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Presentazione delle Metamorfosi di Ovidio

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Ludovico Smaldino

on 11 April 2015

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Transcript of Presentazione delle Metamorfosi di Ovidio

Le Metamorfosi, in 15 libri, hanno come argomento le
trasformazioni
in piante, in animali o in fenomeni naturali di personaggi del mito, dal caos primigenio fino a Cesare, trasformato in astro, e l'apoteosi di Augusto. Si tratta di un insieme di miti diversi fra loro, che hanno come aspetto comune il tema della trasformazione.
Apollo e Dafne
Orfeo e Euridice
METAMORPHOSEON
(Le Metamorfosi) - OVIDIO
Eco e Narciso
Antigone
Medusa
Europa e Giove
Proserpina e Plutone
Venere
Danae e Giove
Re Mida
Dopo aver ucciso il serpente Pitone, Apollo si sentì particolarmente fiero di sé, perciò si vantò della sua impresa con Cupido, dio dell’Amore, sorridendo del fatto che anche lui portasse arco e frecce, ed affermando che quelle non sembravano armi adatte a lui. Cupido indignato, decise allora di vendicarsi: colpì il dio con la freccia d’oro che faceva innamorare, e la ninfa Dafne, figlia di Peneo, con la freccia di piombo che faceva rifuggire l’amore, per dimostrare al dio di cosa fosse capace il suo arco. Apollo, non appena vide la fanciulla se ne innamorò. Dafne quando vide il dio, cominciò a fuggire. Apollo iniziò allora ad inseguirla, elencandole i suoi poteri per convincerla a fermarsi, ma la ninfa continuò a correre, finché, ormai quasi sfinita, non giunse presso il fiume Peneo, e chiese al padre di aiutarla facendo dissolvere la sua forma. Dafne si trasformò così in albero d’alloro prima che il dio riuscisse ad averla. Egli, tuttavia, decise di rendere questa pianta sempreverde e di considerarla a lui sacra: con questa avrebbe ornato la sua chioma, la cetra e la faretra; ed inoltre, d’alloro sarebbero stati incoronati in seguito i vincitori e i condottieri.
Orfeo, cantore e musico tracio, sposò la ninfa Euridice, la quale nel giorno delle nozze morì per il morso di un serpente. Orfeo, disperato per la morte prematura della moglie, decise di scendere negli Inferi per pregare Plutone e Proserpina di restituirgliela. La sua supplica fu accompagnata dallo splendido suono della sua lira: invocando Amore, Orfeo chiese che la sua amata potesse ritornare con lui sulla terra, poiché il filo della sua vita era stato spezzato troppo presto. Se gli dei gli avessero negato questa possibilità sarebbe rimasto anche lui in quel luogo. La supplica di Orfeo commosse persino le Furie, che piansero per la prima volta. Il re e la regina degl’Inferi, dunque, anch’essi colpiti da tale preghiera richiamarono Euridice. Una però fu la condizione posta ad Orfeo: non avrebbe dovuta guardare la sua amata fino a quando non fossero usciti dalla vallata dell’Averno, altrimenti la grazia sarebbe stata vana. Orfeo, presala per mano, condusse Euridice per un sentiero ripido. Non lontani dall’uscita, però, per paura di perderla, il musico contravvenne al patto e si girò a guardarla. Subito Euridice fu risucchiata indietro, inutilmente cercò di tendere le braccia per essere afferrata, e disse per l’ultima volta addio al suo amore.
Plutone, re degli Inferi, innamoratosi di Proserpina, figlia di Giove e Cerere, la rapisce e ne fa la sua sposa. Cerere, venuta a sapere dove si trova la figlia, dopo averla cercata disperatamente per mare e per terra, si ritira adirata in solitudine, provocando carestia e siccità sulla terra. Allora Giove ordina a Plutone di restituire Proserpina alla madre, ma la giovane ha mangiato sette chicchi di melagrana (frutto che, connesso al mito di Proserpina, fu, poi, considerato sin dal Medioevo simbolo di resurrezione) e ciò è sufficiente a legarla definitivamente al mondo dell'aldilà. Secondo la tradizione, infatti, a chiunque si rechi nel regno dei morti e lì si cibi di alcunché, non è concesso il ritorno tra i vivi.Il re degli dei decreta, allora, che la figlia, ormai regina del regno dei morti, trascorra due terzi dell'anno sulla terra e un terzo con Plutone agli Inferi.
Narciso era un giovane così bello che tutti, uomini e donne, s’innamoravano di lui; egli però non se ne curava, anzi preferiva passare le giornate in solitudine, cacciando. Tra le sue spasimanti la Ninfa Eco, costretta a ripetere sempre le ultime parole di ciò che le era stato detto; era stata infatti punita da Giunone perché la distraeva con dei lunghi racconti mentre le altre ninfe, amanti di Giove, si nascondevano. Quando Eco cercò di avvicinarsi a Narciso questi la rifiutò. Da quel giorno la ninfa si nascose nei boschi consumandosi per l’amore non corrisposto, fino a rimanere solo una voce. Infine, poiché un amante rifiutato chiese a Nemesi di vendicarlo, Narciso fu condannato a innamorarsi della sua stessa immagine riflessa nell’acqua. Egli si lamentava poiché non riusciva a stringerla né a toccarla e i suoi lamenti venivano ripetuti da Eco. Una volta resosi conto dell’accaduto, Narciso si lasciò morire struggendosi inutilmente; quando le Naiadi e le Driadi vollero prendere il suo corpo per collocarlo sul rogo funebre, trovarono al suo posto un fiore cui fu dato il suo nome.
Narra Ovidio, che Giove, innamoratosi di una bellissima fanciulla di nome Europa, escogitò un piano per rapirla. Dopo aver chiamato Mercurio ed avergli ordinato di far scendere i buoi di Agenore (padre di Europa) verso la spiaggia, dove la fanciulla era solita recarsi con le sue compagne, Giove si trasformò in un candido toro. Europa, conquistata dalla bellezza e dalla mansuetudine dell'animale, si sdraiò sul suo dorso. Subito il toro si alzò, con la fanciulla in ed iniziò a correre velocemente verso il mare, portandola via con sé. In seguito, il padre Agenore ordinerà agli altri figli (Cadmo, Cilice e Fenice) di cercarla, senza successo; Europa diverrà regina dell’isola di Creta e avrà da Giove tre figli, fra cui Minosse.

Argo, dalle molte torri, era governata da Acrisio che aveva una sola figlia Danae, bellissima ma che non poteva succedergli al trono. Acrisio andò dunque a consultare un oracolo che gli rispose che Danae gli avrebbe dato un nipote maschio, il quale sarebbe diventato un grande eroe, ma che sarebbe stato causa della sua morte e avrebbe poi regnato al suo posto. Il re, spaventato, in una delle torri della città fece costruire una prigione sotterranea, con mura di bronzo, dove rinchiuse la figlia e diede ordine alle sentinelle di non fare entrare nessun uomo. Ma il Destino non può essere cambiato, e Zeus fece in modo che l'oracolo si adempiesse: si trasformò in pioggia d'oro e durante un temporale piovve sulla torre e penetrò sotto terra, attraversando le pareti di bronzo, inzuppò di sé Danae addormentata. Da quella pioggia d'oro nacque Pérseo, un grande eroe.
Antigone, donna troiana, figlia di Laomedonte e sorella di Priamo, osò competere con la consorte del grande Giove, Giunone, la quale adirata decise di vendicarsi. La causa della contesa tra le due era la bellezza della mortale, la quale si vantava di essere più affascinante della dea. Giunone, adirata dall'atteggiamento di Antigone, decise di vendicarsi e di trasformare la fanciulla in una cicogna bianca. Né Ilio né il padre Laomedonte poterono impedire che, spuntatele le ali, applaudisse sé stessa stridendo con il becco.
Un giorno Dioniso aveva perso di vista il suo vecchio maestro e patrigno, Sileno. Il vecchio satiro si era attardato a bere vino e si era perso ubriaco nei boschi, finché non fu ritrovato da un paio di contadini frigi, che lo portarono dal loro re, Mida. Quest'ultimo riconobbe Sileno e lo trattò affabilmente, ospitandolo nella sua reggia per dieci giorni e notti, mentre il satiro intratteneva il re e i suoi amici con racconti e canzoni. L'undicesimo giorno, Mida riportò Sileno in Lidia da Dioniso, il quale, felice di aver ritrovato il suo anziano tutore, offrì al re qualsiasi dono desiderasse. Mida, allora, gli chiese il potere di trasformare in oro tutto ciò che toccava. Il re si accorse presto però che in tal modo non poteva neppure sfamarsi, in quanto tutti i cibi che toccava diventavano istantaneamente d'oro. Rendendosi conto che la sua cupidigia di denaro lo avrebbe portato alla morte, implorò Dioniso di togliergli tale potere. Il dio, impietosito dal pentimento del re, esaudì la richiesta.
Perseo promise al re Polidette la testa della Gorgone come dono di nozze ed egli, convinto che non sarebbe riuscito nell’impresa, accettò. Perseo ebbe l’aiuto di Atena, la quale gli diede uno scudo; delle ninfe che gli donarono dei calzari alati, la kirbis e il mantello dell’invisibilità, e, infine, di Mercurio, che gli diede un falcetto. Egli riuscì a uccidere la Gorgone, che aveva uno sguardo capace di pietrificare un uomo, guardandola riflessa nello scudo. Dopo averle tagliato la testa, che mantenne il potere pietrificante, dal suo sangue sgorgò Pegaso, il mitico cavallo alato.
Adone, nato dall'unione incestuosa tra Cinira, re di Cipro, e sua figlia Mirra, era un giovane bellissimo. Venere, graffiata involontariamente da una delle frecce di Cupido, se ne innamorò perdutamente. Venere tentò invano di trattenerlo dal cacciare, ma non potè nulla. Un giorno, infatti, cacciando, Adone fu ferito mortalmente da un cinghiale. Udendo i lamenti del moribondo, la dea accorse in suo aiuto quando però era ormai troppo tardi. Nel punto in cui cadde il sangue di Adone spuntarono degli anemoni. Venere (in latino Venus, Venĕris) è una delle maggiori dee romane principalmente associata all'amore, alla bellezza e alla fertilità, l'equivalente della dea greca Afrodite.L'ipotesi più accredidata riguardo la sua nascita sostiene che essa sia nata da una conchiglia uscita dal mare.
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Ludovico Smaldino
Valeria Valeriano
Annarita Maselli
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