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Rerum vulgarium fragmenta (CANZONIERE !!)

Concetti chiave e analisi dell' opera più celebre del primo umanista della storia, Francesco Petrarca
by

Marco Vedana

on 25 May 2015

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Transcript of Rerum vulgarium fragmenta (CANZONIERE !!)

angelica forma
CANZONIERE

Cos'è il canzoniere?
Il canzoniere, è opera più conosciuta di Francesco Petrarca e raccoglie 366 componimenti di generi anche molto diversi tra loro (per la maggior parte sonetti ma anche canzoni, sestine, ballate e madrigali) scritti inizialmente separati l'uno dall'altro ma poi raccolti in questo testo che aveva appunto come titolo originario "Rerum vulgarium fragmenta".
LO STILE
("Rerum vulgarium fragmenta")
LA STRUTTURA
RIME "IN VITA"
RIME "IN MORTE"
TEMI
AUTORE
DATA DI COMPOSIZIONE
Francesco Petrarca

A cura di:

Vedana Marco

Panico Lorenzo

De Fanti Manolo
L' opera complessivamene può essere divisa in due parti :
- le opere scritte mentre Laura era in vita (263)('rime in vita')
- le opere scritte dopo la morte di Laura (103)('rime in morte')
ITALIA MIA
Petrarca durante tutta la sua vita corregge e perfeziona il Canzoniere compiendo una accurata scelta delle parole per ottenere la maggiore uniformità possibile.
Il risultato è la grande indeterminatezza che si nota molto nei vaghi ritratti di Laura
SOLO ET PENSOSO I PIU' DESERTI CAMPI
ERANO I CAPEI D'ORO A L'AURA SPARSI
CHIARE , FRESCHE ET DOLCI ACQUE
O CAMERETTA, CHE GIA' FOSTI UN PORTO
La versione definitiva è stata completata nell'anno della morte di Petrarca: il 1374
LA VITA FUGGE ET NON S' ARRESTA
UNA HORA
ZEPHIRO TORNA E 'L BEL TEMPO RIMENA
VERGINE BELLA, CHE, DI SOL VESTITA
O cameretta che già fosti un porto
a le gravi tempeste mie diurne,
fonte se' or di lagrime nocturne,
che 'l dí celate per vergogna porto.

O letticciuol che requie eri et conforto
in tanti affanni, di che dogliose urne
ti bagna Amor, con quelle mani eburne,
solo ver 'me crudeli a sí gran torto!

Né pur il mio secreto e 'l mio riposo
fuggo, ma piú me stesso e 'l mio pensero,
che, seguendol, talor levommi a volo;

e 'l vulgo a me nemico et odïoso
(ch 'l pensò mai?) per mio refugio chero:
tal paura ò di ritrovarmi solo.

Chiare, fresche et dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque
(con sospir mi rimembra)
a lei di fare al bel fianco colonna;
erba e fior che la gonna
leggiadra ricoverse
co l'angelico seno;
aere sacro, sereno,
ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse:
date udienza insieme
a le dolenti mie parole extreme.

S'egli è pur mio destino,
e 'l cielo in ciò s'adopra,
ch'Amor quest'occhi lagrimando chiuda,
qualche grazia il meschino
corpo fra voi ricopra,
e torni l'alma al proprio albergo ignuda.
La morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo;
ché lo spirito lasso
non poria mai in più riposato porto
né in più tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata e l'ossa.

Tempo verrà ancor forse
ch'a l'usato soggiorno
torni la fera bella e mansueta,
et là ' ov' ella mi scorse
nel benedetto giorno
volga la vista disiosa et lieta,
cercandomi: et, o pieta!,
già terra infra le pietre
vedendo, Amor l'inspiri
in guisa che sospiri
sì dolcemente che mercé m'impetre,
et faccia forza al cielo,
asciugandosi gli occhi col bel velo.
Da' be' rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior sovra 'l suo grembo;
et ella si sedea
umile in tanta gloria,
coverta già de l'amoroso nembo.
Qual fior cadea sul lembo,
qual su le trecce bionde,
ch'oro forbito et perle
eran quel dì, a vederle;
qual si posava in terra, e qual su l'onde;
qual, con un vago errore
girando, parea dir: Qui regna Amore

Quante volte diss'io
allor pien di spavento:
Costei per fermo nacque in paradiso.
Così carco d'oblio
il divin portamento
e 'l volto e le parole e 'l dolce riso
m'aveano, et sì diviso
da l'imagine vera,
ch'i' dicea sospirando:
Qui come venn'io, o quando?;
credendo esser in ciel, non là dov'era.
Da indi in qua mi piace
questa erba sì, ch'altrove non ho pace.

Se tu avessi ornamenti quant' hai voglia,
poresti arditamente
uscir del bosco e gir in fra la gente.
Erano i capei d'oro a l'aura sparsi
che 'n mille dolci nodi gli avolgea,
e 'l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi ch'or ne son sì scarsi;

e 'l viso di pietosi color farsi,
non so se vero o falso, mi parea:
i' che l'esca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di subito arsi?

Non era l'andar suo cosa mortale
ma d'angelica forma, e le parole
sonavan altro che pur voce umana;

uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch'i' vidi, e se non fosse or tale,
piaga per allentar d'arco non sana.

Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human la rena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so, ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co·llui.
Francesco Petrarca nasce ad arezzo nel 1304,da un notaio fiorentino.
A causa dell'esilio del padre, avvenuto anni prima della sua nascita, è costretto a vivere al di fuori della città di Firenze. Iniziò a studiare ad Avignone poi, nel 1312, si trasferì lì con la famiglia; nel 1320 si laureò in giurisprudenza a Bologna. La fama di Petrarca crebbe negli anni successivi, al punto da arrivare ad ottenere la carica di poeta pubblico tramite l' incoronazione pubblica a Roma nel 1341 (pratica che era molto usata ai tempi dei poeti latini).
I temi principali del Canzoniere sono:
L' AMORE
L' amore di Petrarca per Laura è un amore irrealizzato,il cui l'unico appagamento è di tipo visivo, ma pur indrago di far nascere in lui un denso di disordine ed inquietudine. Teme che l'amore lo porti a compiere peccato e che lo allontani da dio, prigioniero del suo amore per laura è spesso costretto ad allontanarsi in luoghi solitari che plachino la passione.
Italia mia, benché 'l parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo sí spesse veggio,
piacemi almen che ' miei sospir' sian quali
spera 'l Tevero et l'Arno,
e 'l Po, dove doglioso et grave or seggio.
Rettor del cielo, io cheggio
che la pietà che Ti condusse in terra
Ti volga al Tuo dilecto almo paese.
Vedi, Segnor cortese,
di che lievi cagion' che crudel guerra;
e i cor', che 'ndura et serra
Marte superbo et fero,
apri Tu, Padre, e 'ntenerisci et snoda;
ivi fa che 'l Tuo vero,
qual io mi sia, per la mia lingua s'oda.

Voi cui Fortuna à posto in mano il freno
de le belle contrade,
di che nulla pietà par che vi stringa,
che fan qui tante pellegrine spade?
perché 'l verde terreno
del barbarico sangue si depinga?
Vano error vi lusinga:
poco vedete, et parvi veder molto,
ché 'n cor venale amor cercate o fede.
Qual piú gente possede,
colui è piú da' suoi nemici avolto.
O diluvio raccolto
di che deserti strani
per inondar i nostri dolci campi!
Se da le proprie mani
questo n'avene, or chi fia che ne scampi?

Ben provide Natura al nostro stato,
quando de l'Alpi schermo
pose fra noi et la tedesca rabbia;
ma 'l desir cieco, e 'ncontr'al suo ben fermo,
s'è poi tanto ingegnato,
ch'al corpo sano à procurato scabbia.
Or dentro ad una gabbia
fiere selvagge et mansüete gregge
s'annidan sí che sempre il miglior geme:
et è questo del seme,
per piú dolor, del popol senza legge,
al qual, come si legge,
Mario aperse sí 'l fianco,
che memoria de l'opra ancho non langue,
quando assetato et stanco
non piú bevve del fiume acqua che sangue.
LA POLITICA
Cesare taccio che per ogni piaggia
fece l'erbe sanguigne
di lor vene, ove 'l nostro ferro mise.
Or par, non so per che stelle maligne,
che 'l cielo in odio n'aggia:
vostra mercé, cui tanto si commise.
Vostre voglie divise
guastan del mondo la piú bella parte.
Qual colpa, qual giudicio o qual destino
fastidire il vicino
povero, et le fortune afflicte et sparte
perseguire, e 'n disparte
cercar gente et gradire,
che sparga 'l sangue et venda l'alma a prezzo?
Io parlo per ver dire,
non per odio d'altrui, né per disprezzo.

Né v'accorgete anchor per tante prove
del bavarico inganno
ch'alzando il dito colla morte scherza?
Peggio è lo strazio, al mio parer, che 'l danno;
ma 'l vostro sangue piove
piú largamente, ch'altr'ira vi sferza.
Da la matina a terza
di voi pensate, et vederete come
tien caro altrui che tien sé cosí vile.
Latin sangue gentile,
sgombra da te queste dannose some;
non far idolo un nome
vano senza soggetto:
ché 'l furor de lassú, gente ritrosa,
vincerne d'intellecto,
peccato è nostro, et non natural cosa.

Non è questo 'l terren ch'i' toccai pria?
Non è questo il mio nido
ove nudrito fui sí dolcemente?
Non è questa la patria in ch'io mi fido,
madre benigna et pia,
che copre l'un et l'altro mio parente?
Perdio, questo la mente
talor vi mova, et con pietà guardate
le lagrime del popol doloroso,
che sol da voi riposo
dopo Dio spera; et pur che voi mostriate
segno alcun di pietate,
vertú contra furore
prenderà l'arme, et fia 'l combatter corto:
ché l'antiquo valore
ne gli italici cor' non è anchor morto.
Signor', mirate come 'l tempo vola,
et sí come la vita
fugge, et la morte n'è sovra le spalle.
Voi siete or qui; pensate a la partita:
ché l'alma ignuda et sola
conven ch'arrive a quel dubbioso calle.
Al passar questa valle
piacciavi porre giú l'odio et lo sdegno,
vènti contrari a la vita serena;
et quel che 'n altrui pena
tempo si spende, in qualche acto piú degno
o di mano o d'ingegno,
in qualche bella lode,
in qualche honesto studio si converta:
cosí qua giú si gode,
et la strada del ciel si trova aperta.

Canzone, io t'ammonisco
che tua ragion cortesemente dica,
perché fra gente altera ir ti convene,
et le voglie son piene
già de l'usanza pessima et antica,
del ver sempre nemica.
Proverai tua ventura
fra' magnanimi pochi a chi 'l ben piace.
Di' lor: - Chi m'assicura?
I' vo gridando: Pace, pace, pace. -
Petrarca attacca in diverse opere del canzoniere la Chiesa dell'epoca, soppratutto la curia avignonese, criticandola per: la vendita delle indulgenze, simonia e il concubinato.Vorrebbe anche la sede papale torni a roma ed esalta l'italia come culla della cultura
LA RELIGIONE
La religione si contrappone all'amore che petrarca prova per Laura, andando a creare nel poeta un dissidio che durerà per tutta l'opera.
La vita fugge, et non s'arresta una hora,
et la morte vien dietro a gran giornate,
et le cose presenti et le passate
mi dànno guerra, et le future anchora;

e 'l rimembrare et l'aspettar m'accora,
or quinci or quindi, sì che 'n veritate,
se non ch'ì ò di me stesso pietate,
ì sarei già di questi penser'fòra.

Tornami avanti, s'alcun dolce mai
ebbe 'l cor tristo; et poi da l'altra parte
veggio al mio navigar turbati i vènti;

veggio fortuna in porto, et stanco omai
il mio nocchier, et rotte arbore et sarte,
e i lumi bei che mirar soglio, spenti.
La vita fugge e non si ferma un attimo, e la morte la segue a marce forzate, e le cose del presente e del passato mi stancano e anche quelle del futuro. Da una parte il ricordo del passato mi angoscia, dall'altra l'attesa del futuro, a tal punto che sinceramente io mi sarei già tirato fuori da tali pensieri, se non fosse per la pietà che ho per me stesso. Mi tornano in mente quelle gioie che provò il mio cuore addolorato e poi guardando il futuro vedo una tempesta che si scaglia sulla mia navigazione; vedo la tempesta persino nel porto, e vedo il timoniere già stanco ,e abbattuti gli alberi e le sartie della nave, e gli occhi belli di Laura, che ero abituato a guardare, erano privi di luce.
Questa canzone è la
più celebre e influente canzone politica
di Petrarca. È un
messaggio di pace
scritto intorno al 1344-45, ovvero durante il passaggio all'
età delle Signorie
.
La canzone
tratta il tormento di tutti e il disagio condiviso
che ne deriva dalle continue e sanguinose guerre fraticide;
esorta i politici
del periodo
di avere pietà del suolo italiano
e di smettere di arruolare mercenari per uccidere altri italiani. Petrarca esorta la meditazione sulla morte e l' uso delle risorse per obbiettivi più nobili e degni di lode.
Nel congedo

il poeta si rivolge alla canzone
,
esortandola di recare il suo messaggio di pace.

Il
linguaggio
usato da Petrarca è di tipo
aulico
ed assume un
tono di solenne eloquenza
.
Da notare l' uso di
figure retoriche
(ad esempio: una
prosopopea[personificazione], "Italia mia"
) ,frasi esclamative ed interrogative che contribuiscono a questo scopo.
[ In un certo senso, i sentimenti, riferiti all' Italia, che Petrarca esprime ricordano le emozioni che l' autore prova nel vedere Laura ]
Concetti/Parole chiave:
Italia
Pace
Disapprovazione politica
Lode all' Italia gloriosa
Parole chiave:
Parole chiave:
Parole chiave:
O Italia mia, benché il parlare sia inutile alle tue ferite mortali, che vedo così numerose nel tuo bel corpo, voglio almeno che i miei sospiri siano come li desiderano coloro che abitano intorno il Tevere, l’Arno e il Po, dove ora, addolorato e pensoso, risiedo. Dio del cielo, io chiedo che la compassione per l’umanità che ti indusse a incarnarti in Cristo ti spinga verso il tuo diletto santo paese. Dio, tu vedi che guerra crudele da questi futili motivi; O Padre, apri, intenerisci e sciogli i cuori che la guerra chiude e rende duri. In quegli animi fa’ che il tuo messaggio, qualunque sia il suo valore, attraverso le mie parole, sia ascoltato.

O voi a cui la fortuna ha posto tra le mani il governo delle varie regioni d’Italia, delle quali sembra che provano nessuna pietà, che fanno in Italia tanti mercenari stranieri? Perché i prati si dipingono del sangue dei barbari? Un vano errore vi attrae: voi vedete poco e avete impressione di vedere molto perché cercate fedeltà e lealtà nel cuore di gente venale. Colui che possiede più milizie è il più circondato di nemici. Mercenari che siete stati raccolti da chissà quali regioni selvagge per inondare le nostre dolci terre! Questo accade per opera nostra, ora chi potrà salvarci?

La natura ben provvede alla nostra sicurezza quando pose le Alpi come difesa fra noi e la razza tedesca, ma la cieca avidità, ostinata contro il proprio vantaggio, si è poi tanto adoperata da procurare una malattia al corpo sano. Ora dentro alla stessa gabbia convivono animali selvaggi e greggi mansuete, così che è sempre il migliore a soffrire. E quello che accresce il nostro dolore è che questo strazio viene inferto dai discendenti del popolo selvaggio al quale, come si racconta, il console Mario inflisse una sconfitta così grande che ricordo, quando l’esercito romano, assetato e stanco, non bevve dal fiume più acqua che sangue.

Non faccio riferimento a Cesare che in ogni luogo macchiò l’erba del loro sangue. Ora sembra, non so per quale influenza astrale, che il cielo ci odia, grazie a voi, a cui fu affidato un compito importante. I vostri desideri discordi distruggono l’Italia. Quale colpa, quale giudizio o destino vi spinge a tormentare i vicini meno forti e perseguire i beni già rovinati e divisi, a cercare e gradire eserciti fuori dall’Italia che spargono il sangue e vendono l’anima per denaro? Io parlo per dire la verità, non da odio o disprezzo verso di voi.

E dopo tante prove non vi rendete conto dell’inganno dei mercenari bavaresi che fingono di combattere, alzando il dito? A mio parere è peggio la beffa che il danno; ma è il vostro il sangue che viene versato più copiosamente, poiché un odio ben diverso vi istiga. Dalla prima alla terza ora del giorno riflettete su voi stessi, e capirete che chi considera se stesso tanto poco non può aver caro qualcuno ed essere fedele a costui. Nobile stirpe latina, allontana da te questo peso che reca rovina, non rendere oggetto di culto un nome vuoto privo di corrispondenza con realtà: poiché è imputabile a nostra colpa e non ad un dato naturale che la selvaggia popolazione germanica restia alla civiltà, ci superi in avvedutezza.

Non è questa la terra che toccai per prima? Non è questa la dimora in cui vissi così dolcemente? Non è questa la patria nella quale ripongo fiducia, madre benevola e pietosa, nella quale è sepolto l’uno e l’altro mio genitore? In nome di Dio, questo pensiero almeno qualche volta vi smuova l’animo, e guardate con pietà le lacrime del popolo doloroso che solo da voi, dopo Dio, spera la pace; basta soltanto che voi mostriate un qualche segno di pietà, e il valore ben regolato ed avveduto si slancerà contro la furia bestiale, e il combattimento sarà breve: perché l’antico valore non è ancora morto nei cuori italiani.

Signori, guardate come scorre il tempo, come la vita fugge e come la morte è vicina. Voi ora siete qui, ma pensate alla morte poiché l’anima spoglia e priva di peccati arriva alla morte. Durante la vita vogliate deporre l’odio e la rabbia, sentimenti opposti per la vita serena; e quel tempo che viene impiegato per fare male agli altri, si converta in qualche azione più degna compiuta di mano o con l’intelletto in qualche opera meritevole di lode, in qualche impegno onorevole: in questo modo si gode della pace e ci si apre la strada verso la beatitudine eterna.

O canzone, io ti invito a esporre cortesemente i tuoi argomenti, perché è necessario che tu vada tra persone d’alto rango e superbe, e le passioni degli uomini sono dominate ormai, dall’uso pessimo ed antico, sempre nemico della verità. Sarai bene accolta fra quei pochi magnanimi cui sta a cuore il pubblico bene. Chiedi loro: – chi mi difende? Io vado gridando: Pace, pace, pace – .
Mi aggiro solo e pensieroso, misurando con andatura lenta ed esitante i campi più deserti; e volgo
intorno gli occhi, attenti a sfuggire quei luoghi dove orme di uomini non segnino la rena
Non trovo altro riparo che mi protegga dalla chiara consapevolezza che tutti, al vedermi, hanno del
mio stato; poiché nei miei atti privi di vivacità e di allegria si legge chiaramente come io
internamente arda d’amore:
per cui io credo ormai che monti e spiagge e fiumi e foreste sappiano di che natura è la mia vita
intima, che è nascosta agli altri.
Ma tuttavia non riesco a trovare vie tanto aspre e selvagge che Amore non mi raggiunga e non mi
costringa a ragionare con lui.
Il poeta cerca luoghi isolati per nascondere agli altri uomini la vista del proprio stato, causato dall'amore. I
vari aspetti del paesaggio divengono i testimoni e in qualche modo i complici della vicenda interiore dell'autore
. La presenza dei
temi della solitudine
, dell'isolamento sociale, del rapporto con il paesaggio e del dialogo interiore con i sentimenti fa di questo testo un eccezionale esempio del modello lirico petrarchesco. Nasce con Petrarca
un paesaggio soggettivo rispecchia lo stato d'animo dell'autore
Erano i capelli biondi mossi al vento
che li avvolgeva in mille dolci riccioli,
e la luce ammaliante dei suoi occhi belli, che ora
è diminuita col passar degli anni,

splendeva in modo straordinario;

e mi sembrava, non so se fosse realtà o illusione,
che il suo viso esprimeva nei colori

sentimenti di pietà a pietà:
io che ero pronto all’amore,
c'è da meravigliarsi se ardei d’amore subito?

Il suo portamento non era cosa mortale,
ma aspetto d'angelo, e le parole
suonavano con tono diverso dall’umano;

uno spirito celeste, un vivo sole
fu quel che vidi, e anche se ora non

risplende più per gli anni,
una ferita non si rimargina se l’arco

non ha più le corde tese.
I versi si incentrano
sull’amore che Petrarca nutre per Laura
. Questo amore è terreno infatti la bellezza della donna svansce con il tempo. Questo
amore provocherà
in lui anche dei
ripensamenti e dei conflitti interni
, ma comunque il
poeta non cesserà di amare e di contemplare la sua donna nel ricordo di come gli apparve la prima volta
.
Essendo le due parole: Laura, l’aura all’inizio del poema lo scrittore vuole evocare la sua donna, ricordandola, ma non la chiama mai per nome, cioè non pronuncia il suo nome esplicitamente nella poesia.
Nelle due quartine emerge la collocazione di Laura nella natura: ce la immaginiamo avvolta nel vento. Inoltre la
bellezza della donna
non è cristallizzata e irreversibile, è invece
terrestre
, quindi destinata a scomparire con la vecchiaia. Ultima delle sue innovazioni è la soggettività del poeta, infatti lui non descrive ciò che la visione di Laura provocava alla gente, ma ciò che ha risvegliato e suscitato in lui.
Nelle altre due terzine la donna viene descritta come un angelo e come qualcosa di sopranaturale paragonabile ad un dea.
Acque limpide e fresche, dolci nella memoria, dove pose il suo bel corpo Laura, colei che a me sembra l’unica degna di essere definita donna; nobile ramo, dove lei volle appoggiare il bel fianco come a una colonna (me ne ricordo sospirando); erba e fiori che la veste leggiadra e l’angelico seno di Laura ricoprivano; atmosfera serena e resa sacra dalla presenza di Laura, dove Amore grazie agli occhi di lei mi aprì il cuore: ascoltate tutti le mie dolorose ultime parole.

Se è il mio destino, e il cielo si sta impegnando perché ciò accada, che Amore mi uccida fra le sofferenze, una qualche grazia divina faccia in modo da far seppellire il mio corpo qui fra di voi, e l’anima priva del corpo torni alla sua sede celeste. La morte sarà meno dolorosa, se porto questa speranza a quel temibile trapasso (dalla vita alla morte); perché lo spirito, stanco, non potrebbe mai rifugiarsi in un approdo più sereno (del cielo), né lasciare il mio corpo tormentato in una sepoltura più tranquilla (di questa valle).

Forse verrà il momento in cui Laura, fiera bella e mansueta, tornerà a questo suo solito luogo, e volgerà lo sguardo serena e desiderosa verso il punto in cui mi scorse quel giorno benedetto, per vedere se ci sono: e, vista dolorosa!, apprendendo che il mio corpo è già polvere fra le tombe, Amore la induca a sospirare così dolcemente da chiedere pietà per me e convincere la giustizia divina, asciugandosi gli occhi in lacrime col bel velo.

Dai bei rami scendeva (pensiero dolce da ricordare) una pioggia di fiori sopra il suo grembo; e lei sedeva umile fra tanta gloria, già ricoperta della nuvola di fiori suscitata da Amore. Un fiore si posava sul lembo della veste, uno sulle trecce bionde, che a vederle sembravano quasi oro fino (il colore dei capelli) e perle (i fiori bianchi che le si posavano sopra); uno per terra e uno sulle acque; uno volteggiando nell’aria con dolci giri sembrava dire “Qui regna Amore”.

Quante volte allora dissi pieno di sbigottimento “Questa donna sicuramente proviene dal paradiso”. Il suo divino portamento, il volto, le parole, il dolce sorriso, mi avevano fatto dimenticare di tutto il resto, e mi avevano astratto dalla realtà, così che io sospirando dicevo “Come sono arrivato qui, e quando?”, credendo di essere in cielo, e non là dov’ero. Da allora amo questo luogo verdeggiante al punto da non trovare pace in nessun altro posto.

Canzone, se tu fossi bella e ornata quanto ambisci ad essere, potresti uscire impavida da questa valletta boscosa e andare fra la gente, a farti conoscere.
La prima strofa si incentra sul ricordo di Laura immersa nell’acqua, circondata dagli elementi naturali. La seconda e la terza strofa, si spostano su una possibilità futura, ma è una vera e propria fantasticheria: ovvero che il poeta dopo la morte sia sepolto sulle rive del fiume e che Laura, di passaggio per questo luogo, vedendo la tomba, apprenda della morte di lui e ne abbia compassione.
Nonostante questo componimento non risalga agli anni prossimi alla morte del poeta, è
molto presente un senso della morte incombente
che da alla lirica di una
sfumatura di sconforto
. Nelle strofe successive, infine, si ritorna al ricordo del passato: nella quarta, l’immagine di Laura coperta da una nuvola di fiori, conferisce alla rievocazione toni favolosi, con i petali che ondeggiano quasi per incanto, mossi da Amore; nella quinta, infine, a
coronamento del trionfo laurano
, la
donna amata
viene vista in una
dimensione angelica e divina
, creatura paradisiaca che dà al poeta l’impressione di essere traslato in cielo.
O cameretta, che giá fosti un porto
a le gravi tempeste mie diurne,
fonte se´or di lagrime notturne
che ´l dí celate per vergogna porto!
O letticciuol, che requie eri e conforto
in tanti affani, di che dogliose urne
ti bagna Amor con quelle mani eburne
solo vér´ me crudeli a sí gran torto!
Né pur il mio secreto e ´l mio riposo
fuggo, ma piú me stesso e ´l mio pensiero,
che, seguendol, talor, levommi a volo;
e ´l vulgo, a me nemico et odioso,
(chi ´l pensó mai?), per mio refugio chero:
talpaura ho di ritrovarmi solo.
Il cuore del poeta è stanco di soffrire: la sua vita è stata ingombrata dal pensiero dell’amore terreno per Laura, SIA QUANDO ERA IN VITA CHE DOPO LA MORTE.
Petrarca si rivolge alla vergine in una preghiera
che è insieme inno di lode, affinché lo aiuti ad ottenere il perdono di Dio, e a pacificare, almeno negli ultimi giorni della sua vita, l’animo provato da un ininterrotto tormento. Con questa canzone, quindi, Petrarca
conclude il suo percorso amoroso e si avvia ad una soluzione del contrasto chiedendo perdono.

Il ritmo cadenzato dei versi è dato dalla ripetizione della parola Vergine in ogni stanza ed è frequente l’uso di attributi che seguono la parola.
l'aura
Zefiro torna, e 'l bel tempo rimena,
e i fiori e l'erbe, sua dolce famiglia,
et garrir Progne et pianger Filomena,
e primavera candida e vermiglia.

Ridono i prati, e 'l ciel si rasserena;
Giove s'allegra di mirar sua figlia;
l'aria e l'acqua e la terra è d'amor piena;
ogni animal d'amar si riconsiglia.

Ma per me, lasso, tornano i più gravi
sospiri, che del cor profondo tragge
quella ch'al ciel se ne portò le chiavi;

e cantar augelletti, e fiorir piagge,
e 'n belle donne oneste atti soavi
sono un deserto, e fere aspre e selvagge.
deserti campi Amor

Zefiro ritorna e riporta il bel tempo
e fiori ed erbe, suo dolce seguito,
ed il garrire delle rondini ( Progne ) ed il canto dell'usignolo
( Filomena )
e primavera limpida e dai vividi colori.

Sembra sorridere la campagna e il cielo si rasserena:
Giove si rallegra di vedere la luce di Venere più luminosa
l'aria, le acque e la terra sono attraversate dall'amore
ogni essere vivente si dispone ad amare

Per me infelice ritornano i più dolorosi
tormenti, che dal profondo del cuore muove
colei che al cielo se ne portò le chiavi;

il canto degli uccelli, il fiorire dei piani,
i delicati gesti di belle e decorose donne
sono (per me) un'arida realtà, come fiere crudeli e selvagge.
Il tema è la
paura della solitudine
. Infatti il poeta ama la sua cameretta perché con lei non si sente solo. Anche nei giorni di tristezza, nei giorni piú brutti della sua vita la cameretta lo ripara e lo consola sempre.
L'autore
appare come una persona
avanti negli anni e vuole ma non riesce a ritornare indietro nel passato
.
Lui racconta i suoi problemi alla cameretta ma lei li capirebbe ugualmente perché lo conosce molto bene.
Allora possiamo dire che l'autore in questa poesía descrive la bellezza e la semplicitá della sua camera da letto.
La parte della cameretta piú importante per il poeta é il letto ma il suo letto non é piú quello di una volta, morbido ma adesso é duro e incomodo.
Parole chiave:
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L' amore arriva insieme alla primavera
, che
inavade tutta la natura, con l'isolamento doloroso del poeta
. Da tale
serenità è escluso
chi vive
l'abbandono dovuto alla morte della donna amata
; anzi la gioia che attraversa la natura accentua dolorosamente il contrasto. Quartine celebrano lo sbocciare della natura e la nascita a nuova vita delle creature con toni di idillio; le terzine invece, col brusco trapasso segnalato dalla congiunzione ma (v. 9), spostano l’attenzione sull’io del poeta, al quale rimane estranea la gioia dello spettacolo primaverile.


Il poeta in questo sonetto fa delle
riflessioni sul tempo che passa velocemente e sulla morte che si avvicina.
Inoltre fa riferimento alla sua vita, segnata da
tormenti continui, causati dall’amore non ricambiato da Laura,sul suo destino e sulla breve durata della vita. In questo
sonetto appare la tristezza e lo sgomento per il trascorrere
veloce della vita e il presentimento della vicina morte
affannano l’animo di Petrarca.
Troviamo dei riferimenti sulla morte di Laura
nell’ultimo verso e l’incapacità che ha il poeta di
trarre conforto dalla religione.
Parole chiave:
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Vergine bella, che di sol vestita,
coronata di stelle, al sommo Sole
piacesti sì, che 'n te Sua luce ascose,
amor mi spinge a dir di te parole:
ma non so 'ncominciar senza tu' aita,
et di Colui ch'amando in te si pose.
Invoco lei che ben sempre rispose,
chi la chiamò con fede:
Vergine, s'a mercede
miseria extrema de l'humane cose
già mai ti volse, al mio prego t'inchina,
soccorri a la mia guerra,
bench'i' sia terra, et tu del ciel regina.

Vergine saggia, et del bel numero una
de le beate vergini prudenti,
anzi la prima, et con piú chiara lampa;
o saldo scudo de l'afflicte genti
contra colpi di Morte et di Fortuna,
sotto 'l qual si trïumpha, non pur scampa;
o refrigerio al cieco ardor ch'avampa
qui fra i mortali sciocchi:
Vergine, que' belli occhi
che vider tristi la spietata stampa
ne' dolci membri del tuo caro figlio,
volgi al mio dubbio stato,
che sconsigliato a te vèn per consiglio.

Vergine pura, d'ogni parte intera,
del tuo parto gentil figliola et madre,
ch'allumi questa vita, et l'altra adorni,
per te il tuo figlio, et quel del sommo Padre,
o fenestra del ciel lucente altera,
venne a salvarne in su li extremi giorni;
et fra tutt'i terreni altri soggiorni
sola tu fosti electa,
Vergine benedetta,
che 'l pianto d'Eva in allegrezza torni.
Fammi, ché puoi, de la Sua gratia degno,
senza fine o beata,
già coronata nel superno regno.
Vergine santa d'ogni gratia piena,
che per vera et altissima humiltate
salisti al ciel onde miei preghi ascolti,
tu partoristi il fonte di pietate,
et di giustitia il sol, che rasserena
il secol pien d'errori oscuri et folti;
tre dolci et cari nomi ài in te raccolti,
madre, figliuola et sposa:
Vergina glorïosa,
donna del Re che nostri lacci à sciolti
et fatto 'l mondo libero et felice,
ne le cui sante piaghe
prego ch'appaghe il cor, vera beatrice.

Vergine sola al mondo senza exempio,
che 'l ciel di tue bellezze innamorasti,
cui né prima fu simil né seconda,
santi penseri, atti pietosi et casti
al vero Dio sacrato et vivo tempio
fecero in tua verginità feconda.
Per te pò la mia vita esser ioconda,
s'a' tuoi preghi, o Maria,
Vergine dolce et pia,
ove 'l fallo abondò, la gratia abonda.
Con le ginocchia de la mente inchine,
prego che sia mia scorta,
et la mia torta via drizzi a buon fine.

Vergine chiara et stabile in eterno,
di questo tempestoso mare stella,
d'ogni fedel nocchier fidata guida,
pon' mente in che terribile procella
i' mi ritrovo sol, senza governo,
et ò già da vicin l'ultime strida.
Ma pur in te l'anima mia si fida,
peccatrice, i' no 'l nego,
Vergine; ma ti prego
che 'l tuo nemico del mio mal non rida:
ricorditi che fece il peccar nostro,
prender Dio per scamparne,
humana carne al tuo virginal chiostro.


Vergine humana, et nemica d'orgoglio,
del comune principio amor t'induca:
miserere d'un cor contrito humile.
Che se poca mortal terra caduca
amar con sí mirabil fede soglio,
che devrò far di te, cosa gentile?
Se dal mio stato assai misero et vile
per le tue man' resurgo,
Vergine, i' sacro et purgo
al tuo nome et penseri e 'ngegno et stile,
la lingua e 'l cor, le lagrime e i sospiri.
Scorgimi al miglior guado,
et prendi in grado i cangiati desiri.

Il dí s'appressa, et non pòte esser lunge,
sí corre il tempo et vola,
Vergine unica et sola,
e 'l cor or coscïentia or morte punge.
Raccomandami al tuo figliuol, verace
homo et verace Dio,
ch'accolga 'l mïo spirto ultimo in pace.
Vergine, quante lagrime ò già sparte,
quante lusinghe et quanti preghi indarno,
pur per mia pena et per mio grave danno!
Da poi ch'i' nacqui in su la riva d'Arno,
cercando or questa et or quel'altra parte,
non è stata mia vita altro ch'affanno.
Mortal bellezza, atti et parole m'ànno
tutta ingombrata l'alma.

Vergine sacra et alma,
non tardar, ch'i' son forse a l'ultimo anno.
I dí miei piú correnti che saetta
fra miserie et peccati
sonsen' andati, et sol Morte n'aspetta.

Vergine, tale è terra, et posto à in doglia
lo mio cor, che vivendo in pianto il tenne
et de mille miei mali un non sapea:
et per saperlo, pur quel che n'avenne
fôra avenuto, ch'ogni altra sua voglia
era a me morte, et a lei fama rea.
Or tu donna del ciel, tu nostra dea
(se dir lice, e convensi),
Vergine d'alti sensi,
tu vedi il tutto; e quel che non potea
far altri, è nulla a la tua gran vertute,
por fine al mio dolore;
ch'a te honore, et a me fia salute.

Vergine, in cui ò tutta mia speranza
che possi et vogli al gran bisogno aitarme,
non mi lasciare in su l'extremo passo.
Non guardar me, ma Chi degnò crearme;
no 'l mio valor, ma l'alta Sua sembianza,
ch'è in me, ti mova a curar d'uom sí basso.
Medusa et l'error mio m'àn fatto un sasso
d'umor vano stillante:
Vergine, tu di sante
lagrime et pïe adempi 'l meo cor lasso,
ch'almen l'ultimo pianto sia devoto,
senza terrestro limo,
come fu 'l primo non d'insania vòto.



Vergine benevola e nemica dell’orgoglio,
ti convica l’amore della comune origine (umana):
abbi pietà di un cuore pentito, umile.
Che se sono solito amare con così mirabile fedeltà
un po’ di corruttibile terra mortale,
che cosa dovrò fare nei tuoi confronti, che sei creatura così nobile?
Vergine, se mi risollevo dalla mia condizione assai misera e vile
grazie al tuo aiuto,
io consacrerò al tuo nome
e purificherò pensieri, ingegno e stile,
lingua, cuore, lacrime e sospiri.
Guidami al passaggio migliore
e prendi a cuore i miei desideri, così mutati nel tempo.
Il giorno ultimo si avvicina, e non può essere lontano,
tanto corre e vola il tempo,
Vergine unica e sola,
e ora il rimorso, ora l’idea della morte tormentano
il mio cuore. Raccomandami al tuo figliolo,
vero uomo e vero Dio,
affinché accolga nella pace la mia anima dopo la morte.

chiare fresche e dolci acque
destino
Bella Vergine, che sei vestita della luce del sole,
coronata di stelle, piacesti a tal punto
al sommo Sole (a Dio), che racchiuse in te la sua luce,
amore mi spinge a parlare di te:
ma non sono in grado di iniziare senza il tuo aiuto
e quello di Colui che per amore si incarnò nel tuo ventre.
Invoco colei che sempre esaudì
le richieste di chi le si rivolse con fede:
Vergine, se mai la misera condizione
dell’esistenza umana ti spinse
a pietà, porgi ascolto alla mia preghiera,
offri aiuto ai miei affanni,
benché io sia su questa terra, e tu regina del cielo.
Vergine saggia, del bel numero
delle beate vergini prudenti,
anzi prima (tra tutte), e con luce più luminosa;
o forte scudo degli uomini deboli
contro i colpi della Morte e della Sorte,
sotto il quale non solo ci si salva, ma [anzi], si trionfa;
o refrigerio dinnanzi al cieco desiderio che brucia
qui, tra gli stolti mortali:
Vergine, quei begli occhi
che sofferenti videro l’impronta crudele delle ferite
impresse sul corpo del tuo amato figlio,
volgili alla mia condizione incerta, poiché smarrito
mi sono rivolto a te per cercare consiglio.
Vergine pura, immacolata in ogni tua parte,
al contempo figliola e madre del tuo nobile parto,
che illumini questa vita e abbellisci l’altra,
per mezzo di te e del Padre supremo, tuo figlio,
o finestra del cielo luminosa e altera,
venne a salvarci nell’ultima epoca del mondo;
e fra tutte le altre donne
tu sola fosti prescelta,
Vergine benedetta,
che tramuti in allegria il pianto di Eva.
Rendimi, giacché tu puoi, degno della Sua grazia,
o infinitamente beata,
già coronata in Paradiso.
Vergine santa piena di ogni grazia,
che grazie alla tua sincera e nobilissima umiltà salisti
al cielo, da dove ascolti le mie preghiere,
tu partoristi la fonte di pietà
e il lume di giustizia, che rasserena
l’epoca piena di errori, oscuri e numerosi;
tre dolci qualità unisci in te, [quelle di]
madre, figliola e sposa:
Vergine gloriosa,
signora del Re [dei cieli] che ha sciolto i nostri vincoli
e reso il mondo libero e felice,
ti prego, vera beatrice, di calmare
il mio cuore nelle sue [= di Cristo] sante ferite.
Vergine unica al mondo senza uguali,
che facesti innamorare il cielo delle tue bellezze,
rispetto a cui non vi fu donna uguale né degna di paragone,
santi pensieri, atti pietosi e casti
prepararono nella tua verginità feconda
un tempio consacrato al vero Dio.
La mia vita può essere serena,
o Maria, Vergine dolce e pietosa,
se grazie alle tue preghiere,
dove l’errore abbondò, abbonda [anche] la grazia divina.
Con le ginocchia della mente inchinate
ti prego di volermi fare da guida,
e indirizzare la mia vita peccaminosa a buon fine.
Vergine luminosa e stabile in eterno,
stella per questo mare tempestoso,
guida affidabile di ogni navigatore,
rivolgi il pensiero alla terribile tempesta
nella quale io mi ritrovo, solo, senza nocchiero,
e ho già vicine le ultime grida [della mia fine].
Cionostante la mia anima peccatrice
si affida a te, io non lo nego,
o Vergine; ma ti prego di fare in modo
che il tuo nemico non si rallegri della mia dannazione:
ricordati che i nostri peccati
fecero sì che Dio decidesse di incarnarsi
nel tuo grembo virginale per salvarci.



Vergine, quante lacrime inutilmente ho già versato,
quante lodi e quante preghiere,
solamente per accrescere la mia pena e il mio grave tormento!
Da quando io nacqui sulla riva dell’Arno,
percorrendo ora questa, ora quell’altra regione del mondo,
la mia vita non è stata altro che affanno.
Bellezza, atti e parole mortali mi hanno
ingombrato l’animo per intero.
Vergine sacra e divina,
non ti attardare, dal momento in cui io forse sono alla fine della mia vita.
I giorni se ne sono andati più velocemente che una freccia,
tra miserie e peccati,
e mi resta soltanto la morte.
Vergine, una donna che [ora] è polvere, e che ha posto
il mio cuore nel dolore, lei che in vita lo tenne nel pianto
e non sapeva affatto dei miei mille affanni:
e se lo avesse saputo, sarebbe tuttavia accaduto
quello che poi è avvenuto, perché ogni suo desiderio diverso
sarebbe stato per me motivo di morte, per le di infamia.
Ebbene ora tu, che sei signora del cielo, tu nostra dea
(se è lecito e se ti si può chiamar così),
Vergine di doti eccelse,
tu vedi tutto questo; e (vedi) quello che Laura
non poteva fare, cioè porre fine al mio tormento terreno,
è nulla dinnanzi per le tue sconfinate capacità,
e ciò per te sarà motivo di onore, e per me di salvezza.
Vergine, in cui io depongo tutta la mia speranza
che tu possa e voglia aiutarmi in questa grande necessità,
non mi abbandonare nel passaggio estremo.
Non guardare me, ma Chi si degnò di crearmi;
non il mio valore, ma la Sua grandiosa immagine
che è presente in me, ti spinga ad aver cura di un uomo così misero.
Il potere pietrificante [dell’amore] e la mia colpa mi hanno reso un sasso
che versa un inutile pianto:
Vergine, tu riempi il mio cuore stanco
di lacrime sante e pietose,
cosi che almeno l’ultimo piano sia devoto,
privo del fango [delle inquietudini] della Terra,
come il primo non fu privo di follia.
primavera
porto
rifugio
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