubblico o sociale, oppure a sostenre giuste cause e in generale ad agire per il bene pubblico, ottiene invero un potere incontrollabile, un potere che non può essere più lasciato nelle mani di dirigenti privati, ma sarà soggetto inevitabilmente ad un crescente controllo pubblico" (ivi, p. 456) L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali (art. 41). La Commissione propone una nuova definizione di RSI come "responsabilità delle imprese per il loro impatto sulla societa". Il rispetto della legislazione applicabile e dei contratti collettivi tra le parti sociali rappresenta un presupposto necessario per far fronte a tale responsabilita. Per soddisfare pienamente la loro responsabilita sociale, le imprese devono avere in atto un processo per integrare le questioni sociali, ambientali, etiche, i diritti umani e le sollecitazioni dei consumatori nelle loro operazioni commerciali e nella loro strategia di base in stretta collaborazione con i rispettivi interlocutori, con l'obiettivo di:– fare il possibile per creare un valore condiviso tra i loro proprietari /azionisti e gli altri loro soggetti interessati e la societa in generale;– identificare, prevenire e mitigare i loro possibili effetti avversi.
(COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL PARLAMENTO EUROPEO, AL CONSIGLIO, AL COMITATO ECONOMICO E SOCIALE EUROPEO E AL COMITATO DELLE REGIONI
Strategia rinnovata dell'UE per il periodo 2011-14 in materia di responsabilita sociale delle imprese)
http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=COM:2011:0681:FIN:IT:PDF "La responsabilità di un management e in particolare di quello di una grande impresa non è soltanto nei confronti degli azionisti ma anche nei confronti più in generale di tutti gli stakeholder e i lavoratori sono i primi", E. Fornero, 15 settembre Contro gli aiuti di Stato
La dimensione dell'impresa è dannosa non tanto per il monopolio, ma per l'influenza sulla politica: in certi caso, il "governo, date le conseguenze che ne verrebbero, non può permettersi di far fallire una grande impresa. L'aspettative che esse saranno protette fa apparire meno rischiosi gli investimenti in società molto grandi rispetto a quelli in società più piccole, e questo è uno dei vantaggi "artificiali" della grandezza non basato sulla produzione di risultati più efficienti, e, come tale, da eliminarsi. E' chiaro che ciò può essere fatto soltanto privando il governo del potere di fornire tale protezione, perché finché detiene questo potere esso è vulnerabile alle pressioni" (ivi, p. 457). Il monopolio è dannoso solo se ha effetti sulla concorrenza, se crea ostacoli all'intervento di nuovi concorrenti. La maniera principale in cui questo avviene è quando certe imprese monopolistiche differenziano i loro prezzi a seconda dei clienti. Per esempio, ciò accade quando un monopolista usa il fatto che è il solo a poter fornire un certo prodotto "per tenere fuori del mercato un potenziale concorrente, offrendo condizioni particolarmente favorevoli ai clienti appartenenti a quella regione in cui il nuovo concorrente potrebbe cominciare ad operare" (ivi, p. 459). Il problema non si risolve imponendo al monopolista prezzi indifferenziati, perché il potere che l'impresa monopolista ha "di discriminare fra i diversi acquirenti del suo prodotto lo mette in grado di coprire la maggior parte dei suoi costi fissi attraverso coloro che possono pagare un prezzo relativamente maggiore, e quindi lo mette in grado di fornire il suo prodotto ad altri ad un prezzo di poco superiore ai costi variabili. in settori come i trasporti e le infrastrutture pubbliche è almeno possibile che non si potrebbero affatto fornire certi servizi traendone profitto, se non grazie alla possibilità di discriminazione offerta dal monopolio" (ivi, p. 459). Il monopolio anticoncorrenziale, tuttavia, non si previene rendendo "illegale ogni discriminazione". La maniera migliore di procedere è piuttosto quella di "conferire ai competitori un diritto ad un eguale trattamento" rendendolo esigibile "nella forma di risarcimento danni a tutti coloro che hanno subito discriminazioni ingiustificate" (ivi, p. 459) L'unica distribuzione giusta dei benefici e dei rischi è quella assicurata dal mercato: "E' sempre nell'interesse della maggioranza degli individui costringere qualcuno a fare qualcosa che non vuole (come ad esempio cambiare lavoro o accettare un reddito inferiore), e questo interesse generale sarà soddisfatto soltanto se si riconosce il principio per cui ognuno deve subire dei cambiamenti nella sua posizione, quando circostanze che nessuno può controllare determinano che egli debba sottostare a tale necessità. Il rischio è inseparabile dall'avvento di cambiamenti imprevisti, e l'unica scelta che abbiamo è o di permettere ai loro effetti di ricadere sugli individui attraverso il meccanismo impersonale del mercato, che richiede loro di cambiare o accettare una riduzione di reddito, o di decidere arbitrariamente ovvero tramite una lotta di potere, chi sono quelli che devono sopportare l'onere dei cambiamenti, onere che diverrebbe così superiore a quello che si sarebbe avuto se si fosse lasciato che il mercato compisse i necessari mutamenti" (ivi, p. 468) La vera minaccia alla concorrenza non sono i monopoli, l'egoismo individuale, ma piuttosto l'organizzazione dei produttori per tutelare i propri interessi, l'egoismo di gruppo di corporazioni e sindacati, che "operano in gran parte mediante le pressioni che sono in grado di esercitare sul governo al fine di 'regolare' il mercato secondo i loro interessi" (ivi, p. 463) H. ricostruisce la dinamica del modo in cui le organizzazioni dei produttori turbano il mercato in questo modo:
il valore di un determinato servizio o bene è la sua utilità marginale, cioè il valore di quel determinato servizio o bene nella massa di servizi o beni dello stesso tipo offerti. Es. il valore di un pezzo di pane, o di una lezione di latino, dipende dal numero di pezzi di pane e lezioni di latino disponibili, alle medesime condizioni -- cioè allo stesso prezzo, e con la stessa facilità d'acquisto, nelle stesse zone, e così via. Se ci sono pochi pezzi di pane il valore aumenta, se ce ne sono molti diminuisce. Se ne ho mangiati molti, il valore diminuisce, se ne ho mangiati pochi, e ho ancora fame, aumenta.
invece, "l'interesse comune dei membri di qualunque gruppo organizzato è quello di far corrispondere il valore dei loro servizi non all'importanza dell'ultimo incremento [cioè di un determinato servizio, sullo sfondo di tutti quelli disponibili], ma a quella della somma dei servizi resi dal gruppo agli utenti. I produttori di cibo o energia elettrica, trasporti o servizi medici e così via, si sforzeranno di usare il loro potere congiunto di determinare il volume di tali servizi per ottenere un prezzo molto superiore a quello che i consumatori sarebbero preparati a pagare per il loro incremento ultimo o marginale. [...] Se avere del cibo è essenziale alla sopravvivenza, ciò non significa che la quantità marginale di cibo sia più importante della produzione della quantità marginale di un altro bene frivolo, o che la produzione di cibo debba essere remunerata meglio di quella di cose la cui esistenza è certamente molto meno importante della disponibilità di nutrimento in quanto tale"
"E' solo attraverso lo sforzo dei produttori marginali, che possono guadagnarsi da vivere offrendo i propri servizi a un valore inferiore a quello che i consumatori sarebbero disposti a pagare se la fornitura totale fosse inferiore, che si può essere certi dell'abbondanza e dell'aumento di opportunità per tutti. Gli interessi collettivi dei gruppi organizzati sono invece sempre contrari all'interesse generale, e mirano ad evitare che questi individui marginali aggiungano qualcosa alla produzione totale". "L'interesse dei produttori organizzati è sempre quello di evitare l'influenza di coloro che vogliono condividere la loro prosperità, e di evitare, in caso di calo della domanda, di essere messi fuori mercato da produttori più efficienti" (ivi, pp. 465, 467). Rappresenta l’aumento del costo totale causato dalla produzione di un’unità ulteriore di prodotto.
Finchè il costo marginale non uguaglia il prezzo, l’impresa ha convenienza ad aumentare la produzione; quando il costo marginale invece supera il prezzo, l’impresa non ha più convenienza a produrre una quantità extra di prodotto ad un costo superiore al prezzo. Merito Le questioni 1. Che cosa è degno di merito? 2. Ma la virtù, e il merito, possono essere principi di giustizia? 1. J. Rawls:
I talenti naturali sono immeritati La distribuzione delle doti naturali dev'essere considerata un patrimonio comune della comunità. Il fatto che qualcuno sia più dotato degli altri non è ragione per dare di più a chi è dotato, o per consentirgli di guadagnare di più dalle sue doti, o per dargli una parte maggiore dei frutti della cooperazione, perché le doti naturali sono immeritate Coloro che sono stati favoriti dalla natura, chiunque essi siano, possono trarre vantaggio dalla loro buona sorte solo a patto che migliorino la situazione di coloro che ne sono rimasti esclusi. Coloro che sono naturalmente avvantaggiati non devono ottenere dei benefici perché sono più dotati, ma soltanto allo scopo di coprire i costi della loro istruzione e della loro formazione professionale, e di usare il loro talento per favorire anche i meno fortunati. Nessuno merita né le sue maggiori capacità naturali, né una migliore posizione di partenza nella società. [...] Che poi noi meritiamo quella personalità superiore che rende possibile coltivare le nostre abilità è altresì problematico; perché anche un carattere di questo tipo dipende in buona parte da una famiglia fortunata e da circostanze sociali all'inizio della vita per cui non possiamo certo avanzare alcun credito (Una teoria della giustizia, pp. 111, 113) "Veramente un essere umano può pensare di aver meritato (moralmente) di nascere più dotato di altri? O di nascere uomo anziché donna (o viceversa)? O di nascere in una famiglia più ricca, anziché in una più povera?" Ciò che va ricompensato non è avere certe qualità, bensì il fatto di "avere coltivato e affinato tali qualità e di averle usate anche per il bene di altri" (Giustizia come equità, p. 84) 2. R. Nozick: i talenti naturali sono meritati Rawls sembra non riconoscere il valore e la funzione dell'autonomia personale, e lo fa lui che intende fondare la sua teoria sulla libertà e l'autonomia: "denigrare così l'autonomia e la responsabilità fondamentale di una persona per le sue azioni è una linea rischiosa da adottare per una teoria che altrimenti aspira a rafforzare la dignità e il rispetto di sé di esseri autonomi" (ivi, p. 224) Rawls considera le doti naturali una risorsa comune: ma non c'è giustificazione a questo. È vero che le doti altrui sono spesso un beneficio per gli altri; ma se non lo fossero, che si dovrebbe fare, eliminarle? Alla base di questa tesi c'è solo il sentimento dell'invidia (ivi, p. 238) Per Rawls si deve produrre la distribuzione che migliora la situazione dei più svantaggiati, come vedremo. Ma, allora, neanche chi lavora duramente ha veramente merito; lo si può ricompensare solo perché avvantaggia i più sfortunati, e non per il suo merito (cfr. l'argomentazione degli incentivi) 3. Il principio del merito, o dello sforzo "Due tipi differenti di caratteristiche potrebbero esser considerate meritevoli in senso appropriato: capacità e virtù" (Filosofia sociale, p. 194) "Le capacità innate e le attitudini ereditarie non costituiranno basi appropriate per stabilire ciò che è dovuto [...]. Nessuno merita di essere lodato o biasimato per l'eredità genetica, poiché nessuno ha l'opportunità di scegliersi i propri geni" (ivi, p. 194) Ma anche "le capacità acquisite sono in ampia misura spiegate da differenze genetiche al di là del controllo di chiunque. Alcune di queste differenze sono senza dubbio causate da differenze di motivazioni nei diversi bambini, ma, di nuovo, anche le condizioni iniziali che contribuiscono alle motivazioni di un bambino sono largamente al di là del suo controllo" (ivi, p. 194) "[...] le capacità sono una base rilevante del merito solo nella misura in cui rappresentano un prodotto dei propri sforzi. Quindi, lo sforzo diventa la vera base del merito" (ivi, p. 194). Un principio diverso potrebbe essere quello di "compensare le virtù personali con una quota superiore" di beni (ivi, p. 195). Obiezioni 1. Come si fa a distinguere fra virtuosi e viziosi, cioè a scoprire le "pecche del carattere", se le si distingue da specifiche azioni? "L'apparato necessario per scoprire tali difetti del carattere (una "polizia morale"?) sarebbe enormemente ingombrante e poco pratico, e i suoi metodi così incerti e fallibili che nessuno di noi si sentirebbe sicuro di affidarsi a esso" (ivi, p. 195) Potremmo premiare i "pochi dotati di virtù straordinarie -- gentilezza, garbo, coraggio, diligenza, affidabilità, calore umano, fascino, considerazione, generosità". Ma "c'è qualcosa di ripugnante, come hanno insistito Socrate e gli stoici, nel pagare un uomo per essere virtuoso" (ivi, pp. 195-6). "Per di più, le ricompense offrirebbero un movente pecuniario per forme di eccellenza che richiedono motivazioni di tipo differente, e tenderebbero così ad ottenere un effetto contrario a quello desiderato" (ivi, p. 196) "secondo il principio dello sforzo, giustizia vuole che i dirigenti che lavorano sodo e gli operai che lavorano sodo ricevano esattamente la stessa remunerazione [...], mentre coloro che approfittano degli sforzi degli altri vanno penalizzati mediante l'allocazione di quote proporzionalmente minori del prodotto congiunto del lavoro di tutti" (ivi, p. 201) Un'obiezione a questo principio potrebbe però essere che "chi eredita o acquisisce un certo tipo di handicap potrebbe avere poche opportunità di acquisire la motivazione a fare del proprio meglio" (ivi, pp. 201-2) Contro l'idea di una teoria della giustizia distributiva
Non esiste una distribuzione centrale, una persona o gruppo autorizzati a controllare tutte le risorse e a decidere congiuntamente come devono essere ripartite. Quel che ciascuno riceve lo riceve da altri che glielo danno in cambio di qualcosa, oppure in dono. In una società libera, persone diverse controllano risorse differenti, e nuovi possessi sorgono dagli scambi e dalle azioni volontarie delle persone. Non c'è un'attività distributiva o una distribuzione di quote più di quanto ci sia una distribuzione di partner in una società in cui siano le persone a scegliere chi sposare. Il risultato finale è il prodotto di molte decisioni individuali che i differenti individui coinvolti sono autorizzati a prendere” (Anarchia, Stato e utopia, pp. 164-5) Una teoria della giustizia distributiva consiste di uno o più principi che giustificano la distribuzione dei benefici -- risorse economiche, reddito, ricchezze, fonti di benessere, opportunità, e così via -- all'interno di una società: "chiedersi se una società sia giusta significa chiedersi come distribuisce le cose a cui diamo valore: il reddito e la ricchezza, i doveri e i diritti, il potere e le occasioni, le cariche e gli onori. Una società giusta distribuisce questi beni nel modo giusto, dando il dovuto a ciascuno e ciascuna: le difficoltà sorgono quando cominciamo a chiederci che cosa sia dovuto alle persone, e perché" (Giustizia, p. 27). La teoria del titolo valido:
“1. Una persona che acquisisce un possesso in conformità al principio di giustizia nelle acquisizioni ha titolo a quel possesso.
2. Una persona che acquisisce un possesso in conformità al principio di giustizia nei trasferimenti, da qualcun altro che ha titolo a quel possesso, ha titolo al possesso.
3. Nessuno ha titolo a un possesso se non mediante (ripetute) applicazioni di 1 e 2”.
Quindi, “una distribuzione è giusta se ognuno ha titolo a possessi che possiede con quella distribuzione”, ovvero “se deriva da un'altra distribuzione con mezzi legittimi” (ivi, pp. 164-5). “Chiunque faccia qualcosa ha un titolo valido a essa se ha acquistato o ottenuto per contratto tutte le altre risorse possedute e usate nel processo (trasferendo alcuni dei suoi possessi in cambio […]). Non si tratta di una situazione in cui si produce qualcosa e resta la questione aperta di chi debba averla. Le cose vengono al mondo già associate alla gente che ha titolo valido su di esse” (ivi, p. 173) La teoria del titolo valido è una teoria storica - “se una distribuzione è giusta dipende da come si è originata”, dal momento che “circostanze passate o le azioni delle persone possono creare titoli validi differenziali o meriti differenziali verso le cose)”, e differisce tanto dai principi che si riferiscono a una sezione nel tempo attuale, altrimenti detti principi a risultato finale o a stato finale – secondo i quali “la giustizia di una distribuzione è determinata dal modo in cui sono distribuite le cose” giudicato “secondo un qualche principio strutturale di giusta distribuzione”, quanto dai principi basati su un modello, cioè quelli che specificano che “una distribuzione deve variare in funzione di una certa dimensione naturale, della somma ponderata di dimensioni naturali o di un ordinamento lessicografico di dimensioni naturali” (ivi, pp. 167-9) “L'insieme dei possessi che si formano quando alcune persone ricevono i loro prodotti marginali, altre una quota del reddito del coniuge, altre doni da fondazioni, altre interessi sui prestiti, altre doni da ammiratori, altre guadagni su investimenti, altre fanno da sé quasi tutto quello di cui hanno bisogno, altre trovano le cose, ecc. non sarà basato su un modello” (ivi, p. 170) L'esempio di Wilt Chamberlain e la libertà che sconvolge i modelli: “nessun principio a stato finale o principio di giustizia distributiva basato su un modello può essere attuato ininterrottamente senza continue interferenze nella vita della gente. Qualsiasi modello favorito si trasformerebbe in uno non favorito dal principio, a seguito delle scelte di persone che decidono di agire in vari modi; per esempio, scambiando beni e servizi con altra gente, o dando ad altre persone cose a cui chi opera il trasferimento ha titolo nel modello distributivo favorito. Per mantenere un modello si deve interferire continuamente per impedire alla gente di trasferire risorse secondo i loro desideri, oppure si deve interferire continuamente (o periodicamente) per prelevare da alcune persone le risorse che altre per qualche ragioni hanno scelto di trasferire loro”, ma “la tassazione dei guadagni da lavoro sta sullo stesso piano del lavoro forzato”! (ivi, pp. 176, 181) “Perché un individuo che preferisce andare al cinema (e che deve guadagnarsi il denaro per il biglietto) deve essere esposto alla richiesta di prestare aiuto ai bisognosi, mentre la persona che preferisce contemplare il tramonto (e quindi non ha bisogno di guadagnare denaro extra) non lo è? Non è forse sorprendente che i redistribuzionisti decidano di ignorare la persona i cui piaceri sono così facilmente conseguibili senza lavoro extra, mentre aggiungono un altro fardello ancora al povero disgraziato che deve lavorare per i suoi piaceri? […] Perché si permette alla persona con desideri non materiali e non consumisti di procedere senza ostacoli verso la sua alternativa disponibile maggiormente favorita, mentre l'individuo i cui piaceri o desideri comportano beni materiali, e la necessità di lavorare per procurarsi denaro extra (con ciò rendendo un servizio a chiunque consideri le sue attività sufficientemente apprezzabili da pagarlo), viene sottoposto a vincoli su ciò che può realizzare?” (1ivi, p. 182) “Che avvenga mediante tassazione dei salari o dei salari oltre un certo ammontare, o mediante prelievo sui profitti, o con l'istituzione di un grande crogiolo sociale in modo che non siano trasparenti né la provenienza né la destinazione delle entrate, i principi basati su un modello di giustizia distributiva comportano l'appropriarsi di azioni di altre persone. Carpire i frutti del lavoro di qualcuno equivale a carpirgli delle ore di tempo e ad averlo sotto il proprio comando nello svolgimento di varie attività. Se la gente vi costringe a fare un certo lavoro, o lavoro non retribuito, per un certo periodo di tempo, sono loro a decidere cosa dovete fare e a quali scopi deve servire il vostro lavoro, indipendentemente dalle vostre decisioni. Il processo con cui prendono questa decisione al posto vostro li rende comproprietari di voi stessi; ciò dà loro un diritto di proprietà su di voi” (ivi, p. 184) John Bordley Rawls (Baltimora, 21 febbraio 1921 – Lexington, 24 novembre 2002)

Secondo di cinque figli di William Lee Rawls e Anna Abell Stump, Rawls frequentò la scuola primaria a Baltimora solo per un breve periodo di tempo, prima del suo trasferimento presso la sede vescovile di una rinomata scuola preparatoria nel Connecticut. Dopo il diploma nel 1939, Rawls continuò i suoi studi alla Princeton University, dove si interessò di filosofia politica.
Nel 1943, dopo essersi laureato, Rawls fu nell'esercito degli Stati Uniti, principalmente nel Pacifico dove assistette al bombardamento di Hiroshima. Dopo questa tragica esperienza, Rawls rifiutò l'offerta di diventare un funzionario di stato e decise di lasciare l'esercito per riprendere gli studi accademici. Tornò dunque a Princeton per conseguire un dottorato in filosofia morale. Nel frattempo, nel 1949, Rawls sposò Margaret Fox, studentessa della Brown University.
Dopo aver ottenuto il suo dottorato di ricerca nel 1950, Rawls insegnò fino al 1952, quando ricevette una borsa di studio per l'Università di Oxford (Christ Church). Successivamente, tornò negli Stati Uniti, lavorando prima come assistente e poi professore associato presso la Cornell University. Infine nel 1962, divenne professore ordinario di filosofia presso la stessa Cornell University. Un altro successo accademico dei primi anni del 1960 è stato il raggiungimento di una posizione di ruolo presso il Massachusetts Institute of Technology. Tuttavia, si trasferì all'Università Harvard solo due anni dopo, dove rimase per quasi quarant'anni.
Rawls morì a Lexington il 24 novembre 2002, lasciandoci opere che hanno dato una svolta alla teoria politica contemporanea. Il suo libro più importante fu A Theory of Justice del 1971 Robert Nozick (New York, 16 novembre 1938 – Cambridge, 23 gennaio 2002)
Formatosi nelle università di Columbia e Princeton, fu tra le figure-guida della filosofia contemporanea anglo-americana, apportando un significativo contributo in più ambiti filosofici. Il suo Anarchia, stato ed utopia (1974) fu una risposta libertaria alla Teoria della giustizia di John Rawls, pubblicato nel 1971. Sposò la poetessa americana Gjertrud Schnackenberg.
In Spiegazioni filosofiche (1981), Nozick fornisce inedite definizioni di conoscenza, libero arbitrio e della natura del valore. La natura della razionalità (1993) presenta una teoria che tenta di raffinare e arricchire la teoria della decisione razionale. La sua ultima opera, Invarianze (2001) è uno sforzo introspettivo dalla fisica e biologia a problemi di obiettività in aree quali la natura della necessità e valore morale.
Morì nel 2002 dopo aver lungamente combattuto un cancro. È sepolto a Cambridge, nel Massachusetts. "Supponiamo che Wilt Chamberlain sia fortemente richiesto dalle squadre di basket perché è una grande attrazione per il pubblico. [...] Chamberlain firma con una squadra il seguente tipo di contratto: per ciascuna partita in casa, avrà venticinque centesimi del prezzo di ogni biglietto d'ingresso. [...] La stagione ha inizio e la gente va allegramente a vedere le partite della propria squadra, lasciando cadere ogni volta venticinque centesimi del prezzo d'ingresso in una cassetta con scritto sopra il nome di Chamberlain. Sono tutti molto desiderosi di vederlo giocare, per loro vale l'intero prezzo d'entrata. Supponiamo che in una stagione assistano alle sue partite in casa un milione di persone, e Wilt Chamberlain concluda con 250mila dollari, una somma di gran lunga maggiore del reddito medio e maggiore perfino di quanto abbia chiunque altro. Ha titolo a questo reddito?" (Anarchia, Stato e utopia, p. 174) Joel Feinberg è nato il 19 ottobre 1926 a Detroit. Ha studiato presso l'Università del Michigan e ha cominciato la sua carriera accademica come assistente alla Brown University nel 1955, passando poi a Princeton, Los Angeles e l'Università dell'Arizona, di cui è attualmente professore emerito. Si è occupato delle questioni delle libertà personali, in particolare della legittimità degli interventi statali nella sfera dei comportamenti individuali. Si è interessato anche di etica applicata, trattando temi quali l'aborto, i danni al nascituro e i diritti animali.
Tra le sue numerose pubblicazioni: Moral Concepts (1969), Doing and Deserving. Essays in the Theory of Responsibility (1970), Social Philosophy (1973, tr. it. Filosofia sociale, Il Saggiatore, Milano, 1996), Harm to Others (1984), Offence to Others (1985), Harm to Self (1986), Harmless Wrongdoing (1988), Freedom and Fulfilment (1992). Abbiamo ricevuto il vostro invito alla cerimonia per la consegna dell’attestato di Benemerenza civica in data 7 dicembre 2008. Desideriamo in primo luogo ringraziare chi ha proposto il nostro nome. Vi comunichiamo altresì che non intendiamo accettare la benemerenza, poichè siamo in disaccordo con la vostra decisione di non assegnare l’Ambrogino d’Oro a Enzo Biagi e la cittadinanza onoraria a Roberto Saviano, come riportato dai principali organi di stampa.
Elio e le storie tese Riconoscimenti 2011
Medaglie d'Oro alla Memoria
Vincenzo Capacchione, cardiologo deceduto nel giugno 2011 per un aneurisma dopo aver effettuato un intervento d'urgenza perfettamente riuscito
Marco Colombaioni, milanese di 28 anni, annegato il 2 luglio 2011 a Marina di Ravenna per salvare alcuni giovani in mare
Grande Medaglia d'Oro
Cardinale Dionigi Tettamanzi
Medaglie d'Oro
Ottavio Alfieri, cardiochirurgo
Mons. Giovanni Barbareschi, ha contribuito a salvare oltre 2.000 prigionieri durante la Resistenza. Cappellano dei partigiani delle Brigate Fiamme Verdi, membro dell'O.S.C.A.R., amico di don Gnocchi e fondatore della Fondazione Lazzati
Mario Bellini, architetto
Suor Ancilla Beretta, impegnata ad aiutare le famiglie straniere disagiate presso il Centro Nocetum
Carlo Bergonzi, cantante lirico
Antonio Bocola, regista e sceneggiatore
Enrico Cerrai, chimico, ricercatore
Stefano Colli Lanzi, docente alla Cattolica, fondatore della Générale Industrielle Italia per il lavoro temporaneo
Piersergio Dallan, pilota acrobatico per 23 volte campione italiano
Gennaro D'Avanzo, attore, ha lavorato con i Legnanesi, direttore del Teatro San Babila
Giovanni Dioli, rappresentante sindacale della Sogemi, è stato vittima di intimidazioni e ritorsioni
Tarcisio Fabris, allenatore, insegna da mezzo secolo il calcio ai bambini in zona Mac Mahon
Eugenio Finardi, cantautore .... Teorie della giustizia 1. Benessere Utilitarismo 2. Libertà Libertà e diritti Equità ed eguaglianza 3. Virtù Sfere di giustizia
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