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Peak me up rifugi

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by

Francesco Carletto

on 9 May 2014

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Transcript of Peak me up rifugi

esplorata attraverso
VIVERE UN RIFUGIO
RIFUGIO JERVIS
ROBERTO BOULARD
discepolo
57 anni - gestisce il rifugio da 35 anni
FINE
RIFUGIO LEVI MOLINARI
MARCO POZZI
discepolo
62 anni - gestisce il rufugio da 13 anni
RIFUGIO GIACOLETTI
ANDREA SORBINO
discepolo
50 anni - gestisce il rifugio da 25 anni
«Ho quattro
figli
, tra i quindici e i cinque anni. Salgono tutta l'estate in rifugio, la piccola addirittura da quando aveva venti giorni. Sono abituati, a volte facciamo scambi

tra famiglie dei loro amici che vengono un po' qui e poi vanno loro da qualche parte»
.


RIFUGIO BOZANO
MARCO QUAGLIA
discepolo
31 anni - gestisce il rifugio da 6 anni
Storyteller
Michelle Rocco
CREDITS
realizzato da:
Graphic design
boumaka.it
Consulenza statistica
Luigi Paolo Pisu
Supervisione
UNCEM
RIFUGIO PAGARÌ
ANDREA PITTAVINO
discepolo
46 anni - gestisce il rifugio da 23 anni
«Al viaggetto preferisco sempre la scalata».


«Il rifugio è facile da raggiungere, arrivare qui è bellissimo, proseguire no. Oltre il rifugio il luogo non si presta per escursioni a piedi, le traversate sono difficili.
Non è un posto per famiglie
».


«Mentre il turista si fa la sua giornata e non va oltre la camminata, l’alpinista ha una cultura della montagna. Osserva e percorre itinerari ed è interessato, questo è importante, ad
arrivare sempre in vetta
».

«Siamo dotati di un piccolo
museo storico
, ovvero una zona con foto e materiale informativo sulle prime ascensioni e la storia alpinista del luogo. Le prime risalgono anche a cinquanta o cento anni fa, la prima salita in assoluto al 1903».


«Se avessi la possibilità di avere
internet
, secondo me offrirebbe grandi
opportunità
, e soprattutto di grande
pubblicità
.
Non c'è comunque richiesta di questi servizi da parte dei clienti
, chi viene non è interessato».

«Quella della montagna è la cultura di persone che sprecano il meno possibile e che cercano di sopravvivere, non dico come una volta, ma con quello che offre la natura.
Bisogna saper cercare di fare il meglio con quello che si ha
».
«I rischi di questa vita sono quelli oggettivi, quelli di quando devo scalare o mettere in sicurezza delle cose. Esiste il pericolo di farsi male. Il privilegio è
svegliarsi al mattino e non desiderare nulla di meglio al mondo
. La vista è spettacolare e sei indisturbato».
«
In montagna non esistono rischi, se non quello
di affezionarsi troppo
. Puoi incontrare persone semplici o altre che non avresti detto, ad esempio fotografi di fama internazionale, che ti fanno comprendere che
siamo tutti uguali in maniera intima e genuina
».



«In rifugio ci vogliono persone che amino il lavoro e la gente, che a volte arriva anche di notte.
Ci vuole
passione
e
flessibilità
. È come in barca,
come in un equipaggio
, dove la rotta conduce alla fine della stagione».
«L'
accoglienza
è indispensabile, è impossibile stare fuori la notte. Il rifugio è semplice e spartano. Abbiamo una doccia calda, un dormitorio, c'è calore e una piccola sala multimediale. I pasti della nostra cucina sono semplici, le ricette tradizionali e i produttori conosciuti. Facciamo uso del biologico e ci preoccupiamo di avere uno
standard elevato ma semplice
».


«Il nostro è un rifugio medio, hai tempo di conoscere persone nuove e noi promuoviamo la
socializzazione
. Quello che ci distingue è il nostro
impegno
e
disponibilità
in quello che facciamo per l'esterno, per la segnaletica o per il collegamento in via ferrata con la Francia, per la
conservazione
dei primi sentieri degli alpinisti».

«Non abbiamo mai approfondito il discorso sui social e forse non ci interessa molto. Il sito lo usiamo per le prenotazioni. 

Non serve accontentarsi di vedere foto o commenti sui social,

bisogna venire in montagna ed aver voglia di camminare
».


«La cultura di montagna
è una scelta di vita particolare,
bisogna
difenderla
».


«Per lavorare e vivere in rifugio non serve che le persone abbiano solo una formazione professionale specifica.
Un cuoco è necessario, ma lo è anche il fatto che condivida la
passione
per questa vita.
Lavorare in rifugio non è come lavorare in altri posti, e non è nemmeno come lavorare a Courmayeur».
«I rifugi si distinguono tra di loro, secondo me, solo per la loro collocazione geografica, questa è infatti anche una collocazione culturale:
un rifugio è legato ad un territorio ed alla sua storia
. Può essere meta alpinistica o mettere in luce altre potenzialità».


«La cultura della montagna è legata innanzitutto al rispetto dell'ambiente che ci circonda e ai
tempi di percorrenza
e
vivibilità
che la montagna stessa ci detta, che sono assolutamente fuori dal contesto che ci appartiene giornalmente.
I ritmi sono lenti, sono dettati da

eventi incontrollabili dall’uomo
.
Si cammina a piedi impiegando il tempo necessario.
Dal punto di vista logistico ci sono difficoltà che in altri contesti non esistono, e tutto questo è cultura dell'abitare e vivere la montagna, anche se si è turisti.
È un rapporto di equilibrio con la natura
, molto più di quanto lo siano turismo e sport».
«Il nostro fruitore tipico è ancora tendenzialmente in un atteggiamento di
rifiuto verso la tecnologia
. La tipologia di vacanza o esperienza che noi offriamo è l’icona dell'essere fuori da questi sistemi. C'è un po' di resistenza nel voler utilizzare strumenti come internet o social network che sono utili ed ormai usiamo tutti i giorni.
Chi viene in rifugio lo fa anche perché lì determinate cose non vuole farle o averle
».
«Vorrei, inoltre, iniziare a lasciare spazio alle nuove generazioni, sia per il rifugio sia per quanto riguarda il mio mestiere di guida alpina. Sono presidente delle guide piemontesi da sei anni.
Vorrei riuscire a
trasmettere esperienza, gioie e problematiche
comportate da una scelta di vita come questa. La passione che ha contraddistinto la mia vita».
«Fino a poco tempo fa quasi nessuno veniva a chiederci di lavorare in rifugio. Con la crisi di oggi invece viene un sacco di gente. La maggior parte si presenta per motivi ideologici, ma non funziona. Alla fine qui si lavora come in centro, cambia poco.

È molto meno poetico di quello che si immagina
».
«Ognuno di noi fa delle scelte che lo contraddistinguono. Nel nostro caso forse, dato che siamo accompagnatori naturalistici, è l'attenzione per l
'ambiente
, l’
impegno
e la
collaborazione con le scuole
della valle e l'
accoglienza
soprattutto.
Mia moglie è educatrice professionale».


«Spesso organizziamo attività dedicate all'osservazione degli animali. Tramite l'aiuto della Provincia ci siamo procurati una
termocamera
che ci consente di organizzare percorsi di
visione notturna
di cervi e caprioli».
«Principalmente comunichiamo via telefono e abbiamo una parabola satellitare per internet».

«Gli strumenti offerti dal web sono assolutamente molto utili per la
promozione
dell'attività, per invogliare le persone a venire, ma si potrebbe anche avere piacere di non avere persone al rifugio, intendiamoci».


«Cerchiamo di aggiungere un tassello in più ogni anno, stiamo cercando di realizzare il
primo sentiero per ipovedenti
, l’unico in zona. Sarà un sentiero di comodissimo accesso per i disabili, e non solo ipovedenti, ma quindi anche donne incinte o con carrozzine.
La montagna non è un solo un posto di eroi
».
«La montagna è

paesaggio
,

cultura
,

benessere
»


«Ho ventitré anni di esperienza e conosco tanti gestori. Ci sono sempre un forte
idealismo
e
amore per l’ambiente
da parte di chi intraprende questa professione. Oltre all'idealismo e all’amore di base è necessaria però anche una causa che venga dall’esterno.
È la
casualità
a portare con sé l’
opportunità
, nel momento stesso in cui puoi coglierla. Il rifugio, ad esempio, deve essere libero e non puoi avere figli piccoli.
Infine, oltre a tanta fortuna, ci vogliono determinazione e volontà
».

«Se c’è bisogno anche di
abnegazione
».
«In alta stagione tutto è come una danza al massimo della concentrazione: dal pane alle colazioni, poi il riassetto, il pranzo, l’accoglienza, la cena e di nuovo il riassetto.
Una danza faticosa e vincolata, in una prigione serena
».
«Io non ho palestre di arrampicata selettive, il mio ospite tipico è una persona che viene per cercare
serenità
e
pace
».

«Penso che il bene più grande
della montagna sia insito nella
sua natura»



«
Il territorio vivrebbe benissimo
anche senza di me
».


«Il privilegio di lavorare in montagna è sicuramente quello dell’essere in un contesto naturale.
I percorsi lunghi, poi, selezionano le persone
. I miei ospiti sono ricchi nel cuore.
Lo svantaggio a volte è quello di cadere in forme mentali chiuse, categorizzando negativamente gli altri
».
"I monti sono maestri muti
e fanno discepoli silenziosi"

Johann Wolfgang Goethe
Progetto sviluppato nell'ambito del Piemonte Visual Storython, iniziativa promossa dal Consiglio Regionale del Piemonte e dal CSI Piemonte, insieme all’Università di Torino.
«Il più grande bene che la montagna offre è forse la sua capacità di consentire
introspezione
».
«Forse il concetto di
decrescita
con il rifugio funziona. 
Sono per l'essenziale, per il calore umano, per evitare l'artificiale. Per la
semplicità
».
«La montagna è per quelli che sanno viverla».
«La montagna in una parola?

Verticale
».
«La
tranquillità
, la possibilità di staccare. In montagna c’è poca confusione e questo ti permette di rilassarti».
«Stando qui, posso tenere d'occhio i sentieri e le vie di scalata. La segnaletica, la
sentieristica
, la
conservazione del territorio
e della sua
storia
, sono cose che generalmente ricadono nelle attività dei rifugisti».
«Siamo il birrificio più alto in Europa, abbiamo ottenuto il marchio
Ecolabel
europeo in cui crediamo molto. Il nostro cibo è
biologico
, usiamo solo detersivi ecocompatibili. Tutto quello che facciamo è sempre orientato all’
ecocompatibilità
e all’attenzione all'ospite».

«Ho scritto un intero libro per cercare di capire
chi è il vero montanaro
. Il cittadino stufo o quello che ci nasce, che ci affonda le radici ed è detentore di parte della sua storia?
Alla fine ho concluso che è personale, è
chi sente la cultura della montagna nel cuore
».
«Comunichiamo con l’esterno con tutti i sistemi possibili ed immaginabili. Telefono, sito e connessione che, però, in rifugio ho tolto, non rinnovando il contratto pur avendo la parabola».
«La mia vita è come quella di un qualsiasi pendolar che
sale
invece che muoversi verso il centro della città».
«Io ed i miei colleghi ci definiamo
“sentinelle”
di un
territorio abbandonato per troppo tempo».
«Vorremmo portare
giovani
in montagna per motivi turistici ma anche per
lavorare
, le
possibilità
sono parecchie e sfruttate poco».

«Per noi è più importante avere la capacità di vivere in spazi personali ridotti, minimi, e di vivere in
comunità
, sempre a contatto con gli altri».
«Il turista viene di solito a mangiare la polenta, ma siamo noi a dovergli fornire l'
educazione
riguardo la montagna.
È una questione di cultura
».
«Quando sono in rifugio è
internet il contatto con la realtà
».
«Dopo quaranta anni di lavori in montagna per me non è un rischio salire su con la bufera di neve.
I rischi oggi sono altri».
«Una storia di
libertà condizionata
»
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