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"Tutti gli esseri umani vogliono essere felici, ma, per poter raggiungere una tale condizione bisogna cominciare col capire che cosa si intende per felicità"
Rousseau
- L’etimologia del termine greco per felicità, e cioè EUDAIMONIA, rimanda ad una condizione di vita buona dovuta ad un “daimon”, cioè uno spirito benefico che protegge l’individuo che sarebbe altrimenti in balia della sorte.
- L’esistenza umana era gestita dagli dei e la concezione della felicità era legata al volere delle divinità. Era necessario guadagnarsi la loro benevolenza e per fare questo bisognava compiere azioni virtuose. Si afferma una società sempre più competitiva, in cui emerge l’individualismo. Infatti la felicità è solo raggiungibile attraverso un percorso personale.
Democrito sosteneva che il bene e la felicità consistevano in uno stato interiore: “la felicità non consiste nel possesso del bestiame e neppure dell'oro; è l’anima la dimora della nostra sorte”
Socrate fonda il suo pensiero sull'affermazione che solo la ricerca del bene è fattore di virtù e solo chi è virtuoso è felice.
Con Platone il problema della felicità viene affrontato su un piano diverso da quello individuale: ciò che si tratta di raggiungere è la felicità della pòlis. Platone individua la felicità della polis nella giustizia e quando tutti i suoi cittadini sono felici, lo stato è giusto.
Pico Della Mirandola, nella sua opera “la dignità dell’uomo”, definisce l’individuo libero e artefice di se stesso. Nonostante non ripudiasse il Dio cristiano, sosteneva l’importanza e la possibilità della felicità sulla Terra.
Cartesio sosteneva la necessità di distinguere tra felicità e beatitudine: la prima dipende dalle cose esteriori, la seconda consiste in uno stato di ‘‘contentezza dello spirito’’ e di ‘‘soddisfazione interiore’’ che non dipende dai capricci della fortuna, ma dall’uomo stesso.
Il filosofo esponeva tre criteri per raggiungere la felicità.
Il primo criterio consiste nel dedicarsi alla conoscenza più completa e precisa di se stessi e del proprio spirito; per rendersi conto delle proprie possibilità e non pretendere di aspirare a beni che non sono raggiungibili.
Il secondo criterio consiste nel fare tutto ciò che la ragione consiglia, tenendo a freno gli appetiti irragionevoli e ingannevoli
Il terzo criterio consiste nel ritenere che i beni che sono completamente fuori dalla nostra portata non devono essere desiderati.
Kant vive tra il 1724 e il 1804. Egli non diede una definizione univoca della felicità, ma interpretazioni assai diverse.
Kant afferma che il fine ultimo dell’uomo non consiste nell’essere felice, ma nel rendersi degno della felicità, attraverso dell’intenzione virtuosa. Secondo lui per rendersi davvero degni della felicità bisogna avvicinarsi a Dio; infatti il modello a cui si ispira è il cristianesimo evangelico
Hegel, filosofo tedesco, fece una distinzione tra “felicità vegetativa” e felicità in senso forte. Lui era solito criticare e reputare indegna dell’uomo la “felicità vegetativa” ma, si sofferma sulla felicità in senso forte. Hegel sosteneva che l’individuo ha un vero e proprio diritto al benessere e quindi si parla di benessere individuale.
Schopenhauer cerca di individuare le condizioni per una vita se non felice quanto meno distante da sofferenza e preoccupazione. Per fare questo però è necessario avere coscienza di sé, sapere con certezza ciò che si vuole ed evitare di tentare ciò in cui non si riesce.Infine occorre tenere lontano il dolore, astenersi da attività che possono condurre ad insoddisfazioni anche se esse a prima vista possono apparire piacevoli.
Il XX secolo è caratterizzato da regimi fascisti e comunisti. I regimi comunisti rappresentano un esempio di felicità fallita sul piano sociale; infatti secondo Lenin, politico russo, l’uomo comunista avrebbe dovuto essere felice e virtuoso e avrebbe dovuto lavorare senza costrizioni per il bene della società.
Per i regimi fascisti la guerra diventa un modo per affrontare la crisi economica. malcontento popolare.
Ortega y Gasset, filosofo tra i più letti in America, sosteneva che si raggiunge la felicità quando la “vita proiettata” e la “vita effettiva” coincidono, cioè quando c’è una corrispondenza tra ciò che si desidera essere e ciò che si è in realtà.
Il Funzionalismo è una corrente filosofica-sociologica che interpreta il tema della felicità cercando il modo più adeguato di configurare una relazione tra individuo e società, interrogandosi sulle cause sociale del disagio individuale, in modo da eliminarle o quantomeno attenuarle per ottenere quel benessere collettivo individuale in cui la felicità si realizza.
Luhmann fu il rappresentante più moderno e rivoluzionario del funzionalismo. Distinse sistemi biologici, sistemi psichici e sistemi sociali. Organismi, individui e società esistono come sistemi autonomi e diversi tra loro. Il sistema psichico cerca di individuare la felicità e per raggiungerla non è sufficiente appartenere ad una comunità, ma occorre un altro criterio: la relazione, la quale va rafforzata per conseguire quello scopo.
Il postmodernismo è uno stile di vita e di pensiero che si allontana dalle idee, dominanti della modernità: si passa da un’unica razionalità oggettiva alle molte esperienze soggettive. Secondo questo pensiero la felicità consiste nel piacere, che ha sostituito quella che per i filosofi greci era la virtù.
Un individuo si sente più felice nel momento in cui riesce a soddisfare il maggior numero di desideri e per farlo necessita di mezzi e soldi.
Bauman, filosofo polacco, sostiene che non sia possibile progettare un percorso da seguire per raggiungere la felicità perché quell’ itinerario potrebbe essere modificato dal fato o da cause imprevedibili. Si è felici solamente se si ha davanti a sé una serie di nuovi inizi e occasioni. In seguito però si discosta dal postmodernismo perché ritiene che la felicità non sia legata al piacere individuale ma consiste nel prendersi cura dell’altro dando la precedenza al suo piacere su quello proprio. Bauman giunge alla conclusione che la felicità non può essere acquistata.
Slavoj Zizek, ritiene che la felicità sia una questione di opinione e non di verità e la considera il prodotto di valori capitalistici, che in modo implicito promettono la soddisfazione eterna attraverso il consumo. Secondo Zizek, ciò che ci rende felici è non avere quello che vogliamo ma sognarlo.
Nel XXI secolo i filosofi sono stati messi ai margini dagli economisti, infatti il concetto di felicità è legato al denaro. L’aumento quindi della ricchezza è sufficiente a garantire un proporzionale aumento del benessere dell’individuo. Il primo parere contrastante a questa teoria risale al 1974, con il cosiddetto “paradosso di Easterlin": poiché ciascuno valuta se stesso in paragone con gli altri, un aumento del reddito e dei consumi non può produrre un aumento della soddisfazione del benessere. Al contrario più si possiede più si desidera in quanto ci si confronta con chi ha di più e dunque si è meno felici.
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