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Parentificazione
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Realizzato da:
Banfi Virginia, Basilico Filippo, Della Noce Arianna, Falasco Martina, Faragò Anna, Gallazzi Sara, Gioachin Sabrina, Ortiz De Arri Laura,
Sarcina Arianna, Webster Roland
Tratto dalla serie televisiva americana True Blood.
Nel video la madre usa dei generici principi di ordine religioso
per condannare il comportamento della figlia e mortificarla
per essersi allontanata escludendola dalla sua esistenza.
Il ricorso alla violenza mette in risalto il valore strumentale che ha la figlia, verso la quale non è necessario alcun riguardo affettivo. Dopo essere stata colpita, la figlia prende consapevolezza dell'abuso che subisce e interrompe lo schema supportivo che aveva interiorizzato. Uscendo di casa sancisce simbolicamente la rottura del legame disfunzionale.
L'abuso di alcol da parte del genitore costituisce un fattore di rischio per la parentificazione.
Molti studi suggeriscono che la parentificazione è correlata all'abuso di sostanza da parte dei genitori. In particolare, lo studio di Chase e colleghi (su 360 studenti) riporta che si trovano livelli di parentificazione più alti tra figli di alcolisti rispetto a studenti i cui genitori non sono alcolisti.
Il termine "parentificazione" si riferisce ad una situazione in cui il genitore abdica alla funzione genitoriale e attribuisce al figlio un ruolo che non gli compete e delle responsabilità inappropriate per il suo livello di sviluppo.
Si tratta di una forma di inversione di ruolo, dove il figlio è chiamato a prendersi cura del genitore, a discapito dei propri bisogni.
Minuchin e colleghi (1967) hanno introdotto per la prima volta il termine "bambino genitoriale" mentre esaminavano le famiglie che vivono nella povertà urbana, nei ghetti di New York. Hanno definito i bambini genitoriali come coloro ai quali l'autorità è stata data dai genitori per svolgere un ruolo di controllo esecutivo e di guida all'interno della famiglia.
Il concetto del bambino genitoriale ha principalmente enfatizzato le attività funzionali svolte nell'interesse del benessere e della sopravvivenza della famiglia, come ad esempio la preparazione dei pasti. Minuchin e colleghi hanno proposto che il ruolo di bambino genitoriale non fosse necessariamente problematico finché il bambino riceveva un sostegno adeguato e le responsabilità non superavano il livello di abilità del bambino stesso.
Il termine "parentificazione" fu introdotto per la prima volta da Boszormenyi-Nagy e Spark (1973) per descrivere un "aspetto onnipresente e importante nella maggior parte delle relazioni umane".
Secondo Boszormenyi-Nagy e Spark, un grado di parentificazione era necessario per tutti i bambini al fine di promuovere un ruolo responsabile dell'adulto e migliorare la crescita emotiva.
INVECE ...
Karpel (1977) incorporò gli scritti di Minuchin e Boszormenyi-Nagy e Spark per discutere gli effetti potenzialmente dannosi della parentificazione infantile. Karpel ha discusso la parentificazione come un processo dannoso per il bambino quando la donazione di risorse fisiche ed emotive era persistentemente unilaterale, da bambino a genitore.
INVERSIONE DEI RUOLI
implica maggiore responsabilità per il bambino e si riferisce ad un bambino che agisce come genitore o compagno del proprio genitore
è strettamente legata al concetto di confini all'interno delle relazioni familiari
La parentificazione si verifica più
spesso in sistemi familiari disorganizzati in cui un genitore richiede qualche forma di supporto o assistenza (Barnett & Parker, 1998).
Quando unilaterale e persistente, l'inversione di ruolo spesso richiede al bambino di rinunciare ai propri bisogni di comfort e sicurezza (Chase, 1999).
è una forma di
negligenza infantile
I teorici della famiglia sostengono che i confini chiari e definiti sono cruciali per il buon funzionamento della famiglia e dei suoi membri.
L'inversione di ruolo associata alla parentificazione comporta confini indefiniti e sfumati all'interno del sistema familiare. I membri della famiglia diventano inopportunamente e eccessivamente coinvolti l'uno con l'altro, creando rigidi confini contro il mondo esterno (Minuchin, 1974).
(Jurkovic, 1997)
implica la cura dei bisogni fisici del genitore o della famiglia (preparazione di pasti, gestione di problemi finanziari e faccende domestiche)
richiede che il bambino tenga conto delle esigenze emotive del genitore, diventando un supporto e un confidente in risposta ai bisogni dei genitori (agendo da paciere in tempi di conflitto e ascoltando problemi e preoccupazioni personali).
meno dannosa
(Jurkovic, 1997)
Più nello specifico ...
Esegue responsabilità genitoriali alleviando tensioni nel sistema familiare; la funzione permette di acquisire un senso di realizzazione e di contributo.
Quando i contributi non sono supportati e continuano indefinitamente, quando il compito assegnato è inadatto al grado di maturità del figlio o quando i doveri lasciano poco o nessun tempo perché il bambino partecipi alle normali attività con i coetanei si verificano effetti negativi come lo stress eccessivo (Jurkovic, 1997).
Include situazioni in cui i genitori raccontano fatti di intimità sessuale al bambino, discutono dei loro problemi relazionali che hanno con altri adulti. Questo tipo di parentificazione emozionale si chiama anche incesto emozionale.
Gli altri fratelli seguendo l’esempio dei genitori possono anch’essi scaricare le proprie insicurezze sul bambino. La situazione può portare il bambino a non incontrare mai i suoi bisogni emozionali, il che può portare a depressione, rabbia e frustrazione.
parentificazione strumentale
parentificazione emotiva
narcisismo e parentificazione
GENITORI
In alcuni casi di parentificazione si può aggiungere un abuso narcisistico da parte del genitore.
FIGLI
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È uno strumento retrospettivo e di autovalutazione.
Indaga e raccoglie informazioni sui ricordi dei soggetti riguardo ad episodi in cui si sono assunti compiti o responsabilità genitoriali durante l’infanzia.
Misura tre dimensioni della parentificazione:
LIMITE
PUNTI DI FORZA
natura retrospettiva
I ricordi riportati dai soggetto potrebbero essere distorti o poco affidabili.
è una misurazione multidimensionale della parentificazione accurata e specifica per quanto riguarda i differenti ruoli e le responsabilità riscontrate nei figli.
Renata Clerici e Simonetta Vanin dell’Università degli Studi di Padova hanno verificato che la scala per la misura della genitorializzazione potesse anche essere valida per il contesto italiano.
La validità di tale scala nel contesto italiano è stata testata su FIGLI ADULTI DI ALCOLISTI della provincia di Padova.
Tra i risultati principali:
Casi in cui una madre non è pronta ad assumere un ruolo genitoriale perché incorsa prematuramente nella prima gravidanza, perché non portata per propria indole oppure perché non ha mai smesso di essere figlia.
C'è quindi una tendenza a trasformare il primogenito in surrogato.
Inoltre, spesso si hanno situazioni in cui
il padre è poco presente.
Può accadere che un genitore separato tenda a presentare ai figli, in continuazione, nuovi fidanzate o fidanzati e parli di ogni difetto del coniuge, per sminuirlo e portare i figli a schierarsi dalla loro parte.
Lutto per la perdita del coniuge: il coniuge deve
affrontare il proprio dolore e supportare i figli nell’elaborazione della perdita della figura genitoriale.
in amiche e confidenti.
I bambini più grandi vengono generalmente scelti per il ruolo familiare "parentale". Tuttavia a volte si seleziona un figlio , anche se non il maggiore, per far corrispondere il sesso del genitore assente.
Non vi sono evidenti conseguenze negative
sul bambino che è stato parentificato.
Egli è considerato dai genitori responsabile,
ed è stimato per questo.
Le conseguenze saranno evidenti nel passaggio adolescenza-adulto.
Il paradosso che si presenta è quello di essere stati adulti da bambini ed incapaci di essere adulti da adulti, di divenire autonomi.
Il distacco dalla famiglia è faticoso perché temono che i genitori non siano in grado di cavarsela da soli e si sentono ancora responsabili per loro. Inoltre si sentono inadeguati perché incapaci realmente di soddisfare i bisogni genitoriali e con un grande vuoto per l’inadempienza affettiva da parte dei genitori.
I figli parentificati sono adulti ossessionati dalla necessità di prendersi cura degli altri, timorosi di essere un peso per loro e con una forte vergogna nell’esprimere i propri bisogni. Assumeranno professioni di cura e di sostegno: psicologo, infermiere, insegnante, prete…
Gli adulti parentificati sono stati abituati ad avere tutto sotto controllo: questo rende loro difficile la vita di coppia nella dimensione dell’affidarsi all’altro.
Nella relazione affettiva sono stati abituati a dare e non a ricevere, tendono così a costruire relazioni con soggetti deboli e problematici per poterli soccorrere.
È stata ritrovata una correlazione tra il grado di coinvolgimento delle bambine nel ruolo genitoriale e la scarsa conoscenza dello sviluppo infantile nei primi 18 mesi di vita. Vi era anche correlazione con la responsività; madri che da bambine erano state più parentificate davano risposte meno “calde” (warm responsiveness).
Questi risultati suggeriscono che interventi preventivi mirati alla conoscenza materna dello sviluppo infantile, fin dal periodo prenatale, possono essere utili per prevenire una scarsa responsività/sensibilità materna.
Amy K. Nuttal, Kristin Valentino, Liujuan Wang, Jennifer Burke Lefever, John G. Borkowski (2015)
Una storia materna di parentificazione, nella famiglia d’origine, comporta il rischio di una successiva disfunzione nella qualità della relazione genitoriale.
In questo studio viene analizzata la correlazione tra madre con una storia di parentificazione e la responsività materna, mediata dalla conoscenza materna dello sviluppo infantile. Un campione di 374 madri (che hanno riportato di aver avuto esperienze di genitorialità da piccole) è stato osservato per 18 mesi.
È stato trovato che una precoce assunzione del ruolo genitoriale predice lo sviluppo di maggiore abilità di coping, minor uso di alcol e tabacco, 6 anni dopo. Inoltre è stato trovato che la parentificazione non è associata a stress emotivo più in avanti nel tempo e non c’è neanche associazione con l’assunzione di un ruolo genitoriale disfunzionale, tipo un inversione di ruoli con i propri figli.
Una ricerca preliminare del 1999 riporta che la parentificazione precoce di adolescenti con genitori con AIDS/HIV predice esiti disadattivi (maggiore stress emotivo, uso di sostanze) su un breve raggio di sei mesi. Tale studio ha valutato 213 adolescenti 6 anni più tardi per valutare se ci sono stati degli effetti negativi continui sulla parentificazione o se, invece, si trovano degli effetti positivi a lungo termine.
Rispetto alla correlazione tra lo sviluppo di disturbi psicopatologici nel figlio parentificato esistono diversi studi che rivelano dati contrastanti tra loro.
Vediamone alcuni…
Lo studio testa la relazione tra la parentificazione e i sintomi di sanità mentale, con la percezione dell’ingiustizia e la differenziazione del sé come mediatori.
Studio condotto su 783 studenti del college. Come risultato si ha un significativo effetto indiretto tra il costrutto latente della parentificazione e quello della sanità mentale. Nello specifico, effetti indiretti osservati tra:
Decadi di ricerche hanno mostrato che le persone che hanno sperimentato la parentificazione da bambini hanno un maggiore rischio di sviluppare una psicopatologia da adulti. Tale meta-analisi è condotta per esaminare la grandezza della relazione tra bambini parentificati (autodefiniti così, una volta adulti) e la psicopatologia.
Studio condotto tra il 1984 e il 2010 su 12 diversi studi (campione di 2.472 soggetti) rivela una piccola, ma significativa, relazione tra i due costrutti.
Sono stati trovati quattro fattori che moderano la relazione tra parentificazione e psicopatologia: il tipo di psicopatologia, il tipo di campione, l'etnia e la misura utilizzata.
Sono molti i fattori che incorrono nel determinare lo sviluppo di una psicopatologia nell’adulto che da bambino è stato parentificato.
Tra questi intervengono fattori contestuali ma anche individuali e di capacità di resilienza. Per fare un po’ di chiarezza ci aiutano gli autori Judyta Borchet, Aleksandra Lewandowska-Walter, Teresa Rotowska con il loro studio del 2016.
Campione di 89 persone (in diverse triadi; adolescente e genitori), hanno compilato il questionario di Parentificazione di Hooper e hanno valutato il legame con i membri della famiglia usando una scala a disegno. I genitori a loro volta hanno compilato dei questionari e valutato il livello di conflitto con il partner.
I risultati mostrano che la percezione dei vantaggi della parentificazione si differenziava tra le famiglie ben bilanciate e quelle mal bilanciate. Inoltre, più forte era il legame degli adolescenti con i loro genitori e più esprimevano un’alta soddisfazione della vita familiare, più positivamente era visti gli aspetti positivi della parentificazione. Il predittore della percezione di maggiori benefici derivanti dalla parentificazione è la coesione familiare.
Il funzionamento del sistema famiglia è molto importante; quando la famiglia funziona efficientemente, gli adolescenti possono usare le risorse della famiglia per riformulare positivamente anche le esperienze negative legate alla parentificazione.
Alla parentificazione non viene sempre attribuito
un significato negativo: ciò sembrerebbe essere
legato anche all’etnia.
Quale peso assume l’etnia nel processo di
parentificazione? Potrebbe essere considerata
una variabile da tenere in considerazione?
Per rispondere a ciò è utile tenere in considerazione uno studio effettuato da Khafi e Yates presso la California University e Luthar della Columbia University.
Questo studio ha esaminato la parentificazione emotiva e strumentale attraverso l'adolescenza in un campione ad alto rischio e basso reddito, ponendosi tre
OBIETTIVI PRINCIPALI:
1) descrivere i modelli di parentificazione emotiva e strumentale nel corso dell’adolescenza;
2) valutare l'impatto della parentificazione sui giovani, come indicato dai resoconti materni e
giovanili di psicopatologia;
3) valutare il ruolo moderatore dell'etnia.
Lo studio in esame è di tipo longitudinale ed è stato effettuato su adolescenti appartenenti a famiglie Afro-americane ed Euro-americane, con elevato rischio e basso reddito.
L’etnia può essere considerata un MODERATORE tenendo in considerazione i valori familiari legati alla cultura di appartenenza.
Mentre le famiglie Euro-americane tendono a valorizzare l’autonomia e l’indipendenza altri gruppi minoritari potrebbero considerare ciò un disvalore, enfatizzando maggiormente la dimensione della dipendenza familiare.
I risultati ottenuti sono stati qualificati da interazioni significative con l'etnia e non dovrebbero essere interpretati indipendentemente dal contesto culturale.
L'etnia ha moderato il contributo della parentificazione rispetto all'adattamento giovanile successivo e alla qualità della relazione genitore-figlio.