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Carezze di Misericordia

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Sr. Ana Mira

on 3 July 2016

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Transcript of Carezze di Misericordia

«Troppo gravi sono i miei peccati, padre! Dio non può perdonarmeli». Così mi sfida una donna, dopo un profondo sospiro, che sgorga da un cuore provato dal limite umano. Le parlo della misericordia del Signore. Cito l’Antico e il Nuovo Testamento per farle capire che a Dio non interessa tanto il nostro peccato, quanto la nostra volontà di accettare la sua misericordia, il suo amore.
«Ma lei non sa chi sono! Da oltre venticinque anni faccio la prostituta». La invito a casa per fare festa, bevendo un buon bicchiere di vino.
«Ma, padre, non devo raccontarle tutto quello che ho fatto?».
«Mi basta così – l’assicuro -. Facciamo festa!».

Questa signora non solo si converte, ma diventa suora, Ora lavora per recuperare le donne di strada. Dice a ciascuna di loro: «Va’ da un prete che ti accoglierà con gioia. Non ti sottoporrà ad un umiliante elenco di peccati. Digli che ti manda la signora (…). E lui capirà. Farà festa con te».
Così vedo il sacramento della riconciliazione: un gioioso incontro con il Signore della vita, che ci immerge nella sua morte, per farci partecipi della sua resurrezione.


Non un arido elenco di peccati, ma un canto di lode all’immensa bontà del Salvatore che si serve anche del nostro limite per farci diventare migliori. Non un terrificante incontro con un giudice, ma un incoraggiante rapporto con un sacerdote che è lì a ripetere l’affermazione dell’apostolo Giovanni: «Anche se il tuo cuore ti accusa di peccato, Dio è più grande del tuo cuore».
Per arrivare a celebrare fruttuosamente e con gioia il sacramento della riconciliazione è necessario un cammino. Bisogna diventare pellegrini, ricercatori della bellezza e di quella pace che solo Dio può garantire, additandoci un percorso in cui anche le cadute si convertono in una possibilità di fare un atto d’amore, allorché ci decidiamo a rialzarci e a guardare con fiducia lo sguardo misericordioso del Signore.
E nel cammino spirituale verso la mete della riconciliazione viene proposto un itinerario: dalla paura della punizione, dalla preoccupazione del guadagno, all’intimità del figlio. Passaggi difficili di per sé, se non ci fosse un Figlio disposto a portarci sulle spalle, se non ci fosse lo Spirito d’Amore che soavemente ispira parole consolatrici e incoraggianti, invitandoci a lasciarci riconciliare, a lasciarci amare.
Così il sacramento che viene celebrato rispecchia anche etimologicamente il significato di «confessione» che non indica in primo luogo l’accusa, ma l’atto fiducioso di abbandono a Dio, lodato per la sua infinita misericordia, per il suo grande cuore, pronto a consolare il nostro, quando esso ci accusa di peccato.
Paolo, fatto esperienza della misericordia di Dio, dice: «Quando sono debole, allora sono forte» (2 Cor 12,10). E’ la situazione tipica di chi ha intuito che il Signore ci ama grazie alla nostra debolezza, lui cha ha deciso di farsi piccolo per raggiungerci, lui che cammina con il nostro stesso passo ed è «debole» proprio perché ama. Non è forse l’amore debolezza, capacità di farsi piccoli, desiderio di scomparire perché l’altro cresca?
Chi è debole, chi si fa mendicante d’amore, diventa forte, vivendo il discorso della montagna: «Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia». La misericordia come la gioia non può stare da sola, esige di esser condivisa da una comunità chiamata a fare festa: la festa della misericordia. Per vivere la festa occorre attenzione agli altri: lo spirito di gioia si crea uscendo da sé, accogliendo l’altro, danzando.

Dio ci invita a lasciarci riconciliare, perché ciò fa bene a noi: ci libera da assurde angosce, dà unità alla nostra esistenza, fa cadere quelle barriere che c’impediscono di amare e d’essere amati.
All’invito a lasciarsi riconciliare, il peccatore risponde con un gesto che, mentre richiede un’umiliazione nel riconoscere lo sbaglio commesso, è contemporaneamente espressione della sua grandezza in quanto «libera la lode» incatenata dal peccato. Il sacramento della riconciliazione acquista il valore profetico di spezzare le catene del male che impediscono all’uomo d’essere grande nel cantare la misericordia di Dio.


Col passare del tempo, una persona scopre che il suo più grande peccato è quello dell’omissione: il non rispondere con amore all’Amore, essere indecisa e cincischiare, anziché buttarsi nella vita, dimenticando se stessa e diventando puro dono. Peccato che consiste in una situazione: fare scelte di comodo, perdere la purezza delle origini, abbandonando il sogno e la fantasia e smettendo di lottare perché, forse, a furia di graffiare si sono rovinate le unghie e si ha paura, ora, di rovinare anche le dita…
Quand’ero bambino lodavo il Signore perché grande e onnipotente. Il servirlo mi faceva sentire importante. Avevo bisogno della trascendenza, del mistero: ciò mi dava sicurezza. Camminando nel deserto alla ricerca delle tracce di Dio, ora lo lodo perché ho scoperto che il suo volto più bello è quello della misericordia: «Là dove il male abbonda, la grazia sovrabbonda». Non angosciano il male, il limite e il peccato, visti alla luce del perdono di Dio, venuto sulla terra non per i sani, ma per i malati. Alla coscienza del mio limite è legata la gioiosa esperienza che tutta la vita di Cristo mi appartiene, nella misura in cui mi ritengo peccatore come Zaccheo, prostituta come la Maddalena, rinnegatore come Pietro.
Il peccato messo nel contesto della grazia non solo non fa perdere la speranza, ma è uno stimolo a cantare la misericordia di Dio.
Chi fa l’esperienza della misericordia di Dio trasforma il perdono ricevuto in uno stimolo a essere dono per il prossimo. Naturale gli diventa il condividere, il portare il fardello degli altri, l’uscire dalla tranquillità della propria esistenza per farsi carico di chi è nel bisogno. E tutto ciò, ben lungi dall’essere un peso insopportabile, diventa uno scopo di vita, fonte di quella segreta gioia che nasce solo quando una persona riesce dimenticare se stessa, a non ripiegarsi sulla sua tristezza, a trovare pace nel vedere sorridere e sperare il debole e l’emarginato.
In quest’anno giubilare le Figlie di San Camillo si lasciano avvolgere in una preghiera che le congrega in un cenacolo d’amore, che risveglia in esse lo stupore di scoprirsi come un canto di misericordia che in ogni cosa espande la fragranza della compassione e della delicatezza e genera la gioia dall’interno di ogni gesto di servizio, di ogni premura, di ogni attenzione all’altro.
La serenità e la sicurezza che emanano dal sapere che abbiamo dietro le spalle un papà e una mamma stupendi! che sono costituzionalmente canto di misericordia e gioia nel servizio e che sono loro che ci hanno generato e che ci insegnano momento per momento le sfumature della carità, la poliedricità dell’essere per gli altri nella concretezza delle piccole cose, dei gesti nascosti,
della gratuità e del dono senza riserve…
Sono loro, con il loro modo di fare, che ci sganciano dalle nostre segrete paure e ci dischiudono all’altro, che ci insegnano a toglierci i sandali per farci carico delle loro fragilità… che ci aprono a grandi desideri perché ci hanno concepito per dare il meglio di noi stesse…
Come semplici strumenti nelle mani del Signore, desideriamo che Lui
riempia di entusiasmo i nostri occhi,
perché riempie di entusiasmo i nostri cuori,
e ci trasformi in carezze di misericordia
che guariscono le ferite del cuore,
che immergono nella quiete dell’essere solo Sue
il gemito dei piccoli
e lo ristorano con soavi gesti di amore.

Essere in mezzo ai fratelli più fragili
la tenerezza di Maria che accoglie, guarisce, accudisce e ama.
Perché nel sentirsi amato e nello scoprirsi in grado di effondere l’amore ricevuto…
l’essere si perde nella libertà e dimora nella pace.

Con una celebrazione eucaristica abbiamo dato inizio all’apertura dell’Anno di preparazione al Giubileo di Fondazione dell’Istituto Figlie di S. Camillo.
Nei suoi 124 anni di vita, il nostro Istituto, ha scritto e continuerà a scrivere preziose pagine attraverso tante sorelle presenti in vari paesi del mondo. In modo speciale la nostra Madre si è fatta presente in questa Solenne apertura tramite le sue parole: “Sorelle, sia questo Giubileo della nostra fondazione, una occasione per rinvigorire la nostra unione, la nostra testimonienza e la nostra perseveranza... implorando da Dio la sua Misericordia per rinnovare sempre più la forza del Carisma nella cura degli infermi.”

Omelia di
Padre Mateo Locatelli m.i.

Oggi diamo inizio al Anno Giubilare della Congregazione delle Figlie di San Camillo. Sono passati 124 anni da quando Padre Luigi Tezza e Madre Giuseppina Vannini per ispirazione di Dio hanno fondato un Istituto di sorelle che potessero prendersi cura dei sofferenti con l’affetto che ha una madre verso il suo unico figlio infermo.

E noi riceviamo dopo 124 anni quel desiderio di due persone ma non solo di loro ma anche di Dio perchè quel sogno si moltiplicherà e sarà presente nel mondo quella vocazione di un uomo e una donna che si sono aperte alla volontà di Dio per realizzare quest’opera, per essere un segno della misericordia di Dio, un uomo e una donna che hanno dato se stessi per la realizzazione del disegno di Dio.
La liturgia di oggi ci invita a riflettere sulla chiamata, sulla vocazione... la prima lettura ci presenta la vocazione del profeta Isaia, la seconda la vocazione di Paolo ed il Vangelo la chiamata di due discepoli. Lasciamoci interpellare da questi grandi uomini che si sono aperti alla volontà di Dio...
La liturgia ci invita anche a riflettere sulla nostra chiamata, sul nostre essere sempre fedeli alla chiamata del Signore nonostante le nostre fragilità, le nostre debolezze, come stiamo noi rispondendo a questa chiamata ad essere portatori della misericordia?


Chiamate a realizzare
un disegno di misericordia

Essere un segno
della misericordia
di Dio
fra i fratelli del Brasile
Innamorate di Gesù, resse Sue dal Suo amore, trasformate in strumenti del Sua misericordia verso i fratelli che soffrono, memorie viventi del Suo Cuore compassionevole, sono 125 anni che giovane donne si consacrano a Dio per vivere la misericordia ed insegnare ad altri la gioia di servire.
Lo Spirito Santo che ha effuso il carisma della misericordia su Madre Giuseppina e Padre Tezza continua ad effondersi suoi cuori chiamando molte giovani per renderle testimoni dell’amore. Anche fra i fiori della Colombia il giubilo della misericordia festeggia insieme a quanti, insieme alle sorelle, si prendono cura delle persone anziane con amore di madre.



Quando
la misericordia giubila!

La luce del Vangelo!
« Pagine significative sono state e sono tuttora scritte da innumerevoli persone consacrate, le quali vivono in pienezza la loro vita nascosta con Cristo in Dio.»
(VC 18)

Imparare
quel coraggio della intimità,
fondamento di una maturazione
capace di prendersi a cuore
le situazioni
in cui siamo coinvolti;
imparare a sporcarsi le mani
per il Tu che si ama.

Ogni comunità
si presenti come scuola di vera spiritualità evangelica. Affascinante testimonianza
di uomini e donne di preghiera. (VC 93)

Essere gioia nel servizio
perché siamo tutte del Signore!!!


La Vita consacrata è una via coraggiosa, da scegliere con il cuore, un sentiero suggestivo verso la felicità fatto per dei cuori ardenti, una vita piena proprio perché tessuta di gratuità e di dono.
Un sentiero luminoso da percorrere insieme, con umiltà e con coraggio


Nello sguardo di Gesù
(cfr Mc 10, 21),
si coglie la profondità
di un amore eterno ed infinito
che tocca le radici dell'essere.
La persona, che se ne lascia afferrare,
non può non abbandonare tutto
e seguirlo
(cfr Mc 1, 16-20; 2, 14; 10, 21.28).



Imparare a fare dono di se stessi,
della propria libertà,
significa ritrovare un oceano di libertà!
Chi ama veramente
scopre che una fedeltà quotidiana
è creatività, che l’amore,
anche nella sua ferialità è festa
e quindi novità,
che la bellezza del cuore umano,
e in particolare del cuore amato,
non è mai eguale a se stessa.




Carezze
di Misericordia
Dio accoglie la nostra vita,
e ce la ridona toccata da Lui, piena, rigenerata.
Egli prende tutto, nel senso più bello dell’espressione
e trasforma la nostra esistenza in un riflesso della Sua luce.
Essere Sue è un dono, una chiamata sorprendente che richiede la semplicità di un sì che mai smette di amare…
Un sì appoggiato sulle mani immense
dell’amore sconfinato e folle
col quale Gesù ci prende con sé…
un canto di misericordia
con il cuore ricolmo di emozione
e di gratitudine.

Con il cuore nelle mani per aiutare
la persona a prendersi cura di sé
lungo il percorso della sofferenza…

Quando il cuore di San Camillo va in giro,
accadono cose inimmaginabili,
come quando incontra gli studenti
del Corso di Laurea in Infermieristica
del Policlinico Umberto I di Roma
ad aspettarlo sulla scala dell’entrata principale.


carezza di misericordia
che consola e perdona per le strade del mondo,
partendo dalla propria storia personale di salvezza.
Chiamati ad una vita nuova in Dio
per essere strumenti del Suo amore,
i consacrati sono vita dischiusa a tutti i fratelli
nella limpidezza e nella cordialità,

Curare andando oltre la cura
Iniziava il concerto quando Stefano dischiudeva sensazioni celate nello spirito delle suore con la tromba, voce dell’essere, e Marta si trasportava fuori di sé con le sue interpretazioni sul sassofono mentre Stefano solo con la sinistra (a causa della rottura di un dito della mano destra) tesseva la trama della melodia sulla tastiera e Lorenzo colorava di figurazioni ritmiche ricche di complessità e di tratti contrappuntistici che dialogavano con gli altri musicisti e con la platea.

Una straorinaria apertura dell’O.N.L.U.S. “Oltralpi”! Un’iniziativa per andare incontro a ciò che la Chiesa e il Papa ci propone: aprirci sempre più ai fratelli nelle loro fragilità e vulnerabilità migliorando la vita di quelle persone che accorrono alle nostre missioni in America Latina, in Asia, in Europa dell’Est e nel continente Africano dove le nostre sorelle si prendono a cuore le sofferenze dei fratelli assicurando servizi di emergenza, assistenza sanitaria e prevenzione delle malattie. Un sentito grazie alla dottoressa Antonella che ci ha presentato l’operato dei medici volontari nelle nostre missioni con la sua personale testimonianza e cuore!
Ma ciò che più mi ha colpito, fu vedere come Alex mentre stava suonando venne strappato dalle corde del contrabbasso per immedesimarsi nella sofferenza di un bambino che veniva proiettato sullo sfondo, è stato troppo significativo!!! E’ stato fortissimo questo prendersi cura dell’altro, anzi essere presi dalla sofferenza dei fratelli più piccoli, fra le modulazioni dell’esecuzione. Una integrazione di vibrazioni dell’essere, fra il gemito lancinante di un bambino durante una medicazione dolorosissima e quello della tromba che traduceva il dolore dell’essere… “Sicuramente più del dono in un’unica direzione è importante uno scambio reale che non sia solo materiale, uno scambio culturale che va oltre la ricchezza e le cose… e la musica è uno dei mezzi migliori per farlo” aveva detto il gruppo “Quarto nome” prima di iniziare. Stefano Palmisano, Alex Marino (contrabbasso), Iacopo Teolis (tromba), Lorenzo Mastropietro (batteria) e Marta Fratini. Non è stato certamente il solito concerto… e ci è rimasto nei trafori dello spirito un no so chè di nobile che ci dimora…
O.N.L.U.S. "Oltralpi"
Bangalore
Mananthavady
Mangalore
Chennai
La gioia
della misericordia
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