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Con l’immigrazione, Internet, i mezzi di comunicazione di massa e i social network si è inaugurata un’epoca in cui religioni, fedi, Chiese, organizzazioni religiose che un tempo erano distanti anche geograficamente le une dalle altre si sono avvicinate, rendendo più evidente il fenomeno del pluralismo religioso, cioè la presenza di diverse fedi nello stesso territorio.
Nella settimana dal 28 agosto al 4 settembre 1993, i delegati del Parlamento delle religioni mondiali, riuniti a Chicago, discussero e sottoscrissero la “Dichiarazione per un’etica mondiale”, un documento per la conoscenza, il rispetto e la collaborazione tra tutte le religioni, e diffusero in tutto il mondo e in lingue diverse l’invito a conoscere le religioni.
Lo scopo non era quello di formare un’unica religione mondiale, cosa impossibile date le diverse con-cezioni di fede, dogmi, simboli e riti, ma di dare risalto a ciò che esiste di comune tra tutte le religioni del mondo, nonostante le differenze.
Giovanni Paolo II, il 27 ottobre 1986, nell’Incontro interreligioso di preghiera per la pace che si è tenuto ad Assisi, aveva già pronunciato queste parole di Gandhi : "Dalle vetta di un unico grande monte discendono molti fiumi che hanno tutti la stessa origine. Così è per le religioni: tutte discendono dalla stessa fonte".
I cristiani riconoscono in Gesù il sole che illumina il loro cammino sulla strada che conduce a Dio, ma anche che lo Spirito Santo può illuminare gli uomini per vie diverse e la Chiesa cattolica, proprio per questo, è chiamata a dare testimonianza di Cristo a ogni donna e uomo, in ogni ambiente culturale e religioso.
Il pensiero della Chiesa sul pluralismo religioso è riassunto in un’importante cate-chesi di Giovanni Paolo II del 9 settembre 1998, con la quale il pontefice invitò i cristiani al dialogo, alla pace e alla fraternità con i seguaci di tutte le religioni e che può essere riassunta in questo modo.
•La Chiesa cattolica non respinge ciò che è vero e santo nelle altre religioni e considera con rispetto i modi di agire e di vivere, i precetti e le dottrine che, sebbene siano diversi in molti punti da ciò che essa crede e propone, possono riflettere un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini (Nostra Aetate, n. 2).
•Lo Spirito Santo è presente in tutte le religioni e guida nella ricerca della verità e del bene.
•L’atteggiamento della Chiesa e dei cristiani nei confronti delle altre religioni deve essere improntato a sincero rispetto, a profonda simpatia e, quando è possibile e opportuno, a cordiale collaborazione. L’atteggiamento di rispetto e dialogo costituisce un doveroso riconoscimento dei “semi del Verbo”.
•Gesù Cristo è l’unico Salvatore del genere umano e la Chiesa non deve dimenticare la propria vocazione missionaria a cui tutti i cristiani sono tenuti per obbedire al comando di Gesù risorto: “Andate e ammaestra-te tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28, 19).
Per “dialogo” s’intende la comunicazione tra persone o tra gruppi che permette di eliminare o ridurre il dissenso e favorisce la comprensione reciproca.
Quest’espressione si riferisce dunque all’interazione e alla cooperazione tra persone o gruppi appartenenti a differenti tradizioni religiose, basata sulla tolleranza e il rispetto vicendevoli.
È un dialogo interculturale e parte da ciò che le religioni hanno in comune, per esempio: il senso e l’universalità di Dio, la preghiera, il senso della vita, l’amore reciproco, il desiderio di verità e di pace, il rispetto per gli altri.
La Chiesa cattolica, a partire dal Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-65), ha promosso il dialogo interreligioso, cioè i rapporti con le altre religioni, delle quali rispetta i valori e riconosce ciò che è condivisibile e ciò che promuove un cammino per il bene comune dell’umanità.
Dio è Padre di tutti e i cristiani devono sentire come fratelli tutti gli uomini e le donne, indipendentemente dalla loro nazionalità o appartenenza religio-sa: Gesù è venuto per salvare tutto il genere umano
Per dialogare occorre “entrare nella pelle dell’altro”, vedere il mondo come lo vedrebbe un ebreo, un musulmano, un buddhista... È quello che diceva san Paolo con le parole: “Mi sono fatto tutto per tutti” (1Cor 9, 22).
Il dialogo tra le Chiese e tra le religioni non significa perdita d’identità, deve rispondere alle ragioni dell’amore senza separazione, ma anche senza confusione e deve resistere alle ovvie difficoltà e alle differenze, come disse Gio-vanni Paolo II nel suo messaggio all’incontro di Lisbona del settembre 2000:
"Il dialogo non ignora le reali differenze, ma neppure cancella la comune condizione di pellegrini verso nuove terre e nuovi cieli. E il dialogo invita tutti altresì a irrobustire quell’amicizia che non separa e non confonde.
Dobbiamo tutti essere più audaci in questo cammino, perché gli uomini e le donne di questo nostro mondo, a qualsiasi popolo e credenza appartengano, possano scoprirsi figli dell’unico Dio e fratelli e sorelle tra loro."
Per essere produttivo ed efficace, il dialogo del cristiano deve avere alcune caratteristiche.
Innanzitutto, è necessario essere se stessi e sapere di che cosa si sta parlando.
Bisogna riconoscere la dignità degli altri, la loro diversità e unicità: è importante per i cristiani essere accoglienti, porsi in ascolto dei valori di cui qualsiasi persona è portatrice ed essere tolleranti.
La tolleranza, infatti, permette “a quanti non si amano di sopportarsi, aspettando di potersi amare”.
Il dialogo, però, non esaurisce tutte le occasioni di rapporto con gli altri. Quando capirsi non è possibile, perché ci si trova di fronte a manifestazioni acute del male, occorre testimoniare il Vangelo con l’esempio, accettando la difficoltà e opponendosi apertamente al male, se necessario
In tutte le religioni del mondo esiste un precetto che si legge nei vari libri sacri e che è unico nel suo genere per la sua presenza in ogni cultura:
“Fare agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi e a non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi”.
Si tratta di un codice etico in base al quale tutti hanno diritto a un trattamento giusto e hanno il dovere di assicurare agli altri la giustizia.
La regola d’oro, che sta alla base del rispetto dei diritti umani, chiede a tutti di “sentire con l’altro”, di trattare gli altri come vorremmo essere trattati, riassume in una breve frase tutte le leggi morali e, se vissuta, può trasformare i nostri rapporti a partire da quelli familiari.
Nei Vangeli compare due volte: •E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro (Lc 6, 31); •Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro... (Mt 7, 12).
Siccome la regola d’oro, che invita a considerare gli altri come vorremmo che ci considerassero e a non fare loro quello che non vorremmo fosse fatto a noi, è presente in tutte le grandi religioni, essa è uno di quei “semi del Verbo” che testimoniano l’azione universale dello Spirito Santo ed è anche un valido punto d’incontro per il dialogo fra le religioni. Ovviamente, non deve restare sulla carta, ma va messa in pratica per dimostrare tutta la sua potenza:
far incontrare le persone diverse come fratelli e far scoprire la bellezza dell’uguaglianza dei figli di Dio
La frase del Vangelo è presente, con alcune varianti, nei testi sacri delle maggiori religioni mondiali.
•Ebraismo – Quello che non vuoi sia fatto a te, non farlo agli altri.
•Islam – Nessuno di voi è un fedele finché non desidera per suo fratello ciò che vuole per se stesso.
•Induismo – Questa è la sintesi di tutte le virtù: non fare al tuo vicino nulla che dopo non vorresti che egli facesse a te.
•Buddhismo – Non fare del danno ad altri in modi che troveresti dannosi a te stesso.
•Taoismo – Considera il vantaggio del tuo vicino come il tuo vantaggio e la sua perdita come la tua.
•Confucianesimo – Certamente questa è una norma della carità: non fare ad altri ciò che non vorresti facessero a te.
Come si può notare il concetto espresso è molto simile a quello dei Vangeli, anche se Gesù insisteva sul fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi, mentre nei testi delle altre religioni la frase chiede di NON fare agli altri ciò che NON vorremmo fosse fatto a noi.
Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986 ha chiamato i rappresentanti di tutte le religioni ad Assisi - la città di S. Francesco, il santo della pace amato anche dai non cristiani - perché ognuno pregasse secondo la propria religione per la pace nel mondo.
Miei fratelli e sorelle,
Capi e rappresentanti delle Chiese cristiane
e comunità ecclesiali e delle religioni del mondo,
Cari amici.
Ho l’onore e il piacere di dare a voi tutti benvenuto in questa città di Assisi per la Giornata mondiale di preghiera. Permettetemi di cominciare col ringraziarvi dal profondo del mio cuore per l’apertura e la buona volontà con cui avete accolto l’invito a pregare ad Assisi.
Vedo l’incontro odierno come un segno molto eloquente dell’impegno di tutti voi per la causa della pace. È proprio questo impegno che ci ha condotti ad Assisi. Il fatto che noi professiamo differenti fedi non ci distoglie il significato di questa Giornata. Al contrario, le Chiese, le comunità ecclesiali e le religioni del mondo stanno dimostrando che sono pensose del bene. La pace, dove esiste, è estremamente fragile. È minacciata in tanti modi e con tali imprevedibili conseguenze da obbligarci a procurarle solide basi.
È infatti la mia convinzione di fede che mi ha fatto rivolgere a voi, rappresentanti di Chiese cristiane e comunità ecclesiali e religioni mondiali, in spirito di profondo amore e rispetto. Con gli altri cristiani noi condividiamo molte convinzioni, particolarmente per quanto riguarda la pace. Con le religioni mondiali condividiamo un comune rispetto e obbedienza alla coscienza, la quale insegna a noi tutti a cercare la verità, ad amare e servire tutti gli individui e tutti i popoli, e perciò a fare pace tra i singoli e tra le nazioni.
Benedetto XVI il 27 ottobre 2011, a 25 anni dall'incontro del 1986, ha voluto convocare di nuovo ad Assisi i rappresentanti di tutte le religioni mondiali, per dialogare ancora con loro sul tema della pace.
In quest'occasione erano presenti anche delegazioni di non credenti in alcuna religione, che hanno voluto così mettersi in dialogo con il mondo religioso su un tema così caro a tutti.
Quattro sono gli atteggiamenti che riassumono lo "spirito di Assisi":
Anche Francesco ha voluto riunire i rappresentanti di tutte le principali religioni mondiali ad Assisi il 20 settembre 2016, a 30 anni dallo storico evento del 1986, per pregare e dialogare per la pace.
In quest'occasione Papa Francesco e i leader delle varie religioni hanno firmato un Appello per la Pace da consegnare ai rappresentanti delle Nazioni, la cui consegna è stata affidata ad alcuni bambini.
"Si apra finalmente un nuovo tempo, in cui il mondo globalizzato diventi una famiglia di popoli. Si attui la responsabilità di costruire una pace vera, che sia attenta ai bisogni autentici delle persone e dei popoli, che prevenga i conflitti con la collaborazione, che vinca gli odi e superi le barriere con l’incontro e il dialogo. Nulla è perso, praticando effettivamente il dialogo. Niente è impossibile se ci rivolgiamo a Dio nella preghiera. Tutti possono essere artigiani di pace; da Assisi rinnoviamo con convinzione il nostro impegno ad esserlo, con l’aiuto di Dio, insieme a tutti gli uomini e donne di buona volontà."