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Fuori dalle secche
Il teatrino politico-mediatico e l'autonomia della lotta No Tav
Nel libro l'Entità è mutagena e proteiforme perché risponde alla lotta. Non è mai stata l'Entità a dettare tempi e modi, non è mai stata proattiva ma sempre reattiva.
Il cantiere
[...] Un'opera talmente simbolica che i No Tav nei loro comunicati la chiamano...
Due trappole: «nomi separatori» e «nomi omologanti»
«Alla fine della giornata, l’Entità aveva succhiato dall’aria pesante il sapore del trionfo, poi si era rannicchiata a defecare mille repliche di sé stessa, e ogni nuova Entità si era messa a secernere recinti...»
Oggetto identitario fittizio: il «cittadino onesto», la «gente normale», «gli italiani»...
Chi non somiglia abbastanza all'oggetto identitario fittizio viene marcato con un nome separatore, che «permette allo Stato di separare dalla collettività un certo numero di gruppi e giustificare il ricorso a particolari misure repressive» (Alain Badiou, Il risveglio della storia, 2011). Esempi di nomi separatori:
«gli immigrati», «i musulmani», «le zecche»,..
...«L'Entità»
2005: nascita dell'Entità
«I violenti»
In realtà L'Entità è la controparte nascosta del movimento nel mio libro Un viaggio che non promettiamo breve. È un «campo di forza» di narrazioni tossiche a sostegno della grande opera, che a un certo punto diviene essere senziente. Si forma in risposta alla Libera Repubblica di Venaus. Sono i giorni in cui i discorsi a difesa della NLTL fanno «massa (a)critica» e si affermano per la prima volta a livello nazionale le retoriche dominanti e tutti i clichès: «non possiamo restare isolati» ecc.
Turi Vaccaro. Nel libro, è l'unico a vedere l'Entità.
Un rinnovato ricorso a nomi separatori segnala il fallimento della strategia fondata su nomi omologanti, cioè un'inversione della tendenza che aveva portato a un calo di autonomia della lotta No Tav.
Lotta che, ricordiamolo, ha ottenuto i suoi migliori risultati (conquiste sul campo, progetti ritirati, progetti che perdono pezzi) nelle fasi in cui più era percepito come alieno al teatrino della politica politicata e perciò tacciato di estremismo ecc.
I nomi separatori nulla hanno potuto contro la libera repubblica dei No Tav, i nomi omologanti possono disgregarla.
Shock post-Venaus
La libera repubblica della Maddalena
(Ezio Mauro, La Repubblica, 4 ottobre 2018)
«Dopo lo smacco di Venaus, l’Entità si era ritirata nel suo intramondo di chimere e carte bollate. La sera dell’8 dicembre 2005, battuta e vilipesa, si era accucciata in un angolo, ansimante, a chiedersi come fosse potuto accadere [...] Sfebbrato lo shock e smesso di tremare, l’Entità aveva riconquistato un po’ di amor proprio. Pensare. Bisognava pensare,
farsi le domande giuste, o quelle che l’Entità valutava giuste partendo da premesse che non era disposta a mettere in discussione.
Le domande finirono per condensarsi in una sola: come tornare in valle per imporre la Grande Opera?»
«Quella notte l’Entità possedeva un albero cavo, un castagno malato, scavato in piú punti, zone nere nel tronco che sembravano orbite vuote di teschio e una bocca piegata in un sorriso agonizzante, tetanospasminico. L’Entità si era annidata in quel volto nascosto nel bosco, poco sopra il sentiero che da Giaglione portava a Chiomonte, e alle due e venti aveva udito cantare i No Tav, mezza lega piú a ovest, sotto la luna crescente.»
Il periodo della palude
«L’Entità si era nascosta in un antro di fango e sterpi nella palude dei Mareschi. Si trattava di una zona umida dalle parti di Avigliana, tra l’ex dinamitificio Nobel e la borgata Grignetto [...] Uragani di pulviscolo e parole, tornado di slogan e nomi vacui che fuoriuscivano dall’antro e correvano per la valle, non visti da nessuno ma sentiti da tutti, e ovunque arrivassero consumavano l’attenzione, dissipavano le energie da dedicare alla lotta: OSSERVATORIO TECNICO TAVOLO POLITICO CABINA DI PILOTAGGIO CONFERENZA DEI SERVIZI…
Ecco il piano dell’Entità: confondere, ottundere, fiaccare. E al momento buono, tornare in valle coi recinti, le ruspe, le talpe.»
Fin dall'inizio il movimento No Tav ha dovuto lottare anche contro l'opposto dei nomi separatori, cioè con nomi omologanti, che avvicinavano all'oggetto identitario fittizio, facendo pensare che la lotta contro l'opera fosse la solita faccenda di egoismi locali, di campanilismi, di escamotages da «uomo medio» ecc.
I nomi omologanti sono anche più pericolosi dei nomi separatori, perché ottundono e smorzano, smussano e dilavano il conflitto.
Un esempio è proprio «Nimby»
Nella fase che stiamo superando la strategia normalizzante si è fondata su «grillini» e «il M5S»: integrando la lotta No Tav in una delle forze partitiche in campo, rappresentandola come forza subalterna nella cornice stereotipata del presunto scontro tra «progressisti» e «populisti», il movimento è stato silenziato in modo molto più efficace di quando si tiravano in ballo i «violenti venuti da fuori», il «black bloc» ecc.
Il no che afferma, il sì che nega
La lotta no tav ha anticipato direzioni e impresso svolte della politica nazionale, e continua a curvare lo spaziotempo e costringe tutte le forze in campo a posizionarsi. È stato possibile perché ha tenuto il punto di un no incondizionato, e ha tenuto quel punto perché è sempre stata una lotta autonoma.
«La violenza, la violenza! La violenza, la rivolta!»
Il progetto a cui ci opponiamo è, in ogni fase, nient'altro che il risultato della lotta, della continua pressione No Tav. Senza la lotta, si sarebbe realizzato il progetto ritirato a fine 2005, dopo la riconquista del presidio di Venaus. Progetto che oggi la controparte stessa definisce sbagliato. In Valsusa è stato il capitale a dover rispondere alla lotta. La lotta ha costretto il capitale al rattoppo, al rabberciamento, a tagli e ridimensionamenti continui. Ogni volta si riconosceva, implicitamente, che prima il progetto era sbagliato, dispendioso, impattante ecc. Su ciascun punto si è recepita la critica No Tav, senza mai ammetterlo. La risposta alla sollecitazione dal basso è stata sempre presentata come iniziativa presa dall'alto, «intelligente rivisitazione» ecc.
Tribunale di Torino, 25 marzo 2019. La richiesta di sorveglianza speciale nei confronti delle compagne e compagni che hanno sostenuto sul campo, contro Daesh la rivoluzione del Rojava è stata giustificata col fatto che «hanno ricevuto un addestramento militare» del quale potrebbero beneficiare nelle lotte politiche a cui hanno sempre preso parte qui in Italia, in primis quella No Tav. In base a questa logica, qualunque attivista abbia fatto il servizio militare prima dell'abolizione della leva obbligatoria dovrebbe essere messo sotto regime di sorveglianza speciale, a cominciare dagli «Alpini No Tav». Nella foto, le espressioni dei compagni mentre ascoltano le argomentazioni della PM Emanuela Pedrotta.
La violenza immaginata
Sebbene la controparte politico-mediatica abbia spesso descritto le prassi di piazza (e di bosco) dei No Tav come «violente» o additura «terroristiche», quasi tutte le iniziative così etichettate si possono trovare nei repertori delle tattiche nonviolente, ad esempio nella monumentale opera in tre volumi di Gene Sharp Politica dell'azione nonviolenta (Edizioni Gruppo Abele, 1985)
Diverse volte attivisti No Tav hanno manifestato con striscioni e slogan sarcastici di fronte ai ristoranti dove membri delle forze dell'ordine stavano pranzando o cenando, o di fronte agli alberghi dove dormivano, invitando la popolazione a boicottare quegli esercizi. Immancabilmente si è parlato di «violenza», «minacce», addirittura Stefano Esposito ha parlato di «intimidazione mafiosa». Eppure tutte e tre le principali tattiche adottate dai No Tav in quelle occasioni sono catalogate da Sharp, alle voci: «Ossessionare i funzionari», «Schernire i funzionari» e, ovviamente, «Boicottaggio da parte di consumatori».
La controversia sul sabotaggio
«Il sabotaggio è una tecnica della nonviolenza solo quando non vi è nessun rischio per l’esistenza di esseri viventi, particolarmente umani. E’ una delle misure di carattere estremo, quando il danno che viene apportato è superato dal danno che il funzionamento di quel servizio apporta.» (Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, 1967)
Autonomia e universalità della lotta:
contro il Tav e il suo mondo,
ovvero: Il movimento No Tav è un faro
Il movimento No Tav non si è smarrito nelle nebbie luccicanti della cronaca politica spicciola, ha saputo rifuggire le logiche della «politica politicata», con la sua superficie increspata da polemiche fittizie e il suo fondo di intese trasversali a tutela del sistema. Il movimento No Tav ha fatto politica vera. La lotta si è anche riappropriata di nessi amministrativi territoriali – cioè ha fatto eleggere sindaci e giunte – ma sempre concependoli come strumenti. Gli amministratori erano solo una delle tre gambe del mitico "sgabello": comitati - tecnici - amministratori
La primavera della ripartenza
«No tav» è diventato il significante di lotte ben più vaste, e non solo lotte territoriali.
Imminente, il ritorno del frame della «violenza»
L'inverno del nostro scontento
Estate 2018 - Febbraio 2019: calo di autonomia nell'immagine della lotta, calo di universalità nel significante No Tav»
Nel 2018 la soggettività No Tav è rimasta intrappolata nella narrazione delle «tensioni tra forze politiche», cioè tra partiti: tensioni tra le due forze della coalizione di governo, e tensioni tra una parte del governo e l'opposizione-per-modo-di-dire. Per la prima volta il frame non era «X sta coi No Tav» ma «No Tav = X».
È così che il significante «no Tav» ha oscillato pericolosamente verso la caricatura che della lotta aveva sempre fatto il nemico: quella di una vertenza locale e particolaristica.
Aldo Capitini (1899-1968)
Il binomio innominabile: cambiamento climatico e grandi opere.
L'oscuramento mediatico della manifestazione del 23 marzo conferma che questo binomio è eversivo. Proporlo è il modo per sottrarre il nuovo movimento sul clima alla «cattura» liberale. La lotta sul clima non deve essere «carina».
Desenzano del Garda, 29 marzo 2019, i No Tav Brescia-Verona contestano il M5S.
Nel 2018 l'immagine della lotta No Tav ha perso autonomia anche perché si è parlato più dell'iter dell'opera che della lotta per fermarla. La lotta è parsa subordinata dell'iter anziché, come fino a quel momento, viceversa. Ovviamente è indispensabile parlare dell'iter, fare le pulci anche sul piano tecnico-procedurale è indispensabile, ed è stata fin dai primordi del comitato Habitat una delle buone pratiche del movimento No Tav, senza le quali non sarebbe quel che è. Ma non sono state le «barricate di carta» a rendere «No Tav» il significante di tutte le lotte: è stata la riconoscibilissima autonomia della soggettività No Tav. Le barricate di carta funzionano se ci sono anche quelle vere e proprie. La strategia della controparte è stata impantanare il movimento, spingerlo a concentrarsi su aspetti procedurali, costringerlo a focalizzare sull'analisi costi-benefici, sul rinvio dei bandi ecc., proprio mentre...
...proprio questo governo ha già dato il benservito ad altre lotte territoriali sorelle come No Terzo Valico, No Tap, No Passante di Bologna ecc.
Non sarà mai una vittoria se si «vince» lasciando indietro le altre lotte. Si parte e si torna insieme.
Le compagne e i compagni di strada del movimento No Tav si sono trovate in difficoltà, incluso il sottoscritto.
Gli altri movimenti hanno sentito il movimento No Tav meno vicino, e impacciato nel prendere parte alla lotta contro questo governo, che pure è il governo della repressione, del decreto sicurezza, del razzismo sistematico, degli attacchi ai diritti civili e sociali. Non c'è solo il Tav.