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Transcript

I' vo piangendo i miei passati tempi

parafrasi

I’ vo piangendo i miei passati tempi

i quai posi in amar cosa mortale,

senza levarmi a volo, abbiend’io l’ale,

per dar forse di me non bassi exempi.

Tu che vedi i miei mali indegni et empi,

Re del cielo invisibile immortale,

soccorri a l’alma disvïata et frale,

e ’l suo defecto di tua gratia adempi:

sí che, s’io vissi in guerra et in tempesta,

mora in pace et in porto; et se la stanza

fu vana, almen sia la partita honesta.

A quel poco di viver che m’avanza

et al morir, degni esser Tua man presta:

Tu sai ben che ’n altrui non ò speranza.

Giulia Lopes

Giada Crispi

Francesco Milluzzo

Greta Caniglia

introduzione e tema del sonetto

È l'ultimo sonetto del "Canzoniere" e la penultima poesia prima della canzone finale dedicata alla Vergine, in cui l'autore fa una sorta di bilancio della sua vita ed esprime il rammarico di averne sprecato una larga parte nel ricercare beni vani, pur avendo le "ali" per alzarsi in volo e dare di sé prove ben più lusinghiere (il riferimento è ovviamente all'amore per Laura ormai morta di peste, ma anche a tutte le lusinghe del mondo terreno che l'hanno allontanato dalla ricerca della virtù). Petrarca invoca Dio chiedendo la sua grazia e il suo soccorso nell'imminenza della morte che sente ormai prossima, ricollegandosi in parte al motivo del rimpianto già espresso nel sonetto proemiale e anticipando il tema religioso che sarà al centro del successivo componimento.

interpretazione del testo

interpretazione del testo

Il testo ripropone il consueto contrasto interiore tra le lusinghe del mondo terreno, tra cui soprattutto l'amore vano per Laura (qui non espressamente nominata) che inchiodano Petrarca a terra e gli impediscono di sollevarsi in volo anche se lui possiede le "ali", le capacità morali e intellettuali per dare di sé buone prove e perfezionare la propria vita come quella di un uomo sapiente. Il sonetto esprime la consapevolezza e il rimpianto di avere sprecato buona parte della vita passata a inseguire "cosa mortale", per cui l'autore invoca il soccorso divino per ottenere il perdono e prepararsi a morire in grazia di Dio, attraverso soprattutto la metafora della vita come una "guerra" e un viaggio nel mare in "tempesta", rispetto a cui la morte viene vista come "pace" e un "porto" sicuro; tuttavia neppure ora che Petrarca è vecchio e Laura è morta di peste il conflitto interiore è interamente risolto,

analisi

Metro:

Sonetto con schema della rima ABBA, ABBA, CDC, DCD. La lingua presenta vari latinismi, tra cui "exempi" (v. 4), "et" (v. 5 e ss.), "defecto" (v. 8), "honesta" (v. 11). Ai vv. 9-10 i termini "guerra/tempesta" e "pace/porto" sono disposti a formare un parallelismo, proprio come le coppie "stanza/vana" e "partita/honesta" ai vv. 10-11.

analisi

Struttura:

– I quartina: Il poeta rimpiange di essersi dedicato ad una cosa mortale, pur avendo tutti gli strumenti per dirigere la propria attenzione a cose giuste;

– II quartina/terzine: è la preghiera a Dio: chiede a Dio di colmare i suoi difetti in modo da avere almeno una buona morte.

commento

commento

Questo sonetto è la penultima poesia del Canzoniere, ma l’ultima in cui Petrarca ritorna sulla passione per Laura, considerata come un ostacolo al raggiungimento della pace.

Laura è l’amore profano che non conduce a Dio. Anche questa poesia presenta la forma di una preghiera, come Padre del ciel, in cui al pentimento segue la richesta dell’aiuto di Dio per liberarsi dal peso delle colpe. Ed anche qui il motivo amoroso diviene la semplice occasione di un esame di coscienza, di un impietoso bilancio generale della propria esistenza.

Si tratta di una complessa condizione psicologica, percorsa da contraddizioni: un’estrema stanchezza di vivere e di soffrire, il riconoscimento dei propri peccati, ma anche una struggente aspirazione alla liberazione e alla pace, il senso della propria fragilità, il rimpianto del tempo perduto in una passione vana e dello spreco delle proprie qualità.

Ma ora vi è anche qualcosa di esistenzialmente più cupo e rassegnato, il riconoscimento del fatto che le colpe sono una parte ineliminabile di sé, di cui in nessun modo potrà redimersi, e quindi del fatto che l’unica speranza si può riporre nel soccorso dell’alto.

parafrasi

Io sto rimpiangendo la mia vita passata, che ho speso nell'amare qualcosa di terreno e senza alzarmi in volo, pur avendo io le ali, per dare forse esempi elevati delle mie virtù.

Tu, Re del cielo invisibile e immortale, che vedi i miei peccati indegni e malvagi, da' il tuo soccorso alla mia anima deviata e fragile, e colma le sue mancanze con la tua grazia:

cosicché, se io ho vissuto in guerra e in tempesta, possa morire in pace e in porto; e se la mia permanenza in terra è stata vana, almeno la partenza sia dignitosa.

La tua mano si degni di essere sollecita a quel poco di vita che mi resta: tu sai bene che non ho speranza in nessun altro.

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