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IL MITO DI ORFEO ED EURIDICE

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by

laura cioccarelli

on 23 February 2015

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Transcript of IL MITO DI ORFEO ED EURIDICE

Orfeo ed Euridice
Lo studio del mito attraverso i secoli
Vi è un mito, che racconta di un eroe che riesce ad entrare vivo nell’oltretomba per riportare in vita la sposa che la morte gli aveva strappato.
L’impresa però non riesce. Orfeo, questo è il nome dell’eroe, doveva rispettare un patto: non voltarsi mai a guardare il volto della donna amata tutto il cammino verso la luce. Orfeo però, quando il viaggio si era quasi concluso, si volta.

Quale fu la causa di tale sconsiderato gesto?

IL MITO DI ORFEO ED EURIDICE
PLATONE
APOLLONIO RODIO
PUBLIO OVIDIO NASONE
PUBLIO VIRGILIO MARONE
Sulmona 43 a.C.- Tomi 18 a.C.
DANTE
Firenze1265- Ravenna 1321
Dante nomina una volta sola Orfeo: lo scorge insieme agli altri poeti antichi, nel limbo (Inf. IV 140).
Ma in tutta l’opera dantesca è assente il mito di Euridice.
Dante, al contrario di Orfeo, con la sua poesia è riuscito ad andare nell’oltremondo, dove ha ritrovato Beatrice, e l’ha resa immortale.
Entrambi però sono mossi dal medesimo impulso: far rivivere l'amata con il proprio canto.

"Ahimè, Orfeo, chi ci ha perduti, quale follia? Senza pietà il destino indietro mi richiama e un sonno vela di morte i miei occhi smarriti. E ora addio: intorno una notte fonda mi assorbe e a te, non più tua, inerti tendo le mani"
[parla Euridice]

Virgilio, Georgiche



La vista mia, che tanto lei seguio
quanto possibil fu, poi che la perse,
volsesi al segno di maggior disio,

e a Beatrice tutta si converse;
ma quella folgorò nel mio sguardo
sì che da prima il viso non sofferse;
e ciò mi fece a dimandar più tardo.
[parla Dante]

Dante, Divina Commedia, Paradiso, terzo canto



Gli sguardi che Orfeo e Dante si scambiano con le loro amate sono dissimili e hanno conseguenze opposte.
Lo sguardo di Orfeo uccide Euridice, quello di Dante invece rende Beatrice lucente e radiosa.

Andes 70 a.C. - Brindisi 19 a.C.
Atene 428/328 a.C.
«Orfeo invece, figlio di Eagro, lo fecero tornare indietro dall'Ade senza risultato,
mostrandogli soltanto una
immagine
della sua donna,
per la quale aveva compiuto il viaggio, ma non concedendogliela,
perché, da suonatore di
cetra
quale era, era apparso piuttosto
vile
,
e non aveva osato, in virtù del proprio amore, morire come Alcesti,
ma aveva escogitato un
espediente
per penetrare vivo nell'Ade.
Per queste ragioni gli fecero pagare lo scotto e
disposero che la sua morte avvenisse
ad opera di donne
, non certo nella maniera con cui onorarono Achille, figlio di Teti [...]»

Simposio
POLIZIANO
ROBERT BROWNING
Camberwell 1812 – Venezia 1889
But give them me, the mouth, the eyes, the brow!
Let them once more absorb me! One look now
Will lap me round for ever, not to pass
Out of its light, though darkness lie beyond:
Hold me but safe again within the bond
Of one immortal look! All woe that was,
Forgotten, and all terror that may be,
Defied,—no past is mine, no future: look at me!

L’unico tempo di Euridice : il presente della passione.

Euridice che piena autocoscienza e con tono esclamativo marca la forza insopprimibile, e totalmente umana, del suo desiderio.

La forza del desiderio di Euridice è espressa dall’uso ripetuto dell’imperativo, dalla richiesta di vivere un attimo di amore nella consapevolezza di non avere più né passato, né futuro.

Sì,
dammi
la bocca, gli occhi, la fronte,
e insieme mi prendano ancora – un solo sguardo
ora mi avvolgerà per sempre
per non uscire mai dalla sua luce,
anche se fuori è tenebra.
Tienimi
sicura, avvinta
al tuo sguardo eterno. Le pene
d’un tempo, dimenticate, e il terrore
futuro, sfidato – non è mio
il passato né il futuro –
guardami
!
EURYDICE TO ORPHEUS: A PICTURE BY LEIGHTON
RAINER MARIA RILKE
Praga 1875 - Montreux 1926
In testa l’uomo snello in manto azzurro,
guardando innanzi muto e impaziente
divorava la strada col suo passo
a grandi morsi senza masticarla. Gravi, chiuse,
dalle pieghe del manto pendevano le mani,
dimenticata ormai la lieve lira
ch’era incarnata nella sua sinistra
come tralci di rosa nel ramo dell’ulivo.

Ma ella andava alla mano di quel dio,
e il passo le inceppavano le lunghe bende funebri,
incerta, mite e senza impazienza;
chiusa in sé come un grembo che prepari una nascita,
senza un pensiero all’uomo innanzi a lei,
né alla via che alla vita risaliva.
Chiusa era in sé. E il suo essere morta
la riempiva come una pienezza.
Come d’oscurità e dolcezza un frutto,
era colma della sua grande morte,
così nuova che tutto le era incomprensibile.

E quando il dio bruscamente
fermatala, con voce di dolore
esclamò: Si è voltato -,
lei non capì e in un soffio chiese: Chi?
Ma in lontananza - oscuro contro la soglia chiara -
qualcuno in volto non riconoscibile
immobile guardava
la striscia di sentiero in mezzo ai prati
dove il dio messaggero, l’occhio afflitto,
si voltava in silenzio seguendo la figura
che per la via di prima già tornava,
e il passo le inceppavano le lunghe bende funebri,
incerta, mite e senza impazienza.

ORFEO, EURIDICE, HERMES
“Primo fra tutti voglio cantare Orfeo, che la musa Callìope,
si racconta, partorì presso il monte Pimpleo,
unita in amore con il trace Eagro.
E dicono che l'armonia del suo canto ammaliasse
le dure pietre dei monti e le correnti dei fiumi.
E le querce selvagge - a ricordo di quel canto -
ancora oggi sulla sponda di Zone in Tracia fioriscono
in filari ordinati, perché un tempo, incantate dalla cetra, scesero dalla Pieria in lunghe file.”

(I libro)

Alessandria d'Egitto, 295 – 215 a.C.
Argonautiche IV 891-919 – Le Sirene

Stridulo vento portava la nave: avvistarono a un tratto
l’isola Bella-di-Fiori, mirabile, dove le figlie
dell’Acheloo, le sonore Sirene abitavano, ai canti
scaltri piegando chiunque gettasse una cima nei pressi.
Le partorì la graziosa Terpsícore, lei, una Musa,
che ad Acheloo s’era unita di letto, e si presero cura
della temibile e ancora illibata figlia di Deo,
sempre cantando all’unisono: ed erano allora, a vedersi,
simili in parte agli uccelli, in parte a fanciulle gentili,
stavano sempre sul lido di facile ormeggio in attesa,
spesso toglievano a molti il ritorno dolce di miele,
presili di struggimento.

Effondevano dalle labbra
senza fatica la voce soave, e così dalla nave
erano pronti gli eroi a gettare a riva una cima:
ecco che Òrfeo di Tracia, il figlio di Èagro, in quella,
tesa come ebbe la cetra dei Bístoni con le sue mani,
fece trillare la svelta armonia d’un agile canto,
sì che le orecchie echeggiassero, al suo tumultuoso ritmare,
di quel tinnio: sulla voce di vergini vinse la cetra,
zefiro sorse da poppa e poi l’onda fervida d’echi:
prese la nave, e le vergini effusero vano gorgheggio.
Solo però fra i compagni il buon figlio di Teleonte,
Bute, saltò giù nel mare dal lucido scalmo balzando,
vinto in cuor suo dalla voce armoniosa delle Sirene,
fra il ribollire del flutto nuotò, per poterle accostare,
misero! Subito allora gli avrebbero tolto il ritorno:
ma impietosita di lui, quella dea che in Erice regna,
Cipride, lo sollevò fra i vortici, corse a salvarlo,
l’assisté amica, innalzandolo al vertice di Lilibeo.
Il testo:
Nella elaborazione di Ovidio, la figura di Euridice è solo un'ombra muta. È Orfeo l'unico protagonista che commuove col canto tutto e tutti, mentre Euridice riesce appena a pronunciare un addio, così flebile da essere a fatica percepito. L'assenza di dialogo tra i due amanti sottolinea la barriera invalicabile tra il mondo dei morti e quello dei vivi. Orfeo per Ovidio è il “poeta” e come tale è simbolo del valore della poesia, della sua capacità di controllo sul mondo.


Il discorso di Orfeo:
Il discorso di Orfeo ha due punti di forza: la forza dell'amore che non accetta la perdita e la morte prematura.
Quando Orfeo canta tutte le anime che popolano l'inferno si commuovono e piangono, persino il re e la regina degli Inferi che quindi concedono la grazia e chiamano Euridice.

"La ragione del mio viaggio è mia moglie, nel cui corpo una vipera calpestata ha iniettato veleno troncandone la giovane esistenza. Avrei voluto poter sopportare, e non posso dire di non aver tentato. Ma Amore ha vinto! È questo un dio ben noto lassù, sulla terra; se anche qui, non so, ma spero di sì; e se non è menzogna quanto si narra di un antico ratto,anche voi foste uniti da Amore. Per questi luoghi paurosi, per i silenzi di questo immenso regno dell'abisso, vi prego, ritessete il filo prematuramente spezzato della vita di Euridice!
Tutti quanti vi spettiamo di diritto e dopo un breve soggiorno di sopra, presto o tardi, ci affrettiamo verso questa sede, che è la stessa per tutti. Qui tutti siamo diretti, questa è l'ultima nostra dimora, e il vostro dominio sul genere umano non ha poi più fine. Anche costei sarà vostra quando avrà compiuto fino in fondo il giusto percorso della sua vita: vi prego solo di ridarmela in prestito. Ma se il destino mi nega questa grazia per la mia consorte, io non voglio riandarmene, no. Così godrete della morte di due!"
Orfeo riceve un ordine, non guardare Euridice prima dell'arrivo in superficie.


" Orfeo del Ròdope la prese per mano, e insieme ricevette l'ordine di non volgere indietro lo sguardo finché non fosse uscito dalla vallata dell'Averno.14 Vana altrimenti sarebbe stata la grazia."



Perchè trasgredisce?
non per demenza o furore, ma per
eccesso d'amore
. Si volta perché teme che scompaia negli inferi e perché brama di rivederla.


" E ormai non erano lontani dalla superficie, quando, nel timore che lei riscomparisse, e bramoso di rivederla, egli pieno d'amore si voltò. E subito essa riscivolò indietro, e tendendo le braccia cercò convulsamente di aggrap-parsi a lui e di essere riafferrata, ma null'altro strinse, infelice, che l'aria sfuggente. E già di nuovo morendo non ebbe parole di rimprovero per il marito (e di che cosa avrebbe dovuto lamentarsi, se non di essere amata?), e gli disse per l'ultima volta addio, un addio che a stento giunse alle sue orecchie. E rifluì di nuovo nell'abisso."
OVIDIO E VIRGILIO A CONFRONTO:

Le differenza tra la versione ovidiana rispetto al modello virgiliano sono molteplici: riguardano il tono, lo stile, il diverso rilievo dato ai personaggi.


La figura di Euridice:
Euridice che nelle Georgiche aveva un ruolo di primo piano, in Ovidio è declassata a semplice riflesso di Orfeo.

La figura di Orfeo:
All'interno dell'opera Virgilio solidarizza con Orfeo, ma nello stesso tempo fa capire con chiarezza che la passione di Orfeo è colpevole e la sua sofferenza è meritata.
L'Orfeo di Ovidio non è una figura esemplare: fa il suo sacrificio per amore, ma non ci si può aspettare che si rassegni alla castità assoluta.

Fu Eduard Norden il primo a comprendere più compiutamente che la divergenza di Ovidio e Virgilio nel trattamento di Orfeo non deriva solo dall'assenza dell'ethos tragico virgiliano, ma traeva origine da una deliberata intenzione di sfidare lo stile di Virgilio.
Ovido trae un particolare piacere dal riempire lo schema virgiliano con uno spirito che sfida lo stile sublime e tragico che Virgilio aveva creato per l'epica romana.
MARINA CVETAEVA
Mosca1892 – Elabuga 1941
EURIDICE A ORFEO

Per chi ha sciolto gli ultimi brandelli
del velo (né guance, né labbra!...)
non è forse abuso di potere
Orfeo che scende all’Ade?

Per chi ha slegato gli ultimi anelli
del terrestre... e sul talamo ha lasciato
l’alta menzogna del vedere in volto
e in dentro guarda - il nuovo incontro è spada.

È già pagato - con tutte le rose
del sangue - questo dovizioso taglio
d’immortalità...
Fino all’alto Lete
amante tu - io chiedo a te la pace

della smemoria... Giacché in questa casa
illusoria tu, vivo, sei fantasma, e vera
io, morta... Che posso dirti - oltre:
"Dimentica e abbandonami!"

Non riuscirai a turbarmi! Non mi farò portare!
Non ho neanche mani! Né labbra
da posare! Dal morso di vipera dell’immortalità
la passione di donna prende fine.

È già pagata - ricorda le mie urla! -
questa distesa estrema.
Orfeo non deve scendere a Euridice.
I fratelli - turbare le sorelle.

Un interessante esperimento, fu messo in atto da Poliziano nel 1480, che trovandosi alla corte del cardinale Francesco Gonzaga a Mantova, compose in pochi giorni la Fabula di Orfeo, la prima rappresentazione in Italia di teatro profano in volgare.
Poliziano, riuscì a portare in scena uno dei drammi pastorali più celebri dell'antichità classica, la tragica storia di Orfeo, ma rendendolo attuale caricandolo di temi tanto cari al neoplatonismo.


La Fabula di Orfeo presenta, fin dall'inizio, un mondo dove il vero dramma in realtà non esiste: per questo motivo le passioni frenetiche e sessuali di Aristeo si dissolvono nella musicalità dei versi e persino lo strazio, il dolore e il dramma di Orfeo non sono un lamento, ma un canto.

Montepulciano 1454 – Firenze 1494
LA CONCLUSIONE:
Poliziano conclude diversamente la sua rappresentazione con il coro delle Baccanti che trionfano per il loro crimine, proprio per rendere il mito classico partecipe della realtà storica a lui contemporanea. È molto probabile che Poliziano non credesse che la poesia e la bellezza vincano la violenza e gli orrori del mondo.
"L'ombra di Orfeo discende sottoterra. Egli riconosce uno per uno i luoghi che già ha visto una volta e, cercandola per i campi delle anime pie, ritrova Euridice, e la abbraccia appassionatamente. E qui passeggiano insieme: a volte, accanto; a volte, lei lo precede e lui la segue; altre volte è Orfeo che cammina davanti, e ormai senza paura di perderla, si gira indietro a guardare la sua Euridice."
"E già Orfeo tornava, vinto ogni pericolo,
ed Euridice veniva verso la luce del cielo
seguendo alle spalle (così pose Proserpina),
quando una follia improvvise lo travolse,
da perdonare, certo, se i Mani sapessero perdonare.
Orfeo già presso la luce, vinto d'amore,
la sua Euridice si voltò a guardare.
Così fu rotta la legge del duro tiranno,
e tre volte un fragore s'udì per le paludi d' Averno.
"Quale follia" ella disse, "rovinò me infelice,
e te, Orfeo? Il fato avverso mi richiama indietro,
e il sonno della morte mi chiude gli occhi confusi.
E ora addio: sono trascinata dentro alla profonda notte,
e non più tua, tendo a te le mani inerti".
Disse; e d'improvviso svanì come fumo nell'aria
leggera, e non vide più lui che molte cose
voleva dirle e che invano abbracciava le ombre;"

Virgilio inserisce il mito di Orfeo ed Euridice nel IV libro delle Gerogiche.
Grazie a lui questo mito acquisì altezza poetica.
Nel racconto di Virgilio emergono alcune tematiche:
- Il tema dell'errore.
- Il tema del dolore.
- Il tema della fedeltà.

CESARE PAVESE
Santo Stefano Belbo,1908 – Torino, 1950
Le interpretazioni per lo più hanno cercato di individuare le ragioni per le quali il gesto di Orfeo non è ragionevole: ma non si può chiedere ragione di ciò che alla ragione si sottrae.

Ma c’è un’altra interpretazione moderna del mito di Orfeo ed Euridice. Non è stato un errore, un incidente, ma una scelta volontaria e consapevole.
Orfeo si è voltato apposta. Perché?

"Orfeo: È andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà.
Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue.
Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi "Sia finita" e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva.

Bacca: Strane parole, Orfeo. Quasi non posso crederci. Qui si diceva ch’eri caro agli dèi e alle muse. Molte di noi ti seguono perché ti sanno innamorato e infelice. Eri tanto innamorato che - solo tra gli uomini - hai varcato le porte del nulla. No, non ci credo, Orfeo. Non è stata tua colpa se il destino ti ha tradito.

Orfeo: Che c’entra il destino. Il mio destino non tradisce. Ridicolo che dopo quel viaggio, dopo aver visto in faccia il nulla, io mi voltassi per errore o per capriccio.

Bacca: Qui si dice che fu per amore.

Orfeo: Non si ama chi è morto."

"Un uomo non sa che farsi della morte. L’Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L’ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto. Ho visto le ombre irrigidirsi e guardar vuoto, i lamenti cessare, Persefòne nascondersi il volto, lo stesso tenebroso-impassibile, Ade, protendersi come un mortale e ascoltare. Ho capito che i morti non sono più nulla."
BACCA: Vale la pena di trovarsi in questo modo? C’è una strada più semplice d’ignoranza e di gioia. Il dio è come un signore tra la vita e la morte. Ci si abbandona alla sua ebbrezza, si dila-nia o si vien dilaniate.
Si rinasce ogni volta, e ci si sveglia come te nel giorno.

ORFEO:
Non parlare di giorno, di risveglio. Pochi uomini sanno. Nessuna donna come te, sa cosa sia.

BACCA: Forse è per questo che ti seguono, le donne della Tracia. Tu sei per loro come il dio. Sei disceso dai monti.
Canti versi di amore e di morte.

ORFEO: Sciocca. Con te si può parlare almeno.
Forse un giorno sarai come un uomo.

BACCA:
Purché prima le donne di Tracia...

ORFEO:
Di’.

BACCA:
Purché non sbranino il dio.

Nel suo viaggio negli Inferi Orfeo acquisisce la coscienza-conoscenza, cioè il sapere con consapevolezza che ciascuno ha un proprio destino, impresso in lui dalla nascita, che gli impone un cammino obbligato.

Né le orge delle Baccanti, né alcun altro espediente lo possono cambiare, o sono in grado di regalare una felicità che non è segnata.

Così Euridice per l’Orfeo di Pavese ha rappresentato un’estate, un momento felice in cui l’uomo non conosceva ancora il suo destino.
Orfeo è inconsolabile, quindi, non tanto perché ha perso la “sua” Euridice, quanto perché ha compreso chiaramente che niente si può opporre al destino di morte dell’uomo; egli solo nella giovinezza può vivere la spensieratezza.
ITALO CALVINO
ITALO CALVINO
Santiago de Las Vegas de La Habana 1923 – Siena 1985
Calvino si differenzia da Virgilio nel racconto della vicenda di Euridice perchè egli non tratta il mito vero e proprio ma la fase precedente ad esso.

Calvino s'impersona in Plutone, personaggio con il quale, Euridice vaga negli strati piú interni della Terra con l'intenzione di raggiungere il nucleo per poter costituire il pianeta.

I vari terremoti e i flussi metallici non rendono facile il loro cammino, infatti essi sono sempre spinti da uno strato all'altro ed Euridice trova la sua felicitá nel volo e nel raggiungimento di uno strato superiore.

Un giorno peró un cratere conduce i due allo strato estremo della Terra quello dove vivono gli umani, Euridice incuriosita si getta in auesto strato e nel momento in cui il cratere si chiude Plutone ed Euridice si separano per sempre , per la tristezza del primo che vede svanire il sogno di ricostituire la Terra.

IL BASSORILIEVO
ORFEO CANTORE FRA LE FERIE
ORFEO ED EURIDICE_RUBENS
ANTONIO CANOVA
FREDERICK LEIGHTON
* Frederick Leighton (1830-1896), è stato uno scultore e pittore inglese le cui opere, prevalentemente a soggetto storico, biblico e mitologico, sono tra gli esempi artistici più raffinati dell’Ottocento inglese.
Inversione dei ruoli

Tema dello sguardo

Amore travolgente

Età preraffaelita

Romanticismo

Ubicazione: House Museum, Londra
RAGAZZA TRACIA CON LA TESTA DI ORFEO
Gustave Moreau_1865
Ubicazione: Musée d’Orsay, Parigi
Due parti simmetriche

Linea obliqua

Atmosfera malinconica

Paesaggio onirico

Raggiungimento della pace

Gustave Moreau fu un artista francese che visse nel diciannovesimo secolo. Egli predilesse i soggetti e i racconti propri del mondo mitologico, che rappresentò avvalendosi di un linguaggio ricco di significati simbolici.



*Francesco Vaglica è nato nel 1965 a Roma, dove vive e lavora. Il pittore ha realizzato anche pregevoli affreschi e mosaici in luoghi religiosi, per Enti pubblici e privati.

ORFEO ED EURIDICE
Autore: Francesco Vaglica*
Periodo: 1965
Figure non definite

Squarcio nel fondale

Colori cupi (sotto)

Colori chiari (sopra)

Dino Buzzati scrive e disegna le strisce a fumetti del suo Poema nel 1969.

DINO BUZZATI
UN POEMA A FUMETTI

Una fredda notte di marzo Orfi vede un tassì fermarsi dinanzi a una misteriosa villa; dal tassì scende Eura che entra nella villa attraversando una porta chiusa senza aprirla, come uno spirito.
L'indomani Orfi, venuto a conoscenza della morte improvvisa di Eura, si reca a tarda notte di fronte la porta che Eura aveva attraversato, portando con sé la chitarra per sentirsi più forte.
Un uomo, che poi scompare, gli vieta l'ingresso, ma Orfi chiede col suo canto alla porta di aprirsi. «Perché?». Gli ripete più volte una voce d'oltretomba. «
Perché là dietro c'è lei / se c'è lei io non ho paura / anche se tutti sanno / che di notte o di giorno / di là non esiste ritorno
». La porta si apre e Orfi entra in un moderno Ade. Il diavolo custode è una giacca vuota che gli chiede di cantare un canto che ricordi ai morti tutto ciò che essi non hanno più.

Orfi in virtù del suo canto viene lasciato passare nell'inferno e gli vengono concesse ventiquattro ore per trovare Eura: uno spazio di tempo in un mondo senza tempo.
Trovatala, la perde, ma non per suo errore o per sua volontà; sarà Eura a non volerlo seguire perché appartenente ormai ad una dimensione altra.
Nessun patto, nessun divieto. La morte è morte e non si vince.

Trascorso inesorabilmente il tempo, Orfi si ritroverà vivo in via Saterna, dinanzi alla sua casa. Dinanzi a lui è lo stesso uomo della sera prima gli dice di non tormentarsi perché quello che ha visto è solamente un sogno. Orfi però si ritrova stretta nella mano una piccola ma realetestimo-nianza: l'anello sfuggito a Eura nel tentativo disperato di trascinarla con sé.

Il suo canto svela che la dimensione autentica della vita sta proprio nella consapevolezza della fine; ogni cosa acquista senso solo nella coscienza che dovrà finire, ribaltando l'interpretazione di Pavese: là la consapevolezza della morte toglieva senso alla vita, qui il senso della vita lo si coglie proprio attraverso la consapevolezza della morte.
Temi

La forma. Il fumetto
La novità del poema di Buzzati sta nel mezzo formale, il fumetto, un fumetto colto, con disegni originali e surreali dai toni tenui.

Il finale. La solitudine
Altra novità sta nella conclusione: Eura rimane nel mondo dei morti non più a causa del gesto di Orfi, ma perché è lei stessa ad accettare la legge della morte. Orfi rappresenta l'artista il cui de-stino è la solitudine. La sua impresa fallisce perché l'arte è impotente di fronte l'ineluttabilità della morte.
L'arte
La letteratura
La musica
Il fumetto
Grandi, o Numi, è il dono vostro,
Lo conosco e grato/grata son,
Ma il dolor che unite al dono,
È insoffribile per me.

Il melodramma
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