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Medea

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Chiara Borrello

on 15 December 2012

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Transcript of Medea

MEDEA La fanciulla, la donna, la maga: tormenti e passioni della principessa della Colchide Valerio Flacco: Medea principessa e maga Christa Wolf (scrittrice tedesca nata nel 1929 a Landsberg an der Warthe e morta a Berlino nel 2011), ha scritto un romanzo su Medea pubblicato nel 1996 . "Mi affascinava - dice la Wolf - il tentativo di giungere, per quanto possibile, alla base di tutte queste tradizioni, non con approccio scientifico, bensì come letterata, con immaginazione e fantasia nutrite tuttavia da un'ampia conoscenza delle condizioni di vita di queste figure. (..)". Indice di lettura
Boccaccio cita Medea;
La Medea cinquecentesca: Lodovico Dolce;
Jean Bastier de La Péruse;
Corneille: una Medea classica;
La Medea di Glover;
La consapevolezza di Medea in Nicolini;
Grillparzer: una Medea romantica;
Ernst Legouvé;
Christa Wolf: Medea donna saggia.
LA MEDEA A TEATRO:
La Medea di Anouilh;
La lunga notte di Medea di Corrado Alvaro;
Anouilh - Alvaro: Medea, l’esclusa. Chi è Medea?
Come conosce Giasone?
DECLINAZIONI LETTERARIE DI MEDEA :
Le Argonautiche di Apollonio Rodio;
La Medea Euripidea;
Tra Ennio e Cicerone: la romanizzazione della Medea;
Valerio Flacco: Medea principessa e maga;
La Medea di Ovidio;
Seneca: la Medea nera;
Draconzio: Medea come “virgo cruenta”; MEDEA NELLA PITTURA:
Delacroix;
Il Pittore delle Muse, John William Waterhouse;
Anselm Feuerbach;
Evelyn de Morgan;
Anthony Frederick Augustus Sandys
MEDEA, IL BALLETTO
Samuel Barber
MEDEA NEL TEATRO MODERNO:
Cherubini.
MEDEA AL CINEMA
Pasolini Figlia del re dei Colchi, Eeta, proveniente dalla Colchide, una regione del Caucaso. Medea è legata, secondo una leggenda, a una stirpe divina ed al mondo della stregoneria.
La storia di Medea si lega al mito degli Argonauti e alle vicende del loro eroe, Giasone. Quest’ultimo era figlio di Esone, è il legittimo erede del trono di Iolco, in Tessaglia. Ma, fin dall’inizio della sua vita, i suoi diritti e la sua esistenza stessa vengono minacciati dal fratellastro del padre, Pelia, che scaccia Esone dal suo regno. Giasone divenuto adulto rivendica il regno da parte di Pelia: lo otterrà solo se recupererà il Vello d’oro giungendo fino in Colchide, sulle rive del mar Nero; il Vello è ora nelle mani di Eeta che lo conserva nel bosco sacro ad Ares, protetto dalla sorveglianza continua di un dragone. CHI E’ MEDEA? Come conosce Giasone? Durante questa impresa Giasone e Medea si legano l’una all’altro. Il principe si imbarca sulla nave “Argo” e conosce Medea nella Colchide: al primo sguardo si innamorano. La storia non è nuova, è quella tipica di una fanciulla che affranca l’amato e , per amore, l’aiuta nell’impresa. DECLINAZIONI LETTERARIE DI MEDEA Le Argonautiche di Apollonio Rodio All'elemento erotico si unisce anche il tema della donna tradita e abbandonata. Apollonio Rodio nel suo poema, “ Le Argonautiche”, dedica pagine ai risvolti psicologici e sentimentali della vicenda. Medea aiuta Giasone disperato dinnanzi alle prove che Eeta gli ha imposto di superare e vi trova rimedio: esperta di farmaci, gli dona un filtro che rende invulnerabili e gli offre saggi consigli per affrontare i guerrieri nati dalla terra. A sua volta Giasone promette di portarla con sé in Grecia e farla sposa.
Giasone, superate le prove, deve ancora affrontare il drago che veglia sul Vello e Medea, e questa, temendo l’ira paterna, fugge dalla reggia e chiede asilo agli Argonauti. Secondo Apollonio, dunque, la fuga di Medea è volontaria, e determinante è la promessa di matrimonio di Giasone. La fuga all’insegna del terrore Per ordine di Eeta i Colchi, guidati da Apsirto, fratello di Medea, li seguono per mare. Bloccati presso le isole Brigie, gli Argonauti pongono in atto un primo tentativo di tradire Medea per salvare loro stessi e il Vello: tradimento. Il tradimento Medea reagisce con aspra collera rivolgendosi a Giasone:
“ Dove sono finiti i giuramenti in nome di Zeus, dove le dolci promesse? Per quelle ho lasciato la patria… ho lasciato la gloria della mia casa e i genitori, e tutto quello che mi era più caro, e sono partita lontano, sul mare, con i malinconici alcioni, a causa delle tue imprese, perché tu compissi la prova incolume contro i tori e gli uomini nati dal suolo” (Trad. Paduano)
Giasone spiega la necessità di difendersi da Apsirto e lei ribatte con la “necessità” di eliminarlo. Un atto ancora più terribile tiene insieme il legame tra i due amanti: un delitto di sangue, un fratricidio. Con l’inganno convince Giasone ad ucciderlo e, senza alcun esito, getta il corpo del fratello morto in mare dopo averlo fatto a pezzi.
Medea corre il rischio di tornare nelle mani del padre così la dea Arete ,regina dei Feaci, organizza frettolosamente il matrimonio. Gli sposi giungono in Tessaglia già sposati, per “necessità”. La passione amorosa di Medea Contrariamente a quanto accade nell’epos omerico e nella poesia lirica, Apollonio sviluppò per primo una tecnica analitica attenta a tutti i particolari psicologici che accompagnano il nascere di un amore ancora inconsapevolmente.
Quando Giasone e gli Argonauti lasciano il palazzo di Eeta, Medea segue con lo sguardo l’eroe che si allontana; neppure lei sa spiegarsi il motivo di tanto interesse per uno sconosciuto. In lei continuano, anche dopo, ad affollarsi le immagini visive ed uditive della sua presenza. In questi gesti apparentemente banali Medea vede la perfezione.
Egli, volando via dalla sala dall’alto soffitto,
si precipitò fuori scoppiando a ridere; ma la freccia ardeva
nella fanciulla, nel profondo del cuore, simile a una fiamma.
Sempre lanciava in faccia all’Esonide occhiate lampeggianti
e la mente, pur saggia, le era rapita dal petto dall’affanno;
non aveva più altro pensiero e l’animo era preso da un dolce dolore.

( Argonautiche, III, 285-290) Il dardo di Eros Il racconto d’amore tra Medea e Giasone ha inizio nel momento in cui Eros scaglia un dardo contro la fanciulla per obbedire all’ordine di Afrodite. LA MEDEA di EURIPIDE Il poema di Apollonio costituisce l’antefatto della tragedia euripidea: giunta a Iolco insieme a Giasone, Medea provoca la morte del vecchio Pelia in modo cruento istigando al delitto le sue stesse figlie le quali, convinte di farlo ringiovanire, come Medea le convince a credere, lo fanno a pezzi e lo mettono a bollire in un paiolo.
Il figlio di Pelia, Acasto bandisce dal regno la coppia. Giasone e Medea riparano a Corinto.
Quando si apre il dramma l’evento fondamentale è già successo: Giasone ha abbandonato Medea per sposare la figlia di Creonte, re di Corinto ( Glauce o Creusa, Euripide non rivela il nome). Oltre al ripudio subito Medea e i figli si vedono anche esiliati per mano del re, il quale temeva gli strani poteri della straniera. La vendetta di Medea Per mezzo dei figli, Medea invia a Creusa dei doni stregati che provocano la morte atroce della principessa di Corinto e anche quella del padre, il re Creonte, accorso in suo aiuto. Poi uccide i figli. Alla fine, fugge sul carro del suo avo, il Sole, diretta ad Atene dove Egeo, re di Atene, le ha promesso asilo. A Giasone non resta che maledirla e piangere la sorte dei figli e la sua stessa sorte.

È quasi sicuro che l’infanticidio sia stato una sua scelta;i figli sono, prima di ogni altra cosa, figli di Giasone, sangue del suo sangue. E’ un piano preciso e meditato quello che Medea espone nel terzo monologo(vv. 764-823): non ucciderà Giasone ma lo distruggerà privandolo di quella discendenza per la quale Egeo si è detto disposto a tutto. La tragedia si conclude con la fondazione, a Corinto, di un culto dei figli di Medea, e Pausania ci informa che a Corinto esisteva effettivamente un rito ad essi dedicato. UN' IPOTESI DI LETTURA La sposa tradita Il dolore della donna non ha limiti; il discorso della Nutrice, l’intervento del Pedagogo e i commenti del Coro (composto dalle donne di Corinto) non possono che unirsi al suo pianto e considerarla una vittima: agli occhi di tutti Giasone è il “cattivo sposo” (κακόνυμφος). Lo stato di Medea è però di totale passività: per due volte la Nutrice parla di sguardi minacciosi che Medea rivolge ai figli incolpevoli, Giasone, la sua nuova moglie e tutta la famiglia reale di Corinto. La Nutrice avverte: la donna è disperata, violenta, selvaggia e terribile. Medea reagirà con qualcosa di “nuovo” ( τι νεόν). L’invito alla misura, a non oltrepassare i limiti, con cui la Nutrice conclude il discorso, rappresenta il messaggio che anticipa gli eventi, quelli inauditi che andranno oltre ogni ragionevolezza. Infine la Medea che appare sulla scena (vv. 214-266) non è la selvaggia straniera della Colchide, piuttosto è simile alle donne di Corinto. È una moglie che con lucido autocontrollo denuncia la sua condizione di sposa tradita in antitesi con le condizioni della figlia del re. Tutto il monologo è un efficace “captatio benevolentiae” rivolta al Coro. Medea, donna sapiente La condanna della donna all’esilio con i figli è contraddittoria alle sacre leggi dell’ospitalità, famose soprattutto ad Atene; è una grave sciagura. Mentre le donne del coro la compiangono per il “mare di sciagure”, durante il dibattito con Creonte emerge il lato “nuovo” della donna, un “nuovo” quasi sempre sinonimo di male. Il ricordo va ai poteri magici e agli incantesimi della maga Circe; ma nel V sec. a.C. la “sapienza” di Medea non si configura come magia, piuttosto come intelligenza “eccessiva” e pericolosa.
La definirei quasi furbizia nell’ottenere dal re quella dilazione di un giorno che dichiara necessaria per provvedere alla partenza sua e dei figli, ma che in realtà vuole sfruttare per mettere a punto i piani di vendetta. Scene dal mito di Medea: invio dei doni a Creusa, morte di Creusa, partenza di Medea con le salme dei figli. Sarcofago greco di marmo, 150-170 d.C. Artista sconosciuto MEDEA, IL PERSONAGGIO Medea è l’eroina negativa, personaggio tipicamente euripideo. E’ accostabile alla Clitennestra che domina l’”Agamennone” di Eschilo: hanno in comune la volontà di potenza e di dominio, la fredda determinazione, la capacità di persuadere e ingannare per raggiungere i propri scopi.

Medea inaugura una serie di protagoniste femminili, da Fedra all’Ecuba, che fanno della vendetta il loro scopo supremo. Generalmente le ritorsioni sono rivolte verso l’esterno e non verso l’interno, verso la propria famiglia: in questo senso Medea è un caso unico sulla scena attica. È un personaggio tragico che condivide con tutti i protagonisti della tragedia attica quella capacità di muoversi al limite della vita.
Attribuendole l’infanticidio, Euripide ha voluto portarla sull’orlo dell’abisso, non sottoporla a un giudizio etico. gggg Con Medea infanticida Euripide ha consegnato alla storia della letteratura un personaggio ingombrante: nessun altro delitto è comparabile a questo. Per tutti gli altri autori che hanno affrontato l’argomento, l’infanticidio si è rivelato un banco di prova per l’azione drammatica e una trappola per il personaggio. Tra Ennio e Cicerone: la romanizzazione della Medea Le tragedie enniane ebbero successo e ripercussioni anche durante l’età di Cicerone. Nel corso della sua accorata difesa di Celio (Pro Caelio 18) Cicerone, rispondendo all’accusa mossa al suo assistito di aver abbandonato il tetto paterno, ribatte che il giovane imputato ha optato per una nuova casa sul Palatino su consiglio del genitore stesso e che anzi proprio lì sono iniziati i suoi guai: in quei luoghi, infatti, si sono consumati gli incontri tra Celio e Clodia, la Medea Palatina temibile tanto quanto la mitica principessa della Colchide. Cicerone però non si limita a identificare, la sorella di Clodio con la maga infanticida, l’oratore fa sfoggio della sua erudizione mediante il prologo della Medea di Ennio, la prima tragedia in lingua latina incentrata sulle vicende dell’eroina colchica. “Utinam ne in nemore Pelio… ac longius mihi quidem contexere hoc carmen liceret: nam numquam era errans hanc molestiam nobis exhiberet Medea animoaegro, amore saevo saucia” Pro Caelio 18 (vv. 1, 8-9),

Traduzione “ «Oh, se mai nel bosco del Pelio...» e certo mi sarebbe possibile proseguire ancora nella citazione: «mai infatti la padrona vagando» ci procurerebbe questo fastidio, «Medea dall’animo afflitto, ferita da un amore crudele» ” Nel passo enniano citato da Cicerone la persona parlante è la nutrice di Medea: nell’accorata invocazione iniziale (Utinam ne in nemore Pelio…) la vecchia balia esprimeva il desiderio che tutto ciò, come la costruzione della stessa nave Argo, non fosse mai accaduto. Se ciò non fosse successo in passato, concludeva la nutrice, mai Medea avrebbe osato abbandonare la casa paterna, né sarebbe stata vittima della ferita da un amore tanto furioso (saevo) quanto nocivo per il suo animo (aegro animo). Sono chiari il fine di Ennio e l’acume retorico della sua operazione: offrire un amaro ritratto della situazione presente (Medea e la sua “malattia d’amore”)reso ancor più intenso Il prologo della Medea enniana riprende fedelmente il modello greco euripideo, apportandovi significative modifiche. Notevole è soprattutto l’omissione di un particolare: Ennio, infatti, non menziona l’impresa che gli Argonauti portarono a termine con successo presso le isole Simplegadi, dopo la partenza da Iolco.
Ma più di ogni altra innovazione, pare significativa l’attenzione dedicata dal poeta di Rudiae alla cosiddetta Pathetisierung (“patetizzazione”, per usare le parole di W. Röser): Ennio riserva allo stato d’animo della protagonista l’intero verso 9. Diversamente dalla Medea di Euripide, il testo latino manifesta infatti sin dal prologo una spiccata propensione per l’accentuazione dell’elemento patetico; lo scopo dell’autore è soprattutto dare enfasi al dolore di una donna pur macchiatasi di colpe incancellabili. Non si può pensare che, in un momento storico di delicati equilibri politici e culturali, il pubblico romano potesse mettere a rischio la propria identità avvicinandosi a quella di una maga straniera, rea innanzitutto di aver abbandonato il proprio tetto. Medea, dunque, doveva essere colpevole con ogni probabilità già per Ennio: lo comprese anche Quintiliano, che chiosando i versi enniani, connotò la condizione di Medea
come quella di una donna certo misera ma anche nocens L’opera di Valerio Flacco è l’ Argonautica: narra cioè le vicende della nave Argo. Valerio, a differenza di Apollonio che scrisse quattro libri imponenti, Valerio scrisse otto libri, più brevi, che si interrompono bruscamente per la morte dell’autore. La vicenda segue nel suo complesso gli avvenimenti narrati da Apollonio Rodio, con una sola, notevole eccezione: l’inserzione della guerra tra Eeta e Perse.
La Medea di Valerio è una donna impressionabile, dalla sensibilità esasperata, esperta di incantesimi e, nello stesso tempo, intensamente femminile. Come afferma C. Salemme (“Medea. Un mito antico in Valerio Flacco, Loffredo, Napoli 1991), “Su di lei, lacerata fra l’amor verso Giasone e il pudor, incombe una serie di tristi connotazioni che lasciano presagire gli amari sviluppi della vicenda. Non più la grazia sensuale dell’alessandrinismo, ma toni cupi, toccanti, che coinvolgono la sfera umana e quella divina.[…] il disegno perverso di due dee, Venere e Giunone, rispetto al quale è difficile stabilire dove inizi e dove finisca la responsabilità di Medea innamorata. […]La Medea di Valerio Flacco resta una fresca fanciulla di un paese remoto, destinata a lasciare il suo mondo e ad abbandonarsi a uno straniero per un gioco malevolo di due divinità che quasi fisicamente, col loro contatto, le infondono una divorante passione. […]La Medea di Valerio è una figura resa viva da una coerente fantasia poetica, che ha trasfuso in essa la sensibilità tormentata e le perplessità del I secolo dell’età imperiale. […]Valerio ha saputo scoprire e rivelare sensazioni con uno stile adatto a registrare le più delicate e morbose crisi dell’anima” Nel costruire la sua Medea, Valerio Flacco tiene conto di entrambi gli aspetti, creando una figura di potente ambiguità: principessa, donna innamorata e maga. La Medea di Ovidio Ovidio tratta del mito di Medea in due distinte opere: le Heroides e le Metamorfosi. Seneca: la Medea nera Ecco la Medea “nera” a cui non viene riconosciuta alcuna attenuante. Il Coro stesso fin dall’inizio è schierato contro di lei e addirittura a favore di Creusa, la sposa di Giasone. Accentuandone il carattere stregonesco della protagonista, Seneca vuole denunciare le pratiche in uso al suo tempo che offendevano il culto degli dei.
Infine se in Euripide nell’ultima apparizione Medea è sul carro del Sole, in Seneca è sul tetto della sua casa con un figlio vivo e l’altro morto e si libera dei corpi scagliandoli a terra ai piedi del marito annichilito, e urla “ Tieniti i tuoi figli, padre”. Giasone qui è innocente e fondamentalmente buono, è un merito l’essersi liberato di lei. Ogni autore conferisce alla vicenda una diversa aura drammatica e ciò dipende sia dal suo rapporto col genere tragico, sia con la storia del suo tempo. Pur rispettando la trama euripidea, Seneca invade la scena imponendo la sua personalissima visione e interpretazione della vicenda. Medea è concepita fin dall’inizio come personaggio infernale. La sua esistenza è una trama di delitti consapevoli - Apsirto, Pelia-. L’idea dell’infanticidio è presente fin dall’inizio e si concretizza quando Giasone manifesta la preminenza di questi nell’universo dei suoi affetti: il legame padre-figlio nell’ideale romano è simile a quello greco ma qui la risoluzione di Medea risuona solo come pura perfidia (e non come tentativo di distruggere il padre tramite i figli). Nel primo testo è la donna a parlare cercando di commuovere il marito, ma il racconto si interrompe prima del compimento della tragedia e il suo completamento è possibile al lettore solo attraverso la memoria letteraria.
n due Heroides, la sesta e la dodicesima, presentando due versioni alternative del personaggio: la perfida maga nella sesta e la donna innamorata e tradita nella dodicesima. La Medea delle Metamorfosi è ben diversa: essa oscilla tra ratio e furor, mens e cupido, riprendendo, almeno in parte, la giovane tormentata dai rimorsi di Apollonio Rodio, divisa tra il padre e Giasone. Medea si dilania tra incertezza, paura, commozione e compassione.
Nel libro VII delle Metamorfosi le due immagini della protagonista erano state riproposte in due momenti successivi della saga: in Colchide, la fanciulla che si abbandona all’amore; in Grecia, la maga malvagia (utilizza esplicitamente la parola "arte" ,vv.171-179, mostrandosi come una vera strega). Pseudo Seneca- Museo Archeologico di Napoli Anton von Werner: Ovidio. Draconzio: Medea come “virgo cruenta”
Blossio Emilio Draconzio è stato poeta e oratore cristiano della tarda latinità del V secolo d.C. Afferma di voler fondere tutti i motivi tipici del mito di Medea; lo fa invocando la Musa Melpomene e la Musa Calliope. Medea e Giasone appaiono tutti mossi dal destino e dalla volontà degli dei, legati come sono agli scontri tra Venere e Diana. All'inizio Medea è descritta come una "virgo cruenta" , ma viene definita maga solo a verso 343. Caratteristica che colpisce è che è la donna a rubare il Vello d'oro donandolo poi a Giasone. Giasone appare per tutta la narrazione come una figura passiva. E’ Medea stessa, sarà lei a donare a Glauce la corona da cui prenderà fuoco l'intero palazzo. Ma il punto culminante della tragedia è il sacrificio che Medea offre a Diana:i suoi figli, così che l'infanticidio non è più condotto per vendetta, ma come richiesta di perdono. Nella scena finale l'autore riprende l'episodio del carro, ma questa volta il volo della donna ha valore semantico e non narrativo: Medea si riunisce a Diana e ritorna la virgo cruenta dell'inizio della narrazione, lasciando a terra tutto ciò che era ancora legato a Giasone. De mulieribus claris (trad.: Le donne famose) è un'opera in lingua latina composta da Giovanni Boccaccio tra l'estate del 1361 e quella del 1362, e che raccoglie le biografie di 106 donne famose. L'opera descrive, a scopo morale, le vite di 106 donne famose dell'Antichità e del Medioevo: attraverso le loro azioni, sia buone che cattive, l'autore intendeva presentare degli esempi e spronare alla virtù. Incisione rappresentante Boccaccio Boccaccio cita Medea La Medea cinquecentesca: Lodovico Dolce Edita a Venezia dal Giolito nel 1557, come le altre tragedie di Dolce, la sua Medea non è altro che un largo rifacimento dell'originale greco. Non può esser definita una traduzione, nonostante la scarsa fedeltà all'originale delle traduzioni dal latino delle tragedie di Seneca, sia perché Dolce ignorava la lingua greca, sia perché la corrispondenza del testo del Dolce con il testo di Euripide non è molto stretta. L'atteggiamento del Dolce, nei confronti dei classici, è quella del poligrafo, ossia del divulgatore all'epoca del diffondersi della stampa o, come lo definiva il Dionisotti, di "operaio della letteratura". Tu comandi, ch’io fugga. / Rendimi la mia nave, / O torna il mio compagno, / Perché, vuoi tu, ch’io me ne fugga sola; / Poi, che sola io non venni?
(Ludovico Dolce, Medea, Atto II) Jean Bastier de La Péruse Pèruse è un poeta e drammaturgo francese della prima metà del ‘500. La Médée appartiene, infatti, al periodo più fiorente del Rinascimento francese presentando da una parte, il frutto della ricercata ispirazione ai due principali drammi antichi su Medea: la Medea di Seneca, in particolare, di cui riprende alcune parti significative della trama come la versione senechiana dello smembramento di Apsirto e la sua apparizione nel finale come ombra che conduce Medea all'assassinio dei figli, e, naturalmente, la Medea di Euripide; dall'altra enfatizzando la parte più cupa e passionale (nella crudeltà o nell'amore) di questa complessa figura drammatica della tragedia greca. La prima edizione dell'opera («La Médée, tragédie et autres diverses poésies») risale al 1555 ed è stata pubblicata postuma come gran parte delle opere del giovane drammaturgo. Il dramma di La Péruse costituisce il capostipite delle diverse riproposizioni in lingua francese - da Pierre Corneille e Bernard de Longepierre a Marc-Antoine Charpentier - del tema tragico di Medea. Corneille: una Medea classica Pierre Corneille è stato un drammaturgo e scrittore francese.Gli inizi della carriera teatrale sono caratterizzati dalla cosiddetta "commedia eroica". Nel 1635 esordisce nel genere tragico con Medea. Opera interventi determinanti sulla struttura della tragedia: elimina il coro, aggiunge personaggi di spalla,modifica situazioni e sentimenti. Giasone ripudia Medea per amore e interesse. Creusa lo salva dall’esilio a cui era stato condannato con Medea: si accende in lui il desiderio di riconoscenza che si tramuta in passione. Insieme intrecciano duetti amorosi che hanno la stilizzata leggerezza dei balli di corte tipici del ‘700 Egeo è il re di Atene ma il suo ruolo ha minor importanza; si innamora di Creusa che lo respinge. In mezzo a queste peripezie si muove la protagonista: nei monologhi e nei dialoghi ripete gli antichi moduli ma adesso le sue recriminazioni non commuovono, le sue minacce non spaventano. È grottesca l’immagine di lei e dei suoi poteri magici (un tratto desunto da Seneca): impugna la bacchetta a mo di fata. La vendetta è reale e sanguinaria. Creusa muore tra le braccia di Giasone: è un tragico duetto espressione del sentimento reciproco. I figli non costituiscono più il nodo centrale della tragedia: Medea li rifiuta perché figli di Giasone e quest’ultimo li respinge perché strumenti inconsapevoli della vendetta. “ C’est vous, petits ingrats que, malgrè la nature, il me faut immoler dessus leur sepulture.” Medea fugge sul carro alato pronunciando parole di sarcasmo, fedele al vecchio copione. Ma Giasone si uccide per la disperazione di aver visto morire Creusa.
Corneille costruisce dunque la sua Medea “plagiando” Euripide e Seneca e usando moduli tipicamente classici e la colloca su una scena nuova nel quale è rigida o eccessiva: è straniera Corneille- Philippe Lemaire.Museo del Louvre La Medea di Glover Glover è un poeta inglese che visse a cavallo tra la prima e la seconda metà del ‘700. Scrisse la tragedia della Medea nel 1763. Si tratta di un adattamento della tragedia di Seneca ed Euripide rispetto ai gusti degli inglesi del tempo, amanti di trame drammatiche ed emotive incentrate su figure femminili idealizzate, tormentate ma virtuose. L'infanticidio non è più un'azione deliberata, bensì è causato dalla pazzia. Inoltre, Glover tese ad evidenziare il trionfo del male e per questo motivo pose questa entità in primo piano all'interno di tutta l'opera. Il volto consapevole di Medea in Nicolini Nel diciottesimo secolo, in Italia la Medea di Giovan Battista Nicolini, in metri metastasiani, è una donna consapevole di sé e del suo terribile coraggio. Il suo amore è una violenza selvaggia, ma ha coscienza della sua tragica natura, contro la quale tuttavia non ha la forza di lottare. È un personaggio nuovo, e molto moderno Grillparzer: una Medea romantica Franz Grillparzer (1791 –1872) è stato uno scrittore e drammaturgo austriaco il quale concepì l’idea di costruire intorno al personaggio di Medea una trilogia drammatica che fu rappresentata per la prima volta nel 1821, intoltala Il Vello d’oro e le parti di cui si compone sono: L’ospite, Gli Argonauti, Medea. Nel secondo, Gli Argonauti, è già una donna diversa segnata per sempre da quel tragico evento che l’ha tramutata in una maga regina delle ombre. Vive in una torre diroccata da cui trapelano fioche luci. In quest’atmosfera nasce l’amore per Giasone, con uno sguardo vissuto come una forza irresistibile quasi paurosa. Nel terzo, Medea, la maga della Colchide appare nell’atto di seppellire metaforicamente e materialmente ciò che la lega al passato: gli abiti stranieri, le insegne di maga, il Vello. La sua diversità è data anche dall’aspetto fisico, a cui ora per la prima volta si fa esplicitamente riferimento. Medea appare debole,umiliata, inerte. Gli eventi che la portano alla vendetta si susseguono rapidi e “qualcosa di orrendo” (come in Euripide) prende forma in lei.
Nella concezione di Grillparzer Medea è una creature “innocente”: si vuole disfare dei suoi poteri magici ma la sua stessa esistenza è legata a quella del Vello d’oro Nel primo la protagonista è una fanciulla “selvatica”, ingenua ed entusiasta, amante della natura e della caccia, ignara dell’amore e sprezzante verso gli uomini. L’uccisione a tradimento di Frisso, il portatore del Vello, scatena in Medea una reazione profonda che cambia la sua vita. Statua di Franz Grillparzer nel Volksgarten di Vienna. Ernst Legouvé Medea è una tragedia in 3 atti ed in versi di Ernst Legouvé. Fu rappresentata a Parigi nel 1856, in una traduzione in italiano e nell'interpretazione di Adelaide Ristori. L'opera era stata scritta nel 1854 per la celebre Rachel. L'autore segue le tracce di Euripide e Seneca, ma nella sua opera pone di fronte le due mogli di Giasone più spesso. La loro rivalità diventa la novità e l'interesse dell'opera, che diventa più dolce, ma anche più debole dei suoi grandi modelli. Christa Wolf: Medea donna saggia Il sottotitolo del libro è "Stimmen", ed è proprio dall'alternarsi delle voci di sei personaggi che il racconto scaturisce: l'io narrante si moltiplica nelle voci di Medea, Giasone, Agameda, Acamante, Leuco e Glauce. Nella Medea della Wolf si nota la riscoperta del mito originario, quello prima di Euripide. Medea viene privata dall'autrice di qualsiasi tratto demoniaco, malefico: è la donna saggia, "colei che sa consigliare e provvedere", libera e orgogliosa creatura. Christa Wolf Fotografo:Eckleben, Irene MEDEA A TEATRO La Medea di Anouilh Nella tragedia di J.Anouilh Giasone è il greco “figlio di un cielo di ragione”, incarna il desiderio di ordine e pace; Medea è la “barbara”, rappresenta la trasgressione, il disordine tradotto in violenza. Quando i Corinzi, furenti per la morte dei sovrani, accorrono in folla verso il carrozzone Medea non può sottrarsi alla loro vendetta: qui non comparirà nessun carro alato. Rovesciando quindi i parametri tradizionali, in Anouilh Medea muore e Giasone trionfa. Il messaggio finale del dramma sembra avere questo significato: Medea deve morire, l’ordine esige le sue vittime. Come può Giasone ristabilire l’ordine, straniero per il popolo corinzio e lui stesso responsabile di aver provocato la distruzione dell’ordine primitivo? Come può arrogarsi il diritto di imporre il suo dominio e le sue leggi? La lunga notte di Medea di Corrado Alvaro Medea non ha più nulla dell’antica maga, è solo una straniera perseguitata. I doni che essa invia a Creusa non sono avvelentati: è la diffidenza di Creonte e il sospetto della sua gente a trasformali in un atto di accusa (“Abbiate paura dei doni della fattucchiera! Non vi avvicinate! I doni di Medea sono mortali!”). “Medea”- spiega Alvaro- “ mi è apparsa un’antenata di tante donne che hanno subito una persecuzione razziale. Secondo me ella uccide i figli per non esporli alla tragedia del vagabondaggio, della persecuzione, della fame: estingue il seme di una maledizione sociale e di razza, li uccide in qualche modo per salvarli, in uno slancio di disperato amore eterno”. Anouilh - Alvaro: Medea, l’esclusa Nella diversità della loro messa in scena, Anouilh e Alvaro approdano a risultati analoghi. Pur senza togliere a Medea il triste privilegio di uccidere i figli per sua mano, alleggeriscono la pesante eredità del gesto attribuitole da Euripide e la “assolvono” dall’intrigo e dalla premeditazione. L’infanticidio è un gesto di amore e pietà. Medea nella pittura Delacroix La figura di Medea accompagna Delacroix nel periodo della maturità artistica; il pittore dipinse ben tre versioni del dipinto, interpretando il soggetto con sfumature sempre diverse; ma chi era Medea e quali significati simbolici poteva possedere agli occhi del pittore romantico? In epoca romantica la figura di Medea è stata interpretata alla luce delle teorie sul sublime che, dalla famosa Inchiesta filosofica sull’origine dei sentimenti del bello e del sublime di Burke (1757), il sublime si identificherà all’inizio dell’Ottocento con il confine tra il dominio della ragione e quello delle passioni estreme, tra il regno della natura e quello della potenza creatrice divina. In quest’ottica, ogni essere umano può essere indotto a compiere atti estremi se la tendenza alla sublimazione dei propri sentimenti prende il sopravvento.
Alla luce di questa cornice, la figura di Medea viene interpretata nell’Ottocento come l’incarnazione del travalicamento del confine tra ragione e furore, tra nobiltà e orgoglio accecato. Delacroix dipinse Medea in tre versioni: la prima, conservata al Museo di Lille, è del 1838; la seconda (Staatsgalerie di Berlino) risale al 1859; l’ultima versione venne dipinta nel 1862 e si trova attualmente al museo del Louvre La versione di Lille avrebbe dovuto formare un ideale trittico insieme ad altre due tele (La barca di Dante e Il massacro di Scio, rispettivamente del 1822 e del 1824) in cui Delacroix aveva trattato il tema delle conseguenze che derivano dall’irrefrenabilità della passioni umane. Lille, Musée des Beaux-Arts, Olio su tela, 260 x 165 cm1838 Nel 1859 Delacroix affronta di nuovo il ritratto di Medea : questa volta il colore prevale sulla forma, più grossolana e sbozzata, la composizione generale dell’immagine risulta influenzata da una concezione teatrale e tardo barocca che orchestra sapientemente le macchie di ombre e luci, enfatizzando lo slancio furioso della donna e la disperata resistenza dei figli. Berlino, Staatsgalerie, Olio su tela, 129 x 98 cm, 1859 La versione finale, destinata al Museo del Louvre, venne conclusa tre anni dopo, nel 1862. Quest’ultima versione unisce alla composizione calibrata della prima l’impeto del colore della tela tedesca, condensando anni di ricerca pittorica sul colore e sull’espressività della pennellata.L’ombra sul viso di Medea si è già affacciata: stringe il pugnale, afferra con forza sconosciuta i figli, volge lo sguardo altrove: il sonno della ragione ha appena generato un nuovo mostro. Parigi, Louvre, Olio su tela, 122 x 84 cm, 1862 Il Pittore delle Muse, John William Waterhouse E’ stato un pittore inglese noto per aver lavorato in stile preraffaellita quando il movimento si era però estinto.I suoi lavori più famosi sono stati prodotti, infatti, alcuni decenni dopo lo scioglimento della Confraternita dei Preraffaelliti Anselm Feuerbach è stato un pittore tedesco, il più importante esponente della pittura neoclassica tedesca del XIX secolo.
Medea appare in primo piano avvolta da un ampio panneggio bianco e rosso come il sangue di un delitto ancora da compiere. Il vento soffia asciugando le lacrime amare che la nutrice, sommessa, versa nell’ascoltare il suo cuore pieno di cattivi presagi. Sotto un cielo che preannuncia tempesta, la nave dei pescatori giunge a riva sospinta da uomini distrutti dalla fatica e bagnati dal sudore sotto gli occhi innocenti di due teneri bambini che inconsapevoli, cercano l’abbraccio di una madre accecata dalla vendetta.
Raffigurata nell’attimo in cui la sua mente medita il tragico riscatto, ella è in preda ad un pathos dominato e sommesso, consapevole dell’infelicità perpetua che presto strazierà il cuore dell’infedele Giasone. Anselm Feuerbach Evelyn de Morgan Anthony Frederick Augustus Sandys Medea, il balletto Il balletto di Medea fu composto nel 1947 da Samuel Barber (1920-1981), uno dei più noti compositori americani, ed è considerata la sua opera più significativa. La musica, così lirica, si fonde perfettamente con il personaggio di Medea, drammatico e passionale. Carla Fracci raggiunge nell’interpretazione di questo personaggio una eccezionale ed ineguagliata intensità, rendendo perfettamente la drammaticità di Medea, in lei si ritrovano le passioni vere di ogni donna innamorata. Medea nel teatro moderno Medea in Cherubini Medea, nel primo Atto dell'Opera, torna da Giasone ormai in procinto di sposare Glauce figlia di Creonte, e il suo obiettivo e di vendicarsi dell'onta subita con l'inganno e l'astuzia. Medea - maga e donna innamorata resa madre da Giasone - il conflitto severo tra la sua condizione di sposa rifiutata e di madre è vissuto in gran parte sotto il segno della maga. La visione dell'innocenza pura e della
fragilità dei piccoli figli non riesce ad accompagnare e sublimare in lei la consapevolezza della sua colpa, del tradimento da lei effettuato della sua femminilità, che inevitabilmente l'ha fatta essere strumento delle forze del male. Tale atteggiamento le aveva permesso di usare le sue arti magiche
per sedurre Giasone e per permettergli la conquista del Vello d'oro. Nel corso dell'Opera ucciderà non solo i propri figli ma anche Glauce e se stessa e giungerà alla distruzione della reggia col fuoco: non c'è futuro per nessuno dopo l'esecuzione della vendetta di Medea.
Ella, uccidendo in primis la propria sensibilità e realtà psichica di donna e di madre, non può non determinare anche la fine del futuro degli altri protagonisti della vicenda. Medea al cinema Pasolini e la sua Medea
La partecipazione, nel ruolo di protagonista, di Maria Callas, presentata a Pasolini dal produttore del film, Franco Rossellini, venne considerata un evento straordinario, anche perché la famosa cantante lirica, dopo avere interpretato sulle scene dei teatri d'opera di tutto il mondo Medea, l'opera di Luigi Cherubini (Firenze 1760 - Parigi 1842), aveva già ricevuto offerte, sempre rifiutate, per un'interpretazione cinematografica del personaggio. Nel film dedicato a Medea, Pasolini ha ricreato quest’aura di sacralità propria del rito antico e ne ha investito quasi con violenza Medea nell’arco delle vicende che la conducono dalla Colchide a Corinto. Nel film di Pasolini, la contrapposizione dei luoghi – Colchide, Corinto- diventa simbolo del contrasto tra spirito religioso e spirito laico.
Il contrasto trova espressione visiva nelle due terre, quella di Giasone “piatta, malinconica, realistica”; quella di Medea “tra i folti calanchi, le rupi mostruose”.
Nella Colchide Medea è una sacerdotessa dei riti solari e lunari. A causa di Giasone, Medea perde ogni contatto con la sua realtà e con se stessa. Tutti i suoi gesti acquistano la pesantezza dei gesti puramente umani, il mondo è fisicità pura e uccidere è solamente colpa. Nella geometrica astrattezza della città di Corinto, simboleggiante ostilità, Medea perde l’amore e così la sacralità della vita. Sacro è il gesto con cui Medea consegna ai figli la veste per la sposa di Giasone; come sacra è l’uccisione dei figli, preceduta dal lavacro purificatore.
Dal punto di vista umano anche per Pasolini la tragedia rimane irrisolta, restituendola all’amabiguità euripidea. Tra maggio e agosto 1969 Pasolini girò Medea, prevalentemente in Siria e in Turchia. Era divenuto un regista di punta del cinema italiano e ciò gli procurò critiche di connivenza con il potere, poiché l'industria cinematografica rappresentava uno degli strumenti della omologazione di massa.
Nel corso di una trasmissione televisiva a uno studente che gli rivolgeva appunto tali accuse, Pasolini rispose: "Io strumentalizzo la produzione che c'è, la produzione che c'è strumentalizza me, vediamo un po', facciamo questo braccio di ferro, vedremo un po' di chi sarà la vittoria finale." Chiara Borrello
III H
Anno scolastico 2012/2013 Fonti : - Euripide Medea, introduzione e traduzione di Maria Grazia Ciani; commento di Davide Susanetti, con testo a fronte. Ed. Marsilio 1997, collana " Il convivio" , - Euripide - Medea, Il conflitto tra ragione e passione. Edizione speciale Rizzoli per il Corriere della Sera, "I classici del pensiero libero greci e latini" - Wikipedia - www.carlafracciparfums.it/medea_base_ita.swf Commento Il personaggio di Medea costituisce uno degli esempi più complessi e perfetti di studio del carattere della donna in tutto il teatro greco classico. La sua immensa energia si traduce in una sorprendente capacità di controllo sul mondo, che le permette di rovesciare con lucidità e fermezza una condizione di svantaggio iniziale in apparenza insanabile. È dalla sua volontà che dipendono le sorti di tutti i personaggi.
Giasone, al contrario, è quasi sminuito nella tragedia; come eroe perde tanto in prestigio da scadere al rango di uomo egoista e meschino. Medea è un'abile manipolatrice capace di mostrarsi forte, alla stregua di un guerriero greco, e debole e sensibile come una principessa.
Non bisogna dimenticare che nel mondo greco le donne erano tenute nella più bassa considerazione ed è raro trovare delle parole di compassione nei loro confronti in qualsivoglia testo di autore classico.
Qui Euripide fa di più: attraverso le parole di una donna, riesce a dare luce alla reale condizione della donna in Grecia; il modello di civiltà che tiene presente nella sua analisi è naturalmente l'Atene del V secolo a.C.
Ciò che mi colpisce maggiormente è come la storia di Medea sia ancora attuale: sentiamo e leggiamo di casi di donne tradite ,altre gelose, delle loro vendette o di madri che uccidono i figli in un impeto di pazzia. Quante di loro possono essere assolte? Tutte e nessuna.
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