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L' arte greca

Mazzola Alessandro
by

susanne lenz

on 27 August 2015

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Transcript of L' arte greca

L' arte della Grecia: Arcaica, Classica ed Ellenistica

L' arte
della Grecia

L'architettura è la disciplina che ha come scopo l'organizzazione dello spazio a qualsiasi scala, ma principalmente quella in cui vive l'essere umano. Semplificando si può dire che essa attiene principalmente alla progettazione e costruzione di un immobile o dell'ambiente costruito.
Finché l'uomo ha avuto capacità cognitive tali da potersi organizzare in civiltà, l'architettura è sempre esistita. L'architettura è nata anzitutto per soddisfare le necessità biologiche dell'uomo quali la protezione dagli agenti atmosferici, e proprio per questo è tra le discipline maggiormente presenti in tutte le civiltà. Solo in un secondo momento, con lo sviluppo della divisione del lavoro nella società, alla funzione primaria vennero aggiunte funzioni secondarie in numero sempre crescente. Con la comparsa di caratteri estetici si ebbe la nascita dell'architettura anche come arte visiva, dotata però di proprie caratteristiche peculiari. Sarebbe riduttivo anche parlare di valori estetici in quanto una buona architettura è spesso frutto di valori etici e di uno studio con approccio quasi scientifico sul modo di operare. Risultato di questa operazione deve essere anche un ammirabile valore artistico.
Definire l'architettura risulta difficile in quanto il fenomeno architettonico è stato sempre presente nella cultura dell'uomo, acquistando caratteristiche, definizioni, funzioni, aspetti spaziali e costruttivi spesso differenti o addirittura contrastanti da civiltà a civiltà o da epoca ad epoca.
Che cosa è l' architettura?
La Pittura e ceramica
Greca

L' Architettura Greca

La scultura Greca

L'architettura greca arcaica viene in genere collocata dal VII secolo a.C. al 480 a.C., anno della distruzione persiana di Atene, momento dopo il quale l'arte greca raggiunse la fase del suo apogeo, cui si riserva la definizione di architettura greca classica. Rispetto alla precedente fioritura dell'architettura micenea (fino circa al 1300 a.C.) esiste un buco di alcuni secoli, quelli del cosiddetto Medioevo ellenico, nel corso del quale si colloca il convenzionale passaggio dall'età del bronzo all'età del ferro.
La ripresa dell'architettura nel tardo Medioevo ellenico, nel cosiddetto periodo dello stile geometrico (secoli X-VIII a.C.), si manifestò in un primo periodo con diverse differenze: invece di cittadelle sovrastate da un palazzo del sovrano vennero costituendosi insediamenti dal nuovo carattere urbano, o poleis, cui fra l'altro corrisposero forme rinnovate di architettura religiosa, con la comparsa dei primi sacrari, poi templi, contestualmente al definirsi di un pantheon di divinità olimpiche. Questi edifici avevano una struttura affine a quella del mégaron, come attestato dai resti di quello di Tirinto, ed erano costruiti con mattoni di argillaessiccata al sole con l'aggiunta di travi in legno strutturale come sostegno. A differenza dei palazzi minoici o micenei la copertura degli edifici sacri prevedeva un'orditura lignea a falde sensibilmente inclinate. Inoltre l'adozione di un peristilio di sostegni lignei - affinché la cella in materiali deperibili fosse protetta dalle sporgenti falde del tetto, ma anche per conferire maggiore solennità sacrale - si palesò in questo periodo ed ebbe una fondamentale importanza negli sviluppi dell'architettura greca templare arcaica.

L' Architettura greca Arcaica
L' Architettura greca Classica
L' Architettura greca Ellenistica
L'architettura greca classica viene in genere collocata dal 480 a.C. al 400 a.C., periodo che coincide con la costruzione degli edifici più importanti dell'Acropoli di Atene, nei quali le tendenze e le capacità sviluppate del periodo arcaico trovarono un vertice di equilibrio, bellezza e armonia.
La grande fioritura architettonica di Atene coincise con un periodo di ricchezza e pace del governo di Pericle, durante il quale molte discipline artistico-speculative raggiunsero un apogeo: la scultura, la pittura, la filosofia, la tragediografia.
L'architettura ellenistica si differenzia dalla precedente classica per uno spiccato carattere eclettico, che si manifesta sin dall'inizio per la tendenza alla sovrapposizione degli ordini dorico, ionico e corinzio, che ben si adattava al nuovo gusto decorativo attento agli effetti scenografici. Conformemente alle maggiori esigenze delle corti dinastiche, nascono nuove tipologie di edifici, come ginnasi e palestre, e si sperimentano innovazioni stilistiche nei portici, nei peristili e nelle vie colonnate delle città di Delo, Atene, Eleusi, Mileto, Rodi e Pergamo. Anche l'architettura religiosa pur rimanendo fedele ai canoni classici risente delle nuove tendenze e vengono sperimentate soluzioni alternative alla staticità dell'impianto templare, come la pianta circolare (tholos) e l'esedra semicircolare. La stessa urbanistica delle nuove fondazioni orientali presenta novità importanti riguardanti l'impianto regolare di alcune città, come Priene e Dura-Europos. Nasce infine il nuovo tipo architettonico dell'altare monumentale, con il bellissimo esemplare dell'Altare di Zeus a Pergamo.
ARCAICA
CLASSICA
ELLENISTICA
Gli Ordini
Architettonici
Stile Dorico
Stile Ionico
Stile Corinzio
L'ordine dorico è il più semplice e il più antico, poiché è collegato con il medioevo ellenico; è anche il più vigoroso e solenne, in cui si avverte in maniera pregnante il senso della massa e della grevità; é molto presente nei templi della Magna Grecia. Il motivo di questo senso di solennità è l’insieme dei rapporti tra il tutto e le parti: da cui è regolata l’arte arcaica e classica, che erano espressi da precisi numeri e frazioni. Nei templi dorici arcaici il rapporto tra l’altezza totale del tempio e la colonna era 2/1, quindi la colonna era ½ rispetto al tempio; il frontone occupava tutto lo spazio fino alla parte più alta del tempio, ed è questo rapporto a dare un senso di pesantezza.
La colonna dorica è stata nel tempo fatta equivalere alla figura umana maschile, il telamone, dalla quale spesso veniva sostituita; le figure femminili, le cariatidi, sostituiscono invece le colonne ioniche. Il fusto della colonna dorica poggia direttamente sullo stilobate, è rastremato, scanalato a spigoli vivi, (la colonna è formata da rocchi, blocchi tra di loro scanalati che si raccordano su una linea che percorre tutto il fusto), il numero delle scanalature è canonico e generalmente pari, il fusto presenta un entasis (rigonfiamento) a circa 2/3, molto evidente nei templi più arcaici e in particolare in quelli della Magna Grecia: la sua presenza serve ad ovviare alle deformazioni ottiche: gli occhi umani non hanno lo stesso modo di vedere ed inoltre il profilo della cornea è curvilineo, quindi a distanza deformano le linee; gli architetti greci "deformano" il profilo della colonna rigondiandolo in modo che da lontano l’occhio le percepisca come un’entità perfetta: l’arte greca infatti dà grande importanza all’idealizzazione e alla perfezione. L’entasis non è l’unico accorgimento con questo scopo: anche l’intercolumnio, cioè la distanza tra le colonne, è calcolata in modo che il tempio venga percepito come perfetto, o l’arretramento della facciata, che ovviava all’effetto di "caduta in avanti" della facciata stessa. Una seconda motivazione dell’entasis è legata alla filosofia di Eraclito, al famoso frammento panta rèi (tutto scorre): sotto il peso della trabeazione i Greci immaginavano che la colonna si allargasse, si gonfiasse. Il capitello dorico è formato dal basso verso l’alto dall’echino e dall’abaco, elemento presente nei capitelli di tutti gli ordini; in quello dorico è grande e aggettante; è il capitello più semplice e rispecchia il rigore dei Dori. Sopra si trova l’architrave ed il fregio dorico, che è discontinuo o alternato: vi si alternano triglifi e metope: i triglifi sono rilievi geometrici, le metope rilievi a tema mitologico, con figure umane. Le cornici doriche della trabeazione e del frontone sono semplici, senza particolari decorazioni.
Caratteristiche
Caratteristiche
Caratteristiche
L'ordine ionico viene considerato il più raffinato e quello dotato di maggiore slancio: il rapporto tra l’altezza della colonna e quella totale del tempio varia, in genere la trabeazione ed il frontone sono alti ½ rispetto alle colonne. Il fusto non poggia sullo stilobate, ma sono presenti anelli concavi o convessi tra esso e la colonna; i più famosi sono il toro ed il trochilo l’uno sopra l’altro; il fusto è rastremato e scanalato a pianetto, il numero delle scanalature è canonico. Il capitello è costituito dalle volute, tra le quali si nota il "collarino", elemento orizzontale decorativo con delle gocce o degli ovuli; sopra le volute si trova l’abaco, piccolo e poco aggettante che indica il punto di contatto tra la colonna e la trabeazione. L’architrave è tripartito, formato da tre fasce orizzontali; il fregio è continuo, un’unica sequenza di rilievi figurativi; le cornici sono lavorate e raffinate.
L'ordine corinzio è il più recente, intorno al IV secolo a. C., importante nell’età ellenistica e nel periodo romano. È un ordine imponente e monumentale; viene valorizzata la colonna, il fusto non poggia direttamente sullo stilobate, ma tra esso e la base della colonna si trova un elemento a parallelepipedo chiamato plinto, che ha la funzione di sollevare ulteriormente la colonna; sopra il plinto ci sono gli stessi anelli dell’ordine ionico; il fusto è rastremato con scanalature a pianetto e si conclude con il capitello, che presenta il cesto di foglie d’acanto. Queste foglie possono essere diverse a seconda del luogo in cui è costruito il tempio; sopra il cesto si trova l’abaco non aggettante a contatto con l’architrave a volte tripartito; il fregio non è sempre presente, ma nei templi corinzi in cui è presente è continuo. Le cornici sono lavorate con rilievi di tipo vegetale.
Il tempio era utilizzato solo dall’esterno per le cerimonie religiose e anche l’altare era situato fuori dal tempio, come le sculture più importanti. All’interno della cella chiamata naos si trovava il simulacro a cui il tempio era dedicato, ma potevano avervi accesso soltanto i sacerdoti: la cella era "la casa" della divinità. Le statue più antiche rinvenute dentro il naos erano cilindriche e di legno, ricavate dal tronco di alberi ed erano chiamate xoana (oggetti sacri di legno); in seguito furono sostituite da altre in materiali più preziosi e resistenti. La cella si trova nel nucleo centrale ed è in genere rettangolare, intorno vi è un colonnato separato dal muro della cella; la parte antistante al naos è chiamata pronaos; può esserci anche un ambiente dalla parte opposta al pronaos, più piccolo del naos chiamato opistodomos, dove erano contenuti anche i doni votivi.
Conflitto angolare dell'ordine dorico
Il cosiddetto "problema dei triglifi d'angolo" (o "conflitto angolare dell'ordine dorico") è una questione architettonica la cui soluzione assillò gli architetti greci tra il VII e il VI secolo a.C.
Nei templi di ordine dorico, al di sopra del colonnato che circonda la cella (peristasi), si trova una trabeazione il cui fregio risulta composto da triglifi e metope in successione alternata: i primi, decorati da quattro scanalature verticali (due centrali e due laterali larghe metà delle centrali) al di sotto di un listello orizzontale, rappresentano le testate delle travi di copertura e sporgono leggermente, mentre le metope, ornate da motivi decorativi vegetali o figurati, dipinti o scolpiti a rilievo, rappresentavano le lastre, leggermente rientranti, che chiudevano gli spazi vuoti tra una trave e l'altra negli arcaici templi lignei.
Trabeazione angolare del Partenone
A causa della loro origine i triglifi erano disposti in partenza sull'asse di ciascuna delle colonne; d'altra parte si riteneva necessario che in corrispondenza dell'angolo il fregio terminasse con un triglifo (pieno strutturale), e non con parte di una metopa (vuoto strutturale), che veniva ritenuta un elemento visivamente più debole.
Nel corso della storia dell'architettura greca furono elaborate diverse soluzioni a questo conflitto.
Soluzioni
Soluzioni arcaiche
Inizialmente il triglifo terminale del fregio, disposto sopra le colonne angolari, venne spostato verso l'esterno rispetto alla sua posizione teorica, comportando una maggiore larghezza dell'ultima metopa ad esso adiacente: le metope non presentavano pertanto tutte la medesima larghezza e questa disuguaglianza, piuttosto visibile, risultava esteticamente poco accettabile (fig. II). Di conseguenza si giunse alla soluzione di allargare anche la metopa precedente, in modo che la differenza di dimensioni, necessaria per spostare il triglifo, fosse gradualmente distribuito (circa 5 cm per metopa) e risultasse meno evidente. Meno diffusa era la soluzione in cui ad ad allargarsi era il triglifo d'angolo o anche, gradualmente quelli precedenti (fig. III).
Soluzione classica
Veniva avvicinata la colonna d'angolo a quella adiacente (fig. IV): riducendo infatti la larghezza dell'ultimo intercolumnio (spazio tra due colonne), veniva ridotta anche la lunghezza complessiva del fregio e di conseguenza il triglifo concludeva il fregio in corrispondenza dell'angolo, senza che fosse necessario l'allargamento delle metope (contrazione semplice); nei templi più sofisticati l'avvicinamento veniva gradualmente sfumato da correzioni anche nell'intercolumnio precedente (contrazione doppia). Questa soluzione, a cui si potevano aggiungere altre correzioni ottiche, come il rafforzamento delle colonne angolari, realizzate con un diametro leggermente maggiore delle altre, o una loro leggera inclinazione verso l'interno, sottolineava i lati della facciata e le conferiva una maggiore compattezza. Talvolta i due metodi erano fusi con sottili variazioni di grande raffinatezza.
Soluzione di Vitruvio
Nel suo trattato Vitruvio suggerisce una soluzione sconosciuta all'architettura greca che consiste nel lasciare inalterati gli intercolumni ed il succedersi di triglifi (perfettamente in asse) e metope, risolvendo il conflitto con una porzione di metopa posta in angolo.[1] (fig. V)
Il Tempio
Il tempio può essere considerato la più impegnativa realizzazione dell'architettura greca. La codificazione che, in età arcaica, verrà sviluppata per l'architettura templare diventerà con l'ellenismo il linguaggio universale del mondo mediterraneo.
L'edificio vero e proprio era per i Greci la casa del Dio (oikos), localizzata nella cella (naos). Questa ospitava la statua della divinità, ed il sacerdote era l'unico ad averne accesso,mentre il culto si svolgeva su un altare antistante al tempio ed all'interno del recinto sacro (temenos) in cui si situavano il tempio ed altri edifici ad esso connessi. Il luogo sacro (santuario) poteva ad esempio ospitare una serie di costruzioni di uso pratico, come i "tesori" (thesàuroi), che ospitavano i doni votivi – preziosi o anche di terracotta – offerti dalle città o da semplici cittadini, sale per banchetti (hestiatòria) e portici (stoai). L'ingresso all'area sacra poteva essere protetto da propilei.
Il tempio greco è sempre orientato est-ovest, con l'ingresso aperto verso est. In questa peculiarità si differenzia nettamente dai templi romani che sono invece generalmente orientati nord-sud, posti su di un alto podio cui si accede mediante un'ampia scalinata da sud.
Che cosa e` il tempio ?
Come e` strutturato un tempio???
Il tempio greco è uno degli edifici più importanti che abbiamo ereditato come testimonianza archeologica; ha alcuni elementi in comune con il teatro: entrambi sono collegati con la natura perché i primi templi erano dedicati alle divinità del luogo ed erano vicini a sorgenti d’acqua, boschi sacri, luoghi popolati da queste divinità; solo in un secondo momento i templi saranno collocati nell’acropoli della città.
I primi templi erano fatti di legno, mentre dall’età arcaica furono costruiti in marmo e pietra. Dai templi arcaici e classici è possibile risalire al carattere ligneo dei primi: hanno infatti conservato elementi che lo dimostrano, come il basamento fatto a scalinate, il crepidoma: l’ultimo gradino che funge da piano su cui poggiano le colonne è chiamato stilobate; la anche i templi lignei avevano un basamento di pietra poiché dovevano essere isolati dal terreno; le colonne derivano dai tronchi degli alberi dei templi di legno; il tetto è spiovente, a differenza delle case con tetto a terrazza, per non far penetrare l’acqua nel legno. Sopra lo stilobate si ergono le colonne: l’elemento verticale è detto fusto, sovrastato dal capitello; la parte orizzontale sopra il capitello è chiamata trabeazione, che è costituita da cornici, architrave, fregio. L’architrave unisce tutte le colonne ed è fatta da un insieme di blocchi accostati con muratura a secco; sopra di esso vi sono altri blocchi di marmo o pietra squadrati scolpiti su una faccia verso l’esterno, lavorati ad altorilievo, i fregi. Sopra la trabeazione si trova il frontone, costituito dalle cornici che sono aggettanti, dal timpano, il triangolo che chiude la parte più alta del tempio; le lastre che lo formano sono in posizione più arretrata rispetto alle cornici; nello spazio tra queste ultime ed il timpano si trovano le sculture frontonali: in alcuni templi antichi emergono quasi come un rilievo dalle lastre del timpano, ma nella maggior parte dei casi sono statue a tutto tondo staccate da esso.
La disposizione delle colonne determina la classificazione dei tipi di pianta del tempio greco, che ci è stata tramandata da Vitruvio:
tempio in antis
Sulla facciata sono presenti due colonne tra due ali di muro che prolungano in avanti le pareti laterali della cella
tempio prostilo
La fronte della cella presenta un colonnato antistante
tempio anfiprostilo
Sia la fronte che il retro della cella presentano il colonnato
tempio diptero
Il porticato quadrangolare (peristasi) presenta, anche sui lati lunghi, una doppia fila di colonne
tempio pseudodiptero
La peristasi presenta una sola fila di colonne, ma posta ad una distanza doppia rispetto ai muri della cella, ossia quando il tempio è circondato da un colonnato dell'ampiezza di due intercolumni
tempio periptero
Il colonnato (ptèron) circonda tutti e quattro i lati della cella (naos) creando un porticato quadrangolare (peristasi)
tempio pseudoperiptero
ha una notevole diffusione in età ellenistica e quindi romana, caratterizzato da colonne della peristasi addossate come semicolonne o lesene ai muri esterni della cella che poteva in tal modo essere realizzata con una maggiore ampiezza; quest'ultima tipologia viene citata da Vitruvio (De architectura, 4,8,6) tra quelle ritenute anomale. Vitruvio invece non menziona la tipologia del tutto priva di colonnato esterno (oikos), che ai suoi tempi era ormai scomparsa;
tempio monoptero
Quando il tempietto ha una forma circolare ed è privo di cella
tempio a tholos
Quando il tempietto circolare è provvisto di cella.
Il tempio di Afaia
Il tempio di Afaia nell'isola greca di Egina è un tempio greco dedicato alla dea Afaia (in greco φαία, con il significato di non oscura), la dea locale dell'isola.
Il santuario è situato su un alto promontorio sovrastante una baia, nell' angolo nord-occidentale dell'isola.
Il tempio della seconda fase era dotato di una ricca decorazione frontonale: i gruppi scultorei di entrambi i lati est ed ovest sono conservati alla Gliptoteca di Monaco, dove sono stati restaurati e ricomposti dallo scultore neoclassico danese Bertel Thorvaldsen.
Entrambi i frontoni mostrano al centro la figura della dea Athena (alla quale Afaia era assimilata), e ai lati gruppi di combattenti, con gli angoli del frontone occupati da guerrieri caduti e armi abbandonate, rappresentanti le imprese troiane degli eroi locali: dalla ninfa Egina e da Zeus sarebbe nato infatti il primo re dell'isola, Eaco, padre di Telamone (mitologia), da cui nacque l'eroe omerico Aiace Telamonio, e di Peleo, padre di Achille.
Le sculture conservano notevoli tracce di pittura, che hanno permesso di ricostruire il completamento pittorico nella scultura greca, e si presentano perfettamente rifinite anche sul lato rivolto verso l'interno del frontone, sebbene questo non fosse visibile.
In seguito allo studio delle tracce lasciate dalle cavità per i perni che dovevano fissare le sculture, si ritiene che fossero esistiti tre gruppi frontonali: sul lato est il gruppo originario e la cornice sovrastante sarebbero stati rimossi e sostituiti con un altro gruppo prima del completamento dell'edificio. Il frontone occidentale si data infatti intorno al 510-500 a.C.; il frontone est verso il 490-480 a.C. Non è chiaro perché quest’ultimo fosse stato sostituito. Altri frammenti di sculture frontonali, rinvenuti nel 1901, e poi ancora nel corso di ulteriori campagne di scavo, sono stati infatti attribuiti a due diversi gruppi scultorei, ugualmente datati al 510-500 a.C. che rappresentavano un'Amazzonomachia e il rapimento della ninfa Egina da parte di Zeus: è stata avanzata l’ipotesi[senza fonte] che essi facessero parte di composizioni create inizialmente per il frontone orientale del tempio, messe in opera solo parzialmente e poi smontate, per motivi che ci sfuggono, e rimontate successivamente presso l’altare, dove in effetti restano ancora due basi allungate.
Le sculture frontonali di Egina sono comunque frutto di un progetto unitario, opera di due scultori, o di due scuole, che riflettono una diversa sensibilità artistica. Lo scultore del frontone ovest e delle prime versioni del frontone est, che è probabilmente anche l’ideatore di tutto il ciclo scultoreo, continua la maniera arcaica, con tutti i suoi valori di perfezione astratta; una ventina d’anni dopo, lo scultore del frontone orientale ripropone lo stesso soggetto mettendo in atto la nuova estetica che sfocerà, di lì a poco, nello stile severo.
Descrizione dei frontoni
Frontone Orientale
Frontone Occidentale
Varie tipologie della pianta del tempio
Polis è il termine utilizzato per indicare la città nell’antica Grecia, intesa non come un moderno contesto urbano ma identificabile con la comunità (quella che i Romani chiamavano civitas) e con la città in senso materiale (urbs o oppidum in latino). La definizione include i due elementi che la compongono:
-chora (il territorio circostante)
-asty (lo spazio urbano)
Generalmente quando si parla della polis di Atene o di Sparta si indica la comunità dei cittadini (i polites sono i maschi adulti che godono di pieni diritti) ateniesi o spartani, che occupa un’area di cui è sovrana e che può essere suddivisa in due parti: l’abitato principale o città e la campagna, nella quale coloro che risiedono in città svolgono le loro attività agricole oppure vi sono i villaggi o i demi (fattorie isolate).
Chiaramente la natura e l’evoluzione della polis è direttamente influenzata da cambiamenti politici, sociali e religiosi.
Si tratta dell’organizzazione politico-statale più diffusa nel mondo greco, ma forse anche l’unica, la prima forma di “città” convive con delle realtà di carattere etnico (koinà) meno evolute.
Da un punto di vista linguistico è difficile trovare un corrispettivo vocabolo che racchiuda tutte le sfumature contenute nel termine polis. In origine quest’ultimo è stato tradotto come “cittadella fortificata” (acropoli), alludendo al suo aspetto fisico; in seguito si è diffuso quello maggiormente noto di “insediamento o centro urbano”, quasi un sinonimo di asty. Questa accezione con il tempo si è arricchita di un carattere metaforico (particolarmente diffuso nei poemi omerici e poi in età arcaica e classica) indicando “tutti coloro che costituiscono la città” o più semplicemente la “comunità civica”. Ma il significato maggiormente diffuso è quello di “città-stato”, ricollegandosi alla natura politico-statale della polis.
Che cosa si intende per Polis ?
Gli studiosi hanno formulato diverse teorie in merito alla sua nascita, per alcuni le radici della polis risalgono al periodo miceneo, secondo altri questa realtà emerge nel periodo post-tirannico della Grecia, e in particolare di Atene. Ma l’ipotesi più diffusa anche in virtù degli studi di Victor Ehrenberg è che la polis si sia formata nel corso dell’VIII sec. a.C., periodo durante il quale si sono verificati una serie di processi di aggregazione fisica e politica di unità isolate (i villaggi o komai) e dall’affermarsi all’interno di un’area ben delimitata di un rapporto complementare tra “centro” e “periferia”.
Ciò che definisce l’identità della polis è da un lato la religione, principale forma di espressione della cultura greca, caratterizzata non da un clero ma da pratiche rituali che scandiscono la vita del cittadino; dall’altro il valore dell’ideologia comunitaria, accompagnata da un insieme di principi collegati al concetto di koinòn-koinonìa (comunità o cosa comune), che influenzano profondamente le decisioni e le scelte dei membri della società.
Due sono i momenti essenziali nella fondazione di una polis così come ci tramanda Omero:
Dividere la terra nei lotti da assegnare ai cittadini;
Dividere lo spazio urbano in pubblico (agorà), privato (case) e sacro (templi).
La nascita della Polis
La nascita della Polis
Gli Ordini
Architettonici
Nella Grecia Classica gli ordini architettonici sono gli stessi presenti in quella arcaica, con qualche differenza:
- All' interno del tempio c'è una maggiore autonomia degli spazi;
- Lecolonne sono proporzionate meglio rispetto a prima: modulo più piccolo ma altezza più elevata;
- Infine questi tre ordini non erano rigorosamente separati ma coesistevano in uno stesso tempio: ad esempio per abbellire un tempio si usava il dorico all'esterno mentre all'interno si utilizzava una doppia fila di colonne ioniche.
Gli influssi Ionici
Anche se si sono modificati gli usi, la vista da lontano di un tempio creava degli effetti di distorsione. Per dare al visitatore l' impressione della perfezione geometrica dell' edificio furono individuate alcune soluzioni.
Correzioni Ottiche

È la correzione più diffusa e senza dubbio più nota, e riguarda il profilo delle colonne: è il rigonfiamento del fusto della colonna a circa 1/3 dell’altezza, utilizzato per eliminare l'illusione ottica che a distanza fa apparire la parte centrale della colonna più stretta rispetto alle estremità.

Entasis

Le linee orizzontali del basamento (stereobate, stilobate), della trabeazione (architrave, fregio) e la base del frontone viste da lontano sembrano incurvarsi (a). Per correggere questa deformazione, le linee vengono leggermente curvate verso l’alto (b), in modo da non apparire concave alla distanza ma perfettamente rettilinee.
Curvatura delle orizzontali
Inclinazione delle verticali

Inclinazione delle verticali
Per un effetto ottico le colonne più esterne non appaiono dritte e parallele ma divergenti e inclinate verso l’esterno (a), e quindi vengono leggermente inclinate verso l’interno (b-c) in modo da sembrare perfettamente verticali, parallele alle colonne poste in posizione centrale.
Il Santuario Di Zeus a Olimpia
Con Olimpia inizia la fase classica vera e propria, il santuario, delimitato da un steccato di legno (che secondo la mitologia era stato costruito da Eracle) occupa un’area abbastanza estesa che si articola intorno ad un nucleo centrale chiama Altis (che in origine era una zona boschiva). Secondo la tradizione Eracle istituì i giochi olimpici inaugurando la più importante delle gare, che era quella della corsa, che si svolgeva su una pista lunga uno stadio.
Intorno all’altis erano collocati tutta una serie di edifici posteriori come la casa di Nerone, un grande albergo (con 280 stanze), la palestra e dei laboratori (tra questi quello di Fidia).
Il santuario di Zeus ad Olimpia era il più famoso santuario del mondo antico, alla confluenza dei fiumi Cadeo e Alfeo, in un’area che, come attestano i reperti archeologici, era stata ininterrottamente popolata tra il 2880 e il 1100 a.C. e che divenne zona cultuale in età tardomicenea, epoca alla quale sembrano risalire le prime testimonianze del culto di Pelope, mitico fondatore dei Giochi olimpici. Come tutti i santuari anche quello di Olimpia si componeva di vari edifici: il Philippeion, una tholos del IV secolo a.C. fatta erigere da Filippo il Macedone e terminata da Alessandro, uno stadio nel quale a partire dal 776 a.C. si svolgevano ogni quattro anni i più importanti fra i giochi panellenici, accompagnati, come avveniva a Delfi, da gare artistiche e letterarie, e l’importantissimo tempio di Era, la struttura più antica del santuario in cui l'ordine dorico fa la sua prima comparsa in forme mature.
Il tempio di Zeus (64,2 m di lunghezza, 24,6 m di larghezza e alto 20 m) fu eretto secondo Pausaniacon il ricavato del bottino ottenuto a seguito della vittoria suPisa, in Elide (circa 470 a.C.).

Il Tempio di Zeus
a Olimpia
Il tempio di Zeus ad Olimpia, nell’Elide, venne costruito in stile dorico tra il 470 e il 456 a.C., si ritiene tradizionalmentesu progetto dell'architetto Libone di Elide.
Descrizione
Il tempio, periptero esastilo, con 13 colonne sui lati lunghi, presenta un crepidoma rialzato di tre metri dal piano con alti gradini (l’ultimo, più alto, di 0,56 m) e con rampa di accesso sulla fronte. L’interno ha due colonne in antis sul pronao e sull’opistodomo e il vano della cella è tripartito da due file di colonne doriche. Lecorrezioni ottiche sono presenti nelle colonne dei lati lunghi, inclinate di circa 60 mm, ma assenti sulla fronte, eccezion fatta per le colonne d’angolo che partecipano del sistema laterale.Fu costruito con calcare conchiglifero locale e coperto con stucco colorato per nascondere le imperfezioni, come era comune nell'architettura greca. Il manto di copertura del tetto e la decorazione scultorea, giunta in gran parte fino a noi, erano invece in marmo. All’interno una scala immetteva ad una galleria rialzata dalla quale era possibile ammirare la statua crisoelefantina di Zeus, opera di Fidia posta nella cella, tra i due colonnati, in epoca successiva all'erezione dell'edificio
Decorazione scultorea
Di quello che viene ritenuto il maggior complesso scultoreo appartenente allo stile severo ci sono rimaste quasi tutte le statue frontonali (42), le metope dei due vestiboli (12, 6 su ciascun fregio) e alcuni dei gocciolatoi a forma di testa di leone, alcuni originali e altri sostituzioni scolpite in epoca successiva. L'uniformità stilistica della decorazione ha portato all’attribuzione della progettazione e della sovrintendenza dell’opera ad un unico artista anonimo definito Maestro di Olimpia. La composizione delle figure dei frontoni, con statue in movimento, in piedi, accosciate, e reclinate, mostra il superamento della rigidità di più antichi schemi in direzione di un maggiore equilibrio dinamico che si accompagna ad una raggiunta coerenza tematica e compositiva. Nei frontoni come nelle metope, le figure divine, centrali non solo a livello compositivo, non sono avvertite dagli umani che vivono la loro tragica vicenda, non vi partecipano, ma ne segnano, per noi osservatori, l'atmosfera psicologica ed emotiva che si allenta allontanandosi dal centro della scena.

Descrizione
Metope
Le 12 metope narrano le fatiche di Eracle (anche in questo caso, come in quello di Pelope, un tema legato alle origine mitiche dell'Altis) come un graduale passaggio dalla giovinezza alla maturità senza alcun accento favolistico, ma in una chiave drammatica vo<lta ad esaltare nell'eroe le virtù etiche: la lotta solitaria di Eracle contro i nemici dell'intera umanità simbolizza la progressiva maturazione lungo il cammino della vita e la presenza silenziosa di Atena presagisce la premiazione della virtù con la vittoria e l'immortalità.
Frontoni
La scena sul frontone orientale raffigura i preparativi per la gara di corsa su carri tra Pelope e Enomao (re di Pisa), le cui statue affiancano quella centrale di Zeus. Il tema è legato alle origini mitiche del santuario e il momento raffigurato è quello del giuramento prima della gara: i due protagonisti, Enomao con la sposa al fianco e Pelope con al fianco Ippodamia, la figlia di Enomao, sono figure isolate, esprimenti il raccoglimento nell'attesa e una silenziosa tensione che sembra comunicarsi alle proprie compagne e agli altri personaggi, servi e spettatori.
Sul frontone occidentale, sottoposto a importanti restauri già in epoca antica, Lapiti e Centauri combattono alle nozze di Piritoo, presiedute dalla figura centrale di Apollo. Ai suoi lati, Piritoo e Teseo guidano due gruppi di lapiti; verso gli estremi del frontone anziane donne sdraiate si nascondono per sottrarsi alla lotta. In opposizione alla raccolta intimità del frontone orientale la Centauromachia, tema comune nella Grecia del V secolo a.C., favorisce l'animazione e il ritmo turbinoso del racconto, ma non si discosta dalla corsa dei carri nell'intento etico e celebrativo. Questa alternanza tra stasi e azione, ritmo e pensiero sembra essere cifra distintiva dell'intero complesso, presente sia nelle metope, sia nei frontoni.

Metope e Frontoni
Frontone Orientale
Frontone Occidentale
L' Acropoli di Atene

L'Acropoli di Atene si può considerare la più rappresentativa delle acropoli greche. È una rocca, spianata nella parte superiore, che si eleva di 156 metri sul livello del mare sopra la città di Atene. Il pianoro è largo 140 m e lungo quasi 280 m. È anche conosciuta come Cecropia in onore del leggendario uomo-serpente Cecrope, il primo re ateniese.
L'Acropoli è stata dichiarata patrimonio dell'umanità dall'UNESCO nel 1987.
I resti sono risalenti all'epoca arcaica e quindi si attesta che delle costruzioni imponenti si elevavano sull'acropoli alla fine del VII secolo a.C., epoca in cui le mura risalenti all'età micenea (XVI-XII secolo a.C.) persero la loro importanza difensiva. Nella prima metà del VI secolo a.C., dopo l'espulsione dei Pisistratidi, l'acropoli cessò di essere una fortezza.
Le antiche fortificazioni, le costruzioni, gli edifici templari e le statue furono distrutti durante l'occupazione persiana del 480 a.C. I primi sforzi ricostruttivi degli ateniesi si concentrarono sulle opere di maggiore utilità. Le mura e i bastioni furono ricostruiti sotto il governo di Temistocle e di Cimone. Durante l'epoca di Pericle per celebrare la vittoria sui Persiani e il primato politico, economico e culturale di Atene fu realizzata la ricostruzione dell'acropoli, con la costruzione del Partenone - all'interno del quale fu eretta una statua colossale di Atena Parthenos, realizzata da Fidia e oggi perduta -, dei Propilei ed in seguito dell'Eretteo e del Tempio di Atena Nike.
Nel tardo impero romano il Partenone fu trasformato in chiesa dedicata alla Vergine Maria. Nel Medioevo l'acropoli fu trasformata in fortezza militare prima dai Franchi e poi dai Turchi. Nel 1687 i veneziani bombardarono l'Acropoli, causando ingenti danni al Partenone, che, poiché conteneva dei depositi di polvere da sparo, saltò in aria.
Durante la dominazione dell'Impero ottomano l'Acropoli venne spogliata di gran parte dei marmi che ornavano i frontoni e delle metope da Lord Elgin che li portò in Inghilterra. Nell'Ottocento iniziarono i primi scavi e restauri dei templi, che portarono a scoperte clamorose, come le famose statue arcaiche di fanciulle, le Kore. La maggior parte dei ritrovamenti è esposta nel Museo dell'Acropoli.
Durante i lavori di liberazione dell'Acropoli di Atene dalle strutture fortificate costruite dai turchi, nel 1852-1853 l'archeologo francese Charles Ernest Beulé riscoperse la grande scalinata che conduce all'acropoli e la porta fortificata di epoca romana, da allora chiamata Porta Beulé, che tuttora costituisce l'accesso principale al complesso archeologico.
In generale

1.Partenone
2.Antico tempio di Atena Poliàs
3.Eretteo
4.Statua di Atena Promachos
5.Propilei
6.Tempio di Atena Nike
7.Santuario di Egeo
8.Santuario di Artemide Brauronia o Brauroneion
9.Calcoteca
10.Pandroseion
11.Arrephorion
12.Altare di Atena Poliàs
13.Santuario di Zeus Polieus
14.Santuario di Pandion
15.Odeo di Erode Attico
16.Stoà di Eumene
17.Santuario di Asclepio o Asclepieion
18.Teatro di Dioniso
19.Odeo di Pericle
20.Santuario di Dioniso
21.Fonte micenea
22.Peripatos
23.Fonte Clepshydra
24.Grotte di Apollo Hypocraisus, Zeus Olimpio e 25.Pan
26.Santuario di Afrodite ed Eros
27.Iscrizione del Peripatos
28.Grotta di Aglauro (Aglaureion)
29.Via Panatenaica
Il Partenone ad Atena
Il Partenone (in greco antico Παρθενών, Parthenṓn, in greco moderno Παρθενώνας, Parthenṓnas) è un tempio greco, octastilo, periptero[1] di ordine dorico dedicato alla dea Atena, che sorge sull'Acropoli di Atene.
Questo tempio è il più famoso reperto dell'antica Grecia[2]; è stato lodato come la migliore realizzazione dell'architettura greca classica e le sue decorazioni sono considerate alcuni dei più grandi elementi dell'arte greca. Il Partenone è un simbolo duraturo dell'antica Grecia e della democrazia ateniese e rappresenta senz'altro uno dei più grandi monumenti culturali del mondo.
Storia
Il Partenone sostituì il più antico tempio di Atena Poliàs che era stato distrutto dai Persiani nel 480 a.C., al tempo di Serse (guerre persiane). Come la maggior parte dei templi greci, il Partenone fu utilizzato come tesoreria e, per qualche tempo, servì come tesoreria della lega di Delo, che diventò, successivamente, l'Impero ateniese.
Nel VI secolo, il Partenone venne convertito in una chiesa cristiana[4] dedicata alla Madonna; dopo la conquista turca, fu convertito in moschea. Nel 1687, durante l'assedio di Atene da parte della Repubblica di Venezia, il Partenone fu colpito da una cannonata che fece scoppiare la polvere da sparo lì depositata; l'esplosione danneggiò seriamente il Partenone e le sue sculture.
Nel XIX secolo, Lord Elgin rimosse alcune delle lastre rimanenti e le portò in Inghilterra. Queste sculture, conosciute oggi come marmi di Elgin, sono in mostra alBritish Museum. Il governo greco e parte della comunità internazionale ne richiedono da molti anni il rientro in patria.
Il Partenone, insieme agli altri edifici sull'Acropoli, è oggi uno dei siti archeologici più visitati in Grecia. Il Ministero greco della cultura grazie ai finanziamenti per iGiochi Olimpici del 2004 e ai finanziamenti giunti dall'UNESCO, ha inaugurato un imponente progetto di restauro, tuttora in corso.
Il nuovo Museo dell'Acropoli, che è stato aperto nel giugno 2009, situato ai piedi dell'Acropoli, raccoglie tutti i frammenti del fregio in possesso del governo greco, assieme ad altri in corso di recupero, in uno spazio architettonico ricostruito con le esatte dimensioni e l'orientamento del Partenone.

Storia
Progettazione e costruzione
Il Partenone fu costruito per iniziativa di Pericle, il generale ateniese del V secolo a.C. Fu costruito dall'architetto Ictino, a prosecuzione di un progetto già avviato con Callicrate sotto Cimone. La costruzione avvenne sotto la stretta supervisione dello scultore Fidia (nominato episkopos, supervisore), che, inoltre, costruì la statua della dea Atena al suo interno, di circa 12 metri completamente rivestita di oro ed avorio. L' edificazione del templio cominciò nel 447 a.C., e fu completata sostanzialmente attorno al 438 a.C., ma il lavoro sulle decorazioni continuò almeno fino al 432 a.C. Sappiamo che la spesa maggiore fu il trasporto della pietra dal Monte Pentelico, circa 16 chilometri da Atene, fino all'Acropoli. I fondi furono in parte ricavati dal tesoro della lega di Delo, che fu spostato dal santuario panellenico di Delo all'Acropoli nel 454 a.C.
Sebbene il vicino Tempio di Efesto sia l'esempio esistente più completo di tempio di ordine dorico, il Partenone, a suo tempo, fu considerato il migliore. Il tempio, scrisse John Norwich, "gode della reputazione di essere il più perfetto tempio dorico mai costruito.
Decorazione
Il Partenone è un Tempio dorico octastilo e periptero con caratteristiche strutturali ioniche. La ricchezza delle decorazioni nel Partenone è unica per un classico tempio greco. Non va in contrasto, comunque, con le funzioni del tempio-tesoreria. Nell'opistodomo (la stanza sul retro della cella) erano depositati i versamenti monetari della Lega di Delo di cui Atene era il membro capo.

Progettazione e decorazione
Metope
Le novantadue metope doriche (realizzate da Fidia e da suoi allievi) furono scolpite come altorilievi. Le metope, concordando con i registri degli edifici, sono datate come degli anni 446-440 a.C. Le metope del lato est del Partenone, sopra l'entrata principale, raffigurano la Gigantomachia (la lotta degli dei dell'Olimpo contro i Giganti). Sul lato ovest, le metope mostrano l'Amazzonomachia (la mitica battaglia degli Ateniesi contro le Amazzoni). Le metope del lato sud.con l'eccezione di 13-20 metope piuttosto problematiche, ormai perdute — mostrano la Centauromachia Tessala. Sul lato nord del Partenone, le metope sono poco conservate, ma l'argomento sembra essere la Guerra di Troia.
Fregio
Il tratto più caratteristico nella decorazione del Partenone è sicuramente il lungo fregio ionico posto lungo le pareti esterne della cella. Si tratta di una caratteristica innovativa, dal momento che il resto del tempio è costruito in stile dorico.
L'intero fregio marmoreo è stato scolpito in altorilievo da Fidia e dai collaboratori della sua bottega. Il fregio continuo era lungo 160 metri di cui ne sopravvivono 130, circa l'80%, dislocati oggi in vari musei europei. La parte mancante ci è nota dai disegni effettuati da Jacques Carrey nel 1674, tredici anni prima che il bombardamento veneziano danneggiasse il tempio.
In una prima semplice lettura, il fregio rappresenta la solenne processione che si teneva ogni quattro anni in occasione delle feste panatenaiche. Sono invece possibili diverse interpretazioni circa il significato della rappresentazione o la sua possibile attribuzione ad un evento storico preciso: c'è chi ipotizza che l'ampio spazio riservato alla rappresentazione della cavalleria sia un esplicito riferimento all'eroismo bellico delle Guerre Persiane; altri hanno ritenuto di riconoscere nei vari personaggi della processione figure rappresentanti la polis aristocratica e arcaica in contrapposizione ad altre che incarnerebbero invece la democrazia dell'Atene classica, in un tentativo di unire passato e presente.
Frontoni
Pausania, viaggiatore del II secolo, quando visitò l'Acropoli e vide il Partenone, ne descrisse solo i frontoni. Il frontone orientale racconta della nascita di Atena dalla testa di suo padre Zeus, mentre il frontone occidentale narra la disputa che Atena (con il ramo d'ulivo) ebbe con Poseidone (che dona l'acqua) per il possesso di Atene e dell'Attica, ed è costituito da statue a tuttotondo incassate nella cavità. Le statue in particolare non sono distaccate una dall'altra, non hanno una storia a sé propria, ma interagiscono fra di loro, entrano in contatto concatenandosi e sono costruite in una sequenza di arsi e tesi, ad ogni movimento concitato ne corrisponde una rilassato e teso (ciò si vede anche nelle vesti delle donne che seguono una ritmo naturale e libero e soprattutto equilibrato). Il lavoro sui frontoni durò dal 438 al 432 a.C.


Frontoni, metopo e fregi
La nascita della metropoli

La città di Pergamo

Pergamo è un'antica città dell’Asia Minore, nell'Eolide (verso il sud-est della Troade e sud della Misia; e verso il nord dell'Ionia e nord-ovest della Lidia), posta a poca distanza dalla costa del Mar Egeo, su di una collina (l'Acropoli di Pergamo) che costituisce la principale località archeologica dell’area. La città attuale è nota col nome di Bergama (Turchia, Provincia di Smirne).
La città ebbe una fioritura in età ellenistica, quando divenne capitale dell’omonimo regno, raggiungendo il massimo splendore sotto la dinastia illuminata degli Attalidi(241-133 a.C.). La città divenne un importantissimo centro artistico, considerata quasi una seconda Atene ellenistica. In seguito divenne parte dell'Impero romano. Viene citata nell'Apocalisse di Giovanni come una delle sette chiese dell’Asia.
Storia
Il mito vede la città fondata da Grino, nipote di Telefo, che avrebbe onorato l'amico Pergamo, nipote di Achille, intitolando a lui la città. La città viene citata per la prima volta da fonti intorno al 400 a.C., ma l'acropoli doveva già essere abitata in età arcaica. Presso la città aveva sede un importantissimo santuario di Esculapio, rinomato per la capacità taumaturgiche dei suoi sacerdoti ed importante sede di pellegrinaggi provenienti da tutta la Grecia.
La sua importanza si accrebbe notevolmente in età ellenistica, quando Lisimaco, uno dei Diadochi di Alessandro Magno, dopo la battaglia di Ipso (301 a.C.) scelse e fortificò l'acropoli come sede del suo tesoro (di oltre 9000 talenti) e ne diede la custodia a Filetero, figlio di Attalo. Quando Lisimaco fu sconfitto da Seleuco I, Filetero ne approfittò per consolidare la sua posizione e rendere definitiva la sua supremazia sulla città, divenendo il capostipite della dinastia degli Attalidi.
A Filetero successe Eumene I, che rafforzò ulteriormente il regno contro le mire espansionistiche dei sovrani seleucidi.
Con il successore Attalo I (241-197 a.C.) la città esercitò la sua egemonia su gran parte dell’Asia Minore occidentale. Il sovrano rifiutò di pagare il tributo ai Galati, tribù celta stanziatasi nell'area dell'Asia Minore che aveva fondato il regno della Galazia, alleati di Antioco III seleucide. Questi mossero guerra ai pergameni, ma furono sconfitti nel 240 a.C. presso le fonti del Caico assieme alle truppe di Antioco. Pergamo riuscì quindi ad annettersi molti territori seleucidi dell’Asia Minore. Ma è nel 232 a.C. con la vittoria sui Tolistoboi, altra tribù celtica della Galazia, preso il tempio di Afrodite della città di Pergamo che il re Attalo I libera le sue terre dalle incursioni celtiche. Seguirono altre guerre con seleucidi, con alterne fortune. Venne stipulata un'alleanza con i romani, di cui rimasero alleati dinastici e la città conobbe una notevole fioritura artistica.
Eumene II (197-159 a.C.) successe ad Attalo I e sotto di lui il regno ebbe un’ulteriore espansione. Il re protesse le arti e la cultura, fondando la biblioteca di Pergamoed erigendo il famoso Altare di Zeus. Il figlio di Antioco III, Seleuco IV, assediò la città durante la guerra tra Roma e Antioco III.
Con Attalo II (159-138 a.C.), fratello di Eumene II e tutore di Attalo III (il figlio minorenne di Attalo I), ma di fatto re di Pergamo, il regno consolidò l’alleanza con i romani combattendo contro altri dinasti ellenistici.
Infine Attalo III (138-133 a.C.) fu l’ultimo dinasta indipendente, poiché alla sua morte lasciò il regno in eredità ai romani, e il suo territorio venne a costituire la provincia romana d'Asia.
In età romana Pergamo fu una città prospera, famosa per l’attività dei ceramisti, la produzione di unguenti e di pergamene, che prendono il nome dalla città. La città fu probabilmente sede di una chiesa apostolica poiché viene nominata nell’Apocalisse di Giovanni.
Il declino della città seguì quello dell’Impero Romano. In età bizantina fu sede di vescovado. Saccheggiata dagli arabi, la città fu poi presa dagli Ottomani, che vi edificarono diverse moschee.
I resti della capitale furono scavati a partire dal 1873.


Pergamo
L' altare di Zeus a Pergamo
PER SAPERNE DI PIU' SI PUò VISITARE QUESTO SITO
http://it.wikipedia.org/wiki/Altare_di_Zeus
L'Altare di Zeus di Pergamo è uno degli edifici più famosi e uno dei capolavori dell'arte ellenistica. Fu fatto edificare da Eumene II in onore di Zeus Sóter e Atena Nikephòros (Zeus salvatore e Atena portatrice di vittoria) per celebrare la vittoria sui Galati. Attualmente la parte anteriore dell'altare si trova conservata al Pergamon Museum di Berlino.
Sui terrazzamenti dell'acropoli di Pergamo, che dai suoi 330 metri d'altezza dominava la valle del Caico, l'altare si levava scenografico e imponente, con una struttura molto originale. In pianta l'altare ha una forma quadrangolare, con la facciata, rivolta alla vallata, mossa da una scalinata centrale, larga quasi venti metri, e da due avancorpi, creanti una sorta di forma a "U".
In alzato la struttura era rialzata di cinque gradini, dopo i quali si alzava il basamento, alto circa 4 metri, lungo il quale si sviluppava il "grande fregio" continuo con la Gigantomachia. Si accedeva al livello superiore tramite la scalinata centrale, appunto, ed esso consisteva in un grande vano, alto circa sei metri, circondato da un colonnato ionico continuo, che proseguiva anche lungo gli avancorpi. All'interno del vano correva lungo tutte le pareti un secondo colonnato, fatto a coppie di colonne unite da un'anima muraria. L'altare vero e proprio si trovava al centro e su di esso si trovava il "piccolo fregio", con le Storie di Telefo, figlio di Eracle e mitico fondatore della città.
Descrizione
Il teatro Greco
Per teatro greco, in letteratura e nella storia del teatro, si intende l'arte teatrale nel periodo della Grecia classica. Le forme teatrali che oggi conosciamo discendono da quelle che si praticavano e che vennero perfezionate nella Atene del V secolo a.C.
Gli Ateniesi organizzavano,alcuni giorni dell'anno, grandi manifestazioni in cui tre autori teatrali dell'epoca, secondo approvazione da parte dell'arconte eponimo,gareggiavano per conquistare la vittoria decisa da una giuria composta da dieci giudici selezionati da varie Tribù. Gli attori, esclusivamente uomini anche nelle parti femminili (perché le donne non potevano recitare), indossavano maschere che li rendevano riconoscibili anche a grande distanza (nel teatro di Atene gli spettatori più lontani potevano essere anche a quasi cento metri dagli attori),e ne amplificavano la voce grazie ad un congegno interno. Larecitazione era rigorosamente in versi, e alle parti soliste si accompagnava un Coro, gruppo di attori che assolveva la funzione di collegamento delle scene, commento e narrazione della trama. La forma d'arte di ispirazione più elevata era considerata la tragedia, i cui temi ricorrenti erano derivati dai miti e dai racconti eroici. Le commedie, di carattere più leggero e divertente, prendevano spesso di mira la politica, i personaggi pubblici e gli usi del tempo.

ARCAICA
CLASSICA
La scultura è (nel senso moderno del termine) l'arte di dare forma ad un oggetto partendo da un materiale grezzo o assemblando diversi materiali. Come molte altre parole riguardanti il mondo dell'arte anche la parola scultura e quindi il concetto che essa rappresenta si sono evoluti nel tempo.
È possibile modellare un oggetto per addizione o sottrazione, a seconda del materiale. Materiali come il legno il marmo ecc. permettono di scolpire intagliando o scolpendo la materia stessa. Materiali come l'argilla invece consentono di modellare per addizione aggiungendo man mano materia alla materia iniziale.
Con il termine scultura si indica anche il prodotto finale, ovvero qualsiasi oggetto tridimensionale creato come espressione artistica.
Forme[
Alcune forme della scultura sono:
• Rilievo - scultura attaccata a uno sfondo dal quale emerge in altorilievo o bassorilievo
• Statua - di cui costituiscono sottogeneri il Busto e la Scultura equestre
Il Surrealismo descriveva come "scultura involontaria" quella fatta quando si manipola qualcosa senza pensarci, ad esempio quando si piega una graffetta fermacarte o si arrotola un biglietto del cinema.

Che cosa è la scultura?
ELLENISTICA
La scultura greca arcaica si sviluppò nel mondo ellenico tra il VI secolo a.C. e, convenzionalmente, il 480 a.C., quando vennero distrutte le mura dell'Acropoli di Atene dai Persiani.
Sviluppo storico
Kleobi e Bitone
Al 585 a.C. circa risalgono le due statue di Kleobis e Biton, raffiguranti due giovani eroi che si sacrificarono, presso ilsantuario di Delfi, in onore di Hera. Si tratta di due prodotti legati al gusto più arcaico, tipico dei Dori, ai quali si contrapposero le altre scuole (ionica, dell'Asia Minore e delle isole o cicladica e attica). Si tratta di due umani, non di un monarca divinizzato come nelle precedenti culture mediterranee; la figura umana all'inizio del VI secolo a.C. aveva quindi già assunto il valore nodale dell'arte greca, quale "misura di tutte le cose", dotata di razionalità e al centro dell'universo. I due eroi sono raffigurati eretti e completamente nudi. L'uso di raffigurare personaggi nudi risale forse all'abitudine degli atleti, fin dal periodo arcaico, di gareggiare senza vesti; certamente indicava una situazione eccezionale, astraente rispetto alla quotidianità. Le membra del Kleobis in particolare hanno una straordinaria robustezza, con un'anatomia possente che ricorda blocchi di pietra accostati.
Queste figure furono oggetto di innumerevoli repliche e, un po' per come era successo nell'architettura, si fissò un tema che divenne un'iconografia fondamentale, utilizzato spesso dagli artisti ma comunque dotato di un certo raggio di scelta indipendente nella resa finale

Vengono utilizzati il marmo o la pietra locale o, ancora, la terracotta: le tecniche di fusione del bronzo, infatti, non consentivano ancora la realizzazione di statue di grandi dimensioni. Le opere erano nella maggior parte dipinte, anche a colori vivaci, in contrasto con l'aspetto candido che hanno attualmente dopo la perdita dei pigmenti e che ha formato l'estetica neoclassica.
Già appare chiaro comunque come l'ambito religioso fosse connesso strettamente alla vita civile e politica, e quindi anche la scultura avesse una funzione essenzialmente pubblica: ne deriva che i committenti erano o la collettività o il singolo cittadino che, essendone membro, faceva parte a tutti gli effetti dell'espressione "pubblica".


In quest'epoca la produzione più abbondante è quella dei kouroi ("ragazzi") e delle korai ("fanciulle"), figure umane giovanili, rispettivamente maschili e femminili, al culmine dello sviluppo intellettuale e fisico, non ancora toccato dalla decadenza. Se è chiaro che esse fossero destinate all'ambito religioso, l'esatta funzione di queste statue non era univoca e variava nei diversi ambiti geografici: erano rappresentazioni di divinità (derivate dallo xòanon il simulacro ligneo nei templi più antichi), di offerenti, di protettori di un defunto, o magari di atleti: anche questi ultimi infatti celebravano competizioni sportive in onore degli dei. Le statue potevano essere poste in un santuario, dono della comunità o di un privato alla divinità, potevano rappresentare il dio stesso, il dedicante, o soltanto un'immagine umana bella e perfetta; potevano essere poste in una tomba e potevano essere immagini del defunto benché spersonalizzate; anche i vecchi potevano avere nella loro sepoltura un kouros, ne abbiamo fonti epigrafiche.
Le forme e le movenze del corpo sono semplificate e ridotte, le statue sono stanti (in piedi), spesso a grandezza naturale o quasi naturale, con una gamba avanzata (generalmente la sinistra) ad indicare il movimento, ma ancora irrigidite in posa ieratica e con il tipico sorriso arcaico. Schema e tipologia fisica sono affini a quelli egizi e lo stesso dicasi per un altro modulo di provenienza orientale, quello della figura assisa. Nelle più antiche sculture arcaiche greche l'effetto monumentale della scultura egizia era già raggiunto. La composizione era semplice e compatta e i particolari anatomici tradotti in moduli decorativi non connessi organicamente al corpo (orecchie, rotule, costole).
Vengono utilizzati il marmo o la pietra locale o, ancora, la terracotta: le tecniche di fusione del bronzo, infatti, non consentivano ancora la realizzazione di statue di grandi dimensioni. Le opere erano nella maggior parte dipinte, anche a colori vivaci, in contrasto con l'aspetto candido che hanno attualmente dopo la perdita dei pigmenti e che ha formato l'estetica neoclassica.
Già appare chiaro comunque come l'ambito religioso fosse connesso strettamente alla vita civile e politica, e quindi anche la scultura avesse una funzione essenzialmente pubblica: ne deriva che i committenti erano o la collettività o il singolo cittadino che, essendone membro, faceva parte a tutti gli effetti dell'espressione "pubblica".
kouroi e korai

Il tutto tondo è una tecnica scultorea che consiste nello scolpire una figura tridimensionale isolata nello spazio e che non presenta alcun piano di fondo; le sculture realizzate con questa tecnica sono chiamate rilievi totali o semplicemente sculture a tutto tondo.
Esempio di scultura a tutto tondo sono le statue poiché sviluppate in modo che si possano osservare da molti punti di vista, anche se alcuni artisti privilegiano un particolare punto di vista.
Uno tra i più grandi scultori a tutto tondo classico fu Fidia.
Il concetto di tutto tondo può essere anche espresso come una metafora, come per esempio "Una visione a tutto tondo" di un certo argomento.
Sculture a tutto tondo
La Kore col peplo è una statua greca arcaica in marmo, alta 120 cm e conservata nel Museo dell'Acropoli ad Atene.Come le altre korai dedicate nell'acropoli di Atene mostra un figura femminile, con i piedi uniti e con il braccio destro vicino al corpo, mentre quello sinistro, era levato in avanti, in un gesto offerente. Il braccio sinistro sporgente, essendo stato lavorato a parte, è oggi perduto. Rispetto alle altre korai attiche la Kore col peplo mostra una modulazione dei piani più raffinata, che danno al corpo una consistenza più morbida e levigata. A differenza delle statue della scultura ionica con le loro superfici elaborate, l'astrazione iconica è qui sciolta in una naturalezza più reale, come si vede nella resa del volto e nella definizione più armoniosa di glutei e seno. La ricercata semplicità della struttura è ottenuta attraverso la scelta del peplo dorico benché da più di dieci anni imperasse in attica la moda ionica del chitone e dell'himation, la quale sarebbe durata fino alla fine del VI secolo a.C.; questa scelta rivela che l'interesse dello scultore era rivolto al corpo che domina il panneggio e non viceversa. La semplicità della struttura inoltre sembra funzionale all'accentuazione, quasi per contrasto, della vivacità del volto - ottenuta anche attraverso una leggera asimmetria -, dotato di una certa individualità. L'espressività era rafforzata dalla policromia, della quale restano evidenti tracce (nero, verde e rosso) nelle pupille e nei capelli.
Humfry Payne, seguito da molti altri studiosi, ha ricondotto questa kore alla stessa mano dello scultore attico che ha scolpito il Cavaliere Rampin.

La scultura Arcaica
La kore con il peplo
La cosiddetta Dama di Auxerre è una scultura greca in calcare conchiglifero del VII secolo a.C. conservata nel Museo del Louvre di Parigi.
La sua provenienza originaria è sconosciuta: fu acquistata nel 1895 da un impresario teatrale di Auxerre, che la cedette in seguito al locale museo. Venne ritrovata nei depositi del museo nel 1907 da Maxime Collignon, curatore del Museo del Louvre, al quale venne ceduta nel 1909.
Fu in seguito attribuita alla scuola dedalica cretese e datata tra il 650 e il 625 a.C.
La scultura rappresenta una figura femminile di offerente (kore, dal greco, significa "ragazza" in italiano), o la stessa divinità, forse Persefone, ed è raffigurata in piedi, con i piedi uniti, con la mano destra al petto in un gesto di preghiera e la sinistra distesa lungo il fianco. Indossa il peplo con le spalle coperte da una mantellina e stretto in vita da un'alta cintura. La veste era in origine decorata con la policromia (tracce di colore rosso sono ancora presenti sul busto), sulla base di un disegno reso con sottili incisioni sulla superficie della pietra.
Secondo lo stile della scultura detta dedalica, segue uno schema rigidamente frontale e la struttura corporea scompare nascosta dalla pesante veste. Il volto si presenta di forma triangolare, incorniciato dai due simmetrici triangoli della capigliatura, con grandi occhi spalancati. Conserva la vita sottile delle sculture minoiche, mentre la forma della capigliatura rivela influssi della scultura egizia.
Negli anni novanta alcuni frammenti analoghi scoperti negli scavi di Eleutherna (necropoli di Orthi Petra) hanno contribuito a definirne l'originario luogo di provenienza.
La dama di Auxerre
La scultura greca classica è quella manifestazione artistica del mondo ellenico che va convenzionalmente dal 450 a.C. circa (fine dello stile severo e nascita delcanone di Policleto) al 323 a.C. (morte di Alessandro Magno). Il periodo, fin dall'Antica Roma, è considerato un culmine dell'arte, ricevendo appunto la denominazione di "classico" inteso come apogeo estetico e culturale da tenere come modello. Nella seconda metà del V secolo a.C. l'orgoglio delle popolazioni elleniche era più che mai esaltato dalle vittorie sui Persiani (battaglia di Maratona del 490 a.C., battaglia di Salamina del 480 a.C.) e Atene, che aveva avuto un ruolo decisivo, si propose alla testa di un impero di polis confederate, aspirando all'egemonia sull'intera Grecia.
Secondo l'interpretazione evoluzionistica della storia dell'arte, in questo periodo si sarebbe raggiunto il vertice soprattutto con due personalità, Policleto e Fidia, i quali imposero a tutta l'arte del tempo un'impronta legata alle loro innovazioni[3].
Sviluppo
La conoscenza dell'anatomia del corpo e la competenza tecnica permettono agli scultori, che conosciamo quasi tutti per nome, di raffigurare dei ed eroi in pose più naturali e variate rispetto ai periodi precedenti. La maestria tecnica fa della scultura del V secolo la vetta più alta dell'estetica classica.
Policleto, del quale possediamo solo copie, fissa in un trattato, intitolato Kanon (canone), anch'esso perduto, una regola per le proporzioni armoniose delle varie parti del corpo (Doriforo, Diadumeno). Mirone che, con la sua nota opera del Discobolo, anch'essa pervenutaci in copia romana, sperimenta il movimento nello spazio, intendendo con esso la rappresentazione non tanto della sua continuità nel tempo, quanto del suo concetto in senso astratto e assoluto privilegiando un istante dell'azione e un unico punto di vista, quello frontale.
Inizia la costruzione delle grandi sculture in bronzo (bronzi di Riace) e delle statue di culto monumentali e crisoelefantine, ossia rivestite di oro e avorio, come la statua di Zeus a Olimpia (una delle sette meraviglie del mondo) nell'omonimo tempio o quella di Atena Parthenos nel Partenone, entrambe eseguite da Fidia. Nelle celebri sculture del Partenone l'artista crea un vero e proprio poema epico, in cui tutte le parti hanno un chiaro nesso tematico e una continuità plastica senza precedenti. Dall'umanità contemporanea della processione, nel fregio ionico, all'umanità eroica del mito nelle metope, alla divinità nei frontoni. Il culmine è raggiunto proprio nelle divinità raffigurate sul frontone orientale che hanno vesti con fitto e ricco panneggio reso in modo estremamente naturalistico ("panneggio bagnato").
Nel tardo-classicismo le proporzioni dei corpi si allungano e si affinano e la naturalezza delle posizioni si accentua. L'uso del marmo bianco di Paro consente raffinatezze nella resa delle superfici con effetti di una luminosità che addolcisce le curve e modula i volumi. Uno dei migliori esempi del periodo è l'Hermes con Dioniso di Prassitele.
I bronzi hanno aggiunte di smalto per gli occhi e altri metalli per le labbra e le ciglia, proseguendo la tradizione di policromia.

La scultura greca classica
Mirone
Policleto
Fidia
Mirone di Eleutère, detto l'ateniese, (Eleutere, ... – V secolo a.C.) è stato uno scultore greco antico attivo tra il 480 e il 440 a.C. Fu uno dei più elogiati rappresentanti dello stile severo
Originario di Eleutere, in Beozia (Plinio il vecchio, Nat. hist., XXXIV. 57-58), e specializzato nella lavorazione del bronzo, viene vagamente indicato dalle fonti come allievo di Agelada di Argo, stabilendo un collegamento con la scuola peloponnesiaca effettivamente riscontrabile nel Discobolo, ossia nell'opera più antica tra quelle identificate. Visse ad Atene dove ottenne la cittadinanza (Pausania, VI.2.2) ed eseguì i suoi capolavori, destinati a varie città, negli anni tra il 460 e il 440 a.C. I riferimenti cronologici più sicuri per l'attività di Mirone sono dati dalle statue degli atleti vittoriosi ai giochi olimpici, ricordate da Plinio e da Pausania.
Nessuna sua opera è giunta fino a noi in forma diretta, ma possiamo avere idea dell'arte di Mirone attraverso copie romane in marmo, che dimostrano la popolarità di cui godeva sin dai tempi antichi. Citato da Luciano e Cicerone, venne ricordato da quest'ultimo (Brut., XVIII.70) come capace di eseguire opere belle ma non ancora abbastanza vicine alla realtà, sottintendendo un giudizio che riconosceva alla sua opera ancora molti elementi dell'arte arcaica. Il Discobolo è un'opera indiscutibilmente nuova, ma è possibile collegare l'atteggiamento di Mirone verso il movimento a simili tentativi tardo arcaici esemplificati nelle figure dei frontoni di Egina inserendolo in quella linea di ricerca, percorsa anche da Pitagora di Reggio, che sarà abbandonata in favore di una più naturale e piana ricerca ritmica.[2] Oltre alle due opere principali identificate nelle copie di età romana, il Discobolo e il gruppo di Atena e Marsia, altre e numerose sono quelle menzionate dalle fonti: rappresentazioni di divinità e di eroi mitologici, la Mucca consacrata originariamente sull'acropoli di Atene, ricordata da Procopio e celebrata in diversi epigrammi dell'Antologia greca, i quattro tori bronzei attribuiti a Mirone da Properzio (II.21.7). Tentativi di identificazione sono stati effettuati per il Perseo ricordato da Pausania (I.23.7).
Non sono mancati i tentativi di attribuzione su base esclusivamente stilistica, come l'attribuzione dei Bronzi di Riace da parte di Vagn Häger Poulsen, estremamente variabili e sempre ridimensionati.


Biografia
Fidia (in greco antico Φειδίας, traslitterato in Feidìas; Atene, 490 a.C. circa – Atene, 420 a.C. circa) è stato uno scultore e architetto ateniese, attivo dal 470 a.C. circa ad Atene, Pellene, Platea, Tebe e Olimpia.
Fu l'artista che meglio riuscì ad interpretare gli ideali dell'Atene periclea, i quali raggiunsero e informarono di sé il mondo greco di epoca classica anche grazie e sulla scorta delle forme fidiache. Il cantiere del Partenone, per il quale Fidia lavorò come sovrintendente, fu un grande laboratorio nel quale si formò la scuola degli scultori ateniesi attivi nella seconda metà del V secolo a.C., e tra i quali occorre almeno ricordare Agoracrito, Alcamene e Kolotes. L'importanza di Fidia nella storia dell'arte greca, mai messa in discussione, ha tuttavia oscurato la realtà di ciò che realmente di Fidia si conosce. Molte delle date cruciali relative alla sua attività restano controverse, le numerose fonti letterarie ne restituiscono un'immagine quasi leggendaria e le conoscenze che si hanno sulla sua opera si basano prevalentemente sulle copie rinvenute di alcune sculture, sulla descrizione di scrittori antichi e sui rinvii iconografici alle sue opere desumibili da ceramiche, rilievi, monete e gemme. Nessuna delle fonti letterarie giunte sino a noi, a partire da Gaio Plinio Secondo che segue le proprie fonti di epoca ellenistica, restituisce qualcosa in più rispetto ad una generica retorica relativa alla dignitosa grandezza del suo stile.
Fidia nacque ad Atene dove fu secondo alcune fonti allievo di Egia; la tradizione secondo la quale sarebbe stato allievo di Agelada è meno accreditata. Plinio (Nat. hist., XXXIV, 49) pone il suo periodo di massima fioritura nella LXXXIII Olimpiade (448-445 a.C.) e lo dice formatosi inizialmente come pittore (Nat. hist., XXXV, 39). Tra le opere giovanili vengono solitamente menzionate l'acrolito di Atena Arèia per il tempio di Platea (Pausania, IX, 4.1; Plutarco, Aristid., 20) e, ancora precedente, l'Atena crisoelefantina per Pellene in Acaia (Paus., VII, 27.2).



Biografia
Biografia
Policleto (Argo, V secolo a.C. – ...) è stato uno scultore, bronzista e teorico greco antico, attivo tra il 460 e il 420 a.C. circa.
Fu una delle massime figure della scultura greca del periodo classico, dalla quale dipende gran parte della scultura greca del secolo successivo. Nessuna delle sue opere originali ci è giunta e i suoi lavori sono conosciuti attraverso le numerose copie di età romana che testimoniano della fama e della fortuna che essi ebbero presso gli antichi. Nel Doriforo Policleto ha portato alle ultime conseguenze la secolare tradizione scultorea che lo aveva preceduto, portando a soluzione in particolar modo i problemi impostati nell'Efebo di Crizio e dagli scultori protoclassici, trasformandoli in una dottrina di valenza universale. Di questo lavoro di selezione e approfondimento di problematiche relative al movimento, al volume e all'equilibrio, Policleto ha voluto lasciare testimonianza scritta, attraverso un commento chiamato Canone, di cui ci sono giunti due frammenti, in cui rendeva sistematiche le proporzioni e i rapporti numerici ideali del corpo umano.
Figlio di Motone le fonti lo dicono generalmente nato ad Argo, solo Plinio il vecchio nel libro XXXIV della Naturalis historia seguendo Senocrate, scultore e scrittore appartenente alla scuola di Sicione, lo indica come sicionio. Allievo di Agelada di Argo, sembra essere stato autonomamente attivo nel Peloponneso a partire dal 465 a.C.,
principalmente nella creazione di statue per i vincitori dei giochi olimpic
i.
Dovette trasferirsi ad Atene come scultore già noto nel decennio tra il 440 e il 430 a.C.; qui incontrò Fidia, ne vide le opere e influenzò a sua volta il collega con le sue. Per il periodo ateniese Plinio ricorda un ritratto dell'ingegnere militare di Pericle, Artemone, che aveva partecipato all'assedio di Samo nel 441-439 a.C. (Plutarco, Per., 27). Attorno al 435 a.C. è datato il concorso per le statue di amazzoni da dedicare nel tempio di Artemide a Efeso di cui riferisce Plinio (Nat. hist. XXXIV, 53), al quale Policleto avrebbe partecipato insieme a Fidia, Cresila e altri due scultori. Un altro elemento cronologico può essere tratto dal noto dialogo di Socrate con lo scultore Kleiton che viene solitamente identificato con Policleto (Senofonte, Memorabilia, III, 10. 6-8).
Tra le opere attribuite a Policleto dalle fonti, quella collegata alla data più recente è l'Era crisoelefantina per l'Heraion di Argo ricostruito a causa di un incendio tra il 423 e il 400 a.C.; la statua è ricordata come il capolavoro dello scultore, nata in diretta competizione con Fidia. Essa ci è nota attraverso riproduzioni su monete argive di epoca antoniniana, le quali riconducono ad una possibile copia della testa conservata al British Museum, e tramite la descrizione di Pausania (II, 17); le sue dimensioni non sono note ma si ipotizza una altezza di 8 metri considerando le dimensioni del tempio. L'Era crisoelefantina, come altre opere datate all'ultimo venticinquennio del secolo, potrebbe in realtà essere opera di Policleto II, un omonimo scultore, forse il nipote, attivo nella prima metà del IV secolo a.C. Plinio non la nomina; essa sarebbe l'unica opera non bronzea di Policleto tra quelle ricordate dalle fonti.

Il Discobolo
Il Discobolo è una scultura realizzata intorno al 455 a.C. (periodo di congiunzione tra preclassico e classico) da Mirone. La statua originale era in bronzo, oggi è nota solo da copie marmoree dell'epoca romana, tra cui la migliore è probabilmente la versione Lancellotti (h. 124 cm) nel Museo nazionale romano, sezione di Palazzo Massimo alle Terme.
Si considera la scultura come un' 'istantanea': l'atleta venne raffigurato nel momento in cui il suo corpo, dopo essersi rannicchiato per prendere slancio e radunare le forze, sta per aprirsi e liberare la tensione imprimendo al lancio maggiore energia. Subito dopo girerà su se stesso e scaglierà il disco, accompagnando il gesto con tutto il corpo.
Lo scultore si interessò alla
rappresentazione del corpo in movimento
, proiettandolo nello spazio e cogliendo il momento culminante dell'azione. La torsione del corpo, in una composizione a ruota, è vigorosa, ma allo stesso tempo armoniosa e delicata. Un'osservazione attenta rivela la possibilità di dividere l'opera in varie parti racchiuse in uno schema geometrico ben preciso, composto da quattro triangoli sovrapposti così definiti: il primo tra la base e i polpacci delle due gambe; il secondo chiuso tra la coscia destra e il polpaccio sinistro, con il vertice formato dalla piega interna del ginocchio; il terzo nello spazio creato dalla parte superiore della gamba, dal braccio sinistro poggiato sul ginocchio e dal torso; l'ultimo definito dalle linee del costato e del braccio sinistro che si incontrano in corrispondenza del capo. Un "effetto molla" è prodotto, invece, dalle sporgenze e dalle rientranze della parte sinistra della statua. Il busto si mostra frontale mentre un grande arco, che sottolinea l'effetto di tensione, viene formato dal braccio destro sollevato e lasciato indietro, dalle spalle, dal braccio sinistro e dalla gamba sinistra arretrata. Questa costruzione geometrica delle forme sacrifica qualche esattezza nelle proporzioni anatomiche.
La complessa struttura dell'opera avrebbe potuto creare problemi di equilibrio, ma poiché l’originale era in bronzo,e come tale cava all' interno, nella cavità si potevano nascondere eventuali contrappesi calibrati , fino a giungere all’equilibrio desiderato. Al contrario nella copia romana, realizzata in marmo, dietro la figura è stato inserito un breve fusto d’albero funzionale a dare più resistenza agli arti inferiori e a allargare la base di appoggio dell’atleta.
Vi si notano interessi per l'anatomia e l'intreccio compositivo delle membra comparabili a quelli già osservati nel frontone occidentale di Olimpia. Un legame con la tradizione anteriore è rappresentato dagli effetti disegnativi, che si percepiscono soprattutto nella chioma e nella geometria degli arti. Inoltre non siamo ancora a uno stile veramente a tutto tondo, essendo la visione frontale di gran lunga quella più interessante. Infatti la presenza dell'arte preclassica è tradita dalla costruzione della figura,più vicina al rilievo che alla statuaria, e dall'immobilità del torso.
Se ci si pone di fronte alla statua ci si accorge delle affinità con l'arte egizia: il tronco è rappresentato frontalmente, le gambe e le braccia di lato. La rappresentazione non risulta comunque antica e obsoleta poiché Mirone ha fatto assumere all'atleta un atteggiamento simile a quello reale modificandolo fino a fargli esprimere nel modo più efficace l'idea del movimento.
Cicerone scrisse: «Le opere di Mirone non sono ancora vicinissime alla verità, nondimeno non si esiterà a dichiararle belle; quelle di Policleto sono ancora più belle e già veramente perfette secondo la mia opinione».
Gli storici d'arte dell'antichità lodarono Mirone per la sua maestria nel ritmo e nella simmetria. L'espressione di serenità, priva di sentimenti e accennate solo una tenue concentrazione, fu criticata da Plinio.



Descrizione e stile
Il Doriforo
Il Doriforo (Δορυφόρος, "portatore di lancia" in greco antico) è una scultura marmorea databile dal I secolo a.C. al I secolo d.C. circa conservata presso il museo archeologico nazionale di Napoli.
La scultura è la miglior copia romana di un originale Doriforo bronzeo di età classica, eseguito da Policleto e databile intorno al 450 a.C..

Un giovane nudo avanza leggermente sollevando il braccio sinistro, col quale tiene una lancia appoggiata sulla spalla. L'anatomia appare regolata dalle proporzioni del canone, con un grande equilibrio formale. Nuovo era, come ricordò Plinio (Naturalis Historia XXXIV, 56), il fatto che la statua si appoggiasse solo sulla gamba destra, aiutata però da un sostegno a forma di tronco.
Esemplare è l'applicazione del chiasmo, ovvero del ritmo incrociato in grado di conferire estrema naturalezza alla rappresentazione. La gamba destra, infatti, è tesa e corrisponde alla spalla sinistra in tensione; l'arto inferiore sinistro, al contrario, è flesso e si collega alla spalla destra abbassata: ogni tensione trova quindi la sua adeguata contrapposizione, smorzandosi sul lato opposto in un rilassamento. L'arco del bacino inoltre si trova a essere inclinato verso la gamba flessa ed è opposto allo spostamento delle spalle. Ne consegue un dinamismo trattenuto che annulla ogni impressione di staticità, a differenza dei precedenti della statuaria arcaica e severa.
L'insieme è potente e muscoloso, con una testa dalla struttura robusta e dotata di un'espressione meditativamente sospesa.




Descrizione e stile
Già Cicerone e Quintiliano, parlando dell'arte di questi anni, giudicarono le sculture "rigide e dure", seguendo un'interpretazione evoluzionistica della storia dell'arte, con la fase "severa" quale preparazione all'arte classica.
Se lo stile arcaico si era formato nella definizione della linea di contorno che racchiudeva la figura, nello stile severo sono gli elementi anatomici ad assorbire l'attenzione degli artisti soprattutto per quanto riguarda la loro funzione all'interno della struttura corporea; non sono i lineamenti esterni che interessano, i particolari o le manifestazioni contingenti, ma i meccanismi interni che determinano l'equilibrio delle forme esterne, con una concentrazione che conduce, per conseguenza, all'eliminazione di ogni accenno decorativo.
Parallelamente alla ricerca di un maggiore realismo anatomico nelle singole figure, si sperimenta una minore rigidità nella disposizione delle figure nello spazio e nei rapporti spaziali tra una figura e l'altra. Malgrado gli effettivi documenti sui quali è possibile oggi studiare e riconoscere ciò che chiamiamo "stile severo" la vera guida del cambiamento in arte sembra essere stata la pittura, un ruolo di cui restano testimoni le fonti letterarie e la pittura vascolare della fine del VI secolo, nel momento in cui avvenne il passaggio dallo stile a figure nere allo stile a figure rosse. È infatti nella grande pittura murale che sembrano essere state sperimentate quelle innovazioni che è possibile leggere nella decorazione scultorea del Tempio di Zeus ad Olimpia: la particolarità nella scelta del momento della rappresentazione, le soluzioni prospettiche, la tipizzazione della figura umana.
Tra gli scultori il materiale prediletto era il bronzo: le statue bronzee ottenute con la tecnica della fusione a cera persa riproducono esattamente i modelli in terracotta o argilla e questo materiale rendeva possibile una sperimentazione compositiva e formale altrimenti impensabile.
L'esito di particolare equilibrio, di "misura", tra reale e ideale a cui giunse l'arte greca nel periodo "severo" dovette arrestarsi di fronte ad una nuova manifestazione artistica, quale si diede a partire dalla metà del V secolo a.C., detta classico maturo; l'attenzione agli aspetti psicologici, agli atteggiamenti e ai "tipi" umani tornerà nel periodo ellenistico, ma dotata ormai di valenze culturali differenti.
Lo stile severo
Anacreonte
Anacreonte (in greco 'Ανακρέων, Anakréon; Teo, 570 a.C. circa – 485 a.C. circa) è stato un poeta greco antico.

La scultura ellenistica è la produzione nell'ambito dell'arte plastica del mondo ellenico che convenzionalmente si data dal 323 a.C. (morte di Alessandro Magno), al 31 a.C. (battaglia di Azio e caduta dell'ultimo regno ellenistico). Essa si distingue dal periodo precedente nelle sue manifestazioni più creative con un deciso rinnovamento formale, tematico e contenutistico. Dal punto di vista formale tutte le premesse poste da Lisippo vengono sfruttate e sviluppate, sia per quanto riguarda i rapporti dell'opera con lo spazio e con il fruitore, sia negli aspetti di superficie con
l'accentuarsi del chiaroscuro e con le ricerche sul modellato dei corpi e dei panneggi e infine con l'ulteriore elaborazione del "gruppo scultoreo",
caro al maestro di Sicione, che acquisisce in epoca ellenistica struttura particolarmente complessa. Le innovazioni tematiche riguardano da una parte l'elaborazione del ritratto fisionomico anche nei suoi aspetti psicologici, sociali ed etnici, dall'altra l'evasione nell'idillio pastorale.
ellenistica
La scultura greca -
Lisippo
Lisippo (in greco antico Λύσιππος; Sicione, 390/385 a.C. – dopo il 306 a.C.) è stato uno scultore e bronzista greco antico. Ultimo tra i grandi maestri della scultura greca classica, fu attivo dal 372-368 a.C. fino alla fine del IV secolo a.C. Lavorò per Alessandro Magno, che ritrasse numerose volte, e terminò la propria carriera al servizio di un altro re macedone, Cassandro I, tra il 316 e il 311 a.C.
Plinio il Vecchio espresse su Lisippo un giudizio che racchiude molto dell'opinione di cui esso godeva nel mondo antico ed è ancora oggi in massima parte valido:
«È fama che Lisippo abbia contribuito molto al progresso dell'arte statuaria, dando una particolare espressione alla capigliatura, impicciolendo la testa rispetto agli antichi, e riproducendo il corpo più snello e più asciutto; onde la statua sembra più alta
. Non c'è parola latina per rendere il greco symmetria, che egli osservò con grandissima diligenza sostituendo un sistema di proporzioni nuovo e mai usato alle statue "quadrate" degli antichi. E soleva dire comunemente che essi riproducevano gli uomini come erano, ed egli invece come all'occhio appaiono essere. Una sua caratteristica è di aver osservato e figurato i particolari e le minuzie anche nelle cose più piccole».
Lisippo andò oltre il canone di Policleto introducendo in scultura quegli accorgimenti prospettici che già venivano usati in architettura. Per i Greci infatti la visione si materializzava attraverso sfere successive che si propagavano dalla forma dell'occhio e che influenzavano la percezione degli oggetti stessi, deformandoli. In questo senso va motivata la riduzione della testa, rispetto alla misura tradizionale di 1/8 del corpo, e accentuando lo slancio dei corpi snelli e longilinei. Il nuovo canone introdotto da Lisippo ci è stato trasmesso da Vitruvio (III, 1-3).
L'Apoxyómenos, con la sua proiezione delle braccia in avanti, è considerata la prima scultura pienamente tridimensionale dell'arte greca, che per essere apprezzata appieno richiede che lo spettatore vi faccia il giro attorno.
Inoltre, in qualità di ritrattista del sovrano, Lisippo è considerato il fondatore del ritratto individuale che, riproducendo l'aspetto esteriore del soggetto, ne suggeriva anche le implicazioni psicologiche ed emotive. Fino ad allora il particolare senso collettivo delle città greche aveva frenato l'interesse verso la rappresentazione dell'individuo e tutti i ritratti dei secoli precedenti (come quelli di Pericle, di Socrate, di Eschilo...) sono da considerarsi dei puri "tipi" ideali (l'eroe, il filosofo, il letterato). All'interno della bottega tuttavia, chi condurrà alle ultime conseguenze tali premesse sarà Lisistrato, mentre in Lisippo l'allontanamento dalla tradizione significò, per quanto possibile, assoggettamento del vero alla libertà del soggetto creatore.


Stile
l' Apoxyomenos
L'Apoxyómenos (traslitterazione dal participio greco ἀποξυόμενος, "colui che si deterge") è una statua bronzea di Lisippo, databile al 330-320 a.C. circa e oggi nota solo da una copia marmorea (marmo pentelico) di età Claudia del Museo Pio-Clementino nella Città del Vaticano. Si conoscono inoltre varie copie con varianti.


L'Apoxyómenos raffigura
un giovane atleta nell'atto di detergersi il corpo con un raschietto di metallo,
che i Greci chiamavano ξύστρα e i Romani strigilis, in italiano striglia. Era uno strumento dell'epoca, di metallo, ferro o bronzo, che era usato solo dagli uomini e, principalmente, dagli atleti per pulirsi dalla polvere, dal sudore e dall'olio in eccesso che veniva spalmato sulla pelle prima delle gare di lotta.
L'atleta è quindi raffigurato in un momento successivo alla competizione,
in un atto che accomuna vincitore e vinto.
La versione dei Musei Vaticani si presume sia stata eseguita in una officina romana di buona qualità, pure se, ad una più attenta analisi, resta qualche piccola imperfezione e decadimento di livello; ne è un particolare esempio la resa della zona interna del braccio sinistro. La statua risulta nella sua totalità sostanzialmente completa e tuttora in condizioni molto buone. Piccoli particolari rovinati si possono riscontrare nella punta del naso, mancante, diverse scheggiature relative all'orecchio sinistro, ai capelli, a una delle mascelle ed anche allo zigomo sinistro. Esistono due fratture sul braccio destro; una è situata alla metà circa del bicipite ed una seconda sopra il polso. Il braccio sinistro riporta una frattura alla spalla, dove si possono anche notare piccole perdite di materiale ed una seconda frattura al polso.
Su una vasta zona dell'avambraccio destro sono evidenti le tracce di leggere corrosioni e di un'antica azione del fuoco. In una delle mani mancano tutte le dita e si notano fori di perni che risalgono ad un precedente restauro.
Mancano anche il pene ed una parte dei genitali nella zona inferiore. La gamba sinistra rivela una frattura sotto l'anca. La gamba destra rivela due fratture; sotto la caviglia e sotto il ginocchio.



Col gesto di portare in avanti le braccia (tesa la destra e piegata la sinistra), la figura segnò una rottura definitiva con la tradizionale frontalità dell'arte greca: le statue precedenti avevano infatti il punto di vista ottimale davanti (un retaggio delle collocazioni dei simulacri nelle celle dei templi), mentre in questo caso per godere appieno del soggetto si deve girargli intorno. Con tale innovazione l'opera è considerata
la prima scultura pienamente a tutto tondo dell'arte greca.
La figura si muove ormai nello spazio con una grande naturalezza, con una posizione a contrapposto che deriva dal Doriforo di Policleto; in questo caso però entrambe le gambe sostengono l'atleta e la sua figura è leggermente inarcata verso la sua sinistra, seguendo quel gusto per la dinamica e l'instabilità maturato da Skopas qualche anno prima. Esso si protende nello spazio con audacia, col peso caricato sulla gamba sinistra (aiutata da un sostegno a forma di tronco d'albero) e con una lieve torsione del busto, che spezza irrimediabilmente la razionalità del chiasmo policleteo, cosicché i pesi non sono più distribuiti con simmetria sull'asse mediano. Il corpo dell'opera è percorso da una linea di forza ondulata e sinuosa, che dà l'impressione allo spettatore che l'opera possa in qualche modo andargli incontro.
Il corpo è snello, con una testa più piccola del tradizionale 1/8 dell'altezza del canone di Policleto, in modo da assecondare un'innovativa visione prospettica, che tiene conto del punto di vista dello spettatore piuttosto che della reale antropometria della figura. Scrisse a tale proposito Plinio che Lisippo «soleva dire comunemente che essi [gli scultori a lui precedenti] riproducevano gli uomini come erano, ed egli invece come all'occhio appaiono essere» (Naturalis Historia, XXXIV, 65.).
Descrizione
Stile
Il gruppo di Laocoonte
Il gruppo scultoreo del Laocoonte ed i suoi figli, noto anche semplicemente come Gruppo del Laocoonte, è una scultura in marmo (h 242 cm) degli scultori Agesandro, Atanodoro e Polidoro, databile al I secolo d.C. e conservato nel Museo Pio-Clementino dei Musei Vaticani, a Roma. Raffigura il famoso
episodio narrato nell'Eneide che vede il troiano Laocoonte ed i suoi figli assaliti da serpenti marini.


Quando il gruppo scultoreo fu scoperto, benché in buono stato di conservazione, presentava il padre ed il figlio minore entrambi privi del braccio destro. Dopo un primo ripristino, forse eseguito da Baccio Bandinelli (che ne eseguì una delle prime copie, intorno al 1520, oggi agli Uffizi, per Cosimo I de' Medici), del braccio del figlio minore e di alcune dita del figlio maggiore, artisti ed esperti discussero su come dovesse essere stata la parte mancante nella raffigurazione del sacerdote troiano. Nonostante alcuni indizi mostrassero che il braccio destro fosse, all'origine, piegato dietro la spalla di Laocoonte, prevalse l'opinione che ipotizzava il braccio esteso in fuori, in un gesto eroico e di forte dinamicità. L'integrazione fu eseguita, probabilmente in terracotta, da Montorsoli ed il restauro ebbe un successo duraturo tanto che Winckelmann, pur consapevole della diversa posizione originaria, si dichiarò favorevole al mantenimento del braccio teso.
Intanto, tra il 1725 e il 1727, Agostino Cornacchini eseguì un restauro del gruppo scultoreo che versava in condizioni di degrado. Vennero sostituiti il braccio di terracotta del Laocoonte e quello in marmo del figlio, evidentemente rovinati con altri dall'identica posa.
Parmigianino, Testa del Laooonte, Chatsworth
La scoperta del Laocoonte ebbe enorme risonanza tra gli artisti e gli scultori ed influenzò significativamente l'arte rinascimentale italiana e nel secolo successivo la scultura barocca. Straordinaria fu infatti l'attenzione suscitata dalla statua, e se ne trova traccia nelle numerose lettere degli ambasciatori che la descrivono, nei disegni e nelle incisioni che subito dopo iniziarono a circolare per l'Europa. Il forte dinamismo e la plasticità eroica e tormentata del Laocoonte ispirò numerosi artisti, da Michelangelo a Tiziano, da El Greco ad Andrea del Sarto.
Michelangelo ad esempio fu particolarmente impressionato dalla rilevante massa della statua e dal suo aspetto sensuale, in particolare nella rappresentazione delle figure maschili.
Molti dei lavori di Michelangelo successivi alla scoperta, come il San Matteo, lo Schiavo ribelle e lo Schiavo morente, furono influenzati dal Laocoonte. Molti scultori si esercitarono sul gruppo scultoreo facendone calchi e copie anche a grandezza naturale.
Il re di Francia insistette molto per avere la statua dal papa o almeno una sua copia. A tal fine, lo scultore fiorentino Baccio Bandinelli ricevette l'incarico dal cardinale Giulio de' Medici papa Clemente VII Medici, di farne una copia, oggi agli Uffizi. Il re di Francia, però, dovette accontendarsi di inviare, intorno al 1540, lo scultore Francesco Primaticcio a Roma per realizzare un calco al fine di ricavarne una copia in bronzo destinata a Fontainebleau. Un'altra copia si trova nel Gran Palazzo dei Cavalieri di Rodi a Rodi. Una copia in gesso, appartenuta al Mengs, si trova nell'Accademia di belle arti di Roma.

Restauri ed integrazioni - influenza culturale
Il gruppo statuario raffigura la fine di Laocoonte e dei suoi due figli Antifante e Timbreo mentre sono strangolati da serpenti marini, come narrano varie leggende, tra cui la più nota è quella contenuta nell'Eneide virgiliana, in cui è descritto l'episodio come la vendetta di Atena per il tentativo del sacerdote di Apollo di opporsi all'ingresso del cavallo di Troia nella città.
La sua posa è instabile perché nel tentativo di liberarsi dalla stretta dei serpenti Laocoonte richiama tutta la sua forza, manifestando con la più alta intensità drammatica la sua sofferenza fisica e spirituale. I suoi arti e il suo corpo assumono una posa pluridirezionale e in torsione, che si slancia nello spazio.
L'espressione dolorosa del suo viso unita al contesto e la scena danno una resa psicologica caricata, quasi teatrale, come tipico delle opere del "barocco ellenistico". La resa del nudo mostra una consumata abilità, con l'enfatica torsione del busto che sottolinea lo sforzo e la tensione del protagonista. Il volto è tormentato da un'espressione pateticamente corrucciata. Il ritmo concitato si trasmette poi alle figure dei figli.
La statua è composta da più parti distinte, mentre Plinio, in effetti, descrisse una scultura ricavata da un unico blocco marmoreo (ex uno lapide)
. Tale circostanza ha creato sempre molti dubbi di identificazione ed attribuzione.


Descrizione e Stile
La vecchia ubriaca
La Vecchia ubriaca è una scultura in marmo databile al 300-280 a.C. circa e conosciuta da copie romane, tra cui le migliori sono alla Gliptoteca di Monaco (h 92 cm) e ai Musei Capitolini di Roma.

Plinio citò una "vecchia ubriaca di Smirne", attribuendola a Mirone, artista del V secolo a.C., ma una cronologia del genere appare impensabile.
Soggetto della scultura è un'anziana donna ubriaca, che tiene tra le braccia un otre di vino, distesa a terra con il busto alzato e la testa riversa all'indietro.
Il volto rugoso, disperato e quasi grottesco, è caratterizzato dalla bocca aperta e dallo sguardo perso nel vuoto, a causa dei fumi dell'alcol.
La scrupolosità dei particolari e l'aderenza della composizione alla realtà fanno dell'opera scultorea uno degli esempi più riusciti del realismo che permea la scultura dell'età ellenistica, attenta per la prima volta nel mondo greco al
la resa di sentimenti personali, quali il dolore e lo sconforto.
ARCAICA
CLASSICA
Ceramica a figure nere
Ceramica a figure rosse

La ceramica a figure nere è una delle tecniche che venivano impiegate per la decorazione della ceramica greca e di quella dell'Antica Roma. Benché il termine indichi propriamente la tecnica, esso viene usato, in ambiente anglosassone utilizzando le convenzionali iniziali maiuscole, anche per indicare lo stile ceramografico tipico del VI secolo a.C., che di questa tecnica si avvalse prevalentemente. Le figure nere furono introdotte a Corinto all'inizio del VII secolo a.C. Ad Atene la nuova tecnica venne adottata senza riserve solo intorno alla metà del VII a.C., si sviluppò pienamente nell'ultimo quarto (dal 625 a.C.) e raggiunse il suo apogeo nel secolo successivo. A partire dal 530 a.C., fu gradualmente sostituita dalla tecnica detta a figure rosse.
La ceramica a figure rosse fu una tecnica per la decorazione di vasi in terracotta introdotta ad Atene nel 530 a.C. dove sostituì gradualmente la più antica tecnica della ceramica a figure nere. I nuovi ceramografi a figure rosse che si erano formati nello stile a figure nere continuarono ad utilizzare per circa trent'anni la vecchia tecnica, spesso adoperandole entrambe su uno stesso vaso
(ceramica bilingue
) o utilizzando le incisioni per alcuni dettagli delle figure rosse, come i capelli, dei quali si incideva il contorno sullo sfondo nero. La persistenza delle figure nere nel primo periodo a figure rosse indica che la ricerca di un nuovo modo di dipingere fu prevalentemente una scelta degli stessi ceramografi e non un adattamento a richieste di mercato.
La nuova tecnica favorì un alto grado di specializzazione tra gli artisti che nel periodo delle figure rosse si differenziarono in pittori di vasi e pittori di coppe; le firme inoltre testimoniano numerosi spostamenti di autori tra le varie officine all'interno delle quali il lavoro assunse caratteristiche più industriali.
Nei primi trenta anni del V secolo a.C. la tecnica raggiunse in Attica la sua massima espressione e da questo momento iniziò una fase di declino che la condusse già alla metà del secolo ad uno stile ormai accademico e manieristico, l'esito della guerra del Peloponneso nel 404 a.C. privò Atene del florido mercato in occidente e la ceramica attica a figure rosse terminò la propria parabola discendente intorno al 300 a.C.
Le figure rosse attiche furono popolari in tutto il mondo greco, imitate e mai eguagliate; fu solo a ovest tuttavia, nel sud Italia, che diedero luogo a produzioni indipendenti (quella apula è la scuola maggiormente degna di nota) nel terzo quarto del V secolo a.C. ad opera di artisti inizialmente formati nella tradizione attica.
La pittura è l'arte che consiste nell'applicare dei pigmenti a un supporto come la carta, la tela, la seta, la ceramica, il legno, il vetro o un muro. Essendo i pigmenti essenzialmente solidi, è necessario utilizzare un legante, che li porti a uno stadio liquido, più fluido o più denso, e un collante, che permetta l'adesione duratura al supporto. Chi dipinge è detto pittore o pittrice.
Il risultato è un'immagine che, a seconda delle intenzioni dell'autore, esprime la sua percezione del mondo o una libera associazione di forme o un qualsiasi altro significato, a seconda della sua creatività, del suo gusto estetico e di quello della società di cui fa parte.
Che cosa è la pittura greca
Vaso François
Vaso François è il nome convenzionale attribuito, dal nome dell'archeologo che lo scoprì nel 1845 a Chiusi, ad un cratere a volute a figure nere di produzione attica, capolavoro della ceramografia arcaica, datato intorno al 570 a.C. Si tratta del più antico cratere a volute attico conosciuto. Le sue dimensioni si sviluppano su un'altezza di 66 cm e un diametro massimo di 57 cm.
La forma del vaso è nota come cratere a volute, cioè un cratere con anse a volute. Si tratta del primo cratere a volute attico, e uno dei primi in Grecia. Più tardi i ceramisti amplieranno le volute, aggiungeranno un labbro all'apertura, cambieranno la forma del piede, la forma diverrà complessivamente più alta, ma il modello di Ergotimos rimase esempio insuperabile.
Scene dipinte
La decorazione comprende la raffigurazione di scene mitologiche o decorative, i cui temi sono incentrati sul ciclo narrativo del personaggio di Achille (e di suo padre Peleo). Le scene si dispiegano su sette registri sovrapposti. Sono presenti 270 figure e 121 iscrizioni esplicative. La dimensione verticale delle bande decorative è variabile per adattarsi con maestria alla tettonica del vaso e contribuendo così a conferire movimento alla decorazione. La narrazione si dipana linearmente su ciascuna banda, in senso antiorario, senza contrapposizioni antitetiche, fluida e narrativa, priva di ogni rigidità.

Registro superiore:
• Sul lato principale, sotto il matrimonio, sono rappresentati l'agguato di Achille a Troilo sotto le mura di Troia, l'ira di Apollo per l'uccisione di Troilo presso il santuario a lui dedicato, Priamo spaventato per ciò che accade. I fratelli di Troilo, Ettore e Polites, escono dalle porte della città; sugli spalti, nelle feritoie, ci sono cumuli di pietre da scagliare contro gli aggressori.
• Sull'altro lato vi è il ritorno del dio Efesto sull'Olimpo, dal quale era stato scacciato dalla madre Era e al quale viene ricondotto da Dioniso e dal suo tiaso. Nella metà sinistra della scena Era è seduta con Zeus e Afrodite) alla presenza di altri dei; sulla destra Dioniso conduce il mulo su cui si trova Efesto accompagnato da satiri e ninfe. Quella di Dioniso sul Vaso François è una rappresentazione precoce, non ce ne sono prima del VI secolo a.C.; anche i satiri compaiono solo nella prima parte del VI secolo a.C. e quelli di Kleitias sono i più inusuali; non solo perché hanno gambe equine, oltre a coda e orecchie come i satiri sui vasi contemporanei, ma il loro intero aspetto è magro ed equino e, diversamente dalla maggior parte dei satiri a Figure nere, per nulla suino. Le teste di satiri di Kleitias, con i loro nasi aquilini e i capelli sulla fronte, sono molto simili alle teste dei suoi centauri, pur con qualcosa di più selvaggio e spaventoso.

Registro inferiore:
• Vi si trova un fregio decorativo animalistico, con gruppi di animali e piante. Nell'arte arcaica gli animali sono simboli di terrore e potenza; qui presentano una nuova eleganza, e vi compaiono alcune novità, come i grifoni, che sono i primi rappresentati sui vasi attici, e la pantera che dimostra nell'atto di sferrare la zampata felina in modo tutt'altro che convenzionale l'attenta osservazione dal vero da parte di Kleitias. Segue una fascia decorata a raggi.
Tecnica
Le parti bianche e le sovradipinture brune sono in gran parte scomparse. Il Vaso François si pone all'inizio del periodo maturo delle Figure Nere attiche, ma allo stesso tempo ha in sé qualcosa del periodo precedente: l'uso del porpora per i volti degli uomini e la stesura del bianco direttamente sull'argilla (quest'ultima causa della perdita del pigmento) ne sono alcuni aspetti. Importante in questo senso è anche la suddivisione delle scene in tante fasce sottili che verrà abbandonata in favore di scene principali evidenziate, come nel proto attico. I frammenti dell'Acropoli di Atene (Acropoli 1.594) attribuiti a Kleitias e meglio conservati mostrano come le figure femminili dovevano apparire sul Vaso François.


Descrizione e tecnica
Cratere con Eracle
e Anteo
Da questo punto di vista la pittura e la ceramica non si modificarono con il corso del tempo:
Rimasero nell' età classica sia la ceramica a figure nere sia quelle a figure rosse.
La tomba del tuffatore

Cratere con la follia di Licurgo

Si tratta di una tomba a cassa, costituita da cinque lastre calcaree in travertino locale che, al momento del ritrovamento, si presentavano fra loro accuratamente interconnesse e stuccate. Il pavimento della cassa era costituito dallo stesso basamento roccioso su cui era realizzata la tomba.
L'eccezionalità della scoperta risiede nel fatto che
le pareti del manufatto e, cosa ancor più insolita, la stessa lastra di copertura, sono interamente intonacate e decorate con pittura parietale di soggetto figurativo, realizzata con la tecnica dell'affresco.
Il corredo funerario rinvenuto all'interno della sepoltura era costituito da un'unica lekythos attica a figure nere, una lyra e due ariballi per unguenti in alabastro. Sebbene pochi resti dello scheletro si siano conservati, la sepoltura viene comunemente
attribuita ad un giovane.
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