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Mass Media

Tesina sui Mass Media
by

mohamed taboubi

on 15 June 2013

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Transcript of Mass Media

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Arte e Mass Media

Il ruolo del poeta nella società:
Pier Paolo Pasolini
Eugenio Montale
George Orwell: 1984
Per mass media, o in italiano mezzi di comunicazione di massa, si intendono gli strumenti destinati all’informazione e all'intrattenimento, la cui tecnologia, oggi, permette una diffusione delle notizie e della cultura estremamente più estesa ed efficace che in qualsiasi altra epoca della storia. Tuttavia i mezzi di comunicazione di massa in sé sarebbero inconcepibili se non si comprendesse nel loro studio ciò che li produce, l’industria culturale, e ciò che essi producono, la cultura di massa. La più importante e inquietante caratteristica dei mass media sta proprio nel loro essere “di massa”, nel fatto cioè che essi si rivolgono ad un pubblico quantitativamente enorme e qualitativamente indifferenziato e anonimo.
Cosa sono?
Mass Media e Cinema:
The truman show
Quarto Potere
L'arte nell'era dei Mass Media:
La Pop Art
Andy Warhol
Pier Paolo Pasolini


In Pasolini cogliamo la figura dell'intellettuale nella fase di passaggio da un' Italia uscita dalla seconda guerra mondiale con i sogni e le speranze legati alla Resistenza, in una società neocapitalista e consumistica, dove l'individuo è diventato l'uomo-massa.
Nell'immediato dopoguerra si fa strada il Neorealismo, la necessità dell'intellettuale e dell'artista di riprodurre la realtà della dialettica storico-economico-sociale.
Pasolini è protagonista dell'ultima fase del Neorealismo per poi viverne la crisi, la delusione per la caduta degli ideali post-resistenziali legata alla crisi dell'ideologia comunista (la fine dello stalinismo con le rivelazioni di Chruscev), che era il punto di riferimento dei neorealisti, e all'avvento del neocapitalismo.
Nella società di massa l'intellettuale deve urlare ancora più forte per farsi sentire, utilizzando tutti i mezzi di comunicazione possibili, ed ecco che Pasolini utilizza la carta stampata, il teatro, il cinema, sempre nel tentativo di scuotere le coscienze, di opporsi alla cultura di massa e ai modelli consumistici visti come portatori di un nuovo fascismo, di combattere per la libertà contro il Potere e il conformismo borghese.
Pasolini ci ha mostrato quale è il compito dell'uomo di cultura, dell'artista, dell'intellettuale dei nostri giorni.
Il ruolo dell'intellettuale nell'era della comunicazione di massa
Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Come uno schiavo malato, o una bestia
vagavo per un mondo che mi era assegnato in sorte,
con la lentezza che hanno i mostri
del fango - o della polvere - della selva
strisiciando sulla pancia - o su pinne
vane per la terraferma - o ali fatte di membrane...
C'erano intorno argini, o massicciate,
o forse stazioni abbandonate in fondo a città
di morti - con le strade e i sottopassaggi
della notte alta, quando si sentono soltanto
treni spaventosamente lontani,
e sciaquii di scoli, nel gelo definitvo,
nell'ombra che non ha domani.
Così mentre mi erigevo come un verme,
molle, ripugnante nella sua ingenuità,
qualcosa passò nella mia anima - come
se in un giorno sereno si rabbiuasse il sole;
sopra il dolore della bestia affannata
si collocò un altro dolore, più meschino e buio,
e il mondo dei sogni s'incrinò.
«Nessuno ti richiede più poesia!»
E: « E' passato il tuo tempo di poeta...»
«Gli anni cinquanta sono finiti nel mondo!»
«Tu con le ceneri di Gramsci ingiallisci,
e tutto ciò che fu vita ti duole
come una ferita che si riapre e dà la morte!»
Pier Paolo Pasolini nacque a Bologna nel 1922. Frequentò il liceo e l'università a Bologna, dove si laureò in Lettere con una tesi su Pascoli, nel 1945. Trascorreva le estati a Casarsa, nel Friuli, luogo d'origine della madre; e là si era rifugiato dopo l'8 settembre 1943, per sottrarsi alla chiamata di leva. In friulano compose i suoi primi versi, Poesie a Casarsa (1942). Nel 1947 si iscrisse al Partito Comunista. Avviatosi alla carriera dell'insegnamento, vicino a Casarsa, venne allontanato dall'insegnamento e poi anche espulso dal PCI in seguito a un presunto episodio di omosessualità che sfociò in un processo per corruzione di minori. È questo il primo di una lunga serie di processi (oltre 30) che diedero a Pasolini la coscienza della propria diversità e ne segnarono il destino (e anche il ruolo pubblico, che egli si ritagliò) di emarginato e ribelle.
In seguito allo scandalo nel 1949 dovette lasciare Casarsa, assieme alla madre, e si trasferì a Roma. La scoperta del mondo del sottoproletariato, alimenta in lui il mito di un'umanità povera, ma genuina e incorrotta, che l'avvento della società dei consumi ha distrutto, e gli ispirò i romanzi Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959), che fecero scandalo, ma lo avviarono al successo letterario. Con gli antichi compagni d'università Leonetti e Roversi, fondò e diresse dal 1955 al 1959 la rivista «Officina», che vide fra i collaboratori Fortini, Volponi e altri importanti critici e letterati militanti.
Cominciava intanto la sua attività nell'ambito del mondo cinematografico: collaborò ad alcune sceneggiature (anche per Le notti di Cabiria di Fellini), quindi a partire dal 1961 diresse numerosissimi film, da Accattone a Uccellacci e uccellini, da Edipo re a Teorema, da Medea al Decameron. Molti di questi film fecero scandalo, come i romanzi, e in qualche caso costarono a Pasolini processi e condanne.
Negli anni Sessanta pubblicò ll sogno di una cosa (un romanzo scritto nel 1949), scrisse alcune tragedie, altri versi e svolse un'intensa attività di critico militante su vari giornali e riviste (fra l'altro diresse con Moravia e Carocci «Nuovi Argomenti»). La sua voce provoca scandalo, in quanto critico del potere costituito. Le due principali raccolte di articoli polemici portano appunto il titolo di Scritti corsari (1975) e di Lettere luterane (postume nel 1976).
Morì assassinato a Ostia in circostanze oscure nel 1975.
Biografia
La "mutazione antropologica" è uno dei fenomeni più tragici trattati dall'autore: essa consiste, nel caso italiano, in una distruzione di ogni carattere individuale, portando così ad una massificazione e alla cancellazione dellla varietà delle culture. Pasolini sostiene che la civiltà contadina ha completamente cambiato i suoi valori in quelli del piacere e del consumo, propri della borghesia.
Il Potere del consumismo ha gettato via cinicamente vecchi valori, provocando, con la nuova "cultura di massa", il cambiamento antropologico.
Questa società dei consumi con la sua capacità di omologazione e di livellamento, è determinata da leggi interne: segnate da essa, le persone non sono più distinguibili fisicamente e dal punto di vista delle abitudini, e anche un fascista e un antifascista paradossalmente si assomigliano. L'autore definisce la nuova "cultura di massa" "follia pragmatica", "conformismo e nevrosi".
Pasolini paragona la "mutazione antropologica" all'assenza di differenza di classe. Sostiene che la cultura base degli italiani è cambiata, che la cultura di classe è stata sostituita da una cultura interclassista. L'assenza della differenza di classe del caso italiano non segna una conquista di libertà, ma, in senso opposto, uno stato di frustrazione, di umiliazione e di disperazione. Pasolini chiarisce questo concetto caratterizzando la forza decisiva che lotta per l'uguaglianza: invece del popolo sovietico che ha lottato per l'uguaglianza, nel caso italiano si tratta di una decisione del Potere, che "ha deciso che siamo tutti uguali", infatti la massificazione non minaccerebbe i valori dei dominatori, ma solo quelli dei dominati.
Mutazione antropologica
Cos'è questo golpe?
La mancanza di richiesta di poesia
Eugenio Montale
Eugenio Montale (Genova 1896-Milano 1981) divide l'infanzia tra la città natale e Monterosso, nelle Cinque Terre, dove la famiglia possiede una casa. Quel paesaggio si imprime profondamente nell'animo del poeta e caratterizza la sua poesia sin dalle prime esperienze. Interrotti gli studi tecnici per motivi di salute, studia per qualche tempo canto finché, nel 1917, è chiamato alle armi e inviato al fronte. Terminata la guerra, ritorna in Liguria, entra in contatto con gli ambienti letterari genovesi e torinesi e, nel 1925, pubblica la prima raccolta di versi Ossi di seppia. Nello stesso anno prende posizione contro il regime fascista firmando il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto dal filosofo Benedetto Croce. Nel 1926 incontra Italo Svevo e scrive su di lui alcuni articoli che contribuiranno a farlo conoscere al pubblico italiano e segneranno l'inizio del suo successo.
Trasferitosi a Firenze, dirige il Gabinetto scientifico letterario Vieussex fino al 1938, quando viene allontanato dall'incarico perché non iscritto al partito fascista. Dopo la guerra si trasferisce a Milano dove diviene redattore del Corriere della Sera e collaboratore, quale critico musicale, del Corriere dell'informazione.
Raggiunta una fama internazionale e nominato senatore a vita per meriti letterari, nel 1975 riceve il premio Nobel per la letteratura.
La sua prima raccolta di liriche, Ossi di seppia, già contiene i temi di fondo della sua poesia: il male di vivere, l'insensatezza della vita, l'impossibilità umana di uscire da un'esistenza soffocante e disperata. Segue la raccolta Le occasioni (1939) in cui sono rappresentati gli spiragli che la vita offre, vanamente, contro la solitudine e le sconfitte. Pubblica poi La bufera e altro (1956), le prose di Farfalla di Dinard (1956) e Satura (1971) che contiene le liriche di Xenia, dedicate alla moglie morta nel 1963. Altre sue raccolte di versi escono negli anni settanta.
Letteratura
Cinema
Biografia
Ho scritto poesie e per queste sono stato premiato, ma sono stato anche bibliotecario, traduttore, critico letterario e musicale e persine disoccupato per riconosciuta insufficienza di fedeltà a un regime che non poteva amare. Pochi giorni fa è venuta a trovarmi una giornalista straniera e mi ha chiesto: come ha distribuito tante attività così diverse? Tante ore alla poesia, tante alle traduzioni, tante all'attività impiegatizia e tante alla vita? Ho cercato di spiegarle che non si può pianificare una vita come si fa con un progetto industriale. Nel mondo c'è un largo spazio per l'inutile, e anzi uno dei pericoli del nostro tempo è quella mercificazione dell'inutile alla quale sono sensibili particolarmente i giovannissimi.
In ogni modo io sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà. Ma non è il solo, essendo la poesia una produzione o una malattia assolutamente endemica e incurabile.
Sono qui perché ho scritto poesie: sei volumi, oltre innumerevoli traduzioni e saggi critici. Hanno detto che è una produzione scarsa, forse supponendo che il poeta sia un produttore di mercanzie; le macchine debbono essere impiegate al massimo. Per fortuna la poesia non è una mercé. [...]
Sotto lo sfondo così cupo dell'attuale civiltà del benessere anche le arti tendono a confondersi, a smarrire la loro identità. Le comunicazioni di massa, la radio e soprattutto la televisione, hanno tentato non senza successo di annientare ogni possibilità di solitudine e di riflessione. Il tempo si fa più veloce, opere di pochi anni fa sembrano « datate » e il bisogno che l'artista ha di farsi ascoltare prima o poi diventa bisogno spasmodico dell'attuale, dell'immediato. Di qui l'arte nuova del nostro tempo che è lo spettacolo, un'esibizione non necessariamente teatrale a cui concorrono i rudimenti di ogni arte e che opera sorta di massaggio psichico sullo spettatore o ascoltatore o lettore che sia. Il deus ex machina di questo nuovo coacervo è il regista. Il suo scopo non è solo quello di coordinare gli allestimenti scenici, ma di fornire intenzioni a opere che non ne hanno o ne hanno avute altre. C'è una grande sterilità in tutto questo, un'immensa sfiducia nella vita. In tale paesaggio di esibizionismo isterico quale può essere il posto della più discreta delle arti, la poesia? La poesia così detta lirica è opera, frutto di solitudine e di accumulazione. Lo è ancora oggi ma in casi piusosto limitati. Abbiamo però casi più numerosi in cui il sedicente poeta si inette al passo coi nuovi tempi. La poesia si fa allora acustica e visiva. Le parole schizzano in tutte le direzioni come l'esplosione di una granata, non esiste un vero significato, ma un terremoto verbale con molti epicentri. La decifrazione non è necessaria, in molti casi può soccorrere l'aiuto dello psicanalista. Prevalendo l'aspetto visivo la poesia è anche traducibile e questo è un fatto nuovo nella storia dell'estetica. Ciò non vuoi dire che i nuovi poeti siano schizoidi. Alcuni possono scrivere prose classicamente tradizionali e pseudo versi privi di ogni senso. C'è anche una poesia scritta per essere urlata in una piazza davanti a una folla entusiasta. [...]
Non si credo però che io abbia un'idea solipsistica della poesia. L'idea di scrivere per i così detti happy few non è mai stata la mia. In realtè l'arte è sempre per tutti e per nessuno. Ma quel che resta imprevedibile è il suo vero begetter, il suo destinano. L'arte-spettacolo, l'arte di massa, l'arte che vuole produrre una sorta di massaggio fisico-psichico su un ipotetico fruitore ha dinanzi a sé infinite strade perché la popolazione del mondo è in continuo aumento. Ma il suo limite è il vuoto assoluto. Si può incorniciare ed esporre un piao di pantafole (io stesso ho visto così ridotte le mie), ma non si può esporre sotto vetro un paesaggio, un lago o qualsiasi grande spettacolo naturale.
La poesia lirica ha certamente rotto le sue barriere. C'è poesia anche nella prosa, in tutta la grande prosa non meramente utilitaria o didascalica: esistono poeti che scrivono in prosa o almeno in più o meno apparente prosa; milioni di poeti scrivono versi che non hanno nessun rapporto con la poesia. Ma questo significa poco o nulla. Il mondo è in crescita, quale sarà il suo avvenire non può dirlo nessuno. Ma non è credible che la cultura di massa per il suo carattere effimero e fatiscente non produca, per necessario contraccolpo, una cultura che sia anche argine e riflessione. Possiamo tutti collaborare a questo futuro. Ma la vita dell'uomo è breve e la vita del mondo può essere quasi infinitamente lunga.
Avevo pensato di dare al mio breve discorso questo titolo: potrà sopravvivere la poesia nell'universo delle communicazioni di massa? E' ciò che molti si chiedono, ma a ben riflettere la risposta non può essere che affermativa. Se s'intende per la così detta belletristica è chiaro che la produzione mondiale andrà crescendo a dismisura. Se invece ci limitiamo a quella che rifiuta con orrore il termine di produzione, quella che sorge quasi per miracolo e sembra imbalsamare tutta un'epoca e tutta una situazione linguistica e culturale, allora bisogna dire che non c'è morte possibile per la poesia. [...]
Ma ora per concludere debbo una risposta alla domanda che ha dato un titolo a questo breve discorso. Nella attuale civiltà consumistica che vede affacciarsi alla storia nuove nazioni e nuovi linguaggi, nella civiltà dell'uomo robot, quale può essere la sorte della poesia? Le risposte potrebbero essere molte. La poesia è l'arte tecnicamente alla portata di tutti: basta un foglio di carta e una matita e il gioco è fatto. Solo in un secondo momento sorgono i problemi della stampa e della diffusione. L'incendio della Biblioteca di Alessandria ha distrutto tre quarti della letteratura greca. Oggi nemmeno un incendio universale potrebbe far sparire la torrenziale produzione poetica dei nostri giorni. Ma si tratta appunto di produzione, cioè di manufatti soggetti alle leggi del gusto e della moda. Che l'orto delle Muse possa essere devastato da grandi tempeste è, più che probabile, certo. Ma mi pare altrettanto certo che molta carta stampata e molti libri di poesia debbano resistere al tempo. […]
Inutile dunque chiedersi quale sarà il destino delle arti. E' come chiedersi se l'uomo di domani, di un domani magari lon-tanissimo, potrà risolvere le tragiche contraddizioni in cui si dibatte fin dal primo giorno della Creazione (e se di un tale giorno, che può essere un'epoca sterminata, possa ancora parlarsi).
Il pessimismo di Montale (che ha conosciuto 2 guerre mondiali, il fascismo, l'orrore dei campi di sterminio) è di natura prima di tutto esistenziale ("la condizione umana in sè considerata, non questo o quell'avvenimento storico").
La civiltà tecnologica non ha prodotto che guerre, feroci dittature che hanno avuto consensi di massa, per cui "più nessuno è incolpevole".
La società moderna ha prodotto la massificazione, il consumismo, una industria culturale dello svago e del divertimento che ha travolto la grande tradizione umanistica della società occidentale. Montale nutre profondi sospetti sulla cultura di massa e sulla mercificazione dell'arte, che producono alienazione e mancanza di valori. Per Montale sarà la fine della libertà causatata dai mass-media, con una progressiva passività dell'uomo, incapace di autentici rapporti umani, mentre "uno dei compiti fondamentali dell'industria culturale è quello di divertire l'uomo" ossia sviarlo dalla sua vera natura di essere che si pone domande.
L'unico modo per reagire secondo Montale è recuperare i valori della cultura passata, nella speranza che gli uomini "non si lascino schiacciare nella massiciata collettiva".
Montale vede perciò minacciato il destino stesso dell'uomo perchè oggi "l'arte è produzione di oggetti di consumo, da usare e buttare via in attesa di un nuovo mondo nel quale l'uomo sia riuscito a liberarsi di tutto, anche della propria coscienza".
Eugenio Montale e la società di massa
E' ancora possibile la poesia?
George Orwell (Motihari, India, 25 giugno 1903 – Londra, 21 gennaio 1950), è stato un giornalista e scrittore e britannico. E' noto soprattutto per due romanzi scritti negli anni Quaranta: l'allegoria politica de La fattoria degli animali e 1984 (da cui è stata tratta l'idea del Grande fratello televisivo).
Orwell viene ricordato soprattutto per il contributo che diede alla letteratura distopica (il termine contrario a utopia = mondo ideale perfetto) e per la sua sensibilizzazione contro il totalitarismo. Ancora oggi il termine "orwelliano" viene usato per descrivere i meccanismi di controllo della mente e del pensiero, soprattutto con riferimento ai mass-media (tv, radio, internet).

George Orwell nasce da una famiglia di origini scozzesi. Il padre, anglo-indiano, è un funzionario dell'amministrazione britannica in India. Orwell si trasferisce in Inghilterra con la madre e le due sorelle nel 1904. Nel 1922 lascia gli studi per seguire le orme paterne e, tornato in India, si arruola nella Polizia imperiale in Birmania. L'esperienza si rivela traumatica: diviso fra il crescente disgusto per l'arroganza imperialista britannica e la funzione repressiva che il suo ruolo gli impone, si dimette. Ispirato all'esperienza di questo periodo è il successivo romanzo Giorni in Birmania (1934).
Nel 1928 parte per Parigi, dove spera di osservare con i propri occhi i bassifondi delle grandi metropoli europee. Nel 1932 rientra in Inghilterra e lavora come maestro elementare per varie scuole private, che poi è costretto ad abbandonare per problemi di salute. Il 9 giugno 1936 sposa a Wallington Eileen O'Shaughnessy. A Wallington si trova anche la "Bury Farm", la fattoria che, secondo molti, Orwell usò per ambientare La fattoria degli animali. Scoppiata la Guerra civile spagnola, Orwell vi prende parte combattendo per il Partito operaio contro il dittatore fascista Francisco Franco. Colpito alla gola da un cecchino, rientra a Barcellona, dopo di che lascia la Spagna quasi clandestinamente. Durante la Seconda guerra mondiale viene respinto dall'esercito come inabile e si arruola nelle milizie territoriali con il grado di sergente. Trasferitosi a Londra, cura per la BBC (l'ente radiotelevisivo britannico) una serie di trasmissioni propagandistiche rivolte all'India, che a quei tempi era ancora una colonia britannica . Inizia a scrivere La fattoria degli animali, che terminerà nel febbraio del 1944 ma che, per le chiare allusioni critiche allo stalinismo, molti editori si rifiuteranno di pubblicare (in quel periodo la Russia di Stalin era alleata del Regno Unito contro il nazifascismo). Nel 1945 muore la moglie, mentre Orwell pubblica il suo primo romanzo di successo: La fattoria degli animali. Nel 1949 si risposa con Sonia Bronwell, redattrice di "Horizon", e si occupa della revisione della sua opera più celebre: 1984 (scritta nel 1948).
Muore per il cedimento di un'arteria polmonare il 21 gennaio 1950, in un ospedale di Londra, a 46 anni.
Biografia
George Orwell: 1984
1984
1984 è un romanzo che mostra un ipotetico mondo futuro, ambientato nella Londra del 1984 (il libro è stato scritto nel 1948), controllato da un governo fortemente totalitario: nel romanzo la società è infatti dominata dal Grande Fratello, un misterioso personaggio che nessuno ha mai visto di persona e che tiene costantemente sotto controllo la vita dei cittadini, mediante l’uso di speciali teleschermi. Ogni successo, ogni risultato positivo, ogni vittoria, ogni conoscenza scientifica…si ritiene che provengano direttamente dalla sua guida e dalla sua ispirazione. Nessuno ha mai veduto il Grande Fratello. Egli è un volto sui manifesti, una voce dal teleschermo. Si può essere matematicamente sicuri ch’egli non morirà mai, ed esiste un notevole margine d’incertezza per stabilire la sua data di nascita. Il Grande Fratello è la forma con la quale il Partito ha deliberato di presentarsi al mondo. In questo mondo in cui la libertà è stata completamente abolita, il protagonista del romanzo, Winston Smith, decide di ribellarsi e inizia a scrivere un diario: questo è un gesto molto rischioso, che, se scoperto, può portare all’arresto, alla tortura e alla sparizione totale.
Pur appartenendo al Patito Esterno (un’organizzazione politica che collabora col Grande Fratello falsificando i documenti a favore del governo), Winston è deciso a fare tutto il possibile per rovesciare la società e inizia a indagare sul passato nella speranza di poter analizzare più chiaramente il suo nemico. Durante le ricerche Winston troverà alcune persone disposte ad aiutarlo nel suo intento. La prima tra queste è Julia, che, come Winston, lavora nel Partito Esterno. Julia è una donna intelligente, costretta a fingere come Winston, capace di amare, desiderosa di ribellarsi a quel sistema che la opprime e le ruba la libertà. Tra Julia e Winston nasce subito una storia d’amore, ma sono costretti a tenerla segreta e a incontrarsi solo di nascosto. In seguito i due entreranno nella “Fratellanza”, un’associazione segreta che vuole distruggere il Grande Fratello; saranno contattati da O’Brien, che Winston ritiene essere uno dei membri di questa confraternita, ma che invece si rivelerà uno dei massimi dirigenti del regime.
La storia è ambientata a Londra in un tempo futuro, in cui la città si mostra in totale decadenza. I paesaggi corrispondono allo stato d’animo della popolazione: sembrano anch’essi quasi sottomessi al Grande Fratello. Gli unici luoghi che il regime sembra non aver ancora contaminato sono la campagna, descritta come un luogo aperto e vivo, e la camera dove Winston e Julia condividono il loro amore, un luogo caldo e accogliente dove è possibile trovare la privacy che è stata portata via dai teleschermi. L’azione si svolge prevalentemente nei vari ministeri in cui è organizzata la società, nella casa di Winston, nei luoghi in cui si incontrano i due amanti e, alla fine del romanzo, nel Ministero dell’Amore, dove il protagonista subisce svariate torture che lo portano al limite della pazzia.
L’ambiente sociale rispecchia quello di un qualunque regime totalitario: il Grande Fratello è a capo della Nazione, più in basso si trovano il Partito Interno, il Partito Esterno e alla base la massa della popolazione (i prolet).
Winston appartiene al Partito Esterno, quello che più si fa condizionare dal Grande Fratello: infatti mentre i membri del Partito Interno possono spegnere i teleschermi e i prolet vengono considerati poco pericolosi, a questa sezione appartiene la maggior parte dei ribelli.
Il linguaggio usato è adeguato all’importanza sociale del personaggio che parla: O’Brien, per esempio, ha un registro linguistico molto più elevato rispetto ai prolet con cui si ritroverà a parlare Winston durante la sua indagine sul passato. Riguardo al linguaggio è importante sottolineare come esso sia un vero e proprio strumento adoperato dal partito per controllare più facilmente la popolazione: nella società del Grande Fratello si adopera la “Neolingua”, in cui tutto è ridotto all’essenziale (caratteristica che risalterà anche nella struttura stessa del libro), e sono state eliminate tutte le parole che possono creare sentimenti di rivoluzione (se viene abolita ogni parola che ricorda la libertà, nessuno potrà mai nemmeno pensare a un concetto simile, non avendo i mezzi per esprimerlo). “L’ignoranza è forza”.
I fatti narrati seguono prevalentemente un ordine cronologico consequenziale. Qualche volta però Winston è protagonista di brevi flash-back che lo riportano alla sua infanzia e al ricordo di sua madre. Il tempo è sempre ben espresso, seppure con un certo indice di incertezza “non era affatto sicuro che quello fosse il 1984”, tranne nel periodo in cui Winston è tenuto prigioniero nel Ministero dell’Amore, lui stesso ammette di non riuscire a distinguere giorno e notte e di non capire da quanto tempo sia lì.
Nello scrivere questo libro l’autore ha voluto lasciare a chi lo legge numerosi e importanti messaggi, per la maggior parte riguardanti la comparsa sempre più invasiva della tecnologia nella vita dell’uomo, che rischia di essere addirittura sottomesso ad essa. Winston e Julia risultano figure rudimentali perché stanno lentamente imparando, e con grave rischio personale, che cosa significa essere uomini. Una delle scene maggiormente illustrative è quella in cui Winston, cercando di scoprire come fosse la vita prima del Grande Fratello, parla con un vecchio prolet, proprietario di un pub, e questo dice di ricordare solo frammenti sconnessi, da cui non si può arrivare a nessuna conclusione. È stupefacente il fatto che la società totalitaria sia riuscita a distruggere il passato attraverso la modifica o distruzione di documenti e dati di fatto oggettivi e, in molti casi, sia riuscita a eliminare anche la memoria stessa del passato attraverso la disintegrazione della coscienza individuale. Il problema della memoria ossessiona Winston ed egli cessa di essere un oppositore del sistema solo quando cessa di credere al passato. Quello che più colpisce è la passività con cui la cittadinanza accetta come “verità” qualcosa che sa benissimo non essere vera, e la presenza di un ministero dove gli impiegati hanno l’unico compito di modificare quotidianamente i giornali e i libri di storia per adeguarli alla situazione attuale e far apparire più eroico il Grande Fratello.
Winston non è presentato come un uomo perfetto, è solo un uomo, ma non per questo è forte, infatti alla fine del romanzo diviene come tutti gli altri burattini che prima tanto disprezzava. Winston era il singolo, circondato da una massa di persone “omologate”, e per questo era condannato sin dall’inizio “Si sentiva solidale con quell’eretico deriso e solitario sullo schermo, unico custode di verità e di senno in un mondo di bugie”. È significativo che i rivoltosi vengano giustiziati soltanto dopo la loro “spontanea” adesione al regime, dopo essere stati portati alle soglie della pazzia per mezzo di atroci torture.
Anche Winston cadrà sotto le torture del Grande Fratello, e la sua sconfitta arriverà nel momento in cui, disperato, tradirà Julia, perdendo l’ultimo sentimento umano e arrendendosi al Partito.
Il libro inoltre ha anche un forte carattere antipolitico, pieno di odio per il tipo di governo che strumentalizza gli individui e che priva l’uomo della libertà di pensiero. Il Partito inoltre considera la fede come qualcosa di sospetto e pericoloso, preferisce il consenso meccanico della massa al fervore intellettuale o alla fede ardente. Orwell ha capito che l’orrore sociale non consiste nel predominio di macchine diaboliche, e neppure nell’invenzione di automi marziani, ma nelle condizioni inumane imposte agli uomini, come ad esempio l’invasione dei teleschermi e lo sfruttamento dei bambini come spie a danno dei loro genitori. È molto inquietante il fatto che il partito non pretende di governare per amore o in nome dell’umanità, “il Partito mira al potere solo per se stesso. Non ci interessa il bene degli altri; ci interessa il potere e niente più”. Tuttavia rimane il problema del perché essi uccidano milioni di persone, perché provino piacere nel torturare ed umiliare persone che essi sanno innocenti.
Solo i proletari, poiché sono alla base della piramide, sono liberi, a loro è concessa un po’ più di intimità, non sono costantemente spiati dal teleschermo, sono considerati individui ormai demoralizzati e privi di organizzazione. Secondo Winston è proprio qui che il partito sbaglia, perché sottovaluta la forza della massa. Sfortunatamente il messaggio finale è di una perpetua sconfitta perché “fino a che i prolet non diventeranno coscienti del proprio potere, non saranno mai capaci di ribellarsi, e fino a che non si saranno liberati, non diventeranno mai coscienti del loro potere”. Ciò succede anche a livello psicologico nel nostro mondo. Fino a quando gli uomini si lasceranno influenzare dai mass media e dal potere non potranno mai sperare di sfruttare e vivere a pieno la loro libertà.
Il Partito non ha solo creato un inganno perfetto, ma ha trovato un sistema per non cadere mai: trovare tutti i traditori e annientarli psicologicamente. I nemici di Grande Fratello subiscono torture terribili fino a quando non si lasciano controllare e si convincono di amarlo. L'autore vuole mandare un messaggio di ammonimento contro l'indifferenza che tollera forze che tendono ad annullare la libertà e la dignità individuale. Se non si combattono le ingiustizie, si rischia di essere sopraffatti da persone senza scrupoli che, per mezzo di stratagemmi vari (come ad esempio eliminare tutte le leggi), potrebbero togliere ogni diritto ai cittadini. Orwell intende esprimere un monito contro gli abusi di potere e le sopraffazioni mentali compiute da certe ideologie che derivano dall’accentuazione del nazionalismo e del fanatismo religioso.
The truman show
La vita di Truman Burbank, trent'anni, assicuratore, è praticamente perfetta. Truman vive sull'isola Seahaven, una piccola e allegra città dove tutti lo adorano; sua moglie, il suo migliore amico, gli amabili vicini di casa che Truman saluta ogni giorno. La sua vita è praticamente perfetta, eppure, una mattina, Truman si sveglia in preda ad una insolita inquietudine e nelle sue giornate, monotone e ordinate, si insinua una lieve paranoia. Truman Burbank ha la sensazione di essere spiato. Non può neanche immaginare quanto le sue piccole fissazioni lo abbiano portato vicino alla verità. Truman è l'inconsapevole protagonista di una delirante soap opera, in onda 24 ore su 24 su un canale televisivo che trasmette la sua vita in diretta, senza interruzioni con ascolti che hanno sfondato ogni record storico televisivo. Christof è il regista che ha inventato lo show e che continua a dirigere la vita di Truman dalla luna, segregato in una gigantesca cabina di regia.
Alla fine nonostante la mancanza di aiuti esterni, Truman sarà capace di cambiare le carte in tavola contro la volontà dei suoi stessi "dei".
Kristof, che si rammarica per la decisione di Truman, di andarsene dallo studio, tenterà la sua carta finale sostenendo che il mondo creato da lui non è meno reale di quello vero, ma nonostante ciò non riuscirà a fermarlo.
La storia
Il film è una lucida e amara visione del potere incontrollato del medium catodico, del notevole impatto che da lì a breve avrebbero avuto i reality show, sempre più sovrapponibili alle soap opera, della crescente invadenza del mezzo televisivo nella sfera intima degli individui, poiché sempre più ormai a fare spettacolo sono le vicende private di persone qualunque, del sempre più labile confine che ormai divide il mondo della finzione televisiva dalla realtà umana. Al potere televisivo si sovrappone quello pubblicitario: tutto ciò che è mostrato nello spettacolo ha uno sponsor, spesso ostentato dalle inquadrature e al di fuori dello show, nella vita reale, dove si è creato un merchandising enorme: tutto ciò che concerne Seahaven è in vendita e per altro parecchio apprezzato dai fan di Truman.
Peterter Weir non condanna solo il mezzo televisivo e i suoi manovratori, ma anche il pubblico, che per anni segue ipnotizzato le vicende di Truman in tv, fa il tifo per lui durante la sua fuga solo perché vuole uno spettacolo più appassionante, mentre per 30 anni, ormai assuefatto allo show, non si è mai indignato per ciò che è stato fatto al giovane, a sua insaputa.
Dietro l'apparenza di una commedia vivace e originale il film presenta in realtà l'intreccio di numerosi e complessi temi culturali ed elementi antropologici: l'essere umano che nasce libero ed è sempre in costante ricerca di libertà e della verità, il desiderio di poter essere artefici del proprio destino, il rapportarsi con il prossimo senzafinzioni, il superamento delle proprie paure (come farà Truman nel film, quando supererà la paura dell'acqua e sfiderà "l'oceano" in cerca della libertà). Dunque, il finale offre un riscatto liberatorio, come se un individuo, per quanto lo si possa ingabbiare, non può essere imprigionato a lungo.
Analisi
Quarto potere
Il film narra dell'incapacità di amare di Charles Foster Kane. Kane è in grado di amare "solo alle sue condizioni" con la conseguenza che egli fa il vuoto attorno a sé e muore abbandonato da tutti all'interno della sua gigantesca residenza (Xanadu), fatta erigere per celebrare la propria grandezza. Il film si apre con la morte di Kane, immediatamente seguita da un cine-notiziario dedicato alla vita pubblica del magnate. Il notiziario non soddisfa, però, il direttore della testata che chiede ai suoi giornalisti di indagare ancora nel passato di Kane per comprendere il significato dell'ultima parola da lui pronunciata prima di spirare: Rosabella (Rosebud).
Il regista, servendosi di una sequenza di flashback, mostra i frammenti della vita di Kane, quasi fossero i pezzi di un gigantesco puzzle (oggetto che metaforicamente appare più volte nel film). Allo spettatore è lasciato l'onere di ricomporre in tutta la sua complessità la personalità di Charles Foster Kane. Ma si tratta di uno sforzo vano perché i frammenti della vita di Kane non permettono di comprenderne la segreta essenza, anche quando, alla fine del film, viene rivelato il significato delle sue ultime enigmatiche parole.
L'unica cosa che appare certa è che l'incapacità di amare di Kane deriva dal trauma, subito durante l'infanzia, dell'allontamento dai genitori. Affidato ad un uomo d'affari, incaricato di amministrare il suo smisurato patrimonio, Kane viene privato dell'amore familiare. Da adulto concepirà l'amore come possesso, e non come dono, e ciò lo condurrà inesorabilmente alla disperazione ed all'isolamento.
La storia
Tutto il film è incentrato su una riflessione sul potere: in generale sul potere nella società capitalistica americana e, in particolare, sul potere della stampa e dell’informazione.
Kane ricerca il potere per sanare la ferita dell’abbandono e colmare il vuoto dell’amore che la madre non gli ha dato. Egli ha un bisogno disperato di essere amato e usa gli altri senza scrupoli per soddisfare questo suo bisogno. Così si propone come paladino dei poveri e degli oppressi attraverso il suo giornale, non si fa scrupolo di inventare o falsare le notizie per essere ammirato (e per vendere copie), attacca con odio il mondo dei capitalisti rappresentato dalla banca che lo ha strappato alla sua infanzia.
Questa forma di narcisismo è anche tipica di un certo potere capitalistico che usa e manipola gli altri e la realtà per i propri fini, e in particolare del potere della stampa e dei mass-media che, nella loro caratteristica di strumenti nati per la comunicazione di uno (o pochi) a tanti (le masse), e nel loro bisogno intrinseco di conquistare l’audience, sono strutturalmente portati ad inseguire e solleticare i bisogni più infimi del pubblico, a far leva sugli appetiti meno nobili e spirituali, a strumentalizzare ogni possibile elemento, compresi gli stessi valori positivi, per ricercare consenso e potere.
E’ un potere enorme quello dei media, un potere che crea e abbatte presidenti, che suscita o evita guerre, che condiziona il futuro delle nazioni. Ma che nello stesso tempo è impotente a soddisfare i bisogni più semplici e profondi dell’uomo e persino a conoscere l’essere umano nelle sue insondabili profondità.
Analisi
Arte
Pop
Art
La Pop Art (abbreviazione in inglese di Popular Art) nacque in Inghilterra per poi diffondersi a partire dagli anni Sessanta soprattutto negli Stati Uniti. La Pop Art nasceva come reazione a una società nella quale viviamo ancora oggi,considerata come un’enorme supermercato, al divismo imposto dal cinema e all’omologazione culturale dei mass media. L’obbiettivo che gli artisti di questo movimento si pongono non è più quello di esprimere in primo luogo se stessi, ma quello di coinvolgere nell’arte anche l’uomo comune. E allora l’arte deve rappresentare prima di tutto la realtà più visibile del mondo moderno,come le cose di cui ci ha circondato ossessivamente l’industria e la società dei consumi di massa : un telefono, una bottiglietta di coca cola,un sandwich,una macchina da scrivere, un ferro da stiro,il volto di un divo famoso,la scatola di un detersivo.
I mezzi per comunicare non sono più quelli dell’arte classica,(come un quadro o una scultura) ma gli stessi usati dai potenti mezzi di comunicazione di massa : come la pubblicità,il cinema e il fumetto. Si tende inoltre alla riproduzione in più copie di una stessa opera;proprio come la civiltà dei consumi,che riproduce tanti oggetti uguali a se stessi. Sono i cosiddetti “multipli”cioè copie identiche della stessa opera.
Per la prima volta,quindi, l’opera non è più unica come il quadro del pittore di un tempo. L’artista però non si limita a riprodurre acriticamente, l’oggetto di consumo quotidiano noto a tutti, viene deformato, quindi sottoposto a un processo di “straniamento” della realtà : viene colorato diversamente, ingrandito oppure replicato in maniera ossessiva. Ad esempio il pittore statunitense Andy Warhol nell’opera “le venticinque Marilyn” ripete lo stesso volto di Marilyn Monroe (volto che la pubblicità e la massificazione dei nuovi mezzi hanno ridotto a stereotipo, quindi oggetto di consumo)colorato diversamente come un cartellone pubblicitario.
La Pop Art
Andy Warhol (1930-1987) è il rappresentante più tipico della pop art americana. Figlio di un minatore cecoslovacco emigrato negli Stati, egli è uno dei rappresentanti più tipici della cultura nord-americana, soprattutto per la sua voluta ignoranza di qualsiasi esperienza artistica maturata in Europa. Rifiutata per intero la storia dell’arte, con tutta la sua stratificazione di significati e concettualizzazioni, l’arte di Warhol si muove unicamente nelle coordinate delle immagini prodotte dalla cultura di massa americana.
La sua arte prende spunto dal cinema, dai fumetti, dalla pubblicità, senza alcuna scelta estetica, ma come puro istante di registrazione delle immagini più note e simboliche. E l’opera intera di Warhol appare quasi un catalogo delle immagini-simbolo della cultura di massa americana: si va dal volto di Marilyn Monroe alle inconfondibili bottigliette di Coca Cola, dal simbolo del dollaro ai detersivi in scatola, e così via.
In queste sue opere non vi è alcuna scelta estetica, ma neppure alcuna intenzione polemica nei confronti della società di massa: unicamente esse ci documentano quale è divenuto l’universo visivo in cui si muove quella che noi definiamo la «società dell’immagine» odierna. Ogni altra considerazione è solo conseguenziale ed interpretativa, specie da parte della critica europea, che in queste operazioni vede una presa di coscienza nei confronti del kitsch che dilaga nella nostra società, anche se ciò, a detta dello stesso Warhol, sembra del tutto estraneo alle sue intenzioni.
Il percorso artistico di Warhol si è mosso tutto nella cultura newyorkese, nel momento in cui New York divenne la capitale mondiale della cultura. Warhol fu in questo ambiente uno dei personaggi più noti, costruendo in maniera attenta il suo personaggio. Si mosse in stretta attinenza agli ambienti underground, legandosi al mondo della musica, del teatro del cinema. Gli inizi della sua pittura risalgono al 1960, dopo un periodo precedente in cui aveva svolto attività di disegnatore industriale. Nel 1963 raccoglie intorno sé numerosi giovani artisti, costituendo una comune a cui diede il nome di «factory». Abbandona la pittura nel 1965 per dedicarsi esclusivamente alla produzione cinematografica. Il ritorno alla pittura avviene intorno al 1972, con una produzione incentrata soprattutto sui ritratti. Nel 1980 fonda una televisione dal nome «Andy Warhol’s TV». Muore il 22 febbraio 1987 nel corso di un intervento chirurgico.
Andy Warhol
I Mass media nella storia:
La propaganda è un tipo di messaggio mirato a influenzare le opinioni o il comportamento delle persone. Spesso, invece di fornire informazione imparziale la propaganda è deliberatamente mistificatoria o fa uso di fallacità che, sebbene talvolta possano risultare convincenti, non necessariamente si rivelano valide.Il carattere fondamentale della propaganda dei nostri giorni, ma applicabile anche al passato, è che i "media", oltre a "divertire, intrattenere e informare", abbiano il compito di inculcare negli individui valori, credenze e codici di comportamento atti a integrarli nelle strutture istituzionali della società di cui fanno parte. In parole povere, una società caratterizzata da determinate strutture economiche, sociali e istituzionali, avrà bisogno di media che non vadano a interferire con tali strutture; al contrario, saranno chiamati a rafforzarle. E questo è particolarmente evidente nei casi in cui le élite politiche ed economiche della società in esame siano in grado di controllare direttamente i mezzi di comunicazione. I media hanno dietro, generalmente "grosse imprese economiche, controllate da persone molto ricche e da altre forze orientate al mercato e al profitto, o verso una fede politica". Dunque, l’informazione fornita da quei media che sono maggioritari (è bene ricordarlo) non potrà non risentire degli interessi di chi li finanzia.
La Propaganda
Il Fascismo
Il Nazismo
La ricerca del consenso
Nelle società di massa l’opinione pubblica allarga le proprie dimensioni, controllando e condizionando più in profondità l’attività politica, ma anche essendone condizionata con le moderne tecniche della propaganda, cioè con la diffusione sistematica di messaggi e informazioni diretti a fornire un’immagine positiva o negativa di avvenimenti, persone, istituzioni, ma anche di prodotti commerciali.
Nel campo politico la propaganda diviene così una componente essenziale delle società di massa.
È ovvio che tutti i sistemi politici, alle prese con il problema del consenso delle masse, si avvalgano dell’uso dei nuovi mezzi di comunicazione di massa.
Un esempio è il regime totalitario Fascista in Italia, basato sulla formazione del consenso e del conformismo passivo tramite la propaganda. Strumento fondamentale del regime fascista, la propaganda coinvolse tutti i settori economici, sociali, politici e culturali per costruire e diffondere un’immagine “positiva” del regime e organizzare, sotto varie forme, il consenso di massa.
Ecco perché il fascismo, attraverso i mezzi di comunicazione di massa, utilizzò varie ideologie artistico-filosofiche, che si avvicinavano o coincidevano al pensiero fascista, per la sua propaganda.
In Italia sorsero appositi istituti per la propaganda.
Nel 1934 Ciano trasformò l’ufficio stampa di Mussolini in “Sottosegretariato per la stampa e la propaganda”, divenuto nel 1935 Ministero.
Un sistema rigidamente centralizzato controllò e piegò ai propri fini gli strumenti della comunicazione di massa che divennero, sempre più, un formidabile veicolo di glorificazione del regime.

La radio e l'istituto Luce
Il Fascismo dimostrò una spiccata abilità nell’utilizzare spregiudicatamente i mezzi di comunicazione di massa: il cinema, con i notiziari di parte (i film luce); e la radio, impiegata anche per trasmettere i principali discorsi del duce. Per coordinare le attività di propaganda venne istituito il “Ministero della cultura popolare” che impartiva ai media le direttive a cui dovevano attenersi.
Il nuovo e rivoluzionario mezzo di comunicazione, la radio introdotta in Italia dal 1924, venne identificò la voce pubblica e diffusa del Regime fascista.
Nel regime di Mussolini prevalse il monopolio statale delle emittenti, con la creazione dell’ente radiofonico EIAR nel 1928.
La radio, attraverso le trasmissioni dell'EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche) consentiva di raggiungere direttamente tutti gli italiani nelle proprie case, dalla grande città allo sperduto e remoto casolare di campagna.
I discorsi del duce erano trasmessi simultaneamente nelle scuole, nelle officine, nelle piazze di tutto il paese, attraverso altoparlanti e nella misura in cui venivano ascoltati collettivamente dalle famiglie o da intere comunità erano percepiti come veri e propri eventi. Essi costituivano un momento importante di propaganda politica e di creazione di consenso al regime.
Mussolini non leggeva e usava un linguaggio enfatico e retorico, molto efficace però dal punto di vista della comunicazione e capace di trasmettere alle folle che lo ascoltavano direttamente o per radio, militaresca sicurezza e patriottico entusiasmo.
Un ruolo più rilevante ebbero gli strumenti di comunicazione visiva: il cinema, la fotografia, i fumetti per la gioventù, le vignette satiriche, le cartoline postali e la pubblicità.
Nel 1933 l’istituto Luce venne posto alle dipendenze del ministero della cultura popolare con il compito di documentare le opere del regime e di diffonderne le immagini ufficiali attraverso servizi fotografici, film, documentari propagandistici e cinegiornali distribuiti nelle sale cinematografiche.

La propaganda
fascista
L'immagine del fascismo
Le immagini di Mussolini e dei gerarchi fascisti comparivano quasi tutti i giorni con quelle delle opere e delle realizzazioni del regime; altrettanto frequenti erano le illustrazioni che esaltavano il combattivo ardore dell’Italia fascista: la sua forza militare, la sua prosperità economica, la sua dinamica energia, infine il suo senso di disciplina interna. Occultata la realtà con le misure restrittive dell’apparato propagandistico, le opere del regime esprimevano la loro enfatica monumentalità: le schiere armate e i moderni mezzi bellici si moltiplicavano con i fotomontaggi, i campi erano colmi di messi lussureggianti, le mamme prolifiche sfornavano i soldati del domani. Il regime si impegnò a tradurre in immagini quella realtà inesistente che veniva spacciata per magnificenza imperiale. Le immagini fotografiche del regime possono essere considerate come pezzi di un mosaico che ricalca la struttura della fiaba, per raccontare la storia radiosa dell’Italia fascista in cui gli Italiani dovevano riconoscersi quali parti di un tutto.
L’immagine fotografica doveva apparire come un documento di inconfutabile realtà.
A partire dagli anni ’30 anche i fumetti si fascistizzarono nei personaggi e nei soggetti fino a raggiungere la completa autarchia delle storie: Il Corriere dei Piccoli, Il Balilla, L’Audace, L’Avventuroso, tutti questi albi a fumetti seguirono le direttive del regime, comparvero storielle per i bambini che avevano come protagonisti giovani con la tipica divisa nera da Balilla che nelle loro avventure beffavano gli avversari dell’Italia fascista. Si moltiplicarono inoltre i racconti storici con venature fasciste.
Apparvero storie di attualità politica volte a esaltare le imprese fasciste in Africa o nella guerra di Spagna.
Il Duce
L’immagine inizialmente diffusa di Mussolini, era quella dell’uomo di governo brillante, sportivo, elegante, super-attivo. Dagli anni ’30, grazie alla feroce e aggressiva propaganda, iniziò ad affermarsi un’iconografia imperiale, dove la testa del duce è ingigantita o moltiplicata ossessivamente all’infinito dai fotomontaggi. L’immagine del duce era ormai onnipresente e onnipotente: veniva fotografato mentre trebbiava a torso nudo, fondava città con l’aratro, cavalcava focosi destrieri o pilotava veloci automobili da corsa.
Il documento fotografico doveva anche comprovare il rapporto d’amore e di identificazione tra il duce e il popolo. Le fotografie dei suoi discorsi avevano l’onore della prima pagina sui giornali.
Il mezzo fotografico consentiva di esaltare le caratteristiche fisiche del duce mediante effetti di luce particolari e il ritocco (sguardo duro, pose atteggiate, mani sui fianchi).
Un aspetto fondamentale della sua immagine pubblica era quello costruito per assegnargli attributi di fiducia, vigore fisico, virilità e giovinezza.
Il duce era un modello vivente delle virtù fasciste e italiche tramite la messa in scena delle sue attività. Nell’attività lavorativa la sua figura diveniva simbolo di straordinaria operosità; non solo era il trebbiatore, era anche il minatore tra i minatori, spesso il costruttore e sempre il condottiero.
Mussolini incarna la figura di “trascinatore”, capo delle folle in cui essa si identifica vedendo in lui un proprio “Io ideale”.
Il rogo dei
libri proibiti
La propaganda nazista
“Ministero per
la cultura popolare
e la propaganda”
Joseph
Goebbels
Un altro esempio di sistema politico che si avvaleva dei mezzi di comunicazione di massa per acquisire consenso dalla masse tramite la propaganda è il regime totalitario del Nazismo in Germania.
Un sistema rigidamente centralizzato controllò e piegò ai propri fini gli strumenti della comunicazione di massa.
Anche in Germania come in Italia, sorse un apposito Ministero che si dedicava solamente alla supervisione della funzione propagandistica del regime: Nel 1933 Goebbels fu nominato responsabile del nuovo “Ministero per la cultura popolare e la propaganda”.
La creazione di un apposito ministero indicava un orientamento programmatico preciso: la volontà di creare un sistema centralizzato per I'informazione e la formazione dell'opinione pubblica e uniformare all'unico modello consentito ogni manifestazione artistica e culturale.
Goebbels ha istituito una feroce censura: la radio nazionale, unica e monopolistica, e saldamente sotto il suo controllo, cosi come i giornali, i teatri, tutti i libri e la produzione cinematografica. Ha fatto massicce epurazioni (estromissione da una collettività degli elementi ritenuti indegni) ovunque e ha confermato soltanto i nazisti di provata fede; gli altri, i tiepidi, sono stati licenziati o pensionati, e gli avversari sono finiti nelle carceri o nei lager. Ogni opera frutto dell'intelletto, che sia libro, commedia, film o articolo destinato a un giornale, deve portare acqua al mulino nazista. Tutte le altre sono respinte e distrutte perchè danneggiano la patria o le forze che la guidano.
Una feroce censura...
Il “ricorso alla paura” è stata una delle tecniche usate da Goebbels per la propaganda nazionalsocialista e sfruttava la paura del pubblico nei confronti dei nemici e questa tecnica artistica ricreava il clima adatto alla propaganda nazista.
L'azione intimidatrice con la quale il nuovo regime contava di costringere all'obbedienza e alla passività le grandi masse fu esercitata attraverso i canali di disciplinamento collettivo rappresentati dalla subordinazione dell'informazione, della produzione culturale e in generale di ogni manifestazione e di ogni comportamento collettivo a un centro ispiratore e organizzatore unico.
La paura come arma
La propaganda di stato
II regime nazista fece abile ricorso all'uso dei mezzi di comunicazione di massa, che nella società tedesca erano stati largamente sperimentati nel corso del primo conflitto mondiale, nel quadro della propaganda per la guerra, e alla strategia d'urto delle campagne di massa cariche di forza suggestiva, nelle quali si cementava l'identificazione collettiva della popolazione con le ragioni e i simboli del nazionalsocialismo. Scossa nei valori tradizionali dal cambiamento istituzionale del 1919 e dalla lacerazione della grande crisi, all'alba del nuovo regime la popolazione tedesca era chiamata a ritrovare la propria identità nei riti di condanna dei presunti nemici e responsabili dei mali della Germania e nell'ebbrezza di falò tanto liberatori quanto illusori.
II rogo dei libri proibiti del 10 maggio del 1933 non fu l'esplosione spontanea e incontrollata di rabbia e sentimenti popolari: fu un'operazione coscientemente pilotata dai responsabili della propaganda del Reich, destinata a creare la tensione collettiva necessaria per fare accettare senza più riserve alcune la distruzione simbolica del nemico e la sua responsabilizzazione per i mali della Germania e per fare scattare i meccanismi di coesione collettiva necessaria a legittimare l'azione del nuovo governo del Reich e a spianare il consenso intorno alle sue direttive . La creazione e la diffusione di una propaganda di Stato fu tra i fatti relativamente nuovi che accompagnò la creazione del regime nazista .
Quella nazista fu una propaganda rivolta a molteplici obiettivi:
Ai cittadini tedeschi (la massa) veniva continuamente ricordata la lotta del partito nazista e della Germania contro i nemici esterni ed interni, specialmente gli ebrei; alle persone di etnia tedesca che vivevano in stati come: Cecoslovacchia, Polonia, e Unione Sovietica veniva detto che i legami di sangue con la Germania erano più forti della loro lealtà alle nuove patrie; ai potenziali nemici veniva detto che la Germania non aveva problemi con le popolazioni di tali stati, ma che i loro governi stavano cercando di provocare una guerra con la Germania; a tutto il mondo veniva mostrato un volto forte e all’avanguardia sotto l’aspetto culturale, scientifico e militare della Germania.
Una propaganda per più obiettivi
Oramai la nostra civiltà è dominata dai mezzi di comunicazione: televisione, radio, stampa e internet.
I mass media hanno rivoluzionato davvero l’universo delle comunicazioni investendo anche la sfera privata degli individui, cambiando i loro saperi, le loro abitudini e il loro modo di pensare.
Ciò ha portato senza dubbio a dei vantaggi e a degli aspetti positivi, infatti tutti i paesi, anche i più lontani, sono messi in contatto tra loro e tutti gli individui hanno la possibilità di ampliare i loro spazi mentali.
Tuttavia vi sono anche dei fattori negativi: la massificazione culturale.
Venendo bombardati costantemente da notizie e opinioni che filtrano attraverso i mass-media, gli individui perdono la capacità di porsi criticamente nei confronti degli eventi, rischiando di pensare e di parlare con lo stesso linguaggio dei mass-media.
Tende quindi ad appiattire le identità degli individui, e quindi dei popoli, su modelli prestabiliti. Viene fornita così una pseudocultura inducendo a dei falsi bisogni che vengono presentati come indispensabili, anche a quei popoli che mancano dei primari beni di consumo. Per non rischiare di perdere le proprie radici è opportuno che ogni civiltà diventi più consapevole dei propri costumi e della propria identità culturale, al fine di non venire schiacciati da altre popolazioni più forti economicamente che impongono nel mondo il proprio modello.
Tutto ciò rientra nel più ampio processo di globalizzazione, termine chiave di fine novecento
e del nuovo millennio dove il mondo appare “interconnesso” come mai in precedenza sui maggiori aspetti della società mondiale: a livello culturale, economico e dell’informazione.
Mass media e globalizzazione
I paesi occidentali, con la loro potente economia, sono stati in grado di imporre i propri modelli anche in civiltà molto diverse dalla loro e meno sviluppate. Ciò è dovuto in parte alla politica economica delle multinazionali: si tratta di grandi società che hanno delocalizzato gli impianti industriali in tutto il mondo. grazie alle agevolazioni che i governi dei paesi più poveri hanno concesso e alla disponibilità di manodopera a basso costo.
Un caso eclatante è quello di un nota marca di bibite, tanto che si è parlato di “cocacolonizzazione” data la presenza dei suoi stabilimenti ovunque.
La globalizzazione non investe solo il mondo economico, ma anche quello culturale. Sotto questo aspetto un ruolo importante è giocato dai mass-media che forniscono un unico modello sociale a cui ispirarsi, soprattutto quello occidentale, non a caso si parla anche di globalizzazione dell’informazione...
Questo fenomeno è legato alla velocità di diffusione con cui attualmente si propagano le notizie e gli eventi della società contemporanea, i quali grazie agli alti livelli raggiunti dalla tecnologia hanno modo di diffondersi in tutto il mondo anche nello stesso momento in cui stanno accadendo, ad esempio la diretta dello sbarco sulla luna alla fine degli anni Sessanta, la Guerra del Golfo, il piccolo robot sceso su Marte nel 1997; tanto che queste ultime possono addirittura causare dei contraccolpi a livello economico, ad esempio, gli ultimi sconcertanti avvenimenti relativi all’attentato delle Torri Gemelle (Twin Towers a Manhattan) di New York negli Stati Uniti trasmessi in diretta TV, hanno avuto delle ripercussioni nelle borse di tutto il mondo causando un crollo di tutti i titoli azionari.
L'industria culturale e la cultura di massa
“Chi controlla gli schermi, programma la tua mente”, diceva Tim Leary parafrasando Marshall Mcluhan.
Sembra che negli USA siano 6 le compagnie che controllano lo schermo, e appena poche altre nel mondo. Nella maggior parte dei paesi vediamo che i mass media sono formati da oligopoli che si proteggono con progetti indipendenti che vogliono dividere la torta. Se a questo aggiungiamo che in gran parte del mondo si vedono abbondantemente le produzioni realizzate dai media statunitensi, ci rendiamo conto che viviamo nell’omologazione del messaggio comunicativo. La diversità e la multi-opzione sono generalmente un’illusione. Questo ci fa ricordare la definizione di inferno di Jean Baudrillard, la perdita della diversità, l’inferno è “la ripetizione dello stesso”.
Nel 1983 c’erano 50 compagnie che controllavano la maggior parte dei media negli USA, secondo il Media Reform Information, oggi esistono solo 6 grandi conglomerati di Big Media che detengono in forma esclusiva la potestà mediatica. La maggior parte delle persone non si ferma a pensare da dove vengono i messaggi che consumano e quali interessi servono. Negli USA il cittadino medio vede 153 ore di tv, intorno alle 5 ore al giorno fusi in un oppio elettronico che emana raggi catodici e mimetici di programmazione (vedi qui una lunga lista di effetti negativi sulla salute che ha la TV, scientificamente provati).
Le sei aziende che controllano i media negli USA sono Time Warner, Walt Disney, Viacom, News Corp (di Rupert Murdoch che controlla una buona parte dell’informazione in Australia e in Inghilterra), la CBS e NBC Universal (General Electric). Le aree che non controllano totalmente come la radio o internet, sono in procinto di essere acquistate anche dai quasi monopoli come Clear Channel che ha più di 100 stazioni radio negli USA o Google, Microsoft e Facebook che prendono buona parte della rete.
E’ impressionante come quasi tutto quello che vediamo proviene da una stessa fonte, che non è precisamente interessata a stimolare la mente delle persone affinchè pensino da sole e neanche a creare prodotti di qualità: loro stessi sono la concorrenza. I loro interessi sicuramente hanno più a che fare con la tutela dei loro clienti che pagano enormi quantità di soldi per pubblicizzarsi nei loro canali e soprattutto si potrebbe dire che il loro interesse principale è di mantenere le condizioni, in tutto il mondo, che permetta loro di rimanere sulla cima della piramide emettendo segnali con il loro grande occhio elettronico, producendo una narrazione che chiamano realtà.
Fonte: Oltre la coltre
LE 6 COMPAGNIE MONOLITICHE DEI MEDIA CHE CONTROLLANO QUASI TUTTO QUELLO CHE VEDIAMO
I mezzi di comunicazione di massa in sé non riuscirebbero a uniformare e divulgare una certa cultura di massa senza una o più organizzazioni che orientino l’informazione con determinati obbiettivi e funzioni… Quest’apparato organizzativo esiste e viene definito “Industria culturale”.
Con l’espressione “industria culturale”, nata nel secondo dopoguerra, si designa dunque un’organizzazione produttiva e distributiva di un particolare tipo di cultura, detta "cultura di massa”.
L’”industria culturale” comprende grandi apparati tecnico-organizzativi cioè case editrici, la televisione e ogni altro strumento di comunicazione che diffondono e commercializzano una cultura definita “seriale” adottando procedure “di serie” non dissimili da quelle caratteristiche della grande industria e il suo scopo è quello di fornire la più ampia informazione sui più svariati argomenti, capaci di suscitare l’interesse di ognuno.
Nella moderna società di massa è possibile immettere sul mercato merci di tipo culturale prodotte in serie e sulla base di politiche imprenditoriali sostanzialmente non dissimili da quelle di ogni altro settore economico; infatti nuove tecnologie e mezzi di comunicazione di massa permettono a équipe di professionisti di prevedere i gusti del pubblico: dalla fine del secolo scorso la produzione culturale, quindi, è un vero e proprio settore produttivo frutto di lavorazioni complesse il quale oggi in tutto il globo affianca economia e politica.
E’ nata quindi una vera e propria “Industria” che produce cultura, non diversamente dalla produzione di altre merci, su grande scala, non differenziando i prodotti l'uno dall'altro ma fabbricandoli, per esigenze di economia, tutti uguali, “in serie” appunto.
Nella produzione “in serie” due aspetti sono fondamentali:
Da un lato, ogni prodotto deve venir preparato sulla base di aspettative prevedibili, in modo
da trovare per quel prodotto il pubblico più esteso possibile; dall'altro lato c’è il continuo bisogno di novità, per poter rendere un prodotto competitivo sul mercato, come nel fenomeno della moda.
In questo tipo di produzione si nota una scomparsa dell’autore, che lascia il posto a un lavoro di squadra dato che non avevano più importanza le caratteristiche proprie del grande autore ma piuttosto le capacità organizzative, la familiarità con le tecnologie, la facilità a lavorare in gruppo.
I prodotti cinematografici, i telefilm a puntate, ogni interminabile telenovela, gli albi di fumetti a scadenza mensile e gli stessi prodotti multimediali sono infatti il risultato di politiche imprenditoriali basate su programmazioni e indagini di mercato volti alla commercializzazione di prodotti fruibili ed economicamente redditizi.
Quindi questo grande apparato organizzativo a cui partecipano tanto i “creatori” individuali quanto i coordinatori e gli organizzatori, come in qualsiasi altro ramo industriale, è ciò che produce quel che viene definita cultura di massa.
Essa si rivolge non a un pubblico selezionato composto di persone istruite, ma a uno più vasto e indifferenziato, per l'appunto di massa, e viene diffusa attraverso canali diversi: i libri, i fumetti, le riviste, i giornali, i programmi televisivi e quelli radiofonici, i film e i dischi. La cultura di massa si è evoluta in simbiosi con altri importanti fenomeni quali la diffusione dell'istruzione, la società dei consumi, lo sviluppo dell’industria, la democrazia politica e della comunicazione.
Caratteristiche della cultura di massa sono l’eclettismo, la semplicità del linguaggio, la semplificazione degli argomenti proposti, l’universalizzazione dei temi.
Tutto ciò contribuisce a formare un livello medio di pubblico e di cultura.
Il pubblico delle cultura di massa è per lo più passivo e non brilla per spirito critico. Da ciò consegue il conformismo che non è altro se non l’accettazione passiva, acritica e consuetudinaria delle idee e delle norme di comportamento della maggioranza.
Con l’avvento della cultura di massa e dei nuovi più efficaci mezzi di comunicazione è stato consentito
a larghe masse di accedere a consumi e stili di vita riservati in precedenza ai ceti benestanti, assistito
a un estendersi quantitativo e a un farsi progressivamente indistinto di strati sociali medi e inferiori, che sono venuti assumendo tratti culturali e modelli comportamentali tipici delle masse che partecipano attivamente alla produzione, alla distribuzione e al consumo dei beni, nonché alla
vita politica e culturale attraverso l’uso dei mezzi di comunicazione: La società di massa.
E la massa che la costituisce, non è che un insieme di persone non particolarmente qualificate, perché rappresenta l’uomo medio, che possiede qualità comuni e non si differenzia dagli altri uomini.
La trasmissione
delle
informazioni
Nella vita di tutti i giorni possiamo vedere nell’ambiente che ci circonda informazioni sotto forma di suoni o immagini. Queste informazioni possono essere trasformate in segnali elettrici.
Il componente elettrico che fa questa trasformazione è il trasduttore.
Due esempi di trasduttori sono il microfono, in grado di convertire le onde di pressione sonora in segnali elettrici, e la videocamera che permette la cattura di immagini bidimensionali in sequenza solitamente nella gamma visibile dello spettro elettromagnetico.
Una volta che queste informazioni sono state convertite in segnali elettrici possiamo trasmetterle per lunghe distanze e renderle disponibili a milioni di utenti.
Per trasmettere questi segnali si utilizzano degli apparati trasmessivi. I più tipici apparati trasmessivi sono le linee semplici, cavi coassiali o le fibre ottiche, ma possiamo trasmettere tutto anche tramite aria, da antenna a antenna.
Gli apparecchi, come la radio e la tv, che si basano sulla propagazione nello spazio di onde elettromagnetiche comunicano attraverso onde radio emesse da un'antenna trasmittente che si propagano nello spazio a una velocità molto prossima ai 300.000 km al secondo, e vengono captate da un'antenna ricevente, qui il segnale elettrico viene infine riconvertito nel suono originale.
Poiché in un'atmosfera uniforme le onde elettromagnetiche viaggiano in linea retta, le comunicazioni radio a lunga distanza dovrebbero essere impedite dalla curvatura della superficie terrestre; sono tuttavia possibili grazie alle proprietà della ionosfera di riflettere le onde radio.
L’apparato che copre una maggior area di comunicazione è il sistema satellitare. Esso ha il vantaggio di una facile installazione e di riuscire a coprire e mettere in comunicazione due aree metropolitane molto distanti tra loro.
La trasmissione via satellite ha rivoluzionato il mondo delle comunicazioni poiché ha permesso la trasmissione dei dati, dei programmi radio-televisivi e delle comunicazioni vocali in modo istantaneo su scala mondiale.
Le comunicazioni via satellite impiegano delle antenne ricetrasmittenti che lavorano alla frequenza delle microonde: una stazione situata a terra trasmette il segnale al satellite su una certa frequenza; il satellite, una volta ricevuto tale segnale lo trasla su un’altra frequenza e lo ritrasmette verso altre stazioni situate sempre a terra.
Vengono usate frequenze diverse per le trasmissioni da e verso il satellite in modo da evitare le interferenze reciproche tra i segnali.
Il segnale che il satellite ritrasmette verso terra può essere ricevuto da ogni stazione che si trovi all’interno del cosiddetto cono d’azione del satellite e che, ovviamente, sia sintonizzato sulla frequenza usata.
Oltre la grande capacità trasmissiva, il satellite presenta anche altre caratteristiche vantaggiose :
Ampia copertura geografica e capacità di raggiungere luoghi isolati o comunque difficilmente raggiungibili con altri mezzi
Il costo della comunicazione via satellite non dipende dalla distanza tra le stazioni terrestri
il cambiamento di comunicazione verso diversi destinatari si realizza facilmente e senza unità specifiche dedicate a questa funzione
Il satellite d’altra parte presenta anche degli svantaggi :
In primo luogo, a causa della sua ampia copertura geografica, tutte le stazioni di terra, situate nel cono d’azione , possono ricevere i segnali trasmessi, ciò comporta un grave rischio di intercettazioni di informazioni riservate; è per questo motivo che, soprattutto nelle comunicazioni satellitari si ricorre alla crittografia.
Ci sono poi problemi legati alle interferenze sul segnale per e dal satellite : tali interferenze possono essere dovute sia ad altre trasmissioni radio sia semplicemente all’azione dell’atmosfera terrestre, la quale, se soggetta a violenti temporali, può in effetti disturbare il segnale, sia alle cosiddette eclissi del satellite; che comportano perdite di potenza o disturbi dovuti ai venti solari.
Un altro problema sta nello spazio disponibile per mettere in orbita un satellite, l’orbita geostazionaria è troppo affollata di satelliti soprattutto sull’America e sull’Europa.
Le reti satellitari trovano oggi applicazioni in molti campi: della telefonia, nella telematica, nella navigazione marittima e del “web” e nel militare.
Ma per realizzare le trasmissioni dalla stazione ricevente verso il satellite e viceversa c’è bisogno di apparati di modulazione e demodulazione, questi apparati vengono chiamati Modem.
I modem derivano il proprio nome dalla loro funzione di MOdulazione e DEModulazione.
I modem in generale possono essere classificati secondo le loro funzioni principali (cioè la banda, il tipo di collegamento, a seconda della trasmissione, ecc.), la loro velocità, il tipo di linea, la tecnica di modulazione, il tipo di interfaccia, ecc…
Infine, i vantaggi di una connessione ad Internet via satellite sono evidenti in termini di banda e, quindi, di velocità nella ricezione ed invio di dati. In pratica, con una connessione satellitare abbiamo la possibilità di effettuare un collegamento diretto alle principali dorsali americane ed europee evitando i classici colli di bottiglia imposti dalle tradizionali connessioni via cavo.
I modem li ritroviamo anche nella vita di tutti i giorni quando ci colleghiamo ad Internet con un PC.
Televisione e Internet
Svariati sono i mezzi di comunicazione attraverso i quali ci sia la possibilità di “informare”.
Tra i più antichi mezzi di comunicazione c’è la stampa, che fin dall’antichità ha avuto la funzione di divulgare idee e cultura. Tutt’oggi, si articola in vari rami: libri di cultura, generale o specializzata, opere artistiche, fogli propagandistici o pubblicitari, riviste, giornali, quotidiani, mensili o settimanali, manifesti, ecc.
Altri sono i mezzi di comunicazione precedentemente analizzati, come la radio e il cinema, nati alla fine del XIX secolo che hanno rivoluzionato il modo di fare informazione e comunicare con la popolazione. Anche questi mezzi di comunicazione si sono sviluppati nel corso degli anni, ad esempio è sparita la forma di cinegiornale per l’avvento della televisione e si è affermato completamente la proiezione dei film come forma d’arte, e le radio ora sono prevalentemente pubbliche.
Essenzialmente la varie emittenti radiofoniche, che possono essere nazionali o locali, si dividono in due gruppi: le radio generaliste, che hanno contenuti e programmi di varia natura e le radio tematiche. Fra le radio tematiche, hanno conosciuto un successo straordinario le radio tematiche musicali, che trasmettono musica di ogni tipo.
Importantissimo mass media che ha cambiato radicalmente il mondo delle comunicazioni e il “modo” di concepire la comunicazione è la televisione.
Nata intorno alla metà del novecento la televisione si espanse in maniera spropositata e immediata in tutto il mondo occidentale e che offriva le potenzialità del cinema, ma a portata di mano e nella propria casa.
Ma la televisione, anche se innovativa in confronto ai precedenti mezzi di comunicazione, non era ancora un mezzo di comunicazione con cui poter interagire.
Questa possibilità fu offerta dalla “ragnatela mondiale” di Internet. Accessibile dai privati cittadini dall’inizio degli anni novanta Internet conoscerà un enorme successo e, parallelamente, una sempre maggiore evoluzione verso quell’idea di “villaggio globale” che vede l’intero globo connesso.
Ci sono nuove forme di mass media derivanti da internet o che si rifanno ad esso; la stessa radio trova grandi vantaggi trasmettendo via internet: una migliore qualità e “visibilità”; mezzi di comunicazione evolutesi grazie a internet sono: Siti web, Social Network, Gruppi di discussione (forum, news, Blog), Blog e Telefonia mobile, per le applicazioni evolute e che dispongono di connessione a internet.
I mezzi di comunicazione di massa
Indubbiamente la televisione possiede dei pregi: telegiornali e reportage ci tengono costantemente informati su fatti in scala nazionale e internazionale, stando comodamente seduti a casa.
In secondo luogo, provoca confusione tra il mondo della realtà con quello della finzione: non è raro assistere ad episodi sconsiderati in cui le persone si cimentano in atteggiamenti al limite della follia, come sfrecciare con l’auto in città o addirittura lanciarsi da qualche edificio o infrastruttura.
D’altra parte, non si possono ignorare i difetti di questo mass media. In primo luogo, intontisce, e ciò lo dimostrano persone che hanno subito lesioni cerebrali, seppur lievi, provocate da un’eccessiva visione del teleschermo.
Parallelamente a questo problema, vi è quello dell’idolatria verso dei personaggi famosi, i cosiddetti “vip”. Questo fenomeno è sempre più frequente fra i giovani, desiderosi di emulare i propri beniamini, giungendo a vestirsi e comportarsi come loro.
Un altro aspetto negativo della TV è quello di allontanare da altri interessi: recenti studi affermano che per 7 italiani su 10 il televisore costituisce il principale piacere quotidiano. Ciò è dovuto alla dipendenza che essa provoca, fuorviando le persone da hobby più utili e costruttivi, come quello di uscire con gli amici o leggere un buon libro.
La televisione è uno dei beni di consumo più caratteristici delle società di massa contemporanee. Uno strumento dotato di grandissime potenzialità, sempre oggetto di competizioni politiche per il suo controllo, la cui diffusione capillare in ogni angolo del mondo ha svolto un ruolo decisivo per l’omologazione dei gusti e dei bisogni, come per la conoscenza degli stili di vita del mondo occidentale.
Oggi si può dichiarare senza indugi che la televisione è il principale strumento di intrattenimento. La vera essenza del mezzo televisivo, che era quello di informare, è stata ormai superata da programmi comici o reality, volti soltanto a rilassare la gente; la massiccia messa in onda di questi provoca, oltre ad un misero arricchimento culturale, una vera e propria dipendenza alla TV, paragonabile al vizio del fumo.
In più, programmi come documentari e approfondimenti politici e sociali permettono l’apprendimento di fatti ed episodi che aiutano a comprendere come gira il mondo.
Inoltre non si può ignorare il fattore “divertimento”: la televisione distoglie e distrae dai problemi quotidiani e per i più piccoli risulta essere un piacevole svago.
Infine, una delle prime cause del consumismo odierno che caratterizza i Paesi industrializzati è il bombardamento della pubblicità. Continuamente presenti nelle trasmissioni di programmi, gli spot vengono concepiti sempre più attraenti da menti esperte che li affiancano a degli slogan difficili da dimenticare, persuadendo a comperare il prodotto.
Pregi e difetti
LA TV-SPAZZATURA? TUTTI LA CRITICANO, TUTTI LA GUARDANO
Perché ci poniamo davanti al teleschermo, nonostante gli attuali palinsesti ci propongano programmi senza grande spessore? Ha senso sacrificare la qualità a vantaggio dell'audience? E poi, altra questione: si può ancora considerare una risorsa educativa la televisione?

Vi siete mai chiesti perché guardiamo la tv? Forse, prestando qualche minuto del nostro preziosissimo tempo a riflettere su ciò, difficilmente troveremmo una risposta.
Il punto è che, l’interrogativo, nasce spontaneo qualora ognuno di noi si ponga davanti al teleschermo anche per un tempo molto breve.
Ebbene, dati i programmi che di frequente ci propongono i palinsesti delle nostre reti televisive, statali o private che siano, viene voglia di rispondere: “non so, ma è il caso di smettere subito!”
Non è a questo tipo di intenzione che vogliamo condurvi di certo, che costituirebbe fra l’altro riflessione e comportamento eccessivamente catastrofici; semplicemente si vuole fare il punto su una situazione che talvolta risulta avere superato il limite, che altre volte tende a banalizzare anche la parte buona di sé, a minimizzare quelle onde di positività nel mare di una programmazione televisiva tipicamente poliedrica.
La cosa più grave e preoccupante è che la cosiddetta tv-spazzatura ha un vantaggio non indifferente per chi la “produce”: rende molto in termini di ascolti. Ed è questa una delle cause; infatti, nella guerra degli ascolti, di frequente, la qualità va a perire in favore dell’audience.
Il discorso è controverso, se lo analizziamo illogico, eppure tutti criticano i reality-show, ma tutti, vuoi per piacere vuoi per curiosità, li guardano. E questo accade anche per tanti altri varietà o programmi di ipotetico intrattenimento, talk show e quant’altro.
Tale martellamento mediatico non ci risparmia inoltre spot che si colorano di non-senso e atteggiamenti che invitano al consumismo e ad un’idea distorta di benessere e di bellezza, che impongono, sotto forma di valori, ideali che valori non sono. Tutto ciò entra ogni giorno nelle case della gente senza che nessuno se ne accorga e, fatto quanto più rilevante, che lo abbia scelto.
Un tempo si diceva, o meglio si credeva, che la televisione fosse strumento utile, che educasse quel popolo di ascoltatori che ne diveniva fruitore. Ed oggi? Si potrebbe pensare che per le ragioni appena illustrate, la televisione non abbia più la sua preziosa pubblica utilità.
Non è proprio così, anzi è proprio l’esatto contrario!
Quella piccola scatola parlante, riposta ai giorni nostri in tutte le case e talvolta anche nei locali pubblici, continua, anche nel terzo millennio, ad educare i suoi spettatori e, quindi, ad occupare uno spazio nettamente significativo.
Sì, perché anche quando trasmette un messaggio, per così dire, negativo, la televisione sortisce grandi effetti su quanti la guardano.
Se si chiede a molte adolescenti qual è il loro sogno nel cassetto, gran parte di queste, così come hanno fatto in seguito a sondaggi o interviste varie, rispondono che sognano di diventare veline.
Si pensi ai modi di dire che costanti e prepotenti entrano nel linguaggio comune, frutto di un altro tipo di linguaggio che è il meta-linguaggio che possiede quel contenitore che, apparentemente, si presenta come un semplice elettrodomestico. Una dialettica sottile, nascosta, che riesce a celare significati dietro altri, che lancia messaggi, i quali divengono mezzo d’istruzione, un’istruzione diversa, al di fuori dei canoni tradizionali, ma più forte proprio di quest’ultimi.
La sfacciataggine è oggi intesa nei termini di bravura e furbizia, la stupidità è sinonimo di divertimento. Questa non è secondo voi educazione?
Nonostante spesso si perdano le attenzioni per le dinamiche, le problematiche, le esigenze della vita quotidiana degli spettatori, presso le quali i messaggi televisivi imperversano, invadendone a volte le specifiche dimensioni, dobbiamo, comunque, porre l’accento sulle buone trasmissioni, che instaurano una relazione specifica tra chi la tv la fa e chi la riceve.
Fortunatamente vanno ancora in onda programmi culturali, rotocalchi pomeridiani che affrontano temi importanti o anche “leggeri” ma con quel tocco di buon gusto e con una sufficiente dose di occhio critico, che di tanto in tanto abbiamo anche il “privilegio” di poter seguire un bel film o una fiction intelligente.
Insomma, siamo onesti, non sempre è tutto da buttare, magari certe volte il problema è che, anche ciò che c’è di buono viene de-contestualizzato, anche ciò che è giusto, forse proprio perché lo è, viene fatto scivolare con indifferenza e con magistrale disinvoltura.
Nell’epoca dell’apparire, che diviene dunque, per chi della televisione ne è protagonista, sinonimo di reale esistenza, dove i suoi spettatori, soprattutto se piccoli, si tramutano in spugne esposte ad assorbire quanto passa per il teleschermo, già una semplice riflessione critica e problematica, da parte di noi che osserviamo, su quanto entra quotidianamente nelle nostre vite, basterebbe a segnare l’inizio di una consapevolezza e di un’attenzione non solo a ciò che va in onda, ma anche, ed in particolar modo, al nostro più o meno immediato futuro.

di Ada Fichera
Pregi
Difetti
Nei primi anni Novanta le informazioni disponibili sulla rete Internet (di tipo multimediale e con una concezione ipertestuale, cioè senza una sequenza rigida tra le diverse informazioni) divennero accessibili a un numero sempre maggiore di utenti, a loro volta in grado di arricchire la quantità di informazioni presenti sulla rete.
Nell'ultimo decennio del XX secolo l'avvento di internet ha segnato l'inizio di un'era in cui ogni individuo ha la possibilità di esporre il suo pensiero con una scala paragonabile a quella dei mass media. Per la prima volta chiunque abbia un sito web può indirizzare un pubblico globale.
Da allora sono passati solo alcuni anni, ma è come se ne fossero trascorsi molti di più. Gli utenti continuano ad aumentare con progressione geometrica stracciando regolarmente tutte le previsioni. Con lo sviluppo del World Wide Web, dal 1994 in poi, centinaia di migliaia di aziende si sono gettate su Internet attirando milioni di utenti che a loro volta stanno coinvolgendo altri milioni di aziende.
Questo boom è dovuto soprattutto grazie alla semplicità di utilizzo, e ai tanti vantaggi che internet da al navigatore. Infatti per collegarsi ad Internet occorre munirsi di un PC, di un modem, di un programma di comunicazione.
Tra i vantaggi emerge la possibilità di ottenere informazioni di qualsiasi tipo nel minor tempo possibile; l'opportunità di scambiare idee e messaggi con persone di paesi diversi; si può discutere di svariati argomenti (non solo prettamente scolastici o lavorativi, ma anche inerenti ai divertimenti, agli hobby, allo sport, alla cultura, alla musica, ecc.).
Inoltre, l’arrivo di internet, ha permesso di sviluppare ancora di più il mondo del lavoro, infatti sono stati creati tantissimi nuovi posti di lavoro, facilitando anche il lavoro di tante altre persone con l’introduzione del telelavoro.
Il telelavoro è un’attività volta a prestazioni elastiche, effettuata in luogo lontano dalla propria sede di lavoro, e che usa le tecnologie dell’informatica per interagire con l’azienda.
Di importanza strategica per la fortuna di internet è stato il commercio nel web. Esso permette il lancio su scala mondiale e consente l’ingresso di enormi potenze commerciali, correlato ad una crescita di utenti. Riguardo al fattore economico, il web risulta essere un mezzo semplicissimo per la vendita, online o tramite altri meccanismi.
Nella rete possiamo trovare una sorgente di informazione pressoché illimitata; i messaggi sono presenti sempre, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, e il potenziale cliente non è più obbligato a subire una pubblicità passiva, come quella su riviste o in tv, ma è lui stesso ad essere interessato e a visitare il sito dell'azienda che offre il prodotto.
Ma non solo per il commercio, e per lo svago, infatti internet può essere considerata anche come fonte collegata allo studio. I vantaggi sono rappresentati dalla collaborazione tra scuole, persone ed enti che si incontrano in rete (ciò comporta scambi di idee, di informazioni, ecc.), dalla partecipazione attiva degli studenti che possono creare proprie pagine web, dall'immediatezza della ricerca degli argomenti e dalla comodità di poter accedere ad Internet anche direttamente da casa, dalla possibilità di approfondire gli argomenti svolti a scuola ed infine dal continuo aggiornamento delle notizie anche dall'estero.
Purtroppo, però la rete non è solo ricca di aspetti positivi, infatti sono anche parecchi gli aspetti negativi. Infatti internet da una maggiore libertà all’illegalità, permette infatti lo sviluppo di tantissimi settori legati a questo problema, dalla contraffazione di programmi, all’hackeraggio.
Un altro aspetto negativo è rappresentato dai siti pericolosi o/e vietati ai minori come ad esmpio la pornografia, che continua ad essere un grandissimo pericolo sociale al punto da proporre, in America, un progetto che vorrebbe impedire la circolazione su Internet di testi definiti "osceni, lascivi, sporchi o indecenti".
Ma uno dei più gravi, e che ha creato tantissime paure, è il problema di internet legato alla pedofilia, infatti a causa di questa rete, che ha permesso ancora più facilmente il contatto tra pedofili e bambini, il problema sta assumendo di giorno in giorno dimensioni più elevate e incontrollabili.
In fine uno dei problemi di maggior preoccupazione è legato ai giovani i quali diventano sempre piu dipendenti da internet e da tutto ciò che comporta (Social network, giochi d’azzardo, Shopping online ecc…).
Internet e i giovani: quali sono le nuove dipendenze?
Secondo l'ultima indagine condotta dall'Osservatorio dei minori in collaborazione con la regione Toscana ,gli adolescenti trascorrono dalle 6 alle 7 ore al giorno davanti al computer. Drogati di internet i giovani trascorrono ore ed ore davanti ai social network come Facebook e Twitter, a visualizzare siti per fare shopping on-line ma anche e soprattutto impazziscono per il gioco d’azzardo e per i siti pornografici.
Cambiano dunque le dipendenze dei giovani e meno giovani.
Secondo il rapporto, su circa 4.800 utenti seguiti nel 2011 dai Sert di Firenze e provincia, rimangono comunque i tossicodipendenti (quasi 2.900), gli alcolisti (1.300) e i tabagisti (oltre 300) i casi più frequenti, ma aumentano i soggetti che soffrono di dipendenze provenienti dal web.
Ad esempio, le dipendenze dal gioco d'azzardo e in particolar modo del poker on-line, sono aumentati: dai 128 casi seguiti nel 2010 si è passati ai 159 nel 2011.
E' proprio quest'ultimo a preoccupare in questo momento i Sert. Oltre dunque alle macchinette di poker, sono i gratta e vinci e i win for life le nuove mete degli scommettitori accaniti.
Di questi, il 76% sonouomini uomini, il restante 24% donne. Per quanto riguarda l'età si trovano soprattutto quarantenni, sposati, perlopiù lavoratori dipendenti, ma non solo: molti infatti sono i giovani poco più che ventenni.
La relazione 2011 al Parlamento in materia di dipendenze fatta dal dipartimento nazionale antidroga del ministero, stima i giocatori patologici siano l’12% della popolazione adulta e addirittura il 35% degli adolescenti. In Toscana nel 2010 la spesa per il gioco legale è stata di 3,4 miliardi di euro, ciascun fiorentino ha speso in media qualcosa come 888 euro.
Le conseguenze purtroppo si ripercuotono nella vita di tutti i giorni: molti infatti oltre a perdere migliaia di euro in poche ore, si indebitano o nel peggiore delle ipotesi ricorrono a prestiti, non sempre legali, per continuare a giocare.
Internet con gli anni è riuscito a imporsi anche per altri tipi di dipendenze che prima appartenevano esclusivamente al mondo "reale": lo shopping e il sesso.
Per quanto riguarda lo shopping sempre più persone ricorrono a quello on-line poichè più rapido e sempre accessibile. Purtroppo però la maggior parte di essi si trasformano in consumatori "selvaggi". Lo shopping compulsivo infatti è passato dai 27 casi del 2010 ai 35 nel 2011.
Questa patologia colpisce soprattutto le donne, trentenni, single che trovano sfogo al loro stress nelle compere. Non mancano casi limite come signore che rubano nei negozi poichè impossibilitate a comprare tutto ciò che desiderano o ancora che comprano fino a 14 paia di scarpe contemporaneamente.
Negli ultimi anni i siti web che favoriscono incontri virtuali e non, sono cresciuti in modo esponenziale. Oltre ai classici social network, molta importanza per i giovani assumono i siti pornografici.
Ai filmati, visualizzati da persone anche di minore età, si trovano annunci di ogni tipo e per ogni tasca. Al classico incontro visivo si aggiungono, e a volte sostituiscono, incontri via web camera.
Di solito questi siti sono gestiti direttamente da ragazze molto giovani che per spogliarsi in diretta richiedono ricariche telefoniche o poche decine di euro.
Patologie dunque che colpiscono qualsiasi fascia d'età e qualsiasi status sociale.
Dai raccconti degli operatori emergono dunque situazioni limite: anziani che spendono l'intera pensione in gratta e vinci, casalinghe che sperperano i loro risparmi nel Lotto e Superenalotto, disoccupati e liberi professionisti che passano ore ed ore davanti al computer.
Un problema dunque non solo personale ma soprattutto sociale.
Molti dunque le iniziative per esortare i giovani a non cadere nella trappola del vizio, sia esso di gioco o altro.
La prevenzione è uno strumento importante affinchè i giovani e meno giovani capiscano i reali rischi del gioco senza regole. "Sì al gioco ma con moderazione" è uno dei tanti slogan che campeggiano su tutte le pubblicità che sponsorizzano i giochi. Giocare dunque è bello ma mai esagerare.
La cosa più grave e preoccupante è che la cosiddetta tv-spazzatura ha un vantaggio non indifferente per chi la “produce”: rende molto in termini di ascolti. Ed è questa una delle cause; infatti, nella guerra degli ascolti, di frequente, la qualità va a perire in favore dell’audience.
Il discorso è controverso, se lo analizziamo illogico, eppure tutti criticano i reality-show, ma tutti, vuoi per piacere vuoi per curiosità, li guardano. E questo accade anche per tanti altri varietà o programmi di ipotetico intrattenimento, talk show e quant’altro.
Tale martellamento mediatico non ci risparmia inoltre spot che si colorano di non-senso e atteggiamenti che invitano al consumismo e ad un’idea distorta di benessere e di bellezza, che impongono, sotto forma di valori, ideali che valori non sono. Tutto ciò entra ogni giorno nelle case della gente senza che nessuno se ne accorga e, fatto quanto più rilevante, che lo abbia scelto.
Un tempo si diceva, o meglio si credeva, che la televisione fosse strumento utile, che educasse quel popolo di ascoltatori che ne diveniva fruitore. Ed oggi? Si potrebbe pensare che per le ragioni appena illustrate, la televisione non abbia più la sua preziosa pubblica utilità.
Non è proprio così, anzi è proprio l’esatto contrario!
La pubblicità e i messaggi subliminali
La pubblicità, in modo particolare negli ultimi anni, è diventata una smisurata risorsa economica a qualsiasi livello di comunicazione di massa. Infatti, i metodi per far arrivare la miriade di messaggi alle masse sono frutti di strategie sempre più sofisticate ed affinate, di carattere: psicologico, industriale e di penetrazione nel tessuto sociale allo scopo di influenzare i comportamenti, le culture e le idee di noi tutti destinatari.
L’industria consumistica si affida ai messaggi pubblicitari per propagandare i propri prodotti e servizi.
Gli aspetti fondamentali della pubblicità sono il linguaggio e la forma, con il quale attira e cerca di convincere il possibile consumatore; e lo fa con un linguaggio: diretto, allo scopo di non informare solamente, ma di convincere l’utente; sintetico, con frasi anemiche e ritagliate di quelle fogge utili per creare discorsi completi e corretti nelle loro forme grammaticali, accattivante per attirare l’attenzione del pubblico e persuaderlo nelle direzioni volute.
Nelle pubblicità notiamo dell’espressioni linguistiche poco consone se non addirittura scorrete grammaticalmente, ad esempio frequenti ricorsi ai superlativi come”altissima, purissima, lievissima”; o uso di parole “macedonia” come “fissa-morbido”, “mangia-bevi”; bisticci lessicali come “naturalmente naturale”; o prefissi che sembrano rafforzare le qualità come “ultraveloce”, “superlegno”, “extraforte” o frasi in lingue straniere “your car”, “relax for you”, ecc..., che ricordano un po’ l’inimitabile stereotipo americano.
Questo tipo di messaggi possono nascondere un potenziale persuasivo molto elevato grazie ai così detti, messaggi subliminali: Informazioni che vengono percepite in maniera inconscia dal nostro encefalo, in particolare dal sistema limbico, che collegandolo a emozioni e ricordi influenza il nostro pensiero alla vista del messaggio pubblicitario.
Un tentativo di condizionamento si dice subliminale nel momento in cui non è avvertibile in maniera cosciente; bensì solo al livello del nostro subcosciente. In altri termini capita che, senza sapere per quale motivo, si finisca col desiderare ciò che viene propagandato. Capita infatti che non si abbia la possibilità di filtrare con il raziocinio ciò che ci viene comunicato; perché quello che viene dettato al nostro subcosciente, tende ad essere catalogato come “vero” e “desiderato” dal nostro cervello.
I messaggi subliminali possono essere di due tipi: visivi o uditivi.
Uno dei primi condizionamenti subliminali video di cui si abbia notizia venne realizzato, nei primissimi anni cinquanta, per squallidi motivi commerciali, dalla Cocacola: nelle sale cinematografiche venivano proiettati film che, ad intervalli di cinque minuti, erano interrotti da un unico fotogramma raffigurante una bottiglia di cocacola.
Ora, l’occhio umano può percepire solo immagini impresse su almeno 12 fotogrammi di pellicola cinematografica; pertanto gli spettatori non si accorgevano affatto delle interruzioni in discorso;
ciò nonostante il consumo di cocacola in tali sale cinematografiche aumentò di circa il 39%. Infatti se era vero che consciamente nessuno aveva percepito la pubblicità, era altrettanto vero che il subconscio degli spettatori aveva generato negli stessi un fortissimo desiderio di bere cocacola.
Quando la cosa si seppe, le unanimi proteste dei consumatori determinarono la proibizione di tutti i messaggi subliminali video in molti stati occidentali (ma non negli Stati Uniti d’America), e ciò determinò una riduzione dell’utilizzo di tali messaggi, che vennero comunque utilizzati successivamente, anche a causa del fatto che pochissimi paesi si sono realmente impegnati nel combattere tali forme di violenza alla coscienza.
Per quel che concerne i messaggi subliminali audio a scopo commerciale, nel 1978, capitava che nei supermercati americani, per ridurre i furterelli (cioè il cosiddetto “taccheggio”) i proprietari si fossero ingegnati a trasmettere negli altoparlanti delle frasi registrate ad un volume troppo basso per essere percepito da un orecchio umano ed accompagnate da un’accattivante musichetta. Tali frasi ripetevano, testualmente: “io non rubo!, sono onesto!; io sono onesto!, non rubo!”.
Le frasi in discorso erano, come detto, registrate a volume bassissimo, e pertanto incomprensibili all’orecchio dell’ascoltatore; ma non al suo subconscio: infatti il taccheggio si ridusse di circa il 36 per cento.
Anche in questo caso l’esperimento non ebbe vita facile: una legge venne ben presto realizzata in Italia, come in molti altri stati per impedire tali forme di condizionamento subliminale. Tuttavia, la realtà delle cose dimostra, inconfutabilmente, che dette leggi non sono state applicate mai.
Pertanto il condizionamento subliminale, soprattutto audio, non ha mai cessato d’imperversare in tutti i campi nei quali è stato possibile utilizzarlo (persino nei videogiochi se n’è fatto abbondante uso).
I mass media e la società moderna
Mass media e globalizzazione

L’industria culturale e la cultura di massa

La trasmissione delle informazioni

I mezzi di comunicazione di massa
Tesina d'esame:
I MASS MEDIA

Candidato:
Taboubi Mohamed Alì

Classe: 5^A
Corso: Informatica
A.S. 2012/2013
Istituto Tecnico Industriale Statale
"G.Marconi"
Fine
La propaganda

Il fascismo:
La ricerca del consenso
La radio e l’istituto Luce
L’immagine del fascismo
Il Duce

Il nazismo:
Ministero per la cultura popolare e la propaganda
Una feroce censura
La paura come arma
La propaganda di stato
Una propaganda per più obiettivi
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