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Max Weber

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Giovanni Santonocito

on 10 November 2015

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Transcript of Max Weber

Max Weber
il tipo ideale

La vita
Karl Emil Maximilian Weber è il tipico intellettuale i cui interessi sono così vasti da rendere difficile qualunque tentativo di limitarlo all'interno di un unico ambito.
Tra le sue opere abbiamo anche "il politico di professione" (in tedesco suonerebbe anche come "la vocazione dell'intellettuale").
I temi filosofici affrotati
Tra il 1903 ed il 1906 scrive e pubblica alcuni importanti articoli sul problema del metodo in economia e nelle scienze storico-sociali; tra il 1904 ed il 1905 esce la prima edizione dell'Etica protestante e lo spirito del capitalismo.
A partire dal 1911 si dedica alla sociologia della religione e comincia a lavorare all'opera "Economia e società"; saranno entrambe pubblicate postume.
A partire da due conferenze tenute nel novembre 1918 e nel gennaio 1919, all'Università di Monaco, viene pubblicata "La scienza come professione" e "La politica come professione".
Il problema della avalutabilità
Tra il 1903 ed il 1906 Weber si interessa al problema del metodo nella scienza economica, criticando, da una parte, chi pensa di poter ricavare dall'analisi empirica vere e proprie leggi oggettive dello sviluppo economico con il metodo della generalizzazione, dall'altra, chi pensa che ogni evento storico o sociale sia unico e individuale e che per questo sia comprensibile soltanto con un atto di intuizione, cioé con un'esperienza psicologica soggettiva.
Etica protestante e spirito del capitalismo
Tra il 1904 ed il 1905 Weber pubblica, in due parti, sull'Archivio per la scienza sociale e politica sociale, "L'etica protestante e lo spirito del capitalismo".
Razionalizzazione e disincanto del mondo
Il dominio della razionalità formale non contraddistingue soltanto il capitalismo moderno, , ma è l'effetto di un processo più ampio che in Occidente ha investito ogni sfera vitale, dalla religione alla politica, dal diritto alla scienza: si tratta cioé dell'effetto di quel processo storico di razionalizzazione, o intellettualizzazione, che ha prodotto il disincanto del mondo.
Conclusioni
Max Weber cerca di dare spiegazioni razionali all'irrazionalità tipica dell'uomo moderno.
Max Weber nasce a Erfurt, in Turingia, nel 1864.
E' figlio di un eminente giurista, deputato tra le fila del Partito nazional liberale.
Fin da giovanissimo entra in contatto con i maggiori intellettuali del suo tempo.
Studia giurispudenza ad Heidelberg, Berlino e Gottinga, laureandosi nel 1886.
Nel 1889 consegue un dottorato con una dissertazione sulla storia delle società commerciali del Medioevo.
Nel 1892 ottiene la libera docenza in diritto romano e diritto commerciale tedesco, con una ricerca sul diritto agrario romano.
Tra il 1897 e il 1898, Weber è colpito da una grave crisi di nervi, che gli impedisce una regolare attività didattica e di studio. La sua produzione di saggi diviene occasionale e lascia l'insegnamento.
Nel 1904 assume la direzione della prestigiosa rivista "Archivio per la scienza sociale e la politica sociale".
Molti descrivono Weber come "un socialista della cattedra", in realtà è molto critico con i presupposti dell'analisi di Marx; è forse più semplice descriverlo come un liberale con interessi in ambito sociale.
Dopo un viaggio negli Stati Uniti, rientrato ad Heidelberg, il salotto di Weber diviene il punto di ritrovo di un gran numero di intellettuali come Jasper, Simmel, Block, Lukàcs ed altri.
Nel 1910 partecipa alla fondazione della "Società tedesca di sociologia". Dopo aver difeso le ragioni dell'intervento in guerra della Germania nel 1914, progressivamente Weber si sposta su posizioni più critiche e pacifiste.
Negli anni della guerra si occupa dell'etica economica delle grandi religioni e scrive molti interventi dedicati alla politica tedesca, pubblicati sui grandi quotidiani.
Alla fine del conflitto aderisce al Partito democratico tedesco, ed è uno dei componenti della delegazione inviata a Versailles per la firma del trattato di pace.
Partecipa alla stesura della costituzione di Weimar.
Nel 1918 torna ad insegnare a Vienna. Nella primavera del 1919 insegna a Monaco.
Muore a Monaco il 14 giugno 1920 in seguito ad una polmonite.
Weber, riceve una formazione da storico dell'economia e del diritto. Nella sua vasta elaborazione teorica alcuni temi acquistano un importante significato filosofico. La sua opera è caratterizzata dalla necessità di affrontare il problema della fondazione scientifica delle discipline storico-culturali, tema che egli si dedica in maniera specifica a partire dal 1903 e si amplierà nella successiva riflessione sul metodo specifico del lavoro sociologico.
E' fondamentale la sua analisi dell'intreccio tra religione ed agire economico. Weber giunge ad una riflessione sul processo di razionalizzazione che ha investito ogni sfera vitale dell'uomo: la sua diagnosi sul "disincanto del mondo" e sul dominio della "razionalità formale" in ogni ambito dell'esistenza fa così da sfondo alle riflessioni sul "politeismo dei valori" e sui dilemmi etici che l'uomo contemporaneo deve affrontare.
Inoltre bisogna ricordare la classificazione delle forme di potere legittimo, destinata ad avere una grande influenza sulla riflessione politologica successiva.
Sul tema della burocrazia ed in merito alla democrazia, Weber rimane un riferimento per gli scienziati politici successivi.
Weber si pone la domanda relativa al modo in cui sia possibile raggiungere una reale conoscenza sulle questioni che riguardano l'agire dell'uomo, un essere radicalmente condizionato dalla sua collocazione storica. L'autore muove dalla distinzione tra conoscenza storica dei fatti, che sono sempre individuali, e conoscenza delle leggi che regolano in generale il comportamento.
Egli pensa che sia possibile definire una modalità di comprensione dei motivi che hanno spinto e che spingono gli uomini ad agire, che sia anche una spiegazione causale: riconoscere l'individualità dei fatti di cui si occupano le scienze storico-sociali non significa abdicare alla possibilità di fornire una loro spiegazione attraverso giudizi oggettivi, per quanto questi possano avere soltanto un carattere ipotetico e statico.
A questo tema Weber dedica in particolare il saggio L'oggettività conoscitiva della scienza sociale e della politica sociale (1904) e gli Studi critici intorno alla logica delle scienze della cultura.
Per essere oggettiva la scienza deve innanzitutto rispettare il criterio dell'avalutabilità. Weber si confronta con la tesi di Rickert, secondo cui il compito dello scienziato della cultura è di indagare quanto dei fatti è "relativo a valori". In Rickert la "relazione ai valori" inquadra il concetto di cultura, che rappresenta a sua volta l'insieme dei valori sociali attraverso i quali il singolo individuo acquisisce storicamente i significati. I comportamenti umani si rendono dunque comprensibili per lo scienziato sociale alla luce di queste coordinate di valore, dotate di validità universale. Anche per Weber: "la realtà empirica è per noi cultura in quanto la poniano in relazione con idee valori; essa abbraccia questi elementi della realtà che diventano per noi significativi in base a quella relazione, e soltanto questi elementi." (L'oggettività conoscitiva della scienza sociale e della politica sociale, parte II)
Diversamente da Rickert, per Weber il riferimento a valori non ha un significato univoco. Weber accoglie il concetto di relazione a valori, per gli attori dell'azione sociale, in modo non universalistico, ma relativistico: il concetto di cultura non unifica, ma divide gli uomini in gruppi e sottogruppi che si riferiscono a differenti sistemi di significati.
Ciò costituisce un problema per il ricercatore che indaga sui loro comportamenti: egli deve, da un lato, decifrare i comportamenti umani sulla base dei riferimenti culturali degli agenti; dall'altro, essere consapevole che egli stesso appartiene a un determinato orizzonte di valori, da cui provengono le domande che si pone nel corso della ricerca.
Per svolgere correttamente il suo compito scientifico, egli deve mettere tra parentesi, per quanto è possibile, tale appartenenza, evitando di far agire giudizi di valore nel corso della sua indagine; solo così potrà assumere l'abito descrittivo che compete alla scienza, accogliendo in modo neutrale l'orizzonte di valori che gli permette di comprendere il senso delle azioni e delle motivazioni altrui.
La "cultura" precisa Weber è una sezione finita dell'infinità priva di senso del divenire del mondo, indagata da diversi punti di vista dagli uomini che sono esseri culturali, dotati della capacità e della volontà di assumere consapevolmente posizione nei confronti del mondo e di attribuirgli un senso.
Una volta iniziato il suo lavoro, il ricercatore deve evitare di esprimere ogni giudizio di valore, attenendosi all'ideale metodologico di oggettività: deve, cioé, evitare di ragionare come il politico, che proietta sulla realtà il suo punto di vista parziale, e deve restare, invece, neutrale di fronte ai fatti.
Il criterio della avalutabilità è l'unico strumento che il ricercatore ha a sua disposizione per cercare negli eventi particolari di cui si occupa una spiegazione causale di valore tendenzialmente oggettivo. A partire da questa presa di distanza dall'oggetto, si precisano le tecniche di costruzione delle tesi interpretative.
Per compredere gli eventi individuali che hanno avuto rilevanza storica nella relazione dinamica con altri fatti, lo studioso che guarda al passato deve ricorrere all'imputazione causale, cioé di attribuzione di determinati effetti a determinate cause, che Weber definisce "giudizio di possibilità oggettiva". Si tratta di isolare un evento e di chiedersi che cosa sarebbe accaduto al processo storico che ne è derivato se esso avesse avuto un corso o esito differenti.
Chiedersi cosa sarebbe accaduto nel caso di un mutamento di certe condizioni vuol dire produrre giudizi di possibilità oggettiva: si tratta di un processo mentale di astrazione, che compiamo pensando una od alcune delle componenti causali oggettive del processo mutate in una determinata direzione, e chiedendosi se, nelle condizioni così mutate dell'evento, sarebbe stata da aspettarci la medesima conseguenza, nei punti essenziali, oppure quale altra.
La rilevanza causale di un evento si può misurare, dunque, sugli effetti che la sua ipotetica assenza avrebbe prodotto sul corso storico.
Quindi la sociologia per Weber deve essere comprendente, in quanto si propone di intendere in virtù di un procedimento interpretativo l'agire sociale, e quindi di spiegrlo causalemnte nel suo corso e nei suoi effetti.
Compito della sociologia è comprendere il senso che gli individui assegnano alle loro azioni in un contesto sociale e che dunque funge da loro guida. Per Weber esiste per l'osservatore la possibilità di comprendere e di interpretare coerentemente le condotte di vita dotate di senso degli individui inseriti in società, cioé il modo in cui essi si comportano e reagiscono alle sollecitazioni provenienti dal loro contesto sociale e dalle sfere di vlore cui fanno riferimento.
Nell'analisi dei fenomeni sociali è necessario partire da interessi o valori, ma ciò non deve compromettere la validità oggettiva della sua ricerca.
Per Weber, la sociologia rappresenta lo studio "avalutativo", cioé descrittivo e non "normativo", di un insieme di processi aventi come risultato un sistema di relazioni sociali.
Il modello deve essere statisticamente confermabile come possibilità di lavoro probabile.

Weber classifica quattro forme dell'agire sociale in rapporto al motivo che le determina.
1) l'agire sociale orientato in modo razionale rispetto allo scopo;
2) l'agire sociale orientato in modo razionale rispetto al valore;
3) l'agire sociale orientato affettivamente cioé da affetti e da stati attuali del sentire;
4) l'agire sociale orientato tradizionalemente cioé rispetto alle abitudini acquisite ed accettate socialmente.
I primi due sono forme razionali di comportamento, mentre gli altri due sono irrazionali, ma non per questo privi di senso e dunque devono essere ricondotti a spiegazioni causali.
Bisogna ricordare che si tratta di tipi ideali, cioé di quadri concettuali che servono per determinare le oscillazioni dei comportamenti reali: un comportamento può essere determinato da un impulso irrazionale, che tuttavia dipende a sua volta da una precisa scelta di valore.
Inoltre, per Weber, il modello di agire razionale puro è soltanto l'agire rispetto allo scopo, in quanto esso implica semplicemente la considerazione dei mezzi in relazione agli scopi che si possono realmente raggiungere; invece, la seconda forma di azione razionale implica un riferimento esterno a un valore, che viene seguito indipendentemente dalla considerazione dalle possibili conseguenze. Infatti, chi agisce in maniera razionale rispetto allo scopo tiene conto dei problemi che gli vengono posti dal mondo e dagli altri individui, e in base ad essi misura i mezzi da utilizzare in rapporto alle conseguenze; diverso è il caso di chi assume uno scopo come valore incondizionato e agisce di conseguenza, tenuto conto del fatto che, secondo Weber, tanto più un individuo considera assoluto il valore che lo guida nell'azione, tanto meno tiene conto delle conseguenze che essa protrebbe produrre.
Per giungere ad un livello più complesso di indagine, lo storico deve ricorrere a schemi interpretazione degli eventi, che Weber chiama "tipi ideali": veri e propri modelli teorici, o quadri concettuli, come li definisce Weber stesso, che servono ad orientare la ricerca in direzione di ipotesi esplicative che abbiano un valore, almeno potenzialmente, oggettivo.
Il tipo ideale, scrive Weber: "è ottenuto mediante l'accentuazione unilaterale di uno o di alcuni punti di vista, e mediante la connessione di una quantità di fenomeni particolari diffusi e discreti, esistenti qui in maggiore e là in minore misura, e talvolta anche assenti, corrispondenti a quei punti di vista unilateralmente posti in luce, in un quadro concettuale in sé unitario. Nella sua purezza concettuale questo quadro non può mai essere rintracciato empiricamente nella realtà; esso è un'utopia, e al lavoro dello storico si presenta il compito di constatare in ogni caso singolo la maggiore o minore distanza della realtà da quel quadro ideale." L'oggettività conoscitiva della scienza sociale e della politica sociale, parte II
Il tipo ideale è una struttura teorica, coerente da un punto di vista concettuale, che può essere impiegata come termine di paragone: il fenomeno storico deve, essere verificato concretamente in relazione al grado di corrispondenza al modello in questione.
In sintesi si può dire che per Weber, per un verso, la ricerca nell'ambito delle scienze storico-sociali non può puntare ad accertare relazioni costanti tra fenomeni, ma deve limtarsi a cercare di risalire alle condizioni di possibilità dell'evento reale; per altro, può costruire ipotesi interpretative più complesse utilizzando come strumento i tipi ideali.
A partire dal 1913 Weber riprende e sviluppa in modo originale queste riflessioni, spostando i suoi interessi verso la sociologia, una disciplina diversa dalla storia, nella quale il ricorso ai tipi ideali diventa essenziale. Infatti essa non è, come la storia, analisi causale di fatti individuali dotati di rilevanza, ma una scienza che elabora "concetti di tipo e cerca regole universali del divenire".
In seguito rivede il testo, aggiungendovi numerose note in vista della pubblicazione all'interno della vasta opera dedicata alla sociologia della religione, rimasta incompiuta. Weber presenta la tesi secondo cui l'etica protestante, ed in particolare quella calvinista, ha favorito l'accumulazione del capitale necessario per avviare il processo industriale moderno.
Egli mostra apertamente di non condividere la concezione materialistica della storia di Marx, che, nell'analisi della genesi e della struttura del modo di produzione capitalistico, assegna un peso preponderante alle condizioni economiche. Ovviamente condivide con Marx come storico dell'economia, l'importanza dell'analisi dei fattori economici nell'analisi della società.
Egli di Marx critica, piuttosto, la convinzione che le motivazioni economiche siano in ultima istanza quelle determinanti per comprendere tutti i fenomeni storici.
Nello specifico, secondo Weber per comprendere la genesi e lo sviluppo del capitalismo moderno, una forma di organizzazione conomica improntata ai principi dell'agire razionale in vista del profitto, bisogna risalire alle motivazioni religiose degli agenti economici, i primi capitalisti, seguaci del calvinismo.
Egli ribalta il punto di vista di Marx: a dare un contributo determinante alla nascita del capitalismo moderno è stato un fenomeno culturale, rappresentato dalla convinzione religiose di alcuni uomini, le quali hanno generato un certo atteggiamento di fronte al mondo.
Secondo il calvinismo, che trova nel puritanesimo inglese la sua più alta espressione, "il mondo è destinato allo scopo - e soltanto allo scopo- di servire all'autoglorificazione di Dio, ed il Cristiano eletto esiste allo scopo - e soltanto allo scopo - di accrescere per la sua parte la gloria di Dio nel mondo mediante l'esecuzione dei suoi comandamenti. Ma da Dio vuole l'attività sociale del Cristiano, poiché vuole che la configurazione della vita sia orientata in base ai suoi comandamenti ed in modo tale da corrispondere a quello scopo. Il lavoro sociale del Calvinista nel mondo è unicamente lavoro in maiorem gloriam Dei." (L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, cap II, 1)

Il calvinismo richiede al credente una disciplina totale, una regolamentazione razionale dell'intera esistenza, "una santità di opere elevate a sistema". Questa santità ascetica, che realizza il Regno di Dio sulla Terra, si contrappone radicalmente alla sostanziale tolleranza cattolica verso una vita mondana che, pur imperfetta e incorente, può comunque precludere - a fronte del rimorso e del pentimento, della promessa di conversione e della penitenza, dello sgravio tramite la confessione e dell'impegno a realizzare buone opere - alla speranza di una redenzione ultraterrena, da godere dopo un periodo adeguato di purificazione: la prassi etica del quotidiano, scrive Weber, viene traformata dal calvinismo in un metodo coerente dell'intera condotta di vita.
Attraverso il controllo di sé e dei propri affetti, l'ascesi puritana educa l'uomo ad avere una "personalità" costantemente orientata a vivere nella dedizione integrale a Dio. il lavoro rappresenta il modo attraverso cui la realtà viene razionalizzata per rendere gloria a Dio: l'amore del prossimo, scrive Weber, concepito come servizio per la gloria di Dio e non delle sue creature, si manifesta "in primo luogo nell'adempimento dei compiti professionali" e "assume così il peculiare carattere oggettivo e impersonale: quello di un servizio per l'organizzazione razionale el cosmo sociale che ci circonda". (L'etica protestante, cap II,1)
Dal momento che l'etica protestante vieta il godimento e lo sperpero della ricchezza acquisita attraverso il lavoro, l'aspirazione all'accumulo di denaro e al profitto viene interpretata come scelta di assecondare la volontà di Dio: nasce così la formazione del capitale attraverso la "costrizione ascetica al risparmio". In questo modo, la "valutazione religiosa del lavoro professionale mondano indefesso, costante, sistematico come il mezzo ascetico più elevato e nello stesso tempo come la conferma più sicura e visibile dell'uomo rinato e della genuinità della sua fede", diventa, nel tempo, "la leva più potente" per l'espansione di quella concezione della vita che Weber chiama "spirito del capitalismo".
L'ansia della ricerca di Dio del nuovo soggetto sociale, il borghese moderno, che Weber chiama "homo oeconomicus", lentamente si dissolve "nella sobria virtù professionale" e la radice religiosa si inaridisce lasciando il posto all'utilitarismo dell'aldiquà: il profitto non è più considerato come un mezzo per rendere gloria a Dio, ma come l'unico e veros "scopo della vita", come segno dell'abilità nella professione. Gli elementi essenziali che connotano lo "spirito del capitalismo", dice Weber, sono gli stessi dell'ascesi professionale puritana, ma "privati del loro fondamento religioso".
Secondo Weber, originariamente quest'etica del dovere professionale ha permesso al capitalismo di forgiare una società a sua immagine e somiglianza, ma con il tempo essa ha finito per produrre un ordiamento economico che "è un enorme cosmo in cui l'individuo viene immesso con la nascita e che è dato a lui, almeno in quanto individuo, come una gabbia di fatto immodificabile entro cui deve vivere".(L'etica protestante, cap I, 2)
Questo significa che ciascuno è obbligato ad agire all'interno di un cosmo in cui ogni momento della vita è funzionale alla produzione di denaro.
Il mondo contemporaneo appare dominato dall'aspirazione al profitto spogliata del suo senso etico-religioso, una condizione che sembra prefigurare un'umanità fatta di "specialisti senza spirito, gaudenti senza cuore": dopo aver perso il riferimento etico della sua azione, l'uomo agisce macchinalmente in una "gabbia d'acciaio" che vive di vita propria, senz che questo dia un senso allo sviluppo della "personalità" individuale.
"Oggi - scrive Weber -, il principio del dovere professionale si aggira nella nostra vita come un fantasma dei contenuti della fede religiosa del passato"; privo di un riferimento esterno a valori assoluti, ciascuno agisce nel mondo con l'onere gravoso di dover assegnare un senso alla propria esistenza.
Weber sottolinea così il pericolo che incombe sul mondo contemporaneo per effetto del fenomeno della burocratizzazione, che rischia di privare l'individuo di ogni residuo di libertà. Egli definisce "spirito coagulato" la "macchina inanimata" del sistema capitalistico di fabbrica, ma "spirito coagulato" è anche la "macchina vivente" dell'organizzazione burocratica dello Stato, che dirige la vita degli uomini: le due macchine sono al lavoro per produrre "la gabbia di quella servitù del futuro nella quale forse un giorno gli uomini saranno costetti ad ubbidire impotenti, come dei fellah nello stato dell'antico Egitto" (Parlamento e governo, cap II).
Nell'opera "Economia e società" il processo di razionalizzazione del capitalismo viene descritto con il ricorso alla categoria di "razionalizzazione formale", che Weber contrappone a quella "razionalità materiale". Scrive Weber: "Con razionalità formale di un agire economico si deve qui designare la misura del calcolo tecnicamente possibile e realmente applicabile in esso. Con razionalità materiale si deve invece designare il grado in cui l'approvigionamento di determinati gruppi umani (quali che sia il loro ambito) con determinati beni, mediante uno specifico agire orientato economicamente, viene a configurarsi dal punto di vista di determinati postulati valutativi - di qualsiasi genere - da cui esso è stato, è o potrebbe essere considerato (Economina e società, parte I, cap II, 9).
E' evidente l'affinità con le due forme di agire sociale di cui si è parlato, l'agire razionale rispetto allo scopo e l'agire razionale rispetto al valore. Infatti, la razionalità formale è una tecnica di calcolo funzionale ad ottenere il maggior profitto possibile, del tutto indifferente rispetto ad altri valori, in quanto il profitto stesso, da strumento, è diventato il alore che guida la scelta dei mezzi. Per questo, la razionalità si contrappone a quelle forme di organizzazione dell'agire economico che sono orientate a realizzare uno "scopo materiale", cioé "esigenze etiche, politiche, utilitarie, edonistiche, di ceto, di eguaglianza o di qualsiasi altra specie o di altro tipo".
Ricorrendo a questa contrapposizione Weber definisce la dicotomia tra l'agire economico che caratterizza i soggetti nel sistema capitalistico e quello che li caratterizza nell'economia pianificata di tipo socialista: mentre il primo è fondato sulla capacità razionale di calcolare come aumentare il profitto sulla base delle leggi del mercato, il secondo è orientato da uno scopo materiale, la distribuzione della ricchezza secondo il criterio del bisogno, che determina la scelta dei mezzi.
Weber intendere affermare che grazie alla "crescente intellettualizzazione e razionalizzazione" della realtà l'uomo non ha più bisogno di ricerrere a "forze misteriose e imprevedibili" per risolvere problemi e fornire spiegazioni, in quanto può sempre "dominare tutte le cose mediante un calcolo razionale".
In questo propriamente consiste "il disincanto del mondo": "non occorre più ricorrere a mezzi magici per dominare gli spiriti o per ingraziarseli, come fa il selvaggio per il quale esistono potenze del genere. A ciò sopperiscono i mezzi tecnici e il calcolo razionale. Soprattutto questo è il significato dell'intellettualizzazione in quanto tale (La scienza come professione).
Questo processo di razionalizzazione inizia quando l'uomo comincia a comprendere di poter dominare la natura attraverso la ragione e finisce l'idea che il mondo sia animato da forze magiche. Dall'immagine magica del mondo l'uomo crede di poter costringere gli dèi a esaudire i suoi desideri attraverso riti e sacrifici, con le grandi religioni si apre l'epoca della scissione tra il mondo e gli dèi. In questo modo, il divino viene proiettato fuori dal mondo, viene considerato separato e irrangiungibile, fonte delle norme che l'uomo deve seguire per essere salvato.
Tra le religioni alcune si propongono di rifiutare il mondo così come esso è: si tratta delle religioni monoteistiche che vogliono la redenzione "dal" mondo. Weber distingue tra "ascesi attiva e intra-mondana" e "misticismo contemplativo": il primo è l'atteggiamento di chi si sente uno "strumento" divino, spinto da Dio a plasmare razionalmente il mondo al fine di moderarne la corruzione; il secondo è quello di chi non si sente "strumento", ma un "vaso" del divino, e per questo, per non intaccare la sua purezza, vuole fuggire dal mondo.
La religione della redenzione prende il posto della concezione magica del mondo, in quanto intende fornire un senso alla vita dell'uomo, interpretando il corso del mondo come una manifestazione di Dio e dunque come "un processo in qualche modo fornito di senso", cioé come una "teodicea". Le religioni hanno cercato così di dare un senso alle domande degli uomini sulla "sofferenza immeritata" e sull'"inegule distribuzione della fortuna individuale", finendo, però, per muovere verso "un sempre maggiore deprezzamento del mondo". Weber afferma: "Infatti, quanto più il pensiero razionale affronta intensamente il problema del giusto compenso, tanto meno appariva possibile la sua soluzione puramente intra-mondana, e tanto più probabile e fornita di senso risultava una soluzione extra-mondana (Intermezzo. Teoria dei gradi e delle direzioni di rifiuto religioso del mondo). In questo tentativo di collocare gli eventi mondani in un disegno divino, tentativo destinato a fallire, le religioni della redenzione entrano in tensione con le logice che governano autonomamente, i comportamenti umani nelle altre sfere di valore (la sfera economica, quella politica, quella sociale, quella estetica, quella erotica, quella della conoscenza intellettuale).
Per esempio, la tensione fra l'etica religiosa cristiana dell'amore e della fratellanza e la sfera economica fa nascere il rifiuto del possesso economico di beni. Per sfuggire a questa prospettiva, alla religione della redenzione si aprono due vie. La prima consiste nel "paradosso dell'etica professionale puritana", che considera il lavoro svolto in questo mondo come servizio reso alla volontà, imperscrutabile, di Dio: attraverso l'azione razionale nel mondo si serve Dio e così l'"universo economico", invece di essere disprezzato, diventa "qualcosa voluto da Dio". Come si è visto, questa strada percorsa dall'etica calvinista, che ha generato lo spirito del calvinismo. L'altra strada, radicalmente diversa, è quella dell'"acomismo dell'amore proprio del mistico", colui che si priva di qualunque bene per gli altri, senza essere, in realtà, veramente interessato al loro destino di sopravvivenza in questo mondo.
Più forte è la tensione che si produce tra la sfera religiosa e quella politica, che entrano in concorrenza su alcuni punti specifici, come l'atteggiamento da tenere di fronte alla guerra e alla violenza. La guerra suscita, nelle moderne comunità politiche dominate da logiche nazionalistiche, un "pathos e un sentimento di comunità" e sviluppa di conseguenza "una dedizione e una comunanza di sacrificio incondizionato tra i combattenti".
La religione risponde, anche in questo caso, con due strategie opposte, quella puritana e quella mistica: da un lato, si accetta l'idea che la violenza possa essere usata, e necessario, per imporre la volontà imperscrutabile di Dio a queso mondo barbarico; dall'altro lato, si impone "la soluzione dell'anti-politcismo radicale della ricerca mistica della salvezza, con la sua bontà e fratellanza acosmica", con cui si rifiuta la violenza in nome del principio "non resistere al male e porgi l'altra guancia".
La tensione tra mentalità religiosa e le altre sfere vitali si manifesta al massimo grado e nel modo più irriducibile, dice Weber, nel "dominio del conoscere concettuale", dove si sviluppa la ricerca empirica razionale. E' infatti grazie alla scienza, alla sua capacità di fornire spiegazioni causali della rwaltà, che si producono il disincantamento del mondo e la crisi del ruolo storico della religione.
Scrive Weber: "ovunque un conoscere empirico razionale ha realizzato in maniera coerente il disincanto del mondo e la sua trasformazione in un meccanismo causale, là si presenta definitamente emersa la tensione verso le pretese del postulato etico secondo cui il mondo sarebbe un cosmo ordinato da Dio, e perciò un cosmo orientato in modo fornito di senso etico. Infatti la considerazione empirica del mondo, soprattutto quella orientata in senso matematico, sviluppa in linea di principio il rifiuto di ogni forma di considerazione che voglia cercare un senso dell'accadere intra-mondano in generale. A ogni aumento del razionalismo della scienza empirica la religione viene perciò progressivamente spinta dall'ambito razionale nell'irrazionale, e soltanto allora essa diventa la potenza sopra-personale intrinsecamente irrazionale o anti-razionale (Intermezzo)".
Questo significa che la scienza dà vita ad un "cosmo di verità" che non ha "più nulla a che fare con i postulati sistematici dell'etica religiosa razionale", cioè con l'idea che la conoscenza del mondo sia al servizio di un progetto divino: essa spinge così nell'irrazionalità la religione con la sua pretesa di interpretare il senso del mondo. La scienza può dare una risposta alla domanda "che cosa dobbiamo fare se vogliamo dominare tecnicamente la vita?", ma non dice nulla sul perché dovremmo farlo, "se ciò, in definitiva, abbia veramente un senso". Usando la conscenza è, infatti, impossibile derivare dall'essere il dover essere, dall'analisi razionale della natura qualche criterio oggettivamente orientato: non emerge nessun Dio, nessuna struttura ordinata di valori che possano riempire di senso la vita dell'uomo. La scienza può descrivere la realtà, ma non può trarre da essa dei criteri di valore, che sono sempre il frutto di una scelta soggettiva.
Dunque, il mondo è "eticamente irrazionale", scrive Weber nel 1917. Esistono diverse sfere di valori, autonome dalla religione (la politica, l'etica, l'erotica, l'arte, l'economia), che non soltanto stanno tutte sullo stesso piano, orizzontalmente, ma sono anche perennemente in lotta tra di loro. Richiamando quanto John Stuart Mill aveva scritto sull'impossibilità di ricavare dall'analisi della natura norme etiche dotate di valore oggettivo, in uno scritto del 1916 Weber aggiunge: "Il vecchio e sobrio empirista John Stuart Mill ha detto che a partire dal terreno della pura esperienza non si arriva ad un Dio; a me sembra d'uopo aggiungere: meno che mai si arriva a Dio della bontà, quanto piuttosto al politeismo. In effetti che vive nel mondo (nel senso cristiano) non può esperire in sé nient'altro che la lotta tra una moltitudine di valori dei quali ognuno, considerato in sé, sembra obbligante. Egli deve scegliere quale di questi dèi vuole o deve servire oppure quando vuole o deve servire l'uno o l'altro. Allora però egli si troverà sempre in lotta con uno o più degli altri dèi di questo mondo e in special mondo si troverà semre assai lontano dal Dio del cristianesimo, o almeno da quel Dio che veniva annunciato nel sermone della montagna (Tra due leggi)."
Tra i valori, sostiene dunque Weber, non esiste soltanto un'alternativa, ma una vera e propria "lotta mortale senza possibilità di conciliazione, come tra Dio e demonio (Il significato di avalutabilità delle scienze sociali ed economiche)."
Questo è il prezzo che gli uomini pagano per aver assaggiato "il frutto dell'albero della conscenza, frutto inevitabile anche se molesto per la comodità umana", il quale non consiste in nient'altro che nel dover conoscere quell'antitesi. La decisione fonda, dunque, l'adesione ad un valore contro l'altro. Questo significa che non esistono valori buoni o cattivi in sé, ma che è soltanto l'individuo, in base alle sue scelte, a giudicarli in un senso o in un altro.
Scrive Weber: "la vita, in quanto poggia su se stessa e deve essere compresa in base a se stessa, conosce soltanto l'eterna lotta reciproca di questi dèi - cioè, fuor di metafora, l'inconciliabilità e quindi l'insolubilità della lotta tra i punti di vista ultimi possibili in generale di fronte alla vita, vale a dire la necessità di decidere tra di essi" (La scienza come professione).
Per Weber, la lotta tra differenti posizioni di valore è l'esito del percorso compiuto dalla razionalizzazione e dal disincantamento del mondo, che ha fatto crollare le grandi religioni monoteistiche come fonte di valori universali e unitari. La scienza ci permette di conoscere il mondo, ma non ci dà nessun aiuto nel trovare valori oggettivi; è èer questo che assume un valore fondamentale la decisione individuale di scegliere quale valore servire.
Il politeismo dei valori appare così come il nuovo destino della civiltà occidentale: il vero, il bello, il buono, l'utile, le sfere di valore per gli uomini non hanno una logica coerente tra di loro, non si rosolvono più nell'unità di un Dio, ma esprimono potenziali opzioni che si offrono agli individui per la loro scelta.
Etica dei principi ed etica della responsabilità
In questa cornice teorica si innesta la distinzione tra etica dei principi (o della convinzione) ed etica della responsabilità. Weber la propone nella conferenza del gennaio 1919 "La politica come professione", dedicata, a delineare le caratteristiche che deve possedere chi vuole fare della politica la sua vocazione.
Il politico deve possedere tre qualità fondamentali: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Questo significa: dedizione e adesione totale alla causa che ha scelto, al dio o al demonio per cui ha deciso di operare razionalmente; capacità di calcolare quali mezzi siano realisticamente adeguati per raggiungere il fine perseguito; attitudine a guardare lontano e a prendere le distanze dalle emozioni del momento, lasciando che la realtà operi su di lui "con calma e raccoglimento interiore".
Due sono, invece, i "peccati mortali", gli errori che il politico non deve assolutaente commettere: non avere una causa giustificatrice delle sue azioni e non assumersi la responsabilità di ciò che fa.
Sul tema del rapporto tra fini e mezzi si pone il problema del "rapporto reale tra etica e politica", cioè la questione "dell'etica della politica come causa". La causa al servizio della quale il politico si mette è sempre "una questione di fede", esito di una "decisione", e non può, dunque essere oggetto di valutazione o di controversia morale: il problema etico in politica, sfera nella quale strumenti fondamentali sono la forza e la violenza legittima, ma può riguardare le scelte di valore, che restano insindacabili, ma soltanto la questione dei mezzi scelti per giungere i fini scelti.
Da questo punto di vista, esistono due posizioni che Weber considerare inconciliabili: quella di chi segue un'"etica assoluta", cioè un'"etica dei principi" o ideali, e quella di chi segue l'"etica della responsabilità" rispetto allo scopo finale.
Chi agisce seguendo l'etica dei principi sente soltanto il dovere di non spegnere la fiamma del puro principio ispiratore, e quindi si condanna a produrre effetrti assolutamente irrazionali, di cui oltretutto si rifiuta di assumersi la responsabilità. Seguendo l'idea di un bene assoluto ci si sottrae all'agire politico, al calcolo dei costi delle sue azioni; vive in un mondo ideale e non nel mondo reale.
Al contrario, chi agisce secondo l'etica della responsabilità tiene conto realisticamente delle capacità di coloro con cui ha a che fare, non presupponendo negli altri bontà o perfezione e, soprattutto, "non si sente di capace di attrubuire ad altri le conseguenze del suo proprio agire, per lo meno fin là dove poteva prevederlo". Dovendo adattare i mezzi alla situazione reale può decidere di scegliere mezzi che non sono buoni di per sé, ma che risultano comunque utili allo scopo.
La politica comporta anche, nella gestione del potere in quanto tale, il privilegio dell'uso legittimo della violenza. Quindi se l'agire politico è rivolto allo scopo del benessere collettivo o al perseguimento di uno scopo irrazionale, non è la stessa cosa.
Il discorso di Weber indica nell'etica della responsabilità l'unica strategia razionale per il politico ed in generale per ogni individuo che attetti realisticamente la mancanza di logica del mondo in cui vive, adeguando il suo comportamento ad una logica del dovere verso se stesso e gli altri; esso è "l'uomo autentico".
Per Weber esistono tre tipologie di potere legittimo: il potere legale-razionale, il potere tradizionale, il potere carismatico.
Bisogna distinguere tra potenza o dominio (Macht) e potere (Herrschaft): al primo si può obbedire, al secondo volontariamente si obbedisce.
Il potere può basarsi su diverse modalità di disposizioni ad obbedire: la cieca abitudine, il costume, la semplice opportunità, la debolezza personale, il bisogni di protezione, motivi materiali o scelte razionali rispetto allo scopo o al valore.
Il potere legale-razionale poggia sulla credenza nella legalità di ordinamenti statuiti, e quindi della legalità del diritto di chi comanda l'apparato burocratico.
Il potere tradizionale è fondato sulla credenza della sacralità della tradizione, legata direttamente ad alcune persone appartenenti a gruppi familiari.
Il potere carismatico è quello che viene attribuito all'eroe, quindi viene attribuito direttamente al singolo individuo.
Questi modelli ideali di potere legittimo servono come modelli interpretativi delle varianti storiche che a essi possono essere ricondotte.
Weber parte dall'individuo per comprendere e spiegare l'intera soietà. Ciò che viene definito come "individualismo metodologico": non si possono capire le dinamiche sociali se non attraverso gli individui che interagiscono tra loro.
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