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Il Trecento: le tre Corone

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Paolo M. G. Maino

on 26 January 2016

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Il Trecento: le tre Corone
«Il Trecento è uno dei periodi più importanti nella storia della lingua italiana: non perché in quel secolo la lingua e la letteratura abbiano toccato il culmine della perfezione, come ritennero, per motivi in parte diversi, il Bembo, il Salviati, il Cesari, il Giordani, ma perché in quel secolo vissero e operarono i tre scrittori che furono storicamente i principali modelli per l’unificazione linguistica nazionale»
Il padre della lingua italiana
Il mistilinguismo
«Il plurilinguismo (o mistilinguismo) è una delle categorie che sono state utilizzate per definire la lingua poetica di Dante [mistilinguismo: mescolanza di elementi linguistici diversi, nello scritto o nel parlato che può manifestarsi involontariamente o nel caso di Dante, ad esempio, volontariamente], in contrapposizione al filone lirico della letteratura italiana, che ha il suo massimo esponente in Petrarca. Il plurilinguismo, contrapposto al monolinguismo lirico, significa una scelta dettata dalla disponibilità ad accogliere elementi di provenienza disparata»
La difficile edizione moderna della Commedia
Il modello della lingua italiana
Vaticano 3196, Codice degli abbozzi
La prima grande prosa narrativa
Il codice berlinese Hamilton 90
coord. copulativa

Princ. con anticipazione
del c. ogg.

sub. caus. espl.

sub. conc. espl.

sub. caus. impl.

sub. fin. impl.

sub. temp. espl.

Prin.

2° Gr.

1° Gr.

e andarono.

lui...lasciarono

per ciò che loro...parea

e ancora che...fosse

sentendo Gualtieri...

per non lasciare...

avanti che...procedessero

Inf. I, 1-7
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte
(...)

1
meggio
: Urb [1352 scritto in zona emiliano-romagnola]
3
dirita
Mad [1354 liguria] e Rb [riccardiana e braidense, trecentesco e bolognese];
dricta
La [1336 Landiano di Piacenza]
7
puocho
Mad

«O de li altri poeti onore e lume,
vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
che m'ha fatto cercar lo tuo volume.
Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore,
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore.
Vedi la bestia per cu' io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».
Inf. I, 82-90
S'ïo avessi le rime aspre e chiocce,
come si converrebbe al tristo buco
sovra 'l qual pontan tutte l'altre rocce,
io premerei di mio concetto il suco
più pienamente; ma perch' io non l’abbo,
non sanza tema a dicer mi conduco;
ché non è impresa da pigliare a gabbo
discriver fondo a tutto l’universo,
né da lingua che chiami mamma o babbo.
Ma quelle donne aiutino il mio verso
ch'aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,
sì che dal fatto il dir non sia diverso.
Oh sovra tutte mal creata plebe
che stai nel loco onde parlare è duro,
mei foste state qui pecore o zebe!
Inf. XXXII, 1-15
Io vidi due sedere a sé poggiati,
com' a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
dal capo al piè di schianze macolati;
e non vidi già mai menare stregghia
a ragazzo aspettato dal segnorso,
né a colui che mal volontier vegghia,
come ciascun menava spesso il morso
de l'unghie sopra sé per la gran rabbia
del pizzicor, che non ha più soccorso;
Inf. XXIX 73-84
Quel che fé poi ch'elli uscì di Ravenna
e saltò Rubicon, fu di tal volo,
che nol seguiteria lingua né penna.
Inver' la Spagna rivolse lo stuolo,
poi ver' Durazzo, e Farsalia percosse
sì ch'al Nil caldo si sentì del duolo.
Antandro e Simeonta, onde si mosse,
rivide e là dov' Ettore si cuba;
e mal per Tolomeo poscia si scosse.
Da indi scese folgorando a Iuba;
onde si volse nel vostro occidente,
ove sentia la pompeana tuba.
Di quel che fé col baiulo seguente,
Bruto con Cassio ne l'inferno latra,
e Modena e Perugia fu dolente.

Inf. I, 116-120
vedrai li antichi spiriti dolenti
ch’a la seconda morte ciascun grida
e vederai coloro che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti

Par. IX, 81
s’io m’intuassi come tu t’inmii

O d'ardente vertute ornata et calda
alma gentil cui tante carte vergo;
o sol già d'onestate intero albergo,
torre in alto valor fondata et salda;

o fiamma, o rose sparse in dolce falda
di viva neve, in ch'io mi specchio e tergo;
o piacer onde l'ali al bel viso ergo,
che luce sovra quanti il sol ne scalda:

del vostro nome, se mie rime intese
fossin sì lunge, avrei pien Tyle et Battro,
la Tana e 'l Nilo, Atlante, Olimpo et Calpe.

Poi che portar nol posso in tutte et quattro
parti del mondo, udrallo il bel paese
ch'Appennin parte, e 'l mar circonda et l'Alpe.

Canzoniere, CILVI
Decam. II 8, 4
E avanti che a ciò procedessero, per non lasciare il regno senza governo, sentendo Gualtieri conte d’Anguersa gentile e savio uomo e molto loro fedele amico e servidore, e ancora che assai ammaestrato fosse nell’arte della guerra, per ciò che loro più alle dilicatezze atto che a quelle fatiche parea, lui in luogo di loro sopra tutto il governo del reame di Francia general vicario lasciarono, e andarono al lor cammino.

Decam VI 10, 43-47
E quivi trovai il venerabile padre messer Nonmiblasmete Sevoipiace, degnissimo patriarca di Ierusalem. Il quale, per reverenzia dell’abito che io ho sempre portato del baron messer santo Antonio, volle che io vedessi tutte le sante reliquie le quali egli appresso di sé aveva; e furon tante che, se io ve le volessi tutte contare, io non ne verrei a capo in parecchie miglia, ma pure, per non lasciarvi sconsolate, ve ne dirò alquante. Egli primieramente mi mostrò il dito dello Spirito Santo così intero e saldo come fu mai, e il ciuffetto del serafino che apparve a san Francesco, e una dell’unghie de’ gherubini, e una delle coste del Verbum-caro-fatti-alle-finestre e de’ vestimenti della santa Fé catolica, e alquanti de’ raggi della stella che apparve a’ tre Magi in Oriente, e una ampolla del sudore di san Michele quando combattè col diavole, e la mascella del- la Morte di san Lazzero e altre. E per ciò che io libera- mente gli feci copia delle piagge di Monte Morello in volgare e d’alquanti capitoli del Caprezio, li quali egli lungamente era andati cercando, mi fece egli partefice delle sue sante reliquie: e donommi uno de’ denti della Santa Croce e in una ampoletta alquanto del suono delle campane del tempio di Salomone e la penna dell’agnol Gabriello, della quale già detto v’ho, e l’un de’ zoccoli di san Gherardo da Villamagna (il quale io, non ha molto, a Firenze donai a Gherardo di Bonsi, il quale in lui ha grandissima divozione) e diedemi de’ carboni co’ quali fu il beatissimo martire san Lorenzo arrostito; le quali cose io tutte di qua con meco divotamente le recai, e holle tutte.
Piangene ancor la trista Cleopatra,
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
la morte prese subitana e atra.
Con costui corse infino al lito rubro;
con costui puose il mondo in tanta pace,
che fu serrato a Giano il suo delubro.
Ma ciò che 'l segno che parlar mi face
fatto avea prima e poi era fatturo
per lo regno mortal ch'a lui soggiace,
diventa in apparenza poco e scuro,
se in mano al terzo Cesare si mira
con occhio chiaro e con affetto puro;
ché la viva giustizia che mi spira,
li concedette, in mano a quel ch'i' dico,
gloria di far vendetta a la sua ira.
Par. VI, 61-90
Tanti saluti a tutti
Questo è un Invisible Frame!
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