Loading presentation...

Present Remotely

Send the link below via email or IM

Copy

Present to your audience

Start remote presentation

  • Invited audience members will follow you as you navigate and present
  • People invited to a presentation do not need a Prezi account
  • This link expires 10 minutes after you close the presentation
  • A maximum of 30 users can follow your presentation
  • Learn more about this feature in our knowledge base article

Do you really want to delete this prezi?

Neither you, nor the coeditors you shared it with will be able to recover it again.

DeleteCancel

Make your likes visible on Facebook?

Connect your Facebook account to Prezi and let your likes appear on your timeline.
You can change this under Settings & Account at any time.

No, thanks

Medioevo 25.02

No description
by

GAL ConcaBarese

on 8 April 2015

Comments (0)

Please log in to add your comment.

Report abuse

Transcript of Medioevo 25.02

Noi immersi nel
Medioevo

Noi immersi tra castelli, chiese, leggende, tradizioni, antiche botteghe e prodotti agricoli tipici
I borghi rurali della conca barese affondano le loro radici in epoche lontane: reperti litici, manufatti e tracce archeologiche datano la presenza di primi nuclei insediativi anche 4.000 anni prima dell'avvento di Cristo.
Tuttavia, per poter parlare di vere e proprie comunità,
si deve far riferimento ad epoche posteriori,
principalmente all'età medioevale.
Perché nasca una comunità è necessario che siano garantiti
livelli concreti e soddisfacenti di sicurezza.
La spinta che invoglia gruppi familiari a riunirsi,
a vivere nella stessa località è legata essenzialmente
ai vantaggi che la convivenza può determinare.

Un momento di determinante importanza nel passaggio dalla condizione di semplici borghi rurali ad una dimensione di maggior rilievo consiste nella costruzione di opere fortificate, un favoloso sistema di castelli. Così avviene a
Sannicandro
, che è citato come castellum già nel
1134.
Allo stesso modo
Bitritto
, prima della metà del
XII secolo
, sorge un castello per proteggere l'insediamento rurale, fino ad allora definito casale, poi
Palo del colle, Bitritto, Toritto, Binetto e Grumo Appula.
Il
Castello Normanno-Svevo di Sannicandro di Bari
sorge nella zona medievale del paese, ed è circondato dall'antico fossato svevo, colmato e trasformato in strada solo nel 1836. È composto di due parti distinte messe l'una nell'altra, costruite in epoche distanti tra loro, ad opera dei Bizantini e degli Svevi. La sua edificazione risale al
916
, per iniziativa del generale bizantino Nic­colo Piccingli, il quale aveva ordinato la costruzione di un Fortilizio per la difesa della Puglia dai Sara­ceni. L'originario nucleo dei Ca­stello, di origine bizantina, è costituito da una robusta cinta in muratura di pietra che corre lungo i lati di un trapezio, munita di sei torri quadrilatere distribuite nei quattro vertici e nel punto medio delle due basi del trapezio.
La nascita del castello di
Palo del Colle
che si verifica intorno al
1255
ad opera di re Manfredi che incarica l'architetto cipriota Americo di progettare e realizzare l'edificio che, successivamente, sarà inglobato nel settecentesco Palazzo Filomarino.
Quello di Palo è classificato come “castra non extempta” (facente parte del demanio imperiale). La linea di impianto del Castello è quella comune ad altri castelli federiciani: “… doveva avere forma quadrata con quattro torri angolari, delle quali gli avanzi sopravvissuti, sia pure con modifiche dimensionali, sono i tre avancorpi che si spingono fuori della facciata principale esposta a levante e di quelle laterali a nord-est e a sud-ovest.” (N. Poliseno)
Ma fu nel 1349 che il castello diede una straordinaria prova di se nel corso della lunga e violenta guerra fra Giovanna I d’Angiò e suo cognato Ludovico d’Ungheria.
Costruito in epoca normanna, l'impianto originario del
Castello di Bitritto
fu edificato al fine di difendere il casale che era nato e si era sviluppato intorno ad una chiesa bizantina, successivamente inglobata nel fortilizio. Era costituito da tre torri a pianta quadrangolare collegate tra loro da corpi bassi all'interno dei quali erano ricavati i locali ad uso dei militi e per il ricovero degli animali: verso sud e verso ovest la corte era definita da muri. Gli ingressi erano due: quello a nord consentiva l'accesso al castello dall'esterno e quello a sud dall'interno del casale. Successivamente Frangalo (1210-1350) comestabulo di Bitritto fece eseguire dei lavori che portano, fondamentalmente, alla sopraelevazione dei corpi bassi tra le torri e alla costruzione di un avancorpo addossato alla facciata interna nord.
Toritto
intorno all’anno Mille, diventata feudo normanno, vide una rinascita economica e sociale segnata dalla costruzione del castello (poi riedificato intorno al
XII secolo
). Il castello si erge sulla piazza Vittorio Emanuele II con la massiccia torre rettangolare di oltre trenta metri. Il castello era circondato da un profondo fossato (ora non più visibile). Per accedere al castello, vi era un ponte levatoio vegliato, come si vede ancora oggi, da due giganteschi leoni in granito.
Gli insediamenti religiosi contribuirono alla definizione dei caratteri originari delle comunità che abitarono il territorio.
Chiese
, grandi e piccole, cappelle, affiancavano sempre, fin dai primi tempi, gli agglomerati urbani e rappresentavano un sicuro e costante punto di riferimento per gli abitanti.
Per quanto riguarda la presenza di istituzioni ecclesiastiche un ruolo di grande rilievo fu assunto dalla città di
Bitetto
che fu sede vescovile. La diocesi comprendeva soltanto la città di Bitetto che doveva avere una solidità urbana non trascurabile.
La
Cattedrale di San Michele Arcangelo
di Bitetto è uno degli esempi più puri del romanico pugliese. L'epigrafe nei pressi del portale rivela che fu edificata nel 1335 da Mastro Lillo da Barletta su commissione del vescovo Bonocore, che volle ricostruire il tempio della città nel luogo dove sorgeva la cattedrale più antica
Orientata secondo l'antico uso con il presbiterio ad est, la cattedrale presenta una severa facciata tripartita da paraste e munita di un grande rosone archivoltato. Dei tre portali, quello centrale si connota per un ricco apparato scultoreo: due leoni in pietra, accosciati su possenti mensoloni, reggono colonne dai capitelli a motivi vegetali che sostengono una lunetta con i bassorilievi del Cristo e dei dodici Apostoli. Gli stipiti esterni presentano invece scene del Nuovo Testamento. L'interno, che nel Settecento fu pesantemente intonacato ed è stato riportato all'originario stile romanico nel 1959, è scandito in tre navate da setti murari a triplo ordine, dove le arcate a doppia ghiera sono sormontate da falsi matronei e più in alto da monofore. Il transetto è triabsidato secondo gli stilemi del romanico pugliese.
Il
Santuario di Santa Maria degli Angeli,
in
Cassano delle Murge,
fu edificato nel
1469
, al di sopra di una millenaria grotta, nella quale fu ritrovata nel 1250 un dipinto della Madonna. L'Immagine Sacra era stata nascosta nella grotta plurimillenaria a seguito delle persecuzioni (717-741) di Leone III detto l'Iconoclasta, ed era stata adibita a cisterna d’acqua da parte dei pastori della zona. Si racconta che fu proprio un pio sacerdote di Cassano, molto devoto alla Madonna, a scoprire questa immagine dipinta sulla roccia, a seguito di una triplice visione rivelatrice. All’interno del Santuario si trova il monumentale presepe in pietra murgiana scolpito nel tardo 400 dall’artista locale Paolo da Cassano ed un crocifisso ligneo del XIV secolo. In questo santuario visse per dodici anni, a partire dal 1444, anche il Beato Giacomo da Bitetto che lasciò il suo bastone, che la leggenda dice, si è trasformato nel pioppo secolare sito nel retro del Santuario.
La
Chiesa Matrice
di
Grumo
, in puro stile romanico–pugliese, era situata in cima al rialzo centrale dell’abitato grumese dove, in tempi precristiani, vi era presumibilmente un tempio o un edificio pubblico. Nel
XII secolo
, in epoca normanna, la Chiesa Matrice (intitolata a S. Maria Assunta) già sorgeva al centro di paese. Al XIII secolo invece risale la vecchia chiesa, di cui resta solo il campanile che mostra la sua sicura origine duecentesca; il campanile è spiccatamente romanico. Nel XVI secolo tutto il "vecchio" complesso duecentesco fu inesorabilmente abbattuto, sia per l’aumento della popolazione che non riusciva più a riversarsi nell’edificio sacro, sia per le condizioni architettoniche divenute nel frattempo obsolete e criticabili. Solo il campanile fu salvato e, curiosamente, proprio come simbolo e ricordo del passato
Per ciò che concerne la
Chiesa di S. Maria della Porta
il Garruba afferma che “ricorda i tempi dei Normanni”. Orientata secondo la liturgia latina, essa sorse sull’antico tempio pagano presso un’altra chiesa cristiana; una testimonianza potrebbe vedersi in una parte della sacrestia di S. Francesco e in una casa privata che ancora conserva tracce di colonne e di mascheroni.
Resturata nel Rinascimento e purtroppo deturpata in tempi molto vicini a noi, dell’epoca originaria non resta che la facciata principale, la testata del transetto, con due bifore e una rosa, e a settentrione il bellissimo campanile, che si slancia come uno stelo per 49 metri di altezza. Lo adornano bifore e quadrifore incoronate da elegante loggetta, da cui sorge un piano rastremato con bifore, culminante poi in alto a cuspide piramidale.
Intorno alla base della piramide ricorre per ogni lato: “Deus homo – factus est – Christus rex – Venit in Pace”. Per curiosa coincidenza le suddette scritte si leggono pure sul campanile di S. Marco a Venezia.
Durante il medioevo,
Binetto
diventa un feudo importante che passa da un feudatario all’altro e subisce le situazioni che hanno caratterizzato questa parte del territorio italiano. Il suo monumento più importante è la
chiesa dell´Assunta
, costruita all’
inizio del ‘200
per volontà dell' Arciprete Ajor II Calcaniati; edificata in stile romanico a tre navate, con la centrale piú elevata rispetto alle laterali, ha una facciata spoglia, a capanna, con tre portali arcuati e un semplice rosone sopra a quello centrale. All’interno, sulla fiancata di sinistra sono collocate in nicchie aperte tre statue cinquecentesche di figure sacre in pietra, oltre ad un fonte battesimale cinquecentesca, un'acquasantiera e alcuni affreschi databili tra il XIV e il XVII secolo.
Il castello o luogo fortificato a
Binetto
è documentato dal
1082
. E’ lo stesso feudatario, il normanno Umfredo, che lo afferma sottoscrivendo un diploma con la formula: “E’ il segno di croce fatto con la mia mano, io che sono Umfredo, signore del castello di Binetto”. Nel “Catalogus Baronum” stilato fra il 1150-1168, Roberto di Binetto è così catalogato: “Robbertus de Beneth dixit quod demanium suum est Beneth..est phendum” (Roberto di Binetto dice che il suo feudo...è Binetto”. Domenico di Gravina nel “Chronicon de rebus in Apulia gestis” racconta le vicissitudini dei feudi di Terra di Bari ad opera dell'esercito di Luigi d'Ungheria sceso in Italia a vendicare l'assassinio del fratello Andrea ad opera della moglie Giovanna I, regina di Napoli. Il 18 luglio 1349 un esercito di mercenari si diressero al castello di Binetto sulle cui mura, “undique murata et fortis” si era asserragliato il popolo armato. L'intervento del capitano Gualtieri e la richiesta del “villaggio ossia l'istesso castello” di tornare nel dominio di re Luigi evitarono la battaglia.
La
conca barese
si caratterizza, come una terra ricca di castelli, torri, chiese ma anche di antiche leggende che ancora oggi sono tramandate. Rievocazioni storiche, attaccamento ad antiche tenzone cavalleresche che alimentano passioni come quelle per l'addestramento di cavalli, rievocazioni di festività legate al mondo pagano (come la notte di San Giovanni), sono segnali di una continuità col proprio passato. E' importante notare come sia possibile elaborare un programma di eventi legati al tema della rievocazione storica:
- il
25 aprile
a
Bitetto
si svolge il
Mercatino medioevale
;
- il
1 maggio
sempre a
Bitetto
è in programma il
Corteo storico
che rievoca la guarigione del piccolo Giovanni Battista Acquaviva ad opera del Beato Giacomo;
- il
martedì grasso
di ogni anno si tiene a
Palo
il
Palio del Viccio
riconducibile al tempo degli Sforza;
- a
Sannicandro dal 31 gennaio a marzo
si svolge la manifestazione
Medievalia
con figuranti-attori che animano il Castello con momenti rievocativi altamente immersivi e coivolgenti.
Tali eventi cercano di rievocare momenti della storia patinati da un velo di leggenda. Come ogni storia degna di tal nome è difficile riconoscere il confine, troppo spesso labile, che separa la verità storiografica da quella prettamente narrativa. Un esempio? La storia del Paliotto custodito nella Chiesa della Veterana a Bitetto.

La rievocazione storica del corteo racconta di quando il Duca Andrea Matteo Acquaviva torna a Bitetto con la Duchessa, i figli e la Corte per ringraziare Fra Giacomo per la guirigione del figliolo Giovanni Battista; ed in segno di devozione fa costruire in una notte la strada rettilinea che ancora oggi collega il Santuario al Paese.
Il Palio del Viccio si svolge ogni anno il martedì grasso. E' un rito-spettacolo della nostra cultura ancestrale connessa al ciclo agrario.
Alla ricerca delle origini storiche del Palio del Viccio, taluni studiosi (F. Polito) hanno richiamato l’autore della colossale fatica enciclopedica Naturalis historia, Plinio il vecchio (23-79 d.C.) che ivi parla dei “ludi qui fiebant more Palensium” (giochi che si svolgevano secondo la tradizione dei Palesi). Un riscontro si troverebbe anche in un documento del 1546 dell’Università di Palo, in cui si fa riferimento al “Palio detto di S. Luca). Altri (G. Birardi) osserva che la corsa dei cavalieri è sicuro inizio della presenza di molti cavalli “in loco” e collega l’istituzione del palio con la tenuta di allevamento di cavalli nella difesa di Auricarro al tempo degli Sforza. Iniziato nel 1477 da Sforza Maria Sforza che aveva una grande passione per i cavalli, l’allevamento fu largamente sviluppato da Ludovico il Moro, che – pur possedendo altre “difese” in diverse città pugliesi e calabresi – aveva in quella di Palo la “difesa” più preziosa e rinomata per le razze pregiate dei cavalli. Tanto che gli incaricati lo dissuadessero dall’istituirne di nuove perché “le iumente del V. Ex. Stano tanto bene, quanto dir se possa”. Se ne conclude che: “In tale allevamento la corsa del “viccio” affonda certamente le sue radici. Può essere avvenuto che, quando nel 1477 il duca Sforza Maria venne a Bari e fece una visita a Palo, gli addetti alla “difesa” vollero dimostrare la bontà e il grado di addestramento dei cavalli, oltre alla perizia di chi li montava, con la esibizione di una corsa in salita, lungo il pendio della collina che portava alla porta del castello. Una gara nata, insomma, come dimostrazione della efficienza dell’allevamento. (Birardi)

L'associazione HISTORIA organizza presso il Castello di Sannicandro, l'evento MEDIEVALIA, un'esperienza di vita castellare. I visitatori possono ammirare il castello, accompagnati da guidattori che raccontano “recitando” spaccati di vita. Dando ai personaggi non solo una valenza storica ma anche un'anima piena di sentimenti, passioni e paure. La storia prende vita: una guarnigione di miliziani, una tavola imbandita per il desinare del signore, una cucina con derrate alimentari non cotte, un architetto, la stanza da letto del feudatario e tanto altro...Non è una visita guidata. E' un'esperienza di vita medioevale.
Gli agglomerati medioevali appaiono, tanto come causa quanto come effetto sia della produzione che del mercato, sicché si può affermare che la città e sì centro di produzione di prodotti artigianali e agricoli ma è, al tempo stesso, un prodotto (materiale e culturale) della attività artigianale (produzione); che la città e sì luogo di mercato dei prodotti ma è anche un prodotto della attività mercantile (mercato).
La presenza di mercati “a postazioni fisse”, altamente regolamentati, nei nostri borghi medioevali è confermata da un bassorilievo scolpito sulla parete di un edificio sito sul lato corto di Piazza Leone a Bitritto. In quel sito ci sono ancora due lastre litiche, una sull’altra. In quella superiore è scolpito a bassorilievo un leone accovacciato come se vigilasse su qualcosa; la lastra inferiore invece sembra una lapide circoscritta da una cornice intagliata senza iscrizioni. Secondo Padre Celestino Giannelli, storico locale, le dimensioni della lapide inferiore ovvero i due lati e la diagonale del rettangolo sarebbero tre moduli di arcaiche misure che rappresenterebbero gli spazi assegnati ad ogni mercante.
La manifestazione si svolge ogni anno il 25 aprile all'interno del suggestivo borgo antico di Bitetto. Vengono allestite bancarelle e botteghe mentre musici itineranti, giocolieri, cantastorie e antichi giochi come il "Buttalo in botte" ed il "Gioco della noce" creano un'atmosfera coinvolgente tipica dell'epoca medioevale. Ai visitatori è data la possibilità di indossare un costume e diventare parte integrante della rievocazione storica.
Ambientazione del mercato:
Fine XV secolo. E’ una tiepida giornata di primavera. Il paese è ormai sveglio e ha ripreso il suo ritmo quotidiano. E’ giorno di festa. E’ giorno di mercato.
La gente si riversa per le viuzze: chi a giocare, chi a chiacchierare con i vicini, chi a far compere, chi ad ammirare lo spettacolo costantemente offerto dai mercanti, dai clienti, dai signori o dai chierici e dalla folla eterogenea dei passanti.
Andando a spasso per le strette vie del borgo si può udire, oltre al vocìo dei paesani, le risate dei bambini e i versi degli animali, il costante rumore proveniente dalle diverse botteghe, in cui abili artigiani continuano a lavorare con dedizione, quasi incuranti della confusione che c’è fuori e immuni all’entusiasmo e al buonumore che contagia tutti.
E’ presente il ceramista che plasma l'argilla, il cestaio che intreccia rami di ulivo e stecche di canna, lo speziale alle prese con le sue magiche ricette, il cuoiaio che realizza deliziose scarselle, l'armaiolo, il mercante di panni, lo scrivano assorbito dalle sue innumerevoli storie da raccontare, il fabbro con i suoi attrezzi del mestiere, il falegname, il cordaio e tanti altri ancora.
Inoltre, per vivere meglio l'evento sono allestite delle taverne dove si possono degustare cibi e vini ascoltando musiche antiche.
Racconta il volgo che in una splendida giornata di estate avanzata. un vecchio contadino di Palo zappava un piccolo appezzamento di terreno in contrada « Lame strette », mentre suo figlio seminava legumi nel terreno rivoltato di fresco. La forte fatica durava da tre giorni, senza che nessuno dei due poveri esseri avesse trovato un po' di spontanea erba mangereccia nel terreno arido, data la lunga siccità di quell'anno.
A proposito si dice anche che il vecchio padre volesse zappare soltanto senza seminare. dal momento che non c'era l'umidità sufficiente affinché i legumi germogliassero. Ma il figlio, sperando in un aiuto divino, convinse il padre di affidare i semi alla terra, perché questa sarebbe stata certamente irrorata da una pioggia abbondante.
E così fecero. Dei piccoli pozzetti venivano fatti nei solchi appena anneriti dalla zappatura superficiale; e in essi il ragazzo dall'aspetto rude, capace di prevedere un dono meravigliosamente proficuo di Giove Pluvio, lasciava cadere pochi semi. Il Dio mitologico delle nubi avrebbe pensato al resto.
Avvenne che una mattina, mentre il vecchio padre attraversava il viottolo pietroso che dalla via in salita menava nel suo fondo, vide fra pochi sassi una rosa dalla corolla fresca e fiammante. Un'esclamazione di meraviglia uscì dalla sua bocca; si stropicciò gli occhi, non sapendo se realmente vedesse o sognasse.
« Come - disse al figlio, mostrando ciò che aveva visto - è possibile che questo terreno sparso di pietre possa essere sì fertile?... ». Il figlio non seppe rispondere.
Si avvicinarono insieme alla rosa, dì cui accarezzarono i petali vistosi. Si provarono a tirarla. Ma non c'era sforzo che la portasse fuor del terreno. Allora con la zappa vi scavarono intorno un ampio fosso per sradicarla. Così soltanto la rosa se ne venne in un attimo, con lo stelo e le intere radici. Seguì la rivelazione del miracolo. Da quattro mani callose e tremanti di commozione una Croce fu sollevata dal fondo del fosso: la nostra Croce di Auricarro, bella nella sua modestia e semplicità, che noi oggi veneriamo come una vera realizzazione di volontà divina. Una grave contesa nacque in seguito fra gli abitanti di Palo e quelli di Toritto, per il possesso perpetuo della miracolosa Croce. Gli uni dicevano che il posto di rinvenimento si trovasse in territorio palese; gli altri invece in quello torittese. Allora due buoi aggiogati furono portati nei pressi del laghetto di Auricarro, per vedere quale via prendessero nell'avviarsi. E dal momento che gli animali si incamminarono a tutta corsa verso Palo, la Croce rimase fra noi, a precederci sempre nelle nostre azioni come una vedetta luminosa, come un faro di luce inestinguibile. In quel bel giorno fu festa per le nostre anime, e il sole meraviglioso della fine d'estate fu oscurato da una immensa nube, che alla terra arsa dette acqua per parecchie ore di seguito.
Così narra la leggenda. Sul luogo ove venne rinvenuta la croce fu costruita una piccola cappella rupestre.
L'agricoltura rappresentava l'occupazione di quasi tutte le famiglie che abitavano il casale. Ma l'artigianato, e le classiche botteghe, svolgevano un ruolo altrettanto importante.
Gli artigiani erano un tempo contadini che fabbricavano saltuariamente arnesi ed utensili per sé e per il signore. In seguito alcuni di essi si dedicano sempre più alle loro particolari lavorazioni man mano che il perfezionamento degli strumenti tecnici di lavoro, allargando il sovrappiù, rende possibile un ampliamento della divisione sociale del lavoro e indispensabile un impegno più ampio (tempo) e più qualificato (abilità e conoscenze) da parte del produttore di utensili.
La bottega artigiana, lavorando su ordinazione e rimanendo aperta ai frequentatori e acquirenti occasionali, è anche centro di smercio diretto delle produzioni locali. Tali prodotti abbondavano sui banchetti del marcato e sulle tavole dei signori e garantivano la sopravvivenza del borgo, fungendo da merce di scambio per l'approvvigionamento di materie prime.
Le notizie disponibili ci informano sulla presenza nella conca barese, in epoca medievale, delle coltivazioni consuete per la regione pugliese: la vite, l'ulivo, i cereali, in misura minore le mandorle e gli alberi da frutto. Non mancavano gli orti, spesso ubicati all'interno dei centri abitati o nelle loro immediate vicinanze. In particolare è da notare che nella Pratica delle mercatura, scritta da Francesco Balducci Pegolotti verso la metà del '300 le campagne del Barese sono definite come l'area pugliese in cui si produce più olio. Per quanto riguarda i cereali, si tenga presente che, accanto al frumento, si coltivavano molti grani inferiori con tecniche piuttosto rudimentali.
Noi, immersi tra castelli, chiese, leggende, tradizioni, antiche botteghe e
prodotti agricoli tipici.

Lasciati coinvolgere in un'esperienza più che immersiva, definiremmo inclusiva.

Entra a far parte delle nostre comunità!

Un leggenda racconta che ”….tanto tempo fa giunsero a Bitetto due strani viandanti, stanchi e affaticati da un lungo e pericoloso viaggio. Erano in fuga da orrori indescrivibili…..
Sapevano di poter contare in Bitetto, su amici fidati, su un rifugio sicuro. Il più anziano era stremato dalla fatica e dalle malattie. Solo una fede incrollabile e la necessità di guidare il compagno, straniero per quei posti ove non era conosciuto e che non conosceva, la necessità di essere almeno in due per sperare di assolvere al compito assegnato, lo avevano sorretto sino alla meta.
Come era previsto furono accolti, nascosti e rifocillati. Il vecchio fu curato come meglio era possibile, dati i tempi e le circostanze, ma il momento della ricompensa finale era arrivato per lui. Si fece appena in tempo a dargli la certezza che quel frammento di antico tesoro che gli era stato affidato –
un vecchio paliotto che in tante messe sui campi di battaglia, prima e dopo gli scontri sanguinosi e violenti, aveva coperto l’altare dei soldati della fede
-, era stato disposto nella vecchia chiesa dove molti di quei soldati erano stati erano stati investiti e accolti nell’Ordine.
Al giovane toccava ancora il compito di custodire la parte più preziosa del paliotto,
il reliquiario
incastonato al centro del pannello. Se l’avessero strappato dal paliotto sarebbe stato più facile occultarlo a occhi indiscreti, più facile custodirlo in un luogo sicuro. Così fu fatto, lo strappo mascherato da un dipinto; il paliotto offerto alla Madonna, ora indiscussa protettrice dei Cavalieri, con la stessa fede e lo stesso rispetto con cui la Madre presenta il Figlio al Tempio.
Il giovane straniero riprese il suo viaggio verso una meta nota solo a lui ormai, con il prezioso reliquiario ben nascosto fra le poche cose del bagaglio. Di lui – e del reliquiario – non si seppe più nulla.”
Full transcript