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ArcheoMuseo Valtidone 2014-01

visita guidata virtuale
by

Gloria Bolzoni

on 6 January 2014

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Transcript of ArcheoMuseo Valtidone 2014-01

Benvenuto
alla visita virtuale
del Museo Archeologico
della Valtidone

Il passaggio al Neolitico nel VI/V millennio a.C. è contraddistinto dalla transizione da un’economia di caccia e raccolta ad un’economia produttiva di agricoltura e allevamento.
Vengono quindi introdotte nuove tecnologie: la produzione della ceramica e dei tessuti, l’addomesticamento degli animali e la coltivazione e lavorazione di nuove specie di cereali., i quali vengono triturati attraverso l’ausilio di macine e pestelli in pietra.
L’abitudine di vivere in villaggi stabili è direttamente collegata a nuove necessità di disboscamento per il quale si usano asce e accette in pietra levigata.
Ulteriori strumenti, utilizzati in pressoché tutte le attività quotidiane, sono ottenuti scheggiando la selce, una roccia sedimentaria molto abbondante la cui durezza permette di ottenere lame anche molto affilate.
Nel primo Neolitico L’Italia Padana appare divisa fra una serie di gruppi umani con un’unica radice tradizionale, ma tra loro distinti.
Il Piacentino, con le regioni occidentali, fa parte del territorio del gruppo chiamato ‘del Vho di Piadena’, mentre il resto dell’Emilia Romagna costituisce con parte della Lombardia e il Veneto il vasto territorio della ‘cultura di Fiorano’.
Nella prima metà del V millennio a.C. comincia ad affermarsi in Italia settentrionale un nuovo aspetto culturale: è la gente dei ‘Vasi a Bocca Quadrata’ dalla forma dei recipienti più tipico, che appartiene al pieno Neolitico.
Nel Piacentino questa fase è stata individuata a Travo, al Groppo di Bobbio, in media Val Tidone, e con particolare evidenza alle Mose.
Col Neolitico recente, verso la fine del V millennio, ad Occidente si afferma la cultura di derivazione francese di Chassey-Lagozza, attestata a Le Mose e soprattutto a S. Andrea di Travo. Ancora posteriore è il sito di Monte Fernico in Val Tidone, caratterizzato da ceramica a bordi impressi, pastiglie appiattite e cordoni.
La Preistoria
Una delle attività domestiche più importanti per al vita della comunità doveva essere la trasformazione del vello degli animali in tessuto, un’attività svolta dalle donne del gruppo.
Non mancano quindi le testimonianze di fusaiole, soprattutto in terracotta, e di pesi da telaio verticale, che in questo periodo cominciano a diventare di forma tronco piramidale, foggia che avrà una lunga fortuna lungo tutta l’antichità.
I pesi, prodotti soprattutto in terracotta, facevano da contrappeso e servivano per tenere ben teso l’ordito.
Il neolitico
La tessitura
L'età del Rame
Detto anche Eneolitico, si colloca tra gli ultimi secoli del IV millennio e la fine del III.
E’ un periodo che vede la diffusione della metallurgia e nuove importanti innovazioni tecnologiche come la ruota e l’aratro. Nuove forme di spiritualità sono evidenti nelle statue stele e nelle raffigurazioni rupestri che fanno riferimento al sole e alle armi.
Nel quadro ancora problematico offerto dall’Italia Settentrionale per l’età del Rame, le testimonianze note nel Piacentino sono finora particolarmente esigue, essendo costituite quasi solo da reperti litici sporadici quali il pugnale in selce da Pianello o i 7 pugnali ora perduti da Calendasco.
In Val Tidone, particolarmente ricco di rinvenimenti di questo periodo è il territorio di Borgonovo, che ha restituito punte di freccia, punte e lame di pugnale.
La Protostoria
L'età del Bronzo
L’inizio dell’età del Bronzo, che ben si esprime a Nord del Po nella cultura palafitticola di Polada (ultimi secoli del III millennio—XVII sec. a.C.), in Emilia è per ora poco attestato. E’ infatti principalmente testimoniata da una serie di ripostigli di oggetti in bronzo interpretabili come tesoretti o depositi votivi. L’unico ripostiglio piacentino proviene dalla sponda del Po nei pressi di Castelsangiovanni e ed è composto da due pugnali in bronzo a manico fuso, oggetti di grande pregio.
Dall’inizio della media età del bronzo (dall’inoltrato XVII sec. a.C.) si sviluppa in Emilia la facies delle terramare, che interessa il Piacentino solo nella pianura orientale.
Il resto del territorio, e in particolare la Val Tidone, appartiene invece all’’aspetto occidentale dell’età del bronzo’, termine con cui viene indicata la realtà culturale che interessa l’Italia Nord-occidentale durante le fasi medie e recenti dell’età del bronzo e che alcuni studiosi mettono in relazione con la formazione dell’ethnos ligure
Gli oggetti d'ornamento nell'età del Bronzo
Alcuni reperti in bronzo testimoniano l’esistenza della pratica di ornare il corpo, probabilmente soprattutto da parte delle donne di rango della comunità.
All’età del Bronzo Recente sono datati i due spilloni a capocchia profilata , tipo Cogozzo, confrontabili con esemplari diffusi in abitati terramaricoli o in insediamenti della pianura lombarda, come anche lo spillone con collo ingrossato tipo Pieve San Giacomo, proveniente dalla Piana di San Martino e anch’esso attestato in contesti terramaricoli.
Lo spillone si diffonde alcuni secoli prima della fibula: entrambi furono utilizzati per fermare le vesti.
L’insediamento, noto da raccolte di superficie, è posto nella valle del Rio Lora, nella bassa zona collinare.
La campionatura di materiale mostra una frequentazione prolungata nel tempo, dal Bronzo medioe e recente alla prima età del ferro.
Orci di impasto decorati a cordoni plastici, tazze carenate, scodelloni con prese a linguetta orizzontale e bugnette, sono materiali inquadrabili nell’’aspetto occidentale’ dell’età del Bronzo.
Al bronzo finale è pertinente invece l’orlo di biconico in impasto depurato e solcature orizzontali sulla spalla.
L’olla in impasto vacuolare bruno con labbro svasato e orlo decorato a tacche è attribuibile alla prima età del Ferro.
il sito di Rossago
La Piana di S. Martino nell'età del Bronzo
L’abitato è posizionato su un altipiano a 640 metri s.l.m. situato tra le valli del Chiarone e del Rio Tinello, entrambi affluenti di destra del Tidone.
La Piana è situata sulle prime propaggini collinari dell’Appennino emiliano verso la pianura, lungo i percorsi che collegano il Tirreno al Po e che seguono un arete di via di crinale e fluviali che la mettono in collegamento da una parte con la Val Trebbia, dall’altra con l’Appennino ligure-emiliano.
Il sito, frequentato già a partire dal Neolitico, vede una sporadica frequentazione nel Bronzo Antico (2300-1650 a.C. circa), ma è con le fasi del Bronzo Medio (1650-1350 a.C. circa) e Recente (1350-1200 a.C. circa) che l’occupazione diventa stabile e consistente.
E’ un tipico insediamento d’altura dell’Appennino tosco-ligure-emiliano: essi sono spesso legati alla stagionalità, localizzati in posizioni ideali per il controllo del territorio, in rapporto soprattutto alla pratica della pastorizia e quindi in prossimità di piste di transumanza e passaggi di crinale, lungo le vie di comunicazione e vicino a fonti d’acqua.
E’ possibile ipotizzare un tipo d’abitato caratterizzato da capanne con alzati sostenuti da pali in intonaco concotto su intreccio vegetale, come confermano i resti di ‘incannucciato’.
Collegati ad un’economia di tipo pastorale sono i rocchetti d’impasto per la filatura della lana e i colatoi in impasto per la lavorazione dei latticini.
La ceramica attribuibile a questo periodo appartiene all’’aspetto occidentale dell’età del Bronzo’, ma rivela contatti e influenze provenienti dalla facies delle terramare della pianura emiliana.
A questa cultura sono riconducibili le anse ad ascia, le ciotole carenate, le olle con decorazioni a coppelle, a cordoni plastici, a bugne e a larghe scanalature.
L'Età del Ferro
Dopo una fase di probabile abbandono durante la prima età del ferro (IX-VI sec. a. C.), l’occupazione sembra rifarsi più consistente dalla fine del VI sec. a.c. e soprattutto nel V. Gran parte del materiale si rivela come tipico della produzione ligure : scodelle troncoconiche lisce o con orlo decorato a tacche digitali, scodelle a profilo rientrante., olle con decorazioni a incisioni con motivi a zig-zag, a impressioni di forma sub-triangolare, cordoni plastici lisci o a tacche digitate. L’impasto è sempre poco depurato.
Altri reperti sporadici testimoniano la frequentazione del sito fino alle soglie della romanizzazione
Alla Piana di San Martino sono state rinvenute anche due monete di particolare interesse.
Si tratta di un asse repubblicano in bronzo, recante al diritto la raffigurazione della testa del dio Giano bifronte ed al rovescio una prora di nave, e di una dramma in argento dei Celti Insubri, con effigiato al diritto il volto di profilo della dea Diana Efesina ed al rovescio un leone stilizzato del tipo lupo.

Entrambi gli esemplari sono cronologicamente inquadrabili nell’ambito del II secolo a.C. e costituiscono una significativa testimonianza dell’occupazione del sito nella fase finale dell’Età del Ferro, nel periodo immediatamente precedente al processo di romanizzazione del territorio

Alcuni oggetti in bronzo dovevano avere la funzione di ornamento per le vesti: il pendaglietto a secchiello con gola e grosso bottone terminale profilato, decorazione a cerchi concentrici sul corpo, è riferibile alle civiltà di Golasecca, fase IIIA,e si data tra il V el’inizio del IV sec. a.C.

Allo stesso orizzonte cronologico appartengono poi alcuni frammenti di fibule tardo alpine. Ad influenze di tipo etrusco-padano è attribuibile la piccola fibula a sanguisuga in bronzo.
La fibula (l’odierna spilla da balia) fu un oggetto molto comune a partire dall’età del bronzo: non fu altro infatti che uno spillone ritorto su se stesso che allo stesso modo serviva per tenere vicine le vesti, sulla spalla o sotto la gola. Poteva essere anche di materiali preziosi ed è collegabile al rango della persona che la indossava.
Ad un orizzonte ormai prettamente celtico appartengono le fibule di schema medio LaTène tardo databili alla fine del II sec. a.C.-I sec. a.C..

Ad analogo orizzonte cronologico possono essere ricondotti gli esemplari di armillae in vetro, una tipologia di monili molto caratteristica del mondo gallico, e che potevano avere colori anche molto vivaci.
Perle in pasta vitrea o metallo corredavano la parura ornamentale delle donne.
Probabilemte pertinenti a torquis o cavigliere ad ovoli (due tipologie di monili molto tipiche del mondo celtico) sono due ulteriori reperti in bronzo.
Aspetti Produttivi
Gli impianti artigianali
La fornace di Chiaroni
La fornace per laterizi, trovata a Chiaroni nel 1990, ha pianta rettangolare con sostegno a corridoio centrale ed è attribuibile al tipo II/b della classificazione della Cuomo Di Caprio.
Si trovava in una zona boscosa, ricca di materiale utilizzabile per il combustibile quindi, e vicina al corso del torrente Chiarone.
Purtroppo nessun reperto è stato rinvenuto. La struttura è genericamente riferibile ad una cultura di tipo romano.
Dal tardo antico al Medioevo
Il 'tesoretto' di Case Salari
A Trevozzo Case Salari alcuni reperti in bronzo sono stati recuperati congiuntamente.
Si tratta di una statuetta di divinità femminile allo specchio, una gamba di tripode configurata a zampa di leone, ganci di cintura di foggia barbarica, una moneta bizantina bucata, anelli e due oggetti che sembrano potersi definire ‘ditali’ ma di indubbia interpretazione.
Le differenze nella datazione, che va dai primi secoli dell’impero (II-I sec. d.C.) alla formazione dei regni romano-barbarici (V-VI sec. d.C.) consentono di ipotizzare che si tratti di materiale occultato in un momento di grave instabilità e mai recuperato.
La storia dell’insediamento romano nel Piacentino inizia nel 218 a.C., quando, in funzione antipunica, vennero fondate le colonie gemelle di Placentia e Cremona.
Caratteristica del mondo romano fu il controllo territoriale, attuato attraverso una serie di misure che adeguarono il territorio al nuovo stile di vita italico: bonifiche e drenaggi , disboscamenti e canalizzazioni, portarono a ridisegnare la fisionomia del paesaggio agrario. Tale fisionomia, se ben codificata in pianura, in collina mostrava maggiore libertà d’azione , prevedendo anche pascoli e zone boschive.
Il territorio fu densamente popolato: accanto alle città di maggior importanza, fiorivano una serie di insediamenti secondari come i vici (villaggi) situati lungo le vie di maggiore percorrenza.
La stella indica l'insediamento romano di Pianello V.T., le frecce rosse indicano i ritrovamenti archeologici, le croci blu le testimonianze toponomastiche.
L'impianto termale
La presenza di un ambiente absidato collegabile ad una canaletta di abduzione dell’acqua e il ritrovamento di alcune suspensurae (mattoncini circolari utilizzati per sopraelevare il piano pavimentale) fanno ipotizzare che nella villa di Arcello potesse essere presente un impianto termale, apprestamento solitamente presente nelle ville di pregio che svolgevano una funzione di carattere per lo più residenziale.
Finalizzate allo sfruttamento agrario erano poi le villae, localizzate in modo isolato nei latifondi e posizionate all’interno delle centurie, sono insediamenti a vocazione più o meno agricola e più o meno produttiva.
A d una villa rustica appartengono le strutture rinvenute nei pressi di Arcello, dove un ambiente absidato è riconducibile ad un impianto termale.
La villa doveva essere di un certo pregio: aveva pareti affrescate in vivaci colori, mosaici pavimentali a tessere bianche e nere e vetri alle finestre.
Il materiale ceramico permette di inquadrare una fase di vita lunghissima della villa: tra l’età augustea e tutto il V sec. d.C.
La villa di Arcello
L'abitato romano del cimitero
Un vicus dovette essere quello localizzato nei pressi dell’attuale Pianello V. Tidone, sul terrazzo fluviale posto alla confluenza dei torrenti Tidone e Chiarone., che si estendeva per un’area di circa 7 ettari.
Gli scavi, condotti dall’85 ai primi anni ‘90, hanno riportato alla luce alcune strutture in ciotoli, laterizi e malta, pertinenti ad una zona abitativa e ad un’area a vocazione produttiva.
Il materiale ceramico, abbondantissimo, proveniente dal vicus attesta una continuità abitativa protrattasi dalla metà del I sec. a.C. fino al II sec. d.C. , momento in cui l’insediamento subì una forte contrazione di popolamento .
A questo fece seguito, in epoca tardo antica, il totale abbandono dell’area. Alcune delle strutture infatti vennero riutilizzate, in un momento imprecisato dell’alto medioevo, per alloggiare alcune deposizioni.
Aspetti funerari e religiosità
In epoca romana le aree sepolcrali erano ubicate immediatamente all’esterno dei centri abitati: la legge romana , infatti, vietava da lungo tempo che si seppellissero i defunti all’interno delle città. Le necropoli si stemperavano principalmente lungo i lati delle vie di comunicazione, ad assecondare la propensione tutta romana verso l’autocelebrazione, al fine di rendere indelebile il ricordo del defunto.
Mentre le elite prediligevano monumenti sfarzosi e di varie forme (di uno dei quali potrebbe aver fatto parte il capitello in calcare), per i bassi e medi ceti sociali la forma più usuale era quella della stele, un segnacolo funerario ’parlante’.
Su di essa infatti potevano essere riportati diversi dati: i nomi dei personaggi, l’età del decesso, la professione esercitata o la carica pubblica ricoperta, le benemerenze acquisite in vita verso la propria comunità, a volte l’ampiezza dell’area funeraria. Un esempio di questa tipologia è costituito dalla stele di Valeria Nardis.
Il capitello
Si tratta di un piccolo capitello in pietra grigia destinato con probabilità ad una semicolonna di un’edicola di culto.
Esso è riccamente decorato con due volute laterali delimitanti uno spazio ornato da file orizzontali di ovoli e palmette. I
l capitello presenta poi un’iscrizione di difficile interpretazione.
Il sarcofago da Vicomarino
La sepoltura di Ganaghello
Alla fine degli anni ‘90 presso Ganaghello di Castelsangiovanni venne alla luce una sepoltura ad incinerazione con un ricco corredo. Di questo facevano parte alcuni tegami in ceramica grezza, diversi manufatti in ceramica a vernice nera tra i quali una patera , una coppa, un boccale, un tegame a vernice rossa interna, un bicchierino a pareti sottili rosate. Erano inoltre presenti 3 strigili in ferro (strumenti usati nella detersione del corpo e di chiara ispirazione ellenistica) e alcuni frammenti di osso lavorato che hanno fatto ipotizzare che il defunto fosse adagiato su un letto funerario in osso, pratica questa più consueta in età repubblicana.
Il bollo laterizio da Ziano P.no
Le lucerne
Tali manufatti erano molto diffusi e utilizzati per illuminare gli ambienti delle case. Le più comuni erano prodotte in ceramica comune, mentre quelle di maggior pregio potevano essere di bronzo. Esse erano costituite da un serbatoio che veniva riempito di olio. Al suo interno era inserito lo stoppino che, una volta imbevuto di liquido, veniva acceso.
In particolare dal Cimitero proviene il fondo di una ‘Firmalampen’ (lucerna con fondo bollato) proveniente dall’officina di Caio Dessio.
Alle lucerne veniva poi attribuito anche un carattere simbolico nelle deposizioni funerarie: ad esse era affidato il compito di illuminare il cammino del defunto nell’aldilà.
La tessitura
Strettamente connessi alle attività domestiche di creazione di tessuti sono i pesi fittili, molto spesso di forma tronco piramidale, che venivano utilizzati come contrappeso nei telai verticali per tenere ben teso l’ordito. Essi vengono generalmente datati non oltre il II sec. d.C. ma non si può escludere che potessero essere utilizzati anche in epoca successiva.
Certo lungo tutta l’epoca romana essi dovettero assumere anche forme diverse, come comprova il peso a ciambella.
Connesse alla filatura sono poi le fusaiole, utilizzate direttamente sul fuso sul quale veniva attorcigliato il filo di lana.
I giochi
L’astragalo è un osso breve del piede e si situa nel tarso, il quale si articola superiormente con la tibia e il perone e inferiormente con il calcagno.
Quelli utilizzati nei giochi dei bimbi dell’antichità provenivano generalmente da animali, in particolare ovini.
Essi venivano utilizzati per fare giochi molto semplici e potevano essere sostituiti con i gherigli delle noci. Potevano tuttavia essere riprodotti in vari materiali, e ve ne furono anche in metalli preziosi.
Le pedine invece, in pasta vitrea, osso, pietra o legno, servivano per il gioco molto più serio e complicato dei latrunculi. Questo era un gioco di alta strategia, in cui la scacchiera quadrata era considerata come il campo di battaglia vero e proprio.
L'osso lavorato
La lavorazione delle ossa animali doveva essere in epoca romana un artigianato piuttosto fiorente: molto comune era la produzione di cerniere cave e forate facenti parte della chiusura dei cofanetti o delle ante dei mobili.
Un altro importante settore di riutilizzo delle ossa provenienti dalla macellazione era quello della produzione di spilloni, spesso affusolati e finemente decorati all’estremità, oggetti d’ornamento per le signore romane che li infilavano nei capelli.
In alcuni casi però tali aghi crinali possono essere confusi per stili scrittorii, adoperati invece per scrivere sulle tavolette cerate.
Provenienti da Ganaghello sono poi alcuni frammenti, finemente levigati, di letto funerario, una pratica comune in età repubblicana.
I vetri
La tecnica della soffiatura del vetro si diffuse nel mondo romano a partire dalla metà del I sec. a.C. circa e questo provocò l’enorme diffusione di questa tipologia di manufatti.
Particolarmente pregiato è il materiale vitreo del Cimitero: si tratta di coppe decorate a sbaccellature, bottiglie e olle in vetro verde-azzurro, diffusosi a partire dall’età neroniana, e utilizzato sulla mensa quotidiana.
I balsamari vitrei erano invece adibiti a contenere olii profumati e unguenti, mentre gli specilli a tortiglione servivano per la cosmesi delle donne romane.
Gli strumenti del medico
Dovevano appartenere ad un medico gli strumenti in bronzo denominati ‘specilli’: si tratta in particolare di sonde a spatola, nelle quali un’estremità aveva la forma di un nocciolo allungato e l’altra a spatola piatta. Esse avevano molteplici usi nell’antichità, potevano servire per tenere ferma la lingua nelle visite alla gola come anche, se scaldate, per cauterizzare ferite e tagli.
La possibilità di utilizzarli per impastare allargava il loro uso anche al campo della cosmesi, oltre all’utilizzo per le pomate e gli unguenti tipici della professione medica.
La piccola sonda a cucchiaio era poi impiegata per l’applicazione di farmaci e cataplasmi direttamente sulla zona interessata, come ad esempio nelle ferite aperte o nella zona auricolare.
Pesi e misure nell'antichità
Nell’antichità si utilizzavano vari tipi di bilance: troviamo bilance a bracci uguali, utilizzate con due piatti, e bilance a stadera, le quali presentavano un piatto solo e utilizzavano pesi di valore noto per contrapposizione.
Tali pesi potevano essere in vari materiali, ma i più diffusi erano in piombo e spesso erano configurati, ad esempio ad anforetta.
Pesi in metallo dovevano essere utilizzati anche nella groma, lo strumento utilizzato dagli agrimensores per tracciare i limiti territoriali, in associazione con il filo a piombo.
Non è escluso poi che essi venissero utilizzati anche sui telai.
Gli oggetti da toeletta
Gli specchi dell’antichità erano semplici lastre di metallo, spesso argento, rame o bronzo, perfettamente lucidate.
In età romana essi erano molto comuni e facevano parte del corredo muliebre. Tuttavia non bisogna dimenticare che la tradizione dello specchio viene al mondo romano principalmente dalla cultura etrusca, la quale attribuiva a questo strumento un valore rituale. Essi infatti erano spesso riccamente decorati con scene mitologiche.
Gli oggetti d'ornamento in età romana
Nell’antichità come oggi le donne erano use ad adornare il proprio corpo con monili di varie fogge: bracciali in metallo, soprattutto bronzo, avevano spesso una terminazione a serpente, mentre gli anelli potevano essere di materiali più o meno preziosi e avere una pietra, sia essa preziosa o semipreziosa o a volta anche solo una pasta vitrea, incastonata.
Utilizzate sia dalle donne sia dagli uomini erano poi le fibule, di ascendenza nordica, che servivano per tenere insieme vesti e mantelli ma anche e soprattutto per abbellirsi.
A Pianello sono presenti alcune tipologie di I sec. a.C.-I sec. d.C., come le Almgren 65 o le fibule tipo Alesia.
Molto diffuse nella prima età imperiale sono le fibule Aucissa, chiamate così dal nome del produttore che le firmava.
Le fibule militari
Dette ‘Zwiebelknopffibeln’ o ‘fibule a croce’ esse vengono sono considerate un attributo tipico dei soldati ma le portavano anche coloro che, appartenenti all’amministrazione, indossavano il costume militare. Vengono generalmente datate a partire dal III sec. d.C.e si ritiene che venissero prodotte in grandi quantità appositamente per le forniture dell’esercito.
Talora potevano essere di metallo prezioso e portare un’iscrizione beneaugurale. In tal caso dovevano appartenere a personaggi di rango o rietrare tra i donativi fatti agli alti gradi dell’esercito e dell’amministrazione.
Le pareti sottili grigie
Si tratta di una classe ceramica essenzialmente potoria, caratterizzata dalla sottigliezza delle pareti. Al Cimitero essa è molto presente, soprattutto con coppette e bicchieri a pasta grigia e decorazioni a rotellatura e strigilature.
Le terre sigillate
Vasellame da mensa caratterizzato dal colore rosso del rivestimento mentre l’impasto, sempre depurato, può andare dal rosa chiaro al rosso intenso. Al Cimitero essa è ben rappresentata e annovera esemplari di produzione aretina (coppe e patere, di cui una con bollo in planta pedis GELLI), esemplari di produzione nord-italica (tra cui una coppa cantaroide di tipo Sarius) e un esemplare di produzione gallica (Coppa Dragendorff 37).
La vernice nera
La ceramica a vernice nera è un tipo di vasellame utilizzato sulla mensa quotidiana dal IV sec. a.C. fino all’età tiberiana. Essa presenta impasto depurato color arancio/rosato e rivestimento sui toni del nero/blu. Dall’abitato romano di Pianello provengono coppe Lamboglia 28, patere Lamboglia 5, 7 e 7/16, pissidi Lamboglia 3 e ciotole a calotta che possono essere ricondotte alle manifatture cisalpine attive dal I sec. a.C. all’età tiberiana compresa.
La ceramica comune
Vengono definiti ‘comuni’ tutti quei manufatti, privi di rivestimento e con impasto più o meno depurato, utilizzati principalmente per contenere e/o conservare i cibi e le bevande.
Il vasellame rinvenuto nell’abitato del Cimitero è riconducibile in prevalenza a forme quali bottiglie, brocche e ollae (il contenitore per eccellenza), bicchieri e coppe sono in percentuale minore.
Sono presenti inoltre mortai per la preparazione dei cibi, un tipo di manufatto mai assente nelle case del mondo romano.
Le anfore
Le anfore da trasporto costituiscono una delle classi di materiali più significative per la ricostruzione dei rapporti commerciali del vicus. Esse venivano utilizzate nell’antichità per trasportare prodotti quali olio, vino, cereali, frutta e garum (una salsa di pesce molto apprezzata e diffusa nell’antichità). I bolli presenti su questi manufatti menzionano imprenditori di successo, citati anche da Cicerone, Tacito e Plinio.
La produzione ceramica
La Piana di San Martino in età postclassica
Le indagini nel sito della Piana di San Martino hanno portato alla luce un insediamento fortificato inquadrabile cronologicamente tra l’età tardoantica e l’alto medioevo.
Tutto il crinale conserva tracce di interventi umani, quali fori per palificazioni e gradini scalpellati nella roccia, che sembrano riconducibili ad un apparato difensivo medievale.
Date le analogie con altri insediamenti d’altura coevi è possibile ritenere che anche qui sia esistito un villaggio fortificato, del quale un indizio sarebbe il toponimo ‘Castello Pontiano’ menzionato in un documento rogato nell’816 d.C.
Lo scavo ha messo in luce la presenza di più fasi di frequentazione legate a differenti settori d’indagine: un contesto d’abitato (SAGGIO 1), alcune strutture che sembrano riferibili ad un edificio difensivo (SAN MARTINO PICCOLO e SAN MARTINO PICCOLO (Base)), una piccola pieve rurale (SAGGIO 4).
L'alto medioevo della Piana
Nel settore abitativo rinvenuto nel saggio 1 è possibile individuare 3 grandi ambienti pertinenti ad un insediamento. Di estremo interesse è la scoperta di un forno, di notevoli dimensioni, forse destinato alla tostatura dei cereali. Indagato maggiormente, il vano 1 si è rivelato essere una cisterna, profonda circa 3 metri e costituita da due ambienti collegati tra loro tramite un’apertura voltata ricavata nello spessore del muro divisorio. Le murature perimetrali e il fondo sono internamente rivestite da uno spesso strato impermeabilizzante, per favorire la raccolta e la conservazione dell’acqua.
Nonostante il rarefarsi del popolamento degli ultimi secoli di vita dell’impero, alcuni siti continuarono ad essere abitati fino all’alto Medioevo, come gli insediamenti presso Fabiano, Virasco, Casa Nuova di Vicomarino, Borgonovo.
Importanti testimonianze sono venute alla luce anche a Trevozzo di Nibbiano, dove l’assenza di anfore tra i materiali rinvenuti indizia in modo significativo la contrazione dei traffici commerciali a lungo raggio e il ripiegarsi delle comunità su se stesse.
Sul San Martino Piccolo, una propaggine sopraelevata rispetto al resto del pianoro, sono stati identificati i resti di un edificio complesso, con fondazioni imponenti. Diverse furono le fasi di utilizzo della struttura: un primo ambiente, riconoscibile solo in pochi tratti di muratura, venne inglobato in una struttura a pianta rettangolare e lato orientale absidato, successivamente ampliata e raddoppiata di dimensioni. Per tutti questi motivi si è proposta per l’edificio una funzione difensiva databile, nel suo primo impianto, a prima del Mille.
Un ultimo settore (San Martino Piccolo Base), corrispondente alla rampa di accesso al San Martino Piccolo, è stato aperto solo nel 2007 ma ha riservato nuove sorprese: si è individuato un ambiente, delimitato da poderosi muri, nel quale, coperta dallo strato di crollo della copertura, è emersa un’altra straordinaria serie di attrezzi metallici ed una grande pentola in pietra ollare, reperti che risultano databili ad un periodo successivo all’anno Mille.
Nell’area definita saggio 4 infatti sono stati indagati resti riferibili ad una piccola pieve. La pianta esterna, estremamente semplice, lascia invece il posto ad un’articolazione interna assai complessa, con nicchie ed absidi ricavate nello spessore dei muri perimetrali. Sulla base dell’analisi di tali caratteristiche si è proposta una datazione del primo impianto anteriore all’anno Mille, poi frequentato fino all’età moderna: lo testimoniano sia le numerose monete recuperate sia i documenti d’archivio.
Ultima notevolissima testimonianza recuperata in questo settore è infine una placca bronzea, a forma di ogiva, che reca l’effigie di una Madonna in trono con il Bambino in braccio.
L’iscrizione, conservata parzialmente, corre sul limite esterno del pezzo e consente di ricollegare il manufatto al santuario di Santa Maria de Rocamador, ubicato sui Pirenei e frequentato dai pellegrini che percorrevano i più importanti itinerari devozionali del Medioevo.
Si tratta di un’ulteriore e significativa prova dell’importanza che nel Medioevo rivestì il sito della Piana di San Martino con la sua chiesa, meta di fedeli provenienti da svariate città dell’Italia.
Santa Maria de Rocamador
La Piana di San Martino nell'età del Ferro
Gli oggetti d'ornamento nell'età del Ferro
Due monete repubblicane
Il sarcofago fu rinvenuto negli anni ‘50 nelle vicinanze di Vicomarino di Ziano.
La tradizione orale ricorda che al momento del rinvenimento il sepolcro conteneva ancora lo scheletro del defunto accompagnato da una spada, ma di entrambi si è persa ogni traccia. Anche del sarcofago si persero a lungo le tracce, forse perché reimpiegato come abbeveratoia per gli animali. Esso entrò a far parte del Museo nel 2000.
Realizzato in marmo rosso veronese, è riconducibile alla tipologia dei sarcofagi a doppio spiovente, un tipo di tomba molto diffuso a partire dalla fine del II sec. d.C.. Generalmente ospitava sepolture di personaggi di rango, il cui nome era in genere inciso su uno dei alti lunghi della cassa.
Anche qui si conserva la traccia del cartiglio rettangolare destinato ad ospitare il nome del defunto ma esso risulta purtroppo illeggibile.
Grazie al confronto con esemplari analoghi presenti in area padana è possibile proporre una datazione ad epoca tardoantica (IV-V sec. d.C.).
In Val Tidone non mancano le testimonianze che illustrano le attività artigianali svolte in età romana.
La produzione di laterizi e ceramica è indiziata dagli scarti di fornace trovati a Cascina Polezzera di Castelsangiovanni e di Pianello Cimitero, ma soprattutto è testimoniata dalla fornace di Chiaroni.
Un piccolo quartiere artigianale doveva essere presente nel vicus romano di Pianello, dove, oltre al ceramista, date le numerose scorie rinvenute, doveva essere presente un impianto di trasformazione del ferro grezzo.
Certo non mancavano le attività di trasformazione dei prodotti agricoli, come ci suggeriscono le macine per la molitura dei cereali.
Dalla valle del Rio Lora proviene un frammento di laterizio che porta un’iscrizione bollata, usanza piuttosto comune nei primi secoli dell’impero e che può raccontarci qualcosa sulle attività economiche svolte nel territorio.
Si tratta di un cartiglio su due riche, di forma quadrata e purtroppo lacunoso.
Si potrebbe qui fare riferimento ad un’ipotetica FIGL(ina) LV(ciliana), una gens ben attestata dalla Tabula Alimentaria, ma l’interpretazione è controversa. Infatti sulla base del confronto con un bollo trovato nell’Ottocento, trascritto nel CIL e interpretato dal Mommsen, alcuni studiosi concordano con lo scioglimento LV(piana).
Ancora più problematico risulta il tentativo di proporre una lettura delle prima parte del bollo. Sempre il Mommsen propose la lettura
L.L. CAT(iliorum) L(upi) et
F(elicis) fig(lina) L(upiana)
ma ci sono varie ipotesi in merito che lasciano aperto il dibattito.
La lavorazione dell'osso
In un’economia in simbiosi con il mondo animale non ci si poteva permettere di scartare nulla: le ossa degli animali macellati venivano certamente riutilizzate per realizzare nuovi strumenti, probabilmente utensili per la lavorazione delle pelli, ma dovevano servire anche per abbellire il corpo, in un’ottica sia estetica sia, e in maggior misura, di ostentazione del rango acquisito.
Le monete del
Vicus
Di significativo rilievo risultano anche le monete restituite dall’abitato.
Nel complesso sono stati identificati 48 esemplari, quasi tutti di bronzo, cronologicamente ascrivibili, come il resto dei reperti rinvenuti nel sito, al periodo compreso tra la tarda epoca repubblicana ed il I secolo dell’Impero, ad eccezione di 3 esemplari che paiono suggerire una sporadica frequentazione anche nel secolo successivo.

Sono attestate sia tipiche emissioni repubblicane, con assi caratterizzati dalla presenza al diritto della testa del dio Giano ed al rovescio della prora di nave, sia nominali (in particolare sesterzi, dupondi, assi ed un quadrante) diffusi in epoca altoimperiale e riconducibili a famosi sovrani quali, ad esempio, Augusto, Tiberio, Claudio, Nerone e Domiziano.

Di particolare interesse storico sono gli esemplari frazionati (intenzionalmente fratturati a metà, ad un terzo e ad un quarto della moneta originale) al fine di essere utilizzati come moneta divisionale, per la quale il peso del metallo garantiva il valore economico del pezzo.

Le monete dell'abitato della Piana
Le monete della Chiesa della Piana
Le Monete romane
Il Mago del Fuoco
La capanna del fabbro longobardo
Alla Piana di San Martino, nell’area definita saggio 1, sono state rinvenute tracce riconducibili ad una capanna dalla pianta quasi rettangolare, con dimensioni di circa 20 mq., che venne costruita con pareti in materiale deperibile rivestito da incannucciato e che, sulla base dei reperti rinvenuti nello spazio interno, è stata identificata come pertinente ad un fabbro longobardo.
Tra i materiali recuperati alcuni (come la groma e l’olletta in ceramica comune) sono ancora di tradizione romana e si affiancano ad altri strumenti in ferro per attività domestiche quali il probabile strumento per cardare la lana, i coltelli e le catene per la sospensione dei contenitori sul focolare.

Gli attrezzi per le attività lavorative
I materiali proposti sono in buon parte riconducibili ad attività economiche incentrate sullo sfruttamento delle risorse del bosco, mentre la minore presenza di attrezzi per la lavorazione della terra potrebbe indicare per l’agricoltura un ruolo secondario nell’economia altomedievale del sito.
Servivano per attività collegate all’utilizzo del legname attrezzi dalla lunga tradizione d’uso quali l’ascia del tipo “dolabra”, lo scalpello ed i chiodi di varia tipologia.
Anche il falcetto, la roncola e la falce messoria erano legati all’economia rurale, in quanto impiegati in attività quali la potatura degli alberi, la viticoltura ed i lavori agricoli.
Pure le due asce di differente tipologia sono generalmente considerate armi attribuite al costume del guerriero di tradizione germanica, ma è stato pure ipotizzato che si trattasse di utensili polivalenti, collegabili sempre alla lavorazione del legno.

Gli attrezzi del fabbro
Reperti quali i martelli di varia foggia, un incudine ed un piccolo crogiolo documentano la presenza alla Piana di San Martino di un fabbro attivo in epoca longobarda.
Il profilo dell’artigiano può essere definito con più precisione come un faber-aurifex, dato che sono stati rinvenuti pure alcuni manufatti di altissimo pregio come una fibula in bronzo ed una placca in osso lavorato. La presenza di elementi decorativi identificabili come protomi di rapaci consente un inquadramento culturale nell’ambito della tradizione dei popoli di origine germanica come i Goti ed i Longobardi.


La Val Tidone in età romana
L'età romana
Nel settore definito saggio 4, nel quale sono state rinvenute testimonianze riconducibili ad un edificio religioso, è stata recuperata anche una ricca serie di monete medievali.
Si tratta di esemplari che attestano una frequentazione del sito dal XII al XVI secolo, con nominali emessi dalle zecche di città, sedi di Comuni o di Signorie, come Piacenza, Milano, Cremona, Como, Genova ed Urbino, per conto di importanti autorità quali, a titolo esemplificativo, i sovrani Federico II di Svevia, Arrigo VII di Lussemburgo e Luigi XII di Francia, oppure esponenti delle casate dei Visconti e degli Sforza.
Nel settore a destinazione abitativa del saggio 1 sono stati rinvenute anche alcune monete di notevole interesse, dal momento che si distribuiscono lungo un arco cronologico che va dalla tarda epoca romana al Medioevo.
Tra le attestazioni più significative sono due monete gote, precisamente un quarto di siliqua in argento con al diritto la testa dell’imperatore bizantino Anastasio ed al rovescio il monogramma di Teodorico (?–518) ed un 10 nummi in bronzo recante al diritto la testa con elmo della dea Roma ed al rovescio il nome del re Teodato, successore di Teodorico (534-536).
Ad un periodo successivo (962-967) appartengono invece i denari, battuti dalla zecca di Pavia, per gli imperatori della dinastia di Sassonia Ottone I ed Ottone II, mentre altri nominali, databili tra la fine dell’XI ed il XII secolo, sono ascrivibili sempre a sovrani di stirpe germanica quali Enrico III di Franconia e Corrado II.




In varie località della valle del Tidone sono tornati alla luce reperti numismatici assai differenti per tipologia e cronologia.
Essi coprono un arco di tempo molto ampio, che spazia dall’epoca romana repubblicana (II secolo a.C.) al periodo della dominazione franca (IX secolo d.C.).
Tra i reperti più antichi si collocano un asse con testa di Giano bifronte, un denario con testa elmata della dea Roma ed un vittoriato, ai quali seguono emissioni avvenute per conto dei vari sovrani dei primi due secoli dell’impero.
Molto interessanti sono anche gli esemplari, in particolare sesterzi, di meno noti imperatori del III secolo d.C. come esponenti della dinastia dei Severi quale Alessandro Severo, oppure Massimino e Gordiano III.
Gli ultimi secoli di vita dell’impero di Roma sono attestati da vari antoniniani e folles, tra i quali spiccano quelli di Costanzo II.
A genti di origine germanica, insediate nella valle durante l’alto Medioevo (secc. VI – IX), è infatti riconducibile un quarto di siliqua del sovrano dei Goti Teodorico con associato il nipote Atalarico, mentre un denaro è ascrivibile al figlio e successore di Carlo Magno, Ludovico il Pio.
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