Introducing
Your new presentation assistant.
Refine, enhance, and tailor your content, source relevant images, and edit visuals quicker than ever before.
Trending searches
PLAUTO
La commedia è ambientata ad Atene. Sulla scena si trovano due case, quella di Euclione e quella di Megadoro; in mezzo sta il tempio della Buona Fede. Gran parte della commedia si svolge all'esterno degli edifici, dove avvengono quasi tutti i dialoghi e gli incontri tra i personaggi.
STILE
Il linguaggio dei personaggi, data la loro estrazione sociale relativamente popolare, è un linguaggio quotidiano, a tratti addirittura volgare e violento, condizionato dalla tensione e dai rapporti tra i personaggi che stanno parlando.
Diversi personaggi assumono, in alcuni momenti, un ruolo teatrale all’interno della stessa vicenda rappresentata.
Congrione, scacciato dalla casa di Euclione dallo stesso padrone, rivolge un’arringa al pubblico, chiedendo solidarietà per se stesso, ingiustamente percosso e maltrattato.
Euclione si rivolge agli spettatori per cercare un sostegno morale o addirittura una testimonianza circa la sorte della pentola piena d’oro che gli è stata rubata.
Megadoro coinvolge il pubblico sulle sue teorie a proposito dei vantaggi di un matrimonio tra un ricco ed una moglie senza dote e, più in generale, di nozze miste, capaci di portare alla pace sociale.
Tutti questi interventi hanno una doppia funzione: da un lato consentono di dare significato e connessione ai dialoghi che si svolgono sulla scena, ricostruendo la vicenda in modo articolato, dall’altro mantengono vivo l’interesse del pubblico, direttamente chiamato in causa.
Il tema principale della commedia è quello dell’avaro beffato. Vi si ritrovano però altri elementi, quali ad esempio, la storia degli amanti che non si conoscono, il matrimonio progettato tra un anziano ed una giovane, ma celebrato poi tra due giovani che si amano, l’equivoco verbale nella discussione tra due personaggi.
Euclione: rappresenta la tipica maschera del vecchio avaro. La gelosia che ha per la sua pentola lo porta a diffidare di ogni persona che incontra e scambia qualche parola con lui.
Megadoro: questo personaggio è messo in confronto a Euclione in quanto sono entrambi di età avanzata, ma hanno un rapporto del tutto differente con il denaro. Euclione è povero e avaro; Megadoro è invece benestante e non si fa riguardi a spendere. Questa differenza è sottolineata in diverse situazioni che interessano entrambi.
Liconide: sarebbe forse il protagonista, ma il finale mancante ci impedisce di capire quanto sia lo spessore riservato a questo personaggio. Si trova a disputare per ottenere la fanciulla con lo zio.
Strobilo: è il servo di Liconide, la figura centrale della commedia. Le sue doti di arguzia e furbizia gli permettono di farla franca all'avversario del padrone per potere sperare di riacquistare la libertà.
Congrione e Antrace: sono i due cuochi incaricati dei preparativi per le nozze.
Fedria: è il nome che si riferisce alla fanciulla.
Il Lare familiare: il dio domestico. Il protettore del focolare familiare.
Il vecchio Euclione ha scoperto sotto terra nella sua abitazione una pentola piena d'oro e vive nel costante terrore che gli venga sottratta. Sospetta della sua serva Stafila. Anche quando il suo ricco vicino Megadoro viene a chiedergli in sposa la sua figlia Fedria, Euclione sospetta che si tratti di una manovra per scoprire il suo oro; alla fine però accetta, precisando che Megadoro prenderà Fedria senza dote e pagherà tutte le spese della festa di matrimonio. Euclione non sa che sua figlia è stata violentata da Liconide, figlio di Eunomia e quindi nipote di Megadoro; è rimasta incinta, e Liconide vorrebbe sposarla. Per sicurezza, però, Euclione decide di spostare la pentola d'oro nel tempio della dea Fede. Strobilo, servo di Liconide, vede Euclione nascondere la pentola e fa per prenderla, ma prima che possa farlo Euclione ritorna in scena, perquisisce Strobilo e poi decide di spostare la pentola nel bosco sacro al dio Silvano; questa volta il servo, che l'ha seguito anche lì, ruba la pentola e la nasconde in casa di Megadoro. Liconide intanto, con l'aiuto della madre Eunomia, ha spiegato a suo zio Megadoro la situazione ed ha ottenuto il consenso a chiedere in sposa Fedria. Quando va a parlare con Euclione, tuttavia, il vecchio è disperato perché si è accorto della sparizione della pentola, e tempesta di domande Liconide, il quale pensa che il vecchio stia parlando di sua figlia e della sua gravidanza. Strobilo, poi, offre la pentola a Liconide, cercando di comprarsi la libertà; qui il testo plautino si interrompe bruscamente.
Si tratta di una fabula palliata.
La commedia si può ricondurre alla tipologia prevalente della beffa; la narrazione si snoda sulla base di due equivoci: il primo si verifica quando il cuoco Congrione chiede una pentola più grande per cucinare ed Euclione crede che egli voglia rubargli il tesoro. Il secondo accade alla fine della commedia, nel momento in cui si incontrano Euclione e Liconide. I due iniziano a parlare, ma mentre il secondo confessa la sua colpa verso Fedria, il primo crede che stia confessando di avergli rubato la pentola.
La figura dell'avaro in questa commedia di Plauto si presta al confronto con quella di Arpagone ne L'avaro di Molière. La trama della storia rappresentata differisce in qualche aspetto; infatti nella commedia francese sono riprese e sviluppate le parti più divertenti dell'Aulularia, con qualche rielaborazione soprattutto per quanto riguarda l'aspetto amoroso. L'esempio più evidente è l'aggiunta di Molière di una seconda coppia di amanti formata dal figlio di Arpagone e dall'amata, della quale si è innamorato anche lo stesso Arpagone. Quindi è inserita anche la tematica della rivalità in amore tra padre e figlio, cosa che Plauto fa in altre commedie.
LAR FAMILIARIS
Ne quis miretur qui sim, paucis eloquar.
ego Lar sum familiaris ex hac familia
unde exeuntem me aspexistis. hanc domum
iam multos annos est cum possideo et colo
patri avoque iam huius qui nunc hic habet.
sed mi avos huius obsecrans concredidit
thensaurum auri clam omnis: in medio foco
defodit, venerans me ut id servarem sibi.
EVCL. Quis homo hic loquitur? LYC. Ego sum miser.
EVCL. Immo ego sum, et misere perditus, cui tanta mala maestitudoque optigit.
LYC. Animo bono es.
EVCL. Quo, obsecro, pacto esse possum?
L. Quia istuc facinus, quod tuom
sollicitat animum, id ego feci et fateor. EVCL. Quid ego ex te audio?
LYC. Id quod verumst. E. Quid ego <de te> commerui, adulescens, mali,
quam ob rem ita faceres meque meosque perditum ires liberos?
LYC. Deus impulsor mihi fuit, is me ad illam inlexit. EVCL. Quo modo?
LYC. Fateor peccavisse et me culpam commeritum scio;
id adeo te oratum advenio ut animo aequo ignoscas mihi.
EVCL. Cur id ausu's facere, ut id quod non tuom esset tangeres?
LYC. Quid vis fieri? factum est illud: fieri infectum non potest.
deos credo voluisse; nam ni vellent, non fieret, scio.
EVCL. At ego deos credo voluisse ut apud me te in nervo enicem.
LYC. Ne istuc dixis. EVCL. Quid tibi ergo meam me invito tactiost?
LYC. Quia vini vitio atque amoris feci.