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Fondamenti per l'analisi di una testo narrativo

Corso di letteratura italiana 2014-15, laurea triennale, Annalisa Perrotta
by

Gianfranco Pellegrino

on 16 January 2017

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Transcript of Fondamenti per l'analisi di una testo narrativo

Fondamenti per l'analisi di un testo narrativo
Narratore
Punto di vista
chi
racconta
la
storia
al lettore?
quale
punto di vista
adotta?
il narratore partecipa alla narrazione con
valutazioni
?
che cosa mostra di
sapere
della storia e dei suoi personaggi?
Narratore interno
Narratore esterno
protagonista
testimone
Tipologie di voce narrante
prima persona
terza persona
nascosto
palese
Il narratore costituisce uno degli elementi fondamentali della narrazione, perché appartiene alla finzione (non esiste al di fuori del racconto), ma gestisce l’intera orchestrazione narrativa. E' la "voce" che parla all'interno del testo.
Capire se un narratore esterno è nascosto o palese può essere molto semplice, poiché un narratore palese, come abbiamo detto, interviene esplicitamente nella narrazione.
Per identificarlo con sicurezza, è comunque bene tenere presente che il narratore palese:
• può muoversi liberamente da un tempo all’altro e da un luogo all’altro;
• descrive luoghi e personaggi e fornisce informazioni esterne al racconto;
• può decidere di riassumere parti più o meno lunghe della vicenda, per esempio gli antefatti;
• può rendere esplicito il non detto o l’implicito, o raccontare qualcosa che gli stessi personaggi non sanno;
• può fare riferimento a se stesso, talvolta rendendosi garante della veridicità di quanto sta narrando;
• interviene giudicando e interpretando fatti e personaggi;
• può intervenire e riflettere sulla stessa struttura del racconto (intervento metanarrativo).
Come si manifesta un narratore palese
Esempi
Da queste e altrettali cose che vedeva e sentiva, Renzo cominciò a raccapezzarsi ch’ era arrivato in una città sollevata, e che quello era un giorno di conquista, vale a dire che ognuno pigliava, a proporzione della voglia e della forza, dando busse in pagamento. Per quanto noi desideriamo di far fare buona figura al nostro povero montanaro, la sincerità storica ci obbliga a dire che il suo primo sentimento fu di piacere.
(A. Manzoni, I promessi sposi, cap. XI)
1. Narratore palese
2. Narratore nascosto (ma comunque presente)
La Menegazzi, ravviati i capelli, entrò di nuovo in scena, tossendo leggermente. Un gran foulard lilla attorno al collo, che sul davanti appariva scarno e appassito: un tono languido di tutta la traumatizzata persona. Un négligé un po’ imprevisto, tra giapponese e madrileno, tra la mantiglia e il chimono. Un baffo bleu sul volto piuttosto vizzo, la pelle pallida, come d’un geco infarinato, le labbra fatte di due cuori congiunti smaltate in un rosso fragola dei più procaci, le conferivano l’aspetto e il prestigio formale momentaneo d’una tenutaria od ex frequentatrice d’una qualche casa d’appuntamenti un po’ scaduta di rango: non fosse stato invece quel tanto di neovirginale e di rasciutto, e la tipica solitudine-devozione delle indelibate, a collocarla senza preventivo sospetto nel romantico elenco delle disponibili, oltreché donne per bene.
(C.E. Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Garzanti, Milano 1991)
3. Il narratore palese e il rapporto con il lettore mplicito (o narratario)
A questo punto della nostra storia, noi non possiam far a meno di non fermarci qualche poco, come il viandante, stracco e tristo da un lungo camminare per un terreno arido e selvatico, si trattiene e perde un po’ di tempo all’ombra d’un bell’albero, sull’erba, vicino a una fonte d’acqua viva. Ci siamo abbattuti in un personaggio, il nome e la memoria del quale, affacciandosi, in qualunque tempo, alla mente, la ricreano con una placida commozione di riverenza, e con un senso giocondo di simpatia: ora, quanto più dopo tante immagini di dolore, dopo la contemplazione d’una moltiplice e fastidiosa perversità. Intorno a questo personaggio bisogna assolutamente che noi spendiamo quattro parole: chi non si curasse di sentirle, e avesse però voglia d’andare avanti nella storia, salti addirittura al capitolo seguente.
(A. Manzoni, I promessi sposi, cap. XXII)
creazione di un luogo di relazione tra il narratore e il lettore implicito
la mente è quella del narratore, che però parla non solo per sé, ma per una comunità imprecisata che prova sentimenti simili. C'è anche una sorta di doverosità nei sentimenti che esprime
il narratore ammette l'ipotesi che il lettore non voglia fermarsi con lui nel
locus amoenus
:
giudizio
?
Grado del narratore
Narratore di primo grado
Narratore di secondo grado
(in presenza di un racconto nel racconto)
narratore di primo livello, del racconto che contiene l'altro
narratore di secondo livello a cui il narratore di primo livello cede la parola
Grado del fruitore
Fruitore di primo grado
Fruitore di secondo grado
lettore implicito
personaggi del racconto di primo grado
NB vedi analisi de
I sette savi di Roma
- costituisce una metafora e una sinestesia
- si può definire una "Posizione percettiva o concettuale dalla quale vengono presentati le situazioni o gli eventi narrati" (Gerald Prince,
Dictionary of Narratology
, 1987)
occhio che cammina (Turchetta)
- punto di vista percettivo e punto di vista concettuale
percettivo: come una macchina da presa...
concettuale: ... ma a parole
(sulla esperienza sequenziale (non simultanea) della lettura
- visione attraverso gli occhi di qualcuno; ma anche modo di vedere (ideologico, legato a una visione più generale del mondo ecc.)
Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno,
tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un'ampia costiera dall'altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l'Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l'acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. (A. Manzoni)
Focalizzazione zero
Focalizzazione interna
Focalizzazione esterna
(o focalizzazione)
Marta finì di rassettare la cucina, mise in funzione la lavatrice, poi accese una sigaretta e si stese sulla poltrona, seguendo distrattamente la televisione attraverso la fenditura della visiera. Nella camera accanto Giulio era silenzioso: stava probabilmente studiando, o scrivendo il compito di scuola. Da oltre il corridoio giungevano a intervalli i fragori rassicuranti di Luciano, che giocava con un amico. Era l’ora della pubblicità […] Nonostante la posizione disagiata e la corazza che le dava noia alle anche, Marta finì coll’addormentarsi, ma sognò di dormire coricata sulle scale di casa, per traverso, mentre accanto la gente saliva e scendeva senza curarsi di lei.
(P. Levi, Protezione, in Vizio di forma, Einaudi, Torino 1987)
A un tratto egli le prese la faccia tra le mani; e poi la baciò, con impeto, e rimase a lungo con le labbra schiacciate contro le sue. Si scostò un momento, e la baciò una seconda volta, e una terza. Dopo, rimasero senza parlare e senza nemmeno guardarsi. Anche lei era turbata, perché erano stati i suoi primi veri baci. I loro sguardi s’incontrarono, ella fece per dir qualcosa, ma si limitò a scuotere il capo e abbassò gli occhi. «Che cosa…?» balbettò lui.
Ma lei non aveva la forza di parlare. Posò una mano sulla sua: se la sentì stringere. Poi si sentì abbracciare. Allora appoggiò la testa sulla spalla di lui.
E così rimasero a lungo, ed erano tutt’e due turbati, turbati e felici come si può essere una sola volta nella vita: perché anche per lui era la prima volta. Ma questo Mara lo aveva capito già da molto tempo…
(C. Cassola, La ragazza di Bube, Rizzoli, Milano 2002)
– Venivo a trovarti, – disse Amelia.
Ginia non rispose subito.
– Sei sempre arrabbiata, – disse Amelia. – Lascia correre. Non c’è tuo fratello?
– È uscito adesso.
Amelia aveva un vecchio vestito, ma una bella pettinatura coi coralli. Andò a sedersi sul sofà e le chiese subito se usciva. Parlava con la voce di un tempo, ma più bassa, come fosse raffreddata.
(C. Pavese, La bella estate, Einaudi, Torino 1949
QUI SI DITERMINA UNA QUESTIONE E SENTENZIA, CHE FU
DATA IN ALESSANDRIA.
In Alessandria, la qual è nelle parti di Romania (acciò che sono dodici
Alessandrie, le quali Alessandro fece il marzo, dinanzi ch'elli morisse), in
quella Alessandria sono le rughe, ove stanno i saracini, li quali fanno i mangiari a vendere. E cerca l'uomo la ruga, per li piùe netti mangiari e più dilicati, sì come l'uomo, fra noi, cerca de' drappi. Un giorno di lunedì, un cuoco saracino, lo quale avea nome Fabrac, stando alla cucina sua, un povero saracino venne alla cucina, con uno pane in mano. Danaio non avea, da comperare da costui. Tenne il pane sopra il vasello, e ricevea il fumo, che n'uscia. E inebriato il pane del fumo, che n'uscia del mangiare, e quelli lo mordea, e così il consumò di mangiare. Questo Fabrac non vendèo bene, questa mattina.
Recolsi a ingiuria ed a noia, e prese questo povero saracino e disseli: –
Pagami di ciò, che tu hai preso del mio! – Il povero rispose: – Io non ho preso della tua cucina, altro che fumo. – Di ciò c'hai preso del mio, mi paga, –dicea Fabrac. Tanto fu la contesa che, per la nova quistione e rozza e non mai più avvenuta, n'andaro le novelle al Soldano. Il Soldano, per molta novissima cosa, raunò savi e mandò per costoro. Formò la quistione. I savi saracini cominciaro a sottigliare. E chi riputava il fumo non del cuoco, dicendo molte ragioni: – Il fumo non si può ricevere, e torna ad alimento, e non ha sostanzia, né proprietade che sia utile: non dee pagare. – Altri dicevano: Lo fumo era ancora congiunto col mangiare; era in costui signoria e generavasi della sua propietade. E l'uomo sta per vendere di suo mestiero, e chi ne prende, è usanza che paghi. – Molte sentenzie v'ebbe. Finalmente fu il consiglio:
– Poi ch'elli sta per vendere le sue derrate, tu ed altri per comperare, –
dissero, – tu, giusto signore, fa’ che 'l facci giustamente pagare la sua derrata, secondo la sua valuta. Se la sua cucina che vende, dando l'utile propietà, di quella suole prendere utile moneta; ed ora c'ha venduto fumo, che è la parte sottile della cucina, fae, signore, sonare una moneta, e giudica che 'l pagamento s'intenda fatto del suono, ch'esce di quella. – E così giudicò il Soldano che fosse osservato.
Novellino IX
Tempo
Narrare
raccontare fatti ordinati secondo un criterio cronologico
il tempo costituisce uno degli
assi portanti della narrazione
Analizzare il tempo di un racconto
1. analizzare il rapporto tra fabula e intreccio
2. analizzare il rapporto tra la durata degli avvenimenti su un piano di realtà (tempo della storia) e lo spazio che tali avvenimenti occupano nel testo (tempo del racconto)
Disavventure di un favolatore assonnato
Messere Azzolino avea uno suo novellatore, il quale facea favolare, quando erano le notti grandi di verno. Una notte avvenne che 'l favolatore avea grande talento di dormire, ed
Azzolino il pregava che favolasse. Il favolatore incominciò a dire una favola d'uno villano, che avea suoi cento bisanti: il quale andò a uno mercato, a comperare berbìci, ed èbbene due per bisante. Tornando con le sue pecore, uno fiume ch'avea passato, era molto cresciuto, per una grande pioggia che venuta era. Stando alla riva, vide uno pescator povero, con uno suo burchiello a dismisura picciolino, sìcché non vi capea, se non il villano ed una pecora per volta. Allora il villano cominciò a passare con una berbìce, e cominciò a vogare. Lo fiume era largo. Voga e passa. E lo favolatore restò di favolare. Ed Azzolino disse: – Va' oltre! – E lo favolatore rispose: – Lasciate passare le pecore, e poi racconterò il fatto. – Ché le pecore non sarebbeno passate in uno anno, sicché intanto puoté ben ad agio dormire.
Novellino, 31
QUI CONTA D'UNO NOVELLATORE DI MESSERE AZZOLINO
Fabula e intreccio
L’intreccio è l’ordine dei fatti che appare nel racconto: può essere in ordine cronologico oppure no. La fabula, invece, è la ricostruzione dell’ordine cronologico e logico-causale degli avvenimenti. Quando un intreccio segue un ordine strettamente cronologico, si può dire che fabula e intreccio coincidono. È importante comunque tenere presente che l’intreccio è nel testo, mentre la fabula è una ricostruzione successiva a partire dal testo.

Lo 'mperadore Federigo fue nobilissi mo signore, e la gente ch'avea bontade, venìa a lui da tutte parti, perché l'uomo donava volentieri, e mostrava belli sembianti a chi avesse alcuna speziale bontà. A lui venieno sonatori, trovatori e belli favellatori, uomini d'arti, giostratori, schermitori, d'ogni maniera gente. Stando lo 'mperadore Federigo e facea dare l'acqua, le tavole coverte, sì giunsero a lui tre maestri di nigromanzia, con tre schiavine. Salutaronlo così di subito, ed elli domandò: – Quale è il maestro di voi tre? – L'uno si trasse avanti e disse: – Messer, io sono. – E lo 'mperadore il pregò che giuocasse cortesemente. Ed elli gittaro loro incantamenti e fecero loro arti. Il tempo incominciò a turbare: ecco una pioggia repente, e tuoni e fulgori e baleni, e parea che fondesse una gragnuola, che parea coppelli d'acciaio. I cavalieri, fuggendo per le camere, chi in una parte, chi in un'altra. Rischiarossi il tempo. Li maestri chiesero commiato e chiesero guiderdone. Lo 'mperadore disse: – Domandate. – Que' domandaro. Il conte di San Bonifazio era più presso allo 'mperadore; que' dissero: – Messere, comandate a costui, che venga in nostro soccorso, contra li nostri nemici. – Lo 'mperadore li le comandò, molto teneramente. Misesi il conte in via con loro. Menàronlo in una bella cittade: cavalieri li mostraro di gran paraggio, e bel destriere e belle arme li apprestaro, e dissero: – Questi sono a te ubbidire. – Li nemici vennero a battaglia. Il conte li sconfisse e francò lo paese. E poi ne fece tre delle battaglie ordinate in campo: vinse la terra. Diederli moglie, ebbe figliuoli. Dopo, molto tempo tenne la signoria. Lasciaronlo grandissimo tempo, poi ritornaro. Il figliuolo del conte avea già bene quaranta anni: il conte era vecchio. Li maestri tornaro, e dissero che voleano andare a vedere lo 'mperadore e la corte. Il conte rispose: – Lo 'mperio fia ora più volte mutato; le genti fiano ora tutte nuove: dove ritornerei? – E' maestri dissero: – Noi vi ti volemo, al postutto, menare. – Misersi in via; camminaro gran tempo. Giunsero in corte. Trovaro lo 'mperadore e suoi baroni, ch'ancor si dava l'acqua, la quale si dava quando il conte n'andò co' maestri. Lo 'mperadore li facea contare la novella; que' la contava: – I' ho poi moglie, figliuoli c'hanno quaranta anni. Tre battaglie di campo ho poi fatte; il mondo è tutto rivolto. Come va questo fatto? – Lo 'mperadore li le fa raccontare, con grandissima festa, a baroni ed a cavalieri.
Il racconto e la magia del tempo
Novellino, 21
COME TRE MAESTRI DI NIGROMANZIA VENNERO ALLA CORTE DELLO 'MPERADORE FEDERIGO
Esempio 1 analisi
«Aprì l’ombrello»; oppure «Afferrò l’ombrello per il manico di legno, e con l’altra mano fece scorrere il cilindro cavo di plastica al quale erano aganciate le stecche lungo il tubo sottile di alluminio, dal manico fino alla sommità, dove si udì il click del gancio che bloccava il cilindro nella parte inferiore»
Esempio 2 analisi
«Ci furono due botti secchi senza luce e i fuochi cominciarono».
«Questo ho potuto vederlo anch’io» ha detto piano Brahe.
«Linee traccianti –, riprese Epstein senza tenere conto dell’interruzione, - entravano dal basso nel riquadro di cielo buio, esplodevano in alto con un boato perforante, si divaricavano in un punto dove la materia.diventava luce, probabilmente il sodio luce gialla, il bario luce verde, il rame luce azzurra, il magnesio luce bianca, lo stronzio luce rossa, e il calomelano […] luce celeste. Linee di luce si diramavano concentriche e riscendevano giù, smorzandosi, nei piccoli fuochi d’apertura, non troppo intensi per catturare l’occhio senza offenderlo e disporlo a una gradualità. Subito dopo, senza che loro due avessero il tempo di voltarsi e di fare apprezzamenti, altre salve portarono in quota raggiere di lance bianche da cui nascevano raggiere di lance azzurre da cui nascevano raggiere di lance verdi, luci rapidissime e fulminanti, alle quali probabilmente i nitrati e i dorati, veri magazzini di ossigeno, davano velocità di combustione, e così l’aria si trasformava in luce…» (D. Del Giudice, Atlante Occidentale, Torino 1985, pp. 148-49)

Esempio 3 Pausa
Queste ragazze cantano, come cantano tutte le ragazze di tutti i laboratori del mondo, e questo ci rende profondamente infelici. Discorrono fra loro: parlano del terreramento, dei loro fidanzati, delle loro case, delle feste prossime…
– Domenica vai a casa? Io no: è così scomodo viaggiare!
– Io andrò a Natale. Due settimane soltanto, e poi sarà ancora Natale: non sembra vero, quest’anno è passato così presto!
… Quest’anno è passato presto. L’anno scorso io ero un uomo libero: fuori legge ma libero, avevo un nome e una famiglia, possedevo una mente avida e inquieta e un corpo agile e sano. Pensavo a molte lontanissime cose: al mio lavoro, alla fine della guerra, al bene e al male, alla natura delle cose e alle leggi che governano l’agire umano; e inoltre alle montagne, a cantare, all’amore, alla musica, alla poesia. (P. Levi, Se questo è un uomo, Torino 1989, p. 127).

Esempio 4 Digressione
[…] due lunghi mustacchi arricciati in punta: una cintura lucida di cuoio,
e a quella attaccate due pistole: un piccol corno ripieno di polvere, ca-
scante sul petto come una collana: un manico di coltellaccio che spun-
tava fuori d’un taschino degli ampi e gonfi calzoni, uno spadone, con
una gran guardia traforata a lamine d’ottone, congegnate come in
cifra, forbite e lucenti: a prima vista si davano a conoscere per indivi-
dui della specie de’ bravi.
Questa specie, ora del tutto perduta, era allora floridissima in Lom-
bardia, e già molto antica. Chi non ne avesse idea, ecco alcuni squarci
autentici, che potranno darne una bastante de’ suoi caratteri principali,
degli sforzi fatti per ispegnerla, e della sua dura e rigogliosa vitalità.
Fin dall’otto aprile dell’anno 1583, l’Illustrissimo ed Eccellentissimo signor don Carlo d’Aragon, Principe di Castelvetrano…pubblica un bando contro di essi. (a. Manzoni, I promessi sposi, II, Milano 2002, pp. 12-13)

Pausa descrittiva
Digressione
Esempio 5 Sommario
Luca Minella, nato nel 1789 a Ortona in una delle case di Porta Caldara, fu marinaio. Nella prima giovinezza navigò per qualche tempo sul trabaccolo Santa Liberata, dalla rada di Ortona ai porti della Dalmazia, caricando legnami, frumento e frutta secche. Poi, per vaghezza di cambiar padrone, si mise al servizio di don Rocco Panzavacante, e su una tanecca nuova fece molti viaggi in commercio d’agrumi al promontorio di Roto, che è una grande e dilettosa altura sulla costa italica, tutta coperta di una selva di aranci e limoni. (G. D’Annunzio, La vergine Anna, in Id., Tutte le novelle, Milano 1992, p. 131)
Esempio 6 Ellissi
Bube ricomparve un mese dopo. Era una mattina che facevano il pane: Mara aveva aiutato la madre ad infornare, poi era tornata a casa. Ed ecco davanti alla porta, con la solita aria indecisa, c’era Bube.
Perchè?
1. enfasi
2. controllo del narratore
3. tempo "protagonista" della storia
Spazio
narrare
raccontare fatti che si svolgono in uno spazio
anche lo spazio, come il tempo, costituisce uno degli assi portanti della narrazione
Funzioni della descrizione
1) funzione informativa: la descrizione deve fornire al lettore i dati fondamentali per seguire il racconto; si riferisce in maniera diretta alle cose che sono nel mondo, ed è collocata all’inizio della narrazione e tutte le volte che si cambia luogo.

2) funzione mimetica: la descrizione non ha la funzione di presentare un luogo, ma anche quella di menzionare al lettore quanto vede anche il personaggio, man mano che gli oggetti gli vengono agli occhi. Più che una descrizione si tratta del racconto di un’esperienza visiva.

3) funzione focalizzatrice: in questo caso la descrizione è filtrata dall’occhio di un personaggio, oppure contribuisce alla sua descrizione, perché ne riprende alcuni tratti essenziali.

4) funzione organizzativa: in certi casi la descrizione può contenere alcuni tratti essenziali dell’intero racconto, e dunque può diventarne una rappresentazione e guidare il lettore attraverso i vari significati della narrazione.

Denotazione e connotazione
Descrizione oggettiva e soggettiva
Dopo una volta la strada correva dritta, forse per sessanta passi, e poi si divideva in due viottole, a foggia d’un ypsilon: quella a destra saliva verso il monte, e menava alla cura: l’altra scendeva nella valle fino a un torrente; e da questa parte il muro non arrivava che all’anche del passeggiero.
(A. Manzoni, I promessi sposi, cap. I, p. 12)

Esempio 1 Descrizione oggettiva
Funzione informativa
Esempio 2 Descrizione soggettiva
Funzione focalizzatrice
Cominciarono a passare le stazioni, casotti di legno col sole sul cappello rosso dei capistazione, e la selva si apriva, si stringeva, di fichidindia alti come forche. Erano di pietra celeste, tutti fichidindia, e quando si incontrava anima viva era un ragazzo che andava o tornava, lungo la linea, per cogliere i frutti coronati di spine che crescevano, corallo, sulla pietra dei fichidindia. Gridava al treno mentre il treno gli passava davanti.
Soffiava vento entro le cave della foresta; lo si sentiva, alle fermate, suonare, come già dianzi al mare, un vento minuto di scoppiettii. Poi svolazzava un lembo di bandierina rossa, si arrivava, si ripartiva. E tra i fichidindia apparivano le case; il treno si fermava sulle arcate di un ponte e dal ponte girava la gradinata dei tetti; si attraversava la galleria, si era di nuovo tra fichidindia e scogliere di roccia, e di nuovo non si incontrava altra anima viva che un ragazzo.
Egli gridava, gridava al treno, mentre il treno gli passava davanti; e il sole era sopra al grido di lui, sulle bandierine rosse, sui cappelli rossi dei capistazione.
D’un tratto poi un cappello rosso, una bandierina rossa, un grido di ragazzo furono senza più sole, e sotto i fichidindia fu buio, comparve un lume. (E. Vittorini, Conversazione in Sicilia, Milano 1994, pp. 173-175)

Esempio 3 Funzione mimetica
Il castello dell’Innominato era a cavaliere a una valle angusta e uggiosa, sulla cima d’un poggio che sporge in fuori da un’aspra giogaia di monti, ed è, non si saprebbe dir bene, se congiunto ad essa o separatone, da un mucchio di massi e di dirupi, e da un andirivieni di tane e di precipizi, che si prolungano anche dalle due parti. Quella che guarda la valle è la sola praticabile; un pendio piuttosto erto, ma uguale e continuato; a prati in alto; nelle falde dei campi, sparsi qua e là di casucce. Il fondo è un letto di ciottoloni, dove scorre un rigagnolo o torrentaccio, secondo la stagione: allora serviva di confine ai due stati. I gioghi opposti, che formano, per dir così, l’altra parete della valle, hanno anch’essi un po’ di falda coltivata; il resto è schegge e macigni, erte ripide, senza strade e nude, meno qualche cespuglio ne’ fessi e sui ciglioni. (Manzoni, I promessi sposi, pp. 377-78)
La gobba dell’onda venendo avanti s’alza in un punto più che altrove ed è lì che comincia a rimboccarsi di bianco. Se ciò avviene a una certa distanza da riva, la schiuma ha il tempo d’avvolgersi su se stessa e scomparire di nuovo come inghiottita e nello stesso momento tornare a invadere tutto, ma stavolta spuntando da sotto, come un tappeto bianco che risale la sponda per accogliere l’onda che arriva. Però, quando ci s’aspetta che l’onda rotoli sul tappeto, ci si accorge che non c’è più l’onda, ma solo il tappeto, e anche questo rapidamente scompare, diventa un luccichio d’arena bagnata che si ritira veloce, come se a spingerlo fosse l’espandersi della sabbia asciutta e opaca che avanza il suo confine ondulato.
Nello stesso tempo bisogna considerare le rientranze del fronte, dove l’onda si divide in due ali, una che tende verso riva da destra a sinistra e l’altra da sinistra a destra, e il punto di partenza e d’arrivo del loro divergere o convergere è questa punta in negativo, che segue l’avanzare delle ali ma sempre trattenuta più indietro e soggetta al loro sovrapporsi alternato, finché non viene raggiunta da un’altra ondata più forte ma anch’essa con lo stesso problema di divergenza-convergenza, e poi da un’altra più forte ancora che risolve il nodo infrangendolo. (I. Calvino, Palomar, p. 876-77)

Esempio 4 Funzione focalizzatrice
Esempio 5 Funzione organizzativa
Belbo correva avanti e indietro sul sentiero e m’invitava a cacciarmi nel bosco. Ma quella sera preferii soffermarmi su una svolta della salita sgombra di piante, di dove si dominava la gran valle e le coste. Così mi piaceva la grossa collina, serpeggiante di schiene e di coste, nel buio. In passato era uguale, ma tanti lumi la punteggiavano, una vita tranquilla, uomini nelle case, riposo e allegrie. Anche adesso qualche volta si sentivano voci scoppiare, ridere in lontananza, ma il gran buio pesava, copriva ogni cosa, e la terra era tornata selvatica, sola, come l’avevo conosciuta da ragazzo. Dietro ai coltivi e alle strade, dietro alle case umane, sotto i piedi, l’antico indifferente cuore della terra covava nel buio, viveva in burroni, in radici, in cose occulte, in paure d’infanzia. Cominciavo a quei tempi a compiacermi in ricordi d’infanzia. Si direbbe che sotto ai rancori e alle incertezze, sotto alla voglia di star solo, mi scoprivo ragazzo per avere un compagno, un collega, un figliolo. Rivedevo questo paese dov’ero vissuto. Eravamo noi soli, il ragazzo e me stesso. Rivivevo le scoperte selvatiche d’allora. Soffrivo sì ma col piglio scontroso di chi non riconosce né ama il prossimo. E discorrevo discorrevo, mi tenevo compagnia. Eravamo noi due soli. (C. Pavese, La casa in collina, Torino 1990, p. 5)
Dentro e fuori Milano

Lo 'mperadore Federigo, stando ad assedio a Melano, sì li fuggì uno suo astore e volò dentro a Melano. Fece ambasciadori e rimandò per esso. La potestade ne tenne consiglio, arringatori v'ebbe assai. Tutti diceano, che cortesia era a rimandarlo, più ch'a tenerlo. Un melanese, vecchio di gran tempo, consigliò alla podestà e disse così: – Come ci è l'astore, così ci fosse lo 'mperadore, ché noi lo faremmo disentire, di quello ch'elli fa al distretto di Melano! Perch'io consiglio, che non li si mandi. – Tornaro li ambasciadori e contaro allo 'mperadore sì come consiglio n'era tenuto. Lo 'mperadore, udendo questo, disse: – Come può essere? Trovossi in Melano niuno, che contradicesse alla proposta? – Risposero li ambasciadori: -Messer, sì. – E che uomo fu? – Messere, fu uno vecchio. – Ciò non può essere – rispose lo 'mperadore, – che uomo vecchio dicesse sì grande villania. – Messere, [e] pur fue! – Ditemi – disse lo 'mperadore, – di che fazione e di che era vestito? – Messere, era canuto e vestito di vergato. – Ben può essere – disse lo 'mperadore, – da che è vestito di vergato; ch’elli è un matto.
COME ALLO 'MPERADORE FEDERIGO FUGGÌ UN ASTORE DENTRO IN MELANO.
Novellino, 22
Narciso e la fonte
Novellino, 46

Narcis fu molto buono e bellissimo cavaliere. Un giorno avvenne, ch'elli si riposava sopra una bellissima fontana e, dentro l'acqua, vide l'ombra sua, molto bellissima. E cominciò a riguardarla, e rallegravasi sopra alla fonte. E così credeva che quella ombra avesse vita, che stesse nell'acqua; e non si accorgeva che fosse l'ombra sua. Cominciò ad amare ed innamorare sì forte, che la volle pigliare. E l'acqua si turbò e l'ombra sparìo; ond'elli incominciò a piangere. E l'acqua schiarando, vide l'ombra che piangea. Allora elli si lasciò cadere nella fontana, sicché annegò. Il tempo era di primavera. Donne si veniano a diportare alla fontana; videro il bello Narcis affogato, con grandissimo pianto lo trassero della fonte e, così ritto, l'appoggiaro alle sponde. Onde, dinanzi allo dio d'Amore andò la novella. Onde lo dio d'Amore ne fece nobilissimo mandorlo, molto verde e molto bene stante: e fu ed è il primo albero, che prima fa frutto e rinnovella amore.
QUI CONTA COME NARCIS S'INNAMORÒ DELL'OMBRA SUA.
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