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SPORT E POLITICA

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Riccardo Adinolfi

on 1 July 2014

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Transcript of SPORT E POLITICA

Tutto iniziò nel 776 a.c.,data a cui risale la prima Olimpiade,ritenuta così importante che segna convenzionalmente anche l'inizio del calendario greco.A differenza dei Romani,i Greci davano un significato sacrale allo sport,non solo ludico:per evitare problemi durante le manifestazioni sportive si doveva rispettare una tregua sacra, l'EKECHERIA(piu che una pace era un armistizio) tanto che furono celebrate persino durante la guerra del Peloponneso,come ci racconta Tucidide.Gli atleti prendevano dunque il posto degli eroi di guerra e venivano celebrati a dovere dai poeti,come Pindaro,che compose delle odi corali divise in 4 parti: le Olimpiche(dedicate a Zeus),le Pitiche(dedicate ad Apollo),le Nemee(sempre a Zeus) e le Istmiche(dedicate a Poseidone).
Anche un altro poeta suo coetaneo e rivale compose degli epinici,composizioni nelle quali il mito occupa una parte predominante; la vittoria dell'atleta è inserita in questo ed ha tre funzioni: dare solennità all'evento, rendere eterno quel momento e emettere una sentenza morale.Gli atleti stessi tendevano a sfruttare la fama olimpica per intraprendere la carriera politica come nel caso di Clione, che tra il 636 e il 624 a.C. sfruttò la sua fama di ex olimpionico, per tentare un colpo di stato,come fece anche Alcibiade al quale venne affidata per la sua fama sportiva una flotta,che comandò in una disastrosa spedizione in Sicilia.Da sottilineare il fatto che i non greci, le donne, gli schiavi e chi si era macchiato di crimini gravi non potevano partecipare ai giochi.Tuttavia,venivano fatte alcune eccezioni per le donne:potevano partecipare la sacerdotessa di Demetra e le sue ancelle;se venivano sorprese altre donne anche solo come spettatrici venivano condannate a morte.Potevano solo iscriversi alle competizioni equestri,come proprietarie,allevatrici e allenatrici di cavalli;è quello che fece Cinisca la Spartana,figlia del re Archidamo II,i cui equipaggi si aggiudicarono due gare di quadriga.La sua vittoria scosse tutta la Grecia,ma ben presto altre donne spartane e macedoni imiteranno la sua impresa.


SPORT E POLITICA

ACHILLE LAURO:LA POLITICA SCENDE IN CAMPO
L'ANTICA GRECIA,IL CULTO DELLE OLIMPIADI
L'ANTICA ROMA,NASCITA DELLO SPORT COME FORMA DI PROPAGANDA
FASCISMO E NAZISMO,STORIE DI VARI PERSONAGGI
LA RUSSIA DI STALIN E IL CALCIO
IL BAGNO DI SANGUE DI MELBOURNE
ROMA 1960 E ACHILLE LAURO:LA POLITICA SCENDE IN CAMPO
PASOLINI E IL CALCIO
PUGNI NERI A CITTA' DEL MESSICO
IL PING PONG UNISCE CINA E USA
MONDIALI 74:DDR CONTRO BRD,PIU' DI UNA PARTITA DI CALCIO;LUTZ EIGENDORF
PANATTA,BERTOLUCCI E LA DITTATURA DI PINOCHET
IL BOICOTTAGGIO DI MOSCA 80' E LOS ANGELES 84'
NELSON MANDELA E L'APARTHEID,IL RUGBY UNISCE BIANCHI E NERI
LA PRIMA GUERRA DEL FOOTBALL(KAPUCINSKI)
Alcune delle discipline olimpiche
Alcibiade
Nerone
Nell'antica Roma,lo sport comincia ad avere uno stretto collegamento con la politica:viene utilizzato infatti come strumento diretto di propaganda.Ciò viene reso noto nelle opere del poeta satirico Giovenale,il quale con i famosi versi ("..qui dabat olim imperium, fasces, legiones, omnia, nunc se continet atque duas tantum res anxius optat, panem et circenses") ci fa intendere quanto fosse facile soggiogare il popolo con la distribuzione di cibo e l'organizzazione di giochi.Lo sport veniva utilizzato come distrazione dai problemi quotidiani e alcuni imperatori(Nerone,Caligola,Domiziano ne fecero uso principalmente) lo trasformarono in strumento politico.I ludi erano anche un occasione per dibattiti politici ,arringhe,proteste,ma utili anche all'imperatore per comprendere il proprio grado di popolarità,scandito dagli applausi o da manifestazioni di disprezzo da parte del pubblico.Soprattutto Nerone partecipò in prima persona agli eventi sportivi:infatti nel 67 d.c. prese parte come atleta alle Olimpiadi,dove trionfò in 6 discipline.A differenza dell'antica Grecia,l'Olimpiade nel periodo dell'Impero Romano divenne una rassegna agonistica di atleti provenienti da tutto il mondo allora conosciuto,incontro tra etnie variopinte, e fu spogliato di tutto il suo carattere sacrale che ne caratterizzò le origini .Emblematica di questo fatto fu la decisione di Teodosio I(nel 393 d.c.),il quale in nome del cristianesimo abolì le Olimpiadi,ritenute una festa pagana superflua.
Rappresentazione di un'arena dell'Antica Roma
L'ITALIA FASCISTA E LA SPORTIVIZZAZIONE DELLO STATO
Mussolini aviatore
L’Italia fascista è stata senz’altro il primo stato, insieme all’Unione Sovietica, ad aver organizzato una politica sportiva con lo scopo di trasformare gli italiani a tutti gli effetti in “una nazione sportiva”. Il primo passo fu la progettazione e la realizzazione di un’ampia opera di lavori pubblici: mirò a costruire i campi littori – un modello di stadio per la pratica di massa nelle piccole e medie città – e gli stadi Littoriale (Bologna), Berta (Firenze) e Mussolini (Torino), autentiche vetrine architettoniche; il regime volle rompere con l’apatia atletica dell’Italia liberale e forgiare l’uomo nuovo, che sarebbe stato, anche,e soprattutto, un homo sportivus.
Lo sport e l'educazione fisica furono elementi fondamentali nella concezione politica fascista. Fino agli anni '30 venne perseguita la realizzazione di una educazione fisica di massa, non la corsa al campionismo. Mussolini venne ritratto in foto come aviatore, schermidore, automobilista, cavaliere e incarnava il simbolo di una concezione attivistico dello sport e dello Stato.
Il Duce si riprometteva di conseguire il monopolio politico-educativo delle masse giovanili oltre che "fascistizzando" la scuola (intervento su professori, programmi e libri di testo), costituendo appositi enti che formassero i giovani parallelamente alla scuola: l'Opera Nazionale Balilla (da 0 a 18 anni) e i GUF (dai 19 in poi).L'ONB, costituita nel 1926, era finalizzata all'assistenza e all'educazione fisica e morale della gioventu' fino ai 18 anni di eta'. L'educazione fisica era considerata fondamentale per formare la futura classe dirigente fascista. Renato Ricci, capo dell'ONB, si batte' per un'attivita' fisica piu' formativa che agonistica per i giovani, contrapponendosi assai duramente al CONI, accusato dal regime di essere fautore del campionismo e dell'olimpismo.Tuttavia,negli anni 30 questa concezione dello sport venne abbandonata, non essendo funzionale alla ricerca di consenso dell'Impero poichè si necessitava di campioni da mostrare al mondo per fini propagandistici;l'ONB venne sciolta e tutto ritornò nella mani del CONI.Perciò furono di grande importanza,come vedremo più avanti il pugilato,il ciclismo e il calcio,per rendere grande l'Italia agli occhi del mondo.

Balilla
LO SPORT NELLA GERMANIA NAZISTA:BERLINO 1936
A differenza di Mussolini, Hitler non nutriva alcun tipo di interesse per lo sport, anzi lo disprezzava profondamente per la sua natura sostanzialmente ludica, e non riusciva ancora a comprenderne l'enorme potenziale in chiave politica. Come si deduce nel Mein Kampf,aveva una concezione alquanto spartana dello sport: "milioni di corpi allenati nello sport avrebbero potuto trasformarsi in un paio d'anni in un esercito". Nel 1933,anno in cui il Fuhrer salì al potere, Berlino era già stata da tempo designata come città che avrebbe dovuto ospitare le Olimpiadi nel 1936 ed egli si mostrò molto scontento di dover organizzare quello che definiva "un indegno festival organizzato dagli ebrei".Tuttavia egli successivamente cambiò idea,grazie anche all'ottima organizzazione da parte del ministro per la Propaganda Joseph Goebbels.
Il governo tedesco non badò a spese: vennero costruiti impianti e strutture moderne e all'avanguardia che rappresentavano pienamente il gusto architettonico dell'epoca. Inoltre fu pubblicato anche un bollettino quotidiano, l’Olympia Zeitung, stampato in 14 lingue con una tiratura di ben 300.000 copie. L'occasione olimpica venne celebrata dal film propagandistico Olympia che rimane probabilmente il più importante film olimpico mai girato; il cinema dunque si configurò come uno dei più efficaci mezzi di propaganda di cui Hitler si servì.
La comunicazione olimpica assunse quindi un ruolo preponderante nell'intento di nazificazione del Cancelliere tedesco;questa edizione fu anche la prima ad essere ripresa dall'occhio delle telecamere della televisione: il regime tedesco mise in onda il primo programma televisivo regolare al mondo per permettere ai pochi possessori all'epoca dell'apparecchio di seguire la visione in diretta dell'evento, mentre la Deutsche Reichspost, per coloro che non potevano permettersi l'acquisto di questo, organizzò vari punti d'ascolto (le cosiddette "sale pubbliche televisive") in diverse zone di Berlino affinché anche la gente comune potesse ammirare le imprese degli atleti. Tutto questo portò a un'Olimpiade organizzata perfettamente e mai come prima i Giochi coinvolsero il pubblico: furono venduti oltre quattro milioni di biglietti e il regime Nazista acquistò popolarità agli occhi del popolo non solo tedesco ,ma anche europeo e mondiale.


Hitler spettatore alle Olimpiadi del 36'
Locandina del film "Olympia
L'ANTICA ROMA
Jesse Owens,"La frecia nera
PRIMO CARNERA E LEONE JACOVACCI:DUE STORIE PARALLELE
Primo carnera
MANLIO GELSOMINI E GINO BARTALI
Gino Bartali
Manlio Gelsomini
ARPAD WEISZ E MATTHIAS SINDELAR:DUE TRAGICHE STORIE DI CALCIO
Matthias Sindelar
Arpad Weisz
STALIN E IL CALCIO:LO SPARTAK MOSCA
Joseph Stalin
La squadra dello Spartak Moscow
EMIL ZATOPEK:CAMPIONE ED EROE DEL SOCIALISMO
Emil Zatopek
CITTA DEL MESSICO 68':BLACK POWER
Leone Jacovacci
NELSON MANDELA,APARTHEID E SPORT
LA PRIMA GUERRA DEL FOOTBALL(KAPUCINSKI)
Achille Lauro allo stadio San Paolo di Napoli
ROMA 1960 E ABEBE BIKILA
Abebe Bikila,scalzo al traguardo
Logo Olimpiade 1960
Smith e Carlos sul podio
Mandela e Pienaar(1995)
Mandela Boxeur
Copertina del libro
JESSE OWENS
Owens nasce il 12 settembre del 1913 a Oakville, in Alabama, ed è il settimo figlio di Mr. and Mrs. Henry and Emma Owens. Jesse capisce sin da subito che il suo talento per l’atletica è ben diverso da una semplice passione. Così, in breve tempo, raggiunge l’apice della carriera di un atleta arrivando alle Olimpiadi di Berlino del 1936.Un momento e una città decisamente particolari visto che Owens si ritrova nella terra di Adolf Hitler, del Nazismo e, soprattutto, della teoria sulla superiorità della razza Ariana.I Tedeschi erano consapevoli del talento di questo ragazzo e quindi fecero in modo di fargli disputare 9 competizioni nell'arco di 72 ore,per farlo arrivare esausto; ma Jesse gara dopo gara umilia gli atleti tedeschi vincendo, in successione, la medaglia d’oro nei 100 metri, nel salto in lungo, nei 200 metri e nella staffetta 4X100 metri.Il quattro agosto, giorno della vittoria nel salto in lungo contro il tedesco Lutz Long, in tribuna c’è Adolf Hitler che assiste, insieme a tutta la platea, all’umiliazione dell’assurda teoria ariana ad opera di Owens al quale, racconta una leggenda, non avrebbe stretto la mano perché nero.
MAX SCHMELING
Max Adolph Otto Siegfried Schmeling (Klein Luckow, 28 settembre 1905 – Wenzendorf, 2 febbraio 2005) è stato un pugile tedesco.Fu campione mondiale dei pesi massimi dal 1930 al 1932.Oltre che per i grandissimi meriti sportivi(uno dei migliori pugili di tutti i tempi),lo si ricorda per alcune azioni particolari fuori dal ring:fu un tedesco ariano disubbediente al Fuhrer e durante la deportazione degli ebrei si racconta che ne salvò parecchi rischiando la propria vita.Oltre a questo gesto eroico,fu anche solidale nei confronti di un suo avversario,l'afroamericano Joe Louis, che si trovò in grave difficoltà economica in quel periodo,con il quale aveva combattuto molte volte;questo scontro,che ebbe il suo apice nel 38',simboleggiò ben più di una semplice rivalità sportiva:nonostante i due pugili non lo volessero,fu una battaglia tra due nazioni(Usa e Germania),tra due concezioni politiche opposte;uscito sconfitto,Schmeling fu messo da parte dal regime e cadde in miseria,e anche per ciò decise di aiutare gli ebrei durante la Shoah.
Max Schmeling
Manlio Gelsomini (Roma, 9 novembre 1907 – Roma, 24 marzo 1944) è stato un atleta, militare e partigiano italiano, trucidato alle Fosse Ardeatine.Fu chiamato negli anni '20 nella nazionale italiana di atletica leggera e da giovanissimo aderì al Partito Nazionale Fascista,diventando anche capitano di un battaglione delle Camicie Nere. Laureatosi in Medicina e chirurgia, fu medico al Policlinico Umberto I di Roma.Durante la seconda guerra mondiale fu capitano medico di complemento,e si trovò a Roma l'8 settembre 1943.Sfuggito ai tedeschi, entrò nel Fronte militare clandestino della Resistenza romana, e si rifugiò sulle montagne del viterbese organizzandovi, con il nome di bat­ta­glia Rug­giero Fiamma, nuclei di resistenza con il Raggruppamento "Monte Stella".Denunciato da una spia, fu arrestato e sottoposto per 76 giorni ad inumane torture nella sezione di Via Tasso, mantenendo il più assoluto silenzio circa l'organizzazione di cui faceva parte. Fu barbaramente trucidato insieme agli altri martiri alle Fosse Ardeatine il 24 marzo del 1944."L'uomo più veloce di Roma",come venne denominato,viene ricordato tutt'oggi come un eroe ed è stato insignito della medaglia d'oro al valore.


PASOLINI E IL CALCIO
Pasolini in azione
1971-72:IL PING PONG RIAVVICINA CINA E USA
L'incontro tra Nixon e Mao
1974:BEN PIU' DI UNA PARTITA DI CALCIO
Stretta di mano tra i capitani Beckenbauer e Bransch
IL BOICOTTAGGIO DI MOSCA 1980 E LOS ANGELES 1984
Logo di Mosca '80
Logo di Los Angeles '84
Gino Bartali è stato un ciclista su strada e dirigente sportivo italiano.Tutti lo ricorderanno per le grandi imprese sportive compiute tra gli anni anni '30 e '50,per la grande rivalità con Coppi che divise l'Italia,ma forse in pochi conoscono il suo lato umano.Tra la fine del 1943 ed i primi mesi del 1944 Gino Bartali percorse molte volte in bicicletta ,nascondendo nella canna e nel manubrio documenti falsi e foto,i 175 km che separano Assisi e Firenze.Questi documenti servirono a salvare migliaia di ebrei che altrimenti sarebbero stati deportati a breve; è stata una storia rimasta nascosta per decenni perché, come ripeteva Gino Bartali:” il bene va fatto ma non bisogna dirlo”.Per questo viene anche denominato "eroe silenzioso". Era l’atleta cristiano contrapposto al superuomo fascista,cattolico praticante, membro dell’azione cattolica, devoto alla Madonna. Nel discorso che si apprestava a pronunciare da vincitore del Tour, in quei tempi tutti pensavano che avrebbe ringraziato il Duce, perché questa era la legge non scritta ma vincolante per tutti.E invece non fece nulla di tutto ciò:ringraziò soltanto i suoi tifosi. Ed il giorno dopo il bouquet da vincitore del Tour lo andò a deporre davanti alla statua della Madonna a Notre Dame.Nel 2013,in tempi dunque recenti,è stato dichiarato "Giusto tra le nazioni"dallo Yad Vashem, il memoriale ufficiale israeliano delle vittime dell'olocausto fondato nel 1953 che premia i non-ebrei che si adoperarono alla salvezza degli ebrei durante la persecuzione.
Achille Lauro (Piano di Sorrento, 16 giugno 1887 – Napoli, 15 novembre 1982) è stato un armatore, politico, editore e dirigente sportivo italiano, detto il "Comandante".
Durante il ventennio fascista fu nominato consigliere nazionale della Camera dei Fasci e delle Corporazioni,anche per le conoscenze con la famiglia Ciano, che apparteneva al mondo armatoriale. Sempre in quel periodo ottenne la carica di presidente della squadra di calcio del Napoli, prendendo il posto che fu di Ascarelli. Durante la sua lunga presidenza il Napoli visse più di colpi di mercato e promesse di grandezza che di risultati degni di nota ma fu comunque per Lauro una enorme cassa di risonanza in grado di diffondere ancor più il suo nome fra la gente.
Il suo slogan fu: “Un grande Napoli per una grande Napoli”. Arrivò anche a spendere 105 milioni di lire per un giocatore, la prima grossa e scandalosa cifra del calciomercato. Il Napoli, che mandava a giocare nei collegi elettorali, fu uno dei suoi mezzi di propaganda e lo portarono a diventare anche sindaco della sua città con un risultato record.Come uomo politico fu dotato di grande carisma e addirittura "venerato" da gran parte dei napoletani, tanto che nelle elezioni comunali del 1952 e 1956 riuscì ad arrivare fino a circa trecentomila preferenze, quota mai raggiunta prima da un candidato alle elezioni locali. Nelle politiche del 1953 ottenne 680mila preferenze alla Camera, anche questa quota mai raggiunta fino ad allora da nessun deputato.Tanto amato quanto discusso,in particolar modo per la mancanza di considerazione per gli esponenti politici che lo circondavano(alleati e nemici) e per aver iniziato la speculazione edilizia nella città di Napoli.
Si racconta che questo personaggio politico utilizzò in modo particolarmente bizzarro il voto di scambio: regalò ai suoi elettori una scarpa sinistra prima del voto, e la scarpa destra dopo il voto.
Il 6 aprile del 1971 la squadra di ping pong americana, che disputava in Giappone il 31º Campionato Mondiale di Tennis Tavolo, ricevette un invito dalla squadra della Repubblica Popolare Cinese a visitare la Cina. Il 10 aprile del 1971 la squadra, e i giornalisti al seguito, divennero i primi americani a mettere piede nella capitale della Cina popolare da quando il Partito Comunista di Mao Tse-Tung aveva preso il potere 22 anni prima, nel 1949. Oltre a questo avvenimento,già importante,un anno più tardi se ne verificò di maggiore risonanza:il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon fa visita a Mao Tse-tung.Fu un importante passo nella normalizzazione delle relazioni tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese e rappresentà la prima visita in assoluto di un presidente americano nel Paese asiatico, che a quel tempo considerava gli U.S.A. tra i suoi rivali più accesi.Questi incontri portarono anche degli importantissimi risvolti politici in ambito di relazioni internazionali:gli americani riconobbero l'indivisibilità della Cina si impegnarono a ritirare tutte le forze militari di stanza sull'isola di Taiwan. In cambio i cinesi riconobbero sostanzialmente la supremazia statunitense nel Pacifico. Nel documento infatti dichiararono "di volersi opporre a qualsiasi tentativo perpetrato da una terza potenza per affermare la propria supremazia nell'area" e dunque di opporsi come alleati all'Unione Sovietica.
Ai mondiali del 1974 il caso volle che la Germania Ovest,Repubblica Federale influenzata dagli Stati Uniti,e la Germania Est,Repubblica Democratica sotto l'influenza dell'Unione Sovietica, giocassero una partita molto importante non tanto dal punto di vista sportivo,ma soprattutto politico.Questo match si disputò ad Amburgo e segnò una clamorosa vittoria per 1-0 da parte della DDR,poco quotata e con giocatori assolutamente inferiori rispetto a quelli della BRD,che dominò per lunghi tratti la partita ma ne uscì sconfitta.Per l'occasione circa 60 mila spettatori riempiono gli spalti del Volksparkstadion e vengono rilasciati eccezionalmente oltre ottomila visti turistici con durata di poche ore agli abitanti della Germania dell'Est,che affluiscono allo stadio con il treno.
La vittoria della DDR ebbe un grande significato politico e fu sfruttata a livello propagandistico dai paesi dell’Est europeo e Sparwasser, centravanti autore del gol della vittoria, divenne un idolo nella Germania orientale.
Si racconta anche che con quel gol al calciatore venne regalata una casa,un auto e un conto in banca,il tutto assicuratogli dall'Unione Sovietica.Fu la vittoria degli "operai",dei dilettanti,come venivano definiti i giocatori della Germania Orientale,contro i campioni rinomati della Germania Occidentale,famosi: la "Guerra Fredda" del calcio la vinse l'URSS.Questa vittoria favorì l’Östpolitik, cioè la politica di apertura verso l’Est voluta dal cancelliere tedesco occidentale Willy Brand.



Quel che avvenne nell’estate del
1980 a Mosca
fu un episodio di boicottaggio perfettamente inseribile nel contesto degli ultimi anni della Guerra Fredda.
Nel Natale del 1979 era iniziata l'invasione sovietica dell'Afghanistan, che sarebbe durata per un decennio e avrebbe segnato la fine dello stato sovietico, denominata da alcuni storici come una sorta di "Vietnam russo".
Gli Stati Uniti, in risposta alla politica sovietica, dichiararono l'intenzione di boicottare il le Olimpiadi di Mosca, chiedendo ai loro alleati occidentali di aderire anche loro al boicottaggio.
Il risultato fu che una sessantina di nazioni si rifiutarono di partecipare all'evento moscovita, compresi alcuni stati arabi. Altre nazioni parteciparono mettendo comunque in mostra varie forme di protesta. Qualcuno sfilò alla cerimonia di apertura sventolando solo la bandiera olimpica al posto di quella nazionale, rinunciando poi, durante le premiazioni, al proprio inno. Altri lasciarono libertà ai propri atleti di aderire o meno, altri ancora, come la Nuova Zelanda, sfilarono con una bandiera nera.L'Italia scelse un via di compromesso, depennando dalla lista degli atleti per l'Olimpiade solamente quelli appartenenti a forze militari. Il boicottaggio dei giochi di Mosca non produsse alla fine alcun tipo di conseguenza di rilievo, la presenza sovietica in Afghanistan non venne meno e l'unico risultato fu la vendetta russa nelle successive Olimpiadi americane.

Los Angeles, 1984
. L'Unione Sovietica, scottata dall'atteggiamento dei boicottatori delle olimpiadi moscovite, decise di fare altrettanto, decretando la non iscrizione alle olimpiadi di Los Angeles dei paesi aderenti al blocco sovietico. La scelta fu motivata da presunte carenze di garanzia d'incolumità per gli atleti e dirigenti sovietici.
Anche se il numero di nazioni non partecipanti fu inferiore rispetto al boicottaggio di Mosca 1980, l’assenza dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati influenzò i risultati in molte discipline olimpiche. In totale, oltre all’Unione Sovietica, furono 13 le nazioni che non parteciparono: Cuba, Germania dell’Est, Afghanistan, Bulgaria, Cecoslovacchia, Etiopia, Ungheria, Corea del Nord, Laos, Mongolia, Polonia, Vietnam, Repubblica Democratica dello Yemen. Le uniche voci fuori dal coro furono allora quelle della Jugoslavia, della Romania e della Cina.
I rapporti tra il governo cinese e quello statunitense si stavano in fondo rasserenando,come abbiamo visto prima anche con gli incontri diplomatici tra Nixon e Mao Tse-tung, dopo le tensioni dei decenni precedenti. Quel rasserenamento era il preludio alla splendida alleanza commerciale che oggi lega i due paesi in vari settori.
I Paesi aderenti al boicottaggio organizzarono un grande evento tra giugno e settembre 1984, chiamandolo Giochi dell’Amicizia, ma nessuna gara fu disputata in contemporanea con quelle delle Olimpiadi.


EVENTI SPORTIVI:OPPORTUNITA' DI COESIONE O DI CONTRAPPOSIZIONE SOCIALE?
L'ANTICA GRECIA
PANATTA E BERTOLUCCI:MAGLIE ROSSE CONTRO PINOCHET
Panatta e Bertolucci alla consegna della coppa Davis
LUTZ EIGENDORF
[...] "Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato."
«Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l'unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro».
IL BAGNO DI SANGUE DI MELBOURNE
Josif Stalin,nel giro di pochi anni, trasforma l’ex patria degli Zar in uno stato forte e temibile ma soprattutto dittatoriale passato alla storia sotto il nome di ‘Stalinismo‘. Sotto il pugno di ferro di Stalin, l’Unione Sovietica si trasforma in un regime dispotico, assumendone anche i tratti tipici: concentrazione del potere nelle mani di un solo uomo, imposizione di un’ideologia ufficiale, presenza di un partito unico, controllo della polizia, dei mezzi di comunicazione e di ogni aspetto in grado di influenzare le masse. Entra in gioco dunque il calcio, in grado di attrarre sicuramente più seguaci rispetto ai comizi di partito.Avendo sotto controllo uno sport così popolare egli poteva facilmente controllare la popolazione e quindi avere consenso. Inizialmente le quattro squadre principali si trovano tutte nella città di Mosca: la Lokomotiv, controllata dal ministero delle ferrovie, il CSKA, dall’Armata Rossa, la Torpedo dal settore automobilistico (ZIL) mentre la Dinamo Mosca, la squadra della polizia segreta, è di proprietà di Lavrentij Berija, responsabile diretto delle repressioni staliniane e grande appassionato di calcio.Nel 1936 lo stato sembra aver esteso completamente il controllo anche sullo sport.Ma c'è qualcuno come Nikolaij Starostin che non ci sta e che nel 1935 insieme ai suoi fratelli (Aleksandr, Andrej, Pëtr), fonda lo Spartak Mosca, (che verrà soprannominata la "squadra del popolo"), animata sia dall’avversione verso il regime che dalla passione per il calcio. Il nome viene scelto in onore di Spartaco, uno schiavo romano che aveva capeggiato una rivolta contro i potenti per riconquistare la libertà perduta. A differenza delle altre squadre, che erano sotto il controllo degli organi di polizia o dell’esercito, lo Spartak era controllato da un sindacato operaio, il Kosmomol, l’Unione comunista della gioventù. Sostenere i biancorossi significava resistere allo strapotere politico del regime sovietico e quindi ai suoi dettami. Nel 1936 giocano la prima partita dimostrativa nella Piazza Rossa, di fronte a Stalin in persona, arrivando anche a vincere in poco tempo tutto quello che c'era da vincere.Nel giro di tre anni lo Spartak surclassa le più blasonate squadre del regime sia sul campo che sugli spalti ma l’epopea dei fratelli Starostin è destinata a cedere sotto i colpi del potere. Nel 1939, lo Spartak batte la Dinamo in una partita di coppa ma Berjia non accetta passivamente la sconfitta ed ordina la ripetizine della gara. Tuttavia, Starostin e compagni riescono a rivincere, proprio sotto gli occhi di Berjia, che fugge via in preda alla collera. La squadra era diventata ormai talmente popolare che neanche Stalin in persona avrebbe potuto fare qualcosa per fermare quegli eroici giocatori. Nel 1942 a Mosca i fratelli Starostin vengono arrestati e condannati a dieci anni di lavori forzati in un Gulag. Ma dopo la morte di Stalin e l’avvento al potere di Nikita Crhruscev, Berjia verrà giustiziato in quanto ‘nemico del popolo’ ed i quattro fratelli torneranno in libertà. Nikolaij prende il posto di responsabile tecnico dello Spartak, carica che manterrà fino alla morte, portando la squadra a vincere diversi titoli.



A solamente 23 anni, in patria, lo chiamavano già “il Beckenbauer dell’Est” per le sue grandi doti tecniche.Nella Germania dell’Ovest gioca il grande Franz Beckenbauer e quindi, in pieno spirito di guerra fredda, è necessario trovare un giocatore altrettanto valido dall’altra parte del muro: Lutz Eigendorf. Vivere a est del muro non è così semplice per lui che aveva visto tutto il mondo occidentale viaggiando per le trasferte.Approfittando proprio di una sosta durante una di queste trasferte, Eigendorf, il 19 marzo del 79, sale su un taxi e si fa portare il più lontano possibile,scappando da Erich Mielke, il ministro della Sicurezza dello Stato e capo dei servizi segreti sovietici, la Stasi,ma anche il presidente della sua squadra di calcio.
La federazione tedesca sotto pressione di Mielke lo squalifica per un anno; gli agenti della Stasi fanno pressioni sull'allenatore per non farlo giocare.Altre spie della Stasi arrivano invece si a fare di peggio:seguono sua moglie, rimasta a Berlino est e uno di loro, addirittura inscena un corteggiamento, la seduce, la sposa e poi la lascia, al solo fine di estorcerle informazioni sul marito.
Eigendorf muore il 6 marzo dell'83' per un incidente stradale,ma la sua morte rimane tutt'oggi un mistero:era divenuto un personaggio scomodo per la Germania dell'Est.
Nel dicembre 1976 l’italia si accingeva ad affrontare la sua terza finale di coppa Davis dopo le due perse nel 1960 e 1961 control’Australia.
Il team che aveva raggiunto quel traguardo era composto appunto da Adriano Panatta, Paolo Bertolucci,Barazzutti e Zugarelli, con Nicola Pietrangeli come capitano.
La finale era programmata per il 17 dicembre a Santiago,con i cileni che non avevano molte speranze; la loro squadra non era molto forte ma era arrivata in finale anche grazie al fatto che diverse federazioni avevano rinunciato a giocare in segno di protesta contro il regime di Pinochet.
Prima della finale le polemiche furono roventi, il governo italiano non vedeva di buon occhio il regime cileno, c’era chi temeva per l’incolumità della squadra e molti che spingevano verso il boicottaggio della finale.Nonostante le proteste dell'estrema sinistra,un apporto importante alla decisione finale venne dato dal segretario del PCI Enrico Berlinguer il quale affermò che non voleva la consegna nelle mani del regime del prestigioso trofeo tennistico e assieme a Pietrangeli si battè con forza per far disputare la finale;alla fine fu il presidente del Coni a prendere la decisione di schierare la squadra.
La finale ebbe poca storia:in una Santiago oppressa dalla dittatura, Adriano Panatta e Paolo Bertolucci vincono il doppio decisivo della finale contro i cileni. Lo fanno indossando proprio la maglietta rossa, una provocazione da far venire il sangue alla testa ai generali del regime cileno.

Lutz Eigendorf
In questo libro viene raccontata in uno degli episodi una storia tragica ma allo stesso tempo molto curiosa da Kapuscinski,il quale diede il nome al conflitto.Il 14 Luglio del 1969,scoppia un breve conflitto armato tra El Salvador e Honduras,durato appena 4 giorni;nonostante il limitato lasso di tempo ci furono 6000 morti ed oltre 15000 feriti.E' il pretesto di questo conflitto ad essere alquanto strano:una partita di pallone.Ma la tensione nata in quel momento è riconducibile agli anni precedenti e ad un rapporto non idilliaco tra i due stati.Infatti,negli anni 60,centinaia di migliaia di salvadoregni erano emigrati in Honduras in cerca di lavoro,casa e sopravvivenza grazie a un trattato stipulato dai due paesi e non erano stati ben accetti dai padroni di casa.Il governo di lì a poco,per evitare rivolte dei contadini autoctoni,levò tutte le terre e le case conquistate dai salvadoregni e le attribuì agli honduregni,contravvenendo dunque agli accordi e rispedendo gli immigrati nel loro paese.In un clima del genere,le nazionali dei due paesi si apprestavano a disputare una serie di partite di qualificazione al Mondiale.Queste furono caratterizzate da grande ostilità tra le tifoserie e un trattamento pessimo per i giocatori della squadra ospite a sua volta da parte di coloro che giocavano in casa:alcuni si uccisero per un goal subito,altri disturbarono i giocatori della squadra rivale,non facendoli dormire la notte.Alla fine ne uscì vincitore El Salvador,che poi volò ai mondiali,ma l'Honduras dichiarò di essere stata derubata e ruppe immediatamente i rapporti diplomatici con i rivali per l'ingiustizia ricevuta.Scoppiò così una guerra lampo che si rivelò molto sanguinosa.
I carri armati sovietici avevano appena represso in un bagno di sangue la rivoluzione ungherese,la quale aveva come intento la liberazione dall'egemonia comunista dell'URSS e l'indipendenza del paese. Nessuna delle potenze occidentali capitalistiche prese provvedimenti per salvare un paese che si trovava nella sfera di influenza sovietica e anzi,in un clima del genere vennero anche disputati i giochi olimpici a Melbourne, nonostante le conseguenze lasciate dalla repressione della rivolta ungherese.Il caso volle che vennero messe a confronto la nazionale ungherese di pallanuoto e quella sovietica;l’incontro si concluse con la vittoria dell’Ungheria per 4 a 0. Ma fin dall'inizio la partita fu violenta. A un certo punto il capitano ungherese sferrò un pugno ad un giocatore sovietico e nei minuti finali, mentre l'Ungheria stava conducendo, due giocatori si insultarono pesantamente e uno colpì l'altro provocandogli una ferita sanguinante sotto un occhio,come vediamo nella foto qui accanto. Il giocatore ungherese colpito lasciò la piscina, e questo fu la goccia che fece traboccare il vaso per i tifosi, già in delirio. Molti spettatori infuriati invasero l'area circostante il campo, insultando i russi. Per evitare una sommossa, la polizia entrò nell'arena e placò la folla ungherese e protesse la squadra sovietica. L’oro fu vinto dall’Ungheria,argento dalla Yugoslavia e il bronzo dall’Urss, ma questo conta solo per le statistiche relative al medagliere.
Quello che venne messo in scena quel giorno fu uno spettacolo orribile,una pagina nera dello sport,che ancora una volta venne a contatto con la politica e stavolta con effetti molto negativi.
Zador,giocatore ungherese colpito all'occhio
Emil Zatopek nacque il 19 Settembre 1922 a Koprivinice, in Cecoslovacchia, nell’attuale Repubblica Ceca. Crebbe in una famiglia numerosa e abbastanza povera, sostenuta dal padre che faceva il calzolaio.
All’età di 16 anni iniziò a lavorare per una fabbrica di scarpe,venendo a contatto con la corsa per la prima volta grazie al suo datore di lavoro,che organizzò una corsa amatoriale in cui arrivò secondo;iniziò ad appassionarsi a questa disciplina e la praticò per qualche anno come svago.
Iniziò a capire di avere una predisposizione per la corsa all’età di 20 anni, ma la seconda guerra mondiale (venne arruolato nel 1942) e l’occupazione tedesca della Cecoslovacchia non gli permisero di poter iniziare una carriera:infatti la sua carriera é durata solo 10 anni: dal 1946 al 1956,ai 24 ai 34 anni.
Iniziò dunque la sua carriera da atleta professionista,vinse tutto quello che c'era da vincere,ori europei mondiali olimpionici,ma il culmine della sua fama arrivò nel 1952 alle Olimpiadi di Helsinki, dove Emil realizzò l’impossibile.Ma quando la squadra ceca atterrò a Helsinki lui non c'era:la Cecoslovacchia infatti era appena entrata nell'orbita d'influenza dell'Unione Sovietica.
Sebbene fosse iscritto al partito, Zatopek non approvava la politica di escludere dalle selezioni olimpiche gli atleti sospettati di simpatie anti-comuniste e dunque,venuto a conoscenza dell'esclusione di un suo amico e atleto perché figlio di un dissidente, anche Emil rinunciò alla convocazione;tuttavia i dirigenti fecero poi retromarcia.Dopo aver vinto l’oro nei 10000 e 5000 con tanto di record olimpico, decise all’ultimo momento di partecipare alla maratona per la prima volta,vincendo.
Zátopek era noto per ansimare pesantemente mentre correva, e questa caratteristica divenne il suo marchio di fabbrica,perciò venne soprannominato la locomotiva umana.
Dopo l'apice della sua carriera sportiva, sia Emil che la moglie divennero figure di spicco della dissidenza cecoslovacca e furono tra i firmatari del manifesto di Alexander Dubcek, eroe della Primavera di Praga (1968). Dopo l'intervento militare sovietico che pose fine al movimento, anche Zatopek pagò cara la propria indipendenza di pensiero: espulso dalle fila dell'esercito fu costretto a lasciare la capitale e venne confinato tra le montagne della sua terra d'origine.
Sopravvisse lavorando come addetto ad una stazione di servizio e poi come minatore. Con la caduta del regime riacquistò la fama e i meriti che dovevano essere riservati a un grande atleta,ma soprattutto ad un eroe che non ha mai avuto paura di professare le proprie idee e convinzioni.
Primo Carnera
è stato un pugile italiano di grande fama nel periodo fascista; colosso alto più di due metri che pesava 120 chili ,capace di sprigionare una forza che nessuno dei suoi avversari poté mai eguagliare. Era anche un uomo molto buono e di un’ingenuità disarmante e questa fu la causa di tutti i suoi problemi sia sportivi sia economici. Iniziò a boxare quasi per caso a vent’anni, quando su grande insistenza di uno zio che lo ospitava in Francia accettò di confrontarsi con un dilettante locale, addirittura perdendo quell’incontro. Negli anni successivi, fu notato da un ex pugile francese che lo introdusse alla “Noble art”.
Il 26 giugno 1933 Carnera diventava campione del mondo dei pesi massimi di pugilato; la propaganda mussoliniana lo trasformò in un grande evento di regime, con il Duce in tribuna e Piazza di Siena, per eccellenza adibita dell’equitazione, trasformata in una grande arena, gremita da settantamila persone. All’apice della sua carriera, Carnera, divenne “l’uomo più forte del mondo”, e simbolo del campionismo auspicato dalla politica sportiva del Duce.
Perderà il titolo contro l’ebreo americano Max Baer nel 1934 a causa di un infortunio;dopo aver terminato la sua carriera come lottatore di wrestling in sud America, Carnera, ammalato ormai da tempo di cirrosi epatica, volle ritornare nel suo paese natale, a Sequals in Friuli, dove si spegnerà il 29 Giugno 1967, esattamente 34 anni dopo la conquista del titolo mondiale dei pesi massimi, rimanendo comunque impresso nel cuore degli italiani come il “gigante buono”.

Leone Jacovacci
è stato un pugile italiano, campione italiano ed europeo dei pesi medi nel 1928.
Nato in Congo belga da padre italiano e madre babuendi, fu portato dal padre a Roma in tenera età ed allevato nel viterbese dai nonni. A sedici anni, per sfuggire ai pregiudizi razziali, si imbarcò come mozzo e si diresse in Inghilterra; a Londra adottò il nome di John Douglas Walker e si arruolò nell'esercito inglese.Conoscendo i pregiudizi razziali del regime fascista e osservando oggi quell'evento, ci potrebbe sembrare alquanto strano:infatti il 24 giugno 1928 il mulatto italiano Leone Jacovacci riesce a conquistare il titolo dei pesi medi italiani di pugilato, sconfiggendo ai punti l'avversario italiano Mario Bosisio. Una vittoria ampiamente censurata dal fascismo e dai quotidiani sportivi italiani(anche se inizialmente il PNF si fece promotore dell'incontro,essendo entrambi i pugili italiani) che fanno di tutto per emarginare "Il nero di Roma" dall'olimpo del pugilato nazionale. Nell'arco di pochi anni, il partito riesce nel suo intento e ben presto perde il titolo europeo dei pesi medi. La vicenda di Jacovacci, che pochi anni dopo quella vittoria abbandona l'Italia, è emblematica e dimostra chiaramente i pregiudizi razziali del nostro sistema sportivo, limiti che sono ancora presenti e che hanno colpito la memoria di questo autentico eroe dello sport italiano.
Balilla
Arpad Weisz
,nato a Solt, nei pressi di Budapest, nel 1896, arrivò in Italia nel 1924 come calciatore, ma un grave infortunio lo spinse presto ad abbandonare i campi da gioco e ad abbracciare la carriera di allenatore;il suo nome è stato a lungo rimosso dalla storia del calcio italiano,eppure si tratta di uno dei migliori allenatori che abbiano operato sui campi della penisola nel periodo tra le due guerre.La sua fama è indissolubilmente legata al Bologna che "tremare il mondo fa", lo squadrone che nel corso degli anni '30 segnò un'epoca sia in Italia che in Europa.
Nel 1926 arrivò all'Inter,in quel momento in gran crisi, essendo stato individuato come l'uomo adatto ad aprire un nuovo ciclo, capace di riportare i nerazzurri al vertice:egli non deluse le aspettative e grazie alle tattiche imparate nei suoi numerosi viaggi in Sud America,non solo innovò il gioco del calcio in Italia,ma riportò l'Inter alla gloria.Nel 1935 si trasferì a Bologna dove toccò il punto più alto della carriera sportiva di Weisz o, perlomeno, il punto più alto che l'evolversi della situazione politica italiana gli avrebbe consentito. Con la promulgazione delle Leggi Razziali, l'allenatore ungherese fu costretto nel gennaio 1939 a prendere la propria famiglia, la moglie Elena e i figli Roberto e Clara, e a fuggire verso Parigi, nella speranza di trovare una squadra da allenare che non si sarebbe mai realizzata. L'offerta arrivò invece dall'Olanda, da una squadretta di periferia e Weisz non se la fece scappare, sperando che potesse essere l'inizio di una sorta di rinascita. Nel 1940, però, i nazisti occuparono l'Olanda e per l'ungherese le possibilità di scappare erano ormai poche,anche perchè il 29 settembre del 1941 arrivò il diktat nazista in base al quale Weisz non poteva più esercitare il suo mestiere.Non avendo le possibilità economiche per l'espatrio,il 2 agosto 1942 l'intera famiglia Weisz fu rastrellata e avviata ai campi di concentramento. La prima tappa fu Westerbork, poi vennero indirizzati verso Birkenau, dove Arpad fu diviso dalla moglie e dai figli;il 5 ottobre 1942, Clara Weisz e i figli Roberto e Clara furono uccisi ad Auschwitz,egli sopravvisse sino al 31 gennaio 1944.

Matthias Sindelar
nacque in Moravia il 10 febbraio del 1903, in una famiglia molto povera,orfano del padre che venne a mancare sui campi di battaglia dell’Isonzo, durante la Grande Guerra. Proprio per questo motivo decisero di trasferirsi nella capitale dell’allora impero Austro-Ungarico, Vienna. Qui Matthias conobbe il grande amore della sua vita: il pallone. In poco tempo divenne uno dei giocatori chiave della squadra della città con la quale raggiunse l’apice della sua carriera, diventando l’uomo immagine di questo impero ormai in declino.Ma sopratutto da ricordare sono le sue prestazioni in nazionale,la quale stupì tutta l'Europa per il suo gioco spumeggiante.Una grande occasione si presentò subito, per dimostrare al mondo il valore di questa nazionale.Sindelar e compagni si presentarono al Mondiale del '34 in Italia in splendida forma e nella lista dei favoriti a sollevare il trofeo.Matthias portò la squadra fino alla semifinale, disputata nello Stadio San Siro di Milano proprio contro l’italia ma ne usci sconfitto in una partita da molti considerata “indirizzata” dalle pressioni del mondo politico.Ma il calciatore austriaco venne a contatto ancora una volta con la politica 4 anni piu tardi.Il 12 marzo 1938 i gerarchi tedeschi annunciano l’annessione dell’Austria al Reich. Hilter e Goebbles, come dimostreranno successivamente nelle Olimpiadi di Berlino del ’36, furono molto attenti nell’utilizzare lo sport come mezzo di propaganda.Pochi giorni dopo, fu indetta un’ amichevole tra la squadra del Fuhrer e la selezione Austriaca, disputata a Berlino;la superiorità della razza ariana non trovò riscontro nel campo da calcio,infatti venne schiacciata dall’ Austria, e Sindelar ancora una volta ricoprì un ruolo da protagonista, disertando il saluto nazista di fronte alla tribuna autorità e giocando in modo sublime. Tuttavia quella data sancì l’inizio di un calvario che lo condurrà alla morte l’anno successivo. I suoi comportamenti, e il rifiuto di costituire una squadra austro-tedesca, lo pongono in opposizione al regime e alla gogna della Gestapo, la polizia militare tedesca. La morte lo colse nel 23 Gennaio 1939, per “intossicazione da monossido di carbonio”,dovuta a una semplice fuga di gas,come aveva dichiarato il medico legale, che lo aveva ucciso nel suo appartamento insieme alla giovane compagna ebrea;ovviamente la Germania non poteva macchiarsi dell’omicidio del simbolo di un popolo intero.
La storia di Matthias Sindelar è particolare ma il suo nome non verrà mai a trovarsi nell’olimpo del calcio:verrà comunque ricordato per il suo nobile gesto,per non aver abbassato la testa di fronte a quello che fu il regime totalitario per eccellenza, mettendo a repentaglio la sua carriera e la sua stessa vita.
Nel 1960 le Olimpiadi si svolgono nella cornice suggestiva della Città Eterna: Roma. I maratoneti partono dal Campidoglio, e sfiorano i monumenti più importanti, sono in tanti ,di qualunque nazionalità,ma fra tutti i partecipanti ce n'è uno che attira più degli altri l'attenzione, non perchè sia famoso, anzi,nessuno avrebbe scommesso su di lui.
E' un etiope di 28 anni, è sposato, ha due figli, nella sua terra è un poliziotto, guardia imperiale di Haile Selassie, si chiama Abebe Bikila.. Qualche giorno prima della partenza per Roma alla squadra etiope viene a mancare un'atleta e quindi viene data un'occasione a questo ragazzo. Poche ore prima della gara Bikila decide in accordo con il suo allenatore, di gareggiare scalzo,perchè le scarpe fornite dallo sponsor erano scomode.Fu un'estenuante confronto tra lui e il marocchino Rhadi,anch'egli poliziotto al suo paese e di umili origini.
Al ventesimo chilometro sono rimasti in due;dieci chilometri piu tardi,Rhadi si arrende ad Abebe che sorpassa l'avversario e si mette in testa alla gara, anche se staccato di poco;Abebe non ha mai cambiato passo, non ha mai ceduto né cede,mentre il marocchino a un chilometro dal traguardo Rhadi è stremato e regala definitivamente il primo posto all' etiope che si avvia a vincere nella notte romana la medaglia d'oro.
La straordinaria forza d'animo di quest'uomo si manifesta ancora quattro anni dopo, quando si presenta alle Olimpiadi di Tokyo dopo un'operazione chirurgica che gli ha impedito di allenarsi come dovuto ma non gli impedisce di vincere ancora.Pochi anni dopo un incidente stradale lo paralizzò dal torace in giù ma non smise mai comunque di praticare sport e di allenarsi e gareggiare in altre discipline, dal tiro con l'arco al ping pong, alle paraolimpiadi di Heidenberg nel '69 . Muore a 41 anni per emorragia cerebrale, e gli viene intitolato lo stadio di Addis Abeba. Con la sua vittoria egli ha riscattato un intero continente che si stava affrancando dal colonialismo europeo,perchè il 1960 fu l'anno dell'Africa(17 paesi di quel continente divennero indipendenti).La foto che lo ritrae qui accanto mentre taglia il traguardo divenne una sorta di manifesto sportivo e politico:fu la prima medaglia d'oro conquistata da un nero africano all'Olimpiade.
Questa foto risale al 1968, in tutto il mondo è l’anno della rivolta degli studenti:negli Stati Uniti succedono avvenimenti importantii, drammatici, su tutti l’assassinio di due simboli della lotta per l’uguaglianza razziale: Robert Kennedy e Martin Luther King, capo di un movimento di lotta non violento che esigeva il riconoscimento di diritti uguali per ogni essere umano indipendentemente dal colore della pelle.
Sempre negli Usa oltre al movimento guidato da Martin Luther King, c’era il Black Power, stesso obiettivo,anche loro lottavano per i diritti civili e l’uguaglianza razziale, ma rifiutavano l’azione non violenta di Luther King portando avanti il concetto dell’autodifesa.
Il 1968 è anche l’anno delle Olimpiadi di Città del Messico,che passeranno alla storia come i Giochi più politicizzati di sempre. Gli Usa, nel febbraio di quell’anno, avevano votato in favore della partecipazione del Sudafrica razzista. La protesta dei paesi africani, il paventato boicottaggio degli atleti di colore, impedirono allo Stato dell’apartheid di prendere parte ai Giochi Olimpici,di cui parleremo piu avanti.
La cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi fu preceduta dalla strage degli studenti di piazza delle Tre Culture, centinaia di morti, migliaia di arresti.
La foto qui accanto immortala due atleti americani sul podio Olimpico, Tommie Smith e John Carlos, rispettivamente medaglia d’oro e di bronzo sui 200 metri piani:i due americani salirono a piedi scalzi sul podio.Altri atleti afro-americani, nel corso dei Giochi Olimpici, avevano dimostrato la loro solidarietà, salendo a piedi scalzi sul podio, nei confronti dei movimenti di lotta per i diritti civili. Quel gesto, quei pugni alzati,però, sono rimasti indelebili nella storia delle Olimpiadi,un’icona, un simbolo di indipendenza e di orgoglio della propria appartenenza, un gesto di protesta non violento, un silenzioso grido di libertà.
Tommie Smith e John Carlos erano coscienti dei rischi cui andavano incontro avendo già ricevuto minacce di morte prima dei Giochi. I due atleti afro-americani, dopo la premiazione, furono al centro di numerose polemiche, vennero cacciati dal villaggio olimpico con l’accusa di vilipendio alla bandiera americana, di aver danneggiato il proprio paese, di appartenere alle Black Panther. Furono incolpati, a causa di quel gesto, di aver portato la politica alle Olimpiadi.I due incontrarono numerosi problemi: la medaglia d’oro olimpica gli fu tolta ancor prima di ritornare nel loro paese, ricevettero ulteriori minacce e furono invitati a ritornare in Africa.
Il simbolo del movimento "Black Power"
"Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti dei «goal». Ogni goal è sempre un'invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica.
Il capocannoniere del campionato è sempre il miglior poeta dell'anno. In questo momento lo è Savoldi. Il calcio che esprime più goals è il calcio più poetico."
"Ebbene anche per la lingua del calcio si possono fare distinzioni del genere: anche il calcio possiede dei sottocodici, dal momento in cui, da puramente strumentale, diventa espressivo. Ci può essere un calcio come linguaggio fondamentalmente prosatico e un calcio come linguaggio fondamentalmente poetico. Per spiegarmi, darò – anticipando le conclusioni – alcuni esempi: Bulgarelli gioca un calcio in prosa: egli è un «prosatore realista»; Riva gioca un calcio in poesia, egli è un «poeta realista». Corso gioca un calcio in poesia, ma non è un «poeta realista»: è un poeta un po' maudit, extravagante. Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da «elzeviro». Anche Mazzola è un elverista, che potrebbe scrivere sul «Corriere della Sera»: ma è più poeta di Rivera, ogni tanto interrompe la prosa, e inventa lì per lì due versi folgoranti. Si noti che tra la prosa e la poesia non faccio alcuna distinzione di valore; la mia è una distinzione puramente tecnica."
E' attraverso il rugby che Mandela pone le basi per abbattere il regime di apartheid e diventare il primo presidente nero del nuovo Sudafrica.
Negli anni della giovinezza Il suo ruolo come riferimento dell’opposizione al regime inizia a crescere e nel 1964 viene arrestato e accusato di coinvolgimento nell’organizzazione di azione armata, in particolare di sabotaggio e di cospirazione per aver cercato di aiutare gli altri Paesi a invadere il Sudafrica. Gli inglesi lo rinchiudono a Robben Island,un'isola in cui era situato un carcere di massima sicurezza.
Mandela ha tutte le ragioni per odiare il rugby, che è lo sport dei bianchi, degli afrikaner, tanto che in ogni partita degli Springboks i neri che riempiono un angolo dello stadio tifano per la nazionale avversaria. Ma durante i ventisette anni a Robben Island, Mandela si sforza al massimo di capire il gioco.
Egli in prigione approfondì la comprensione del modo di agire e pensare dei sudafricani bianchi avvicinandosi al rugby,uno sport che porta individui anche molto diversi a giocare come squadra, ha letto la storia degli Afrikaner, e attraverso il rugby, a Robben Island ha imparato a pensare come il nemico e ha trasformato il carcere nel laboratorio della sua futura leadership politica,osservando anche i bianchi là presenti.
Anche prima che passassero le leggi sull’apartheid, nel 1948, le nazionali invitate in Sudafrica non schieravano giocatori non bianchi ma queste scelte non avevano suscitato molte reazioni. La scena inizia a cambiare quando il 3 febbraio 1960, il Primo Ministro britannico si rivolge al Parlamento sudafricano, a Cape Town, evidenziando la volontà di un cambiamento della politica britannica verso l’apartheid.
Poco più di un mese dopo, il Pan Africanist Congress (PAC) organizza una manifestazione pacifica per protestare contro il decreto governativo dello Urban Areas Act, che obbliga i neri a esibire un permesso speciale se fermati dalla polizia nelle aree riservate ai bianchi. La polizia tenta di disperderli pacificacmente ma alla fine, apre il fuoco sulla folla: sessantanove persone muoiono,centottanta restano ferite.
In conseguenza del massacro, il governo ordina la legge marziale: l’operato viene ufficialmente condannato dall’Onu e il Commonwealth estromette il Sudafrica. Le nazionali sudafricane sono escluse dalle competizioni internazionali e lo rimasero a lungo fino a quando l’Apartheid venne ufficialmente abolito tra il 1990 e il 1991, e nel 1992 gli Springboks furono riammessi nel rugby internazionale
.Mandela viene liberato l’11 febbraio 1990, e nel 1991 viene eletto presidente dell’ANC. Il 10 maggio 1994, dopo le prime storiche elezioni multirazziali del 25 aprile, diventa presidente del nuovo Sudafrica,decidendo di fare leva proprio sul rugby per introdurre le prime novità.
La grande occasione sono i Mondiali del 1995, che si disputano proprio in Sudafrica: ma se quella nazione riesce a sentirsi davvero una nel tifare per una stessa squadra lo deve soprattutto a Nelson Mandela e Francois Pienaar. Il loro incrocio di destini trasforma questa storia in un simbolo epico.il 12 giugno 1994 Mandela, presidente da poco più di un mese, lo convoca nel suo ufficio, gli offre il tè e gli presenta l’essenza del suo piano per il futuro del paese.
Mandela deve affrontare anche l’opposizione “interna”, dei neri, in vista del Mondiale di rugby del 1995. Per loro la maglia verde degli Springboks è stata per anni il simbolo tangibile delle discriminazioni; per questo i neri sudafricani hanno sempre tifato contro la nazionale.Purtroppa anche Mandela sapeva che i giocatori che avrebbero partecipato al Mondiale sarebbero stati quasi interamente bianchi, con l’eccezione dell’ala Chester Williams,ma voleva convincere anche i neri che adesso quella nazionale di rugby rappresenta la nazionale di tutti.
Il miracolo si compie il 24 giugno, il giorno della finale tra il Sudafrica e la Nuova Zelanda, tra gli Springboks(tutti bianchi) e gli All Blacks. Si gioca a Ellis Park, a Johannesburg;Nelson Mandela scende sul campo per stringere la mano ai giocatori. Indossa il cappellino verde e la maglia verde degli Springboks e appena il pubblico lo vede sul campo, un coro parte dagli spalti:sono quasi tutti bianchi ma gridano tutti in coro il suo nome.Per decenni, Mandela aveva rappresentato tutto quello che i bianchi temevano e odiavano di più; la maglia verde degli Springboks era diventata l’icona di tutto quello che i neri odiavano di più. In quel momento, davanti agli occhi del mondo, quei due simboli negativi si unirono in un’unica immagine di speranza.
BIBLIOGRAFIA
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Nello Governato,"La partita dell'addio.Mathias Sindelar,il campione che non si piegò a Hitler"
Valerio Piccioni,"Quando giocava Pasolini"
Ryszard Kapucinski,"La prima guerra del football"
Mauro Valeri,"Stare ai giochi.Olimpiadi tra discriminazioni e inclusioni"
Sergio Giuntini,"Pugni chiusi e cerchi olimpici.Il lungo 68' "
Matteo Marani,"Dallo scudetto a Auschwitz"
Mauro Valeri,"Nero di Roma"
Eduardo Galeano,"Splendori e miserie del gioco del calcio"
Alessandro Mastroluca,"La valigia dello sport"
Mario Alessandro Curletto,"Spartak Mosca.Storia di calcio e potere nell'Urss di Stalin"
Umberto Tulli,"Breve storia delle Olimpiadi"
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