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Se sei saggio ridi

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Luca Albertini

on 4 July 2013

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Transcript of Se sei saggio ridi

“Un giorno senza sorriso, è un giorno perso” (C.Chaplin)
L’Apokolokyntosis è una satira menippea di Seneca, l’unica pervenutaci integralmente dall’antichità. Letteralmente “Apokolokyntosis” significa “zucchificazione”, ma forse è da intendersi nel significato di “deificazione di uno zuccone” infatti il termine deriva da “Kolokunta” cioè zucca, preceduto da apo: sarebbe dunque una sorta di deformazione parodistica della parola apotheosis. L’opera si pensa sia stata completata nel 54 d.C. cioè appena dopo la composizione della laudatio funebris per la morte di Claudio, composta da Seneca stesso e recitata in senato da Nerone.
Si può pensare che Seneca abbia composto la satira forse come reazione alle ipocrite esaltazioni funebri che venivano tributate a Claudio proprio da coloro che lo avevano sempre osteggiato, ma soprattutto per compiacere Agrippina. L’atteggiamento ambiguo di Seneca nei confronti di Claudio, odiato eppure adulato, è testimoniato ad esempio dalla “Consolatio ad Polybium”.


Il sorriso satirico- Denuncia sociale
Divi Claudii Apokolokyntosis
Nell’Apokolokyntosis convivono registri stilistici e linguistici assai vari : ad una serie
di termini alti ed espressioni della lingua tecnica, non raramente
scelte dall’ambito giuridico, si affianca la presenza di un linguaggio d’uso e, a volte,
popolare. Molto presente è la citazione di passi tratti dalla tradizione letteraria
precedente utilizzati però in chiave parodistica ad esempio “Dextrae se parvus Iulus
implicuit sequiturque patrem non passibus aequis”, tratto dall’Eneide di Virgilio,
quando Enea scappa da Troia con il figlioletto Iulo e quest’ultimo non riesce a
seguirlo; tramite questo verso deride Claudio facendo riferimento al fatto che fosse
Claudicante. Un passo interessante per comprendere la sferzante satira di Seneca è
l’arrivo di Claudio sull’Olimpo vista in una chiave fortemente ironica: egli è
rappresentato come una bestia, quasi non appartenesse ad alcun popolo
conosciuto. Addirittura Zeus chiama Ercole, che conosceva tutta la terra
avendola girovagata per molto tempo, per cercare di capire chi fosse mai quello
strano essere che bussava all’Olimpo, ma neppure lui riusciva ad individuare da
quale popolo provenisse, anzi appena lo vide, si spaventò, credendo di dovere
affrontare la sua tredicesima fatica.


Introduzione
Seneca: “Apokolokyntosis”
Pirandello: “La patente”
Henri Bergson: “Il riso”

Indice
Il sorriso è l’atto più semplice e spontaneo che nasce sul nostro volto e nella maggior parte dei casi viene considerato come espressione di gioia, di felicità. Nel bambino il sorriso è innocenza, trasmette tenerezza, ma nel volto fatto uomo può farsi mistero e assumere altri significati, diventando così espressione di diversi stati d’animo.
Nella mia tesi, tra i tanti sorrisi, che possono illuminare il volto dell’ uomo parlerò del sorriso satirico e del sorriso amaro. La mia scelta di sviluppare questi due aspetti del sorriso muove da due atteggiamenti che mi appartengono.
Il primo è l’interesse che nutro verso l’abilità di alcuni di cogliere aspetti non positivi della vita sociale e di segnalarli in modo pungente, ma sorridendo e facendo sorridere ironicamente. Il secondo aspetto, quello del sorriso amaro, muove dalla mia introspezione che mi sollecita a cercare di raggiungere una maggiore leggerezza emotiva.
Introduzione
Apprezzo la satira perchè espressione di un’osservazione acuta e denuncia del sociale, e l’umorismo velato di malinconia che caratterizza molte opere di Pirandello.
Nella letteratura latine la satira aveva lo scopo di denunciare i cattivi costumi della società, riproponendoli in chiave ironica e generando così quel sorriso che avrebbe fatto riflettere.
Il sorriso amaro invece fa emergere la tragica realtà nascosta dietro l’apparenza del ridicolo. Il sorriso amaro aggredisce tutte le false certezze. Un sorriso amaro e pungente lo possiamo trovare in molte opere di Luigi Pirandello, dove umorismo e malinconia si accumulano nel riconoscere gli stridenti contrasti della realtà, ma è anche un sorriso che lascia spazio ad un sentimento di pietà verso i personaggi dell’opera che altro non è che una rappresentazione della vita.
Il sorriso amaro- Luigi Pirandello: “La patente”
“La patente”,  titolo originale “A' patenti”, è una commedia in un unico atto scritta da Luigi Pirandello nel 1917; una nuova versione fu redatta in lingua italiana tra il dicembre 1917 e il gennaio 1918. La commedia fu destinata dall’autore alla rappresentazione teatrale in lingua siciliana per l'attore Angelo Musco, che la recitò per la prima volta il 23 marzo1918 al Teatro Alfieri di Torino e successivamente il 19 febbraio 1919 al Teatro Argentina di Roma. De “La patente” esistono versioni del 1931 in dialetto genovese ad opera di Gilberto Govi e, del 1937, in napoletano e in veneziano. Il dramma ripropone il tema della novella omonima composta nel 1911. Nell’opera emergono alcune tematiche care a Pirandello come gli intrecci relazionali fra gli individui, inquinati dai pregiudizi fondati sulle apparenze, su giudizi superficiali e di convenienza. L’uomo per sopravvivere è costretto a crearsi delle apparenze, sia su se stesso sia sugli altri, in parte per deresponsabilizzarsi, per tranquillizzarsi e per esorcizzare i misteri della vita, della morte e dell’uomo. L'etichetta, la maschera, il ruolo plasmati dagli altri sono talmente penetranti da risultare incancellabili e talvolta pure inalterabili.

Una delle tragedie dell'uomo è infatti quella di doversi aggrappare, per sopravvivere, proprio a queste maschere tanto da immedesimarsi completamente in esse, da restarne assorbito fino alla scarnificazione della propria personalità. Ed ecco che il protagonista della Patente si ricuce su misura gli abiti dello iettatore, cercando così di ottenere un guadagno dalla sciagura capitatagli e rivendicando il diritto di rifondare le orribili basi del tessuto sociale. Il punto massimo della tragedia è esplicitato nel momento in cui il giudice D’Andrea e Chiàrchiaro si abbracciano, suggellando un momento di profonda comprensione; i due
uomini sono infatti legati dalla sofferenza, dalla compassione e dal rispetto reciproco. In questo testo ritroviamo uno dei temi fondamentali della narrativa pirandelliana ovvero quello della “maschera” dietro alla quale si cela il vero volto di ciascuno di noi, tenuto nascosto per via della insensibilità e dell’ignoranza della folla. Chiàrchiaro tuttavia non cerca di sfuggire alla maschera che gli hanno imposto, anzi vuole appropriarsene cercando persino di guadagnare qualcosa per la sua famiglia. Questa strada scelta dal protagonista lo fa apparire ancora più debole e disperato rispetto ad altri personaggi di altre novelle.
Henri Bergson

Il filosofo francese Henri Bergson ha pubblicato nel 1900 un saggio dal titolo : “Il Riso, saggio sul significato del comico” . Si tratta di un libro breve ed essenziale, incisivo e dedicato a un tema apparentemente marginale, del quale, però, il filosofo riesce a mostrare le notevoli implicazioni per una riflessione sulla società, sull’arte e sulla vita. Inoltre si deve sottolineare che la questione viene sempre affrontata mantenendo sullo sfondo l’idea- guida dello slancio vitale.
L’obiettivo è quello di sviluppare una teoria del comico che giochi sulla contrapposizione tra immobilità (meccanismo) e elasticità della vita . Ridere è una sorta di punizione nei confronti di chi ha imposto la meccanicità della vita al posto dell’adattamento.
La domanda fondamentale da cui muove è infatti «Cosa c’è in fondo al ridicolo? Che cosa avrebbero in comune la smorfia di un pagliaccio, un gioco di parole,…. una scena di fine commedia?»
Bergson sceglie di non affrontare un’analisi critica delle possibili teorie sul comico, perché ritiene che abbiano voluto inquadrare il fenomeno del comico in definizioni arbitrarie e riduttive. In realtà alcune cose, non ritenute “comiche” possono far ridere per la loro semplice rassomiglianza con qualcosa che il nostro spirito ricorda come comico; e altrettanto, cose che un tempo erano comiche possono essere sbiadite a causa dalla lunga consuetudine. Il comico è insomma una forza dinamica, mutevole, dotata di una sua storicità. Per comprenderlo non basterà quindi coniare «questo o quell’epiteto, giusto quanto si voglia» , ma individuare il suo principio generatore.
L’analisi dell’origine e delle caratteristiche del comico comincia con tre semplici constatazioni.
Bergson procede esaminando il comico delle forme, dei gesti e del movimento; il comico di situazione e di parola ; e il comico di carattere. Quest’ultimo tratta dei personaggi della commedia e li definisce come stereotipi. In questo, secondo Bergson, consiste la differenza tra commedia e tragedia. Nei drammi ogni personaggio è unico e sfaccettato (non a caso i titoli delle tragedie sono spesso nomi propri) , mentre nella commedia i protagonisti sono come burattini atti a esibire automatismi .
La commedia svolge un ruolo di mediazione tra l’arte e la vita . Crea degli stereotipi, generalizza e, correggendo, svolge una funzione fondamentale per l’esistenza degli uomini.
Non a caso, il testo si conclude con la parola amarezza.
Bibliografia
-"Apokolokyntosis", Perseus digital library, "Seneca. Il difficile cammino del saggio"
-"La Patente", "Libro Rosso", "Le forme del testo", Wikipedia
- Henri Bergson: "Il riso. Saggio sul significato del comico"
“Allora Giove chiama Ercole, che aveva girato il mondo in lungo e in largo e
doveva conoscere tutti i popoli, e gli dice di andar lui e veder di scoprire di che
razza fosse. Ercole, al primo vederlo, ne ebbe sgomento, accorgendosi che
ancora non aveva finito di avere a che fare coi mostri. Appena si trovò davanti
quel ceffo di nuovo stampo, quel modo di camminare strano, quella voce che
non era di animale terrestre, ma come quella dei mostri marini, cavernosa e
cincischiata, ebbe paura che fosse venuta la sua tredicesima fatica.
Guardandolo poi più attentamente, ci trovò una parvenza di uomo. ”.
Infine Claudio viene condotto all’inferno, anche qui Seneca sottolinea la sua
ostilità per il defunto imperatore con la consueta ironia. Claudio
accompagnato da Mercurio, giunge negli Inferi, dove li accoglie il liberto
Narciso. Il defunto alla fine viene rivendicato da Caligola come suo schiavo,
Questo poi lo dona a Eaco, che a sua volta lo affida al suo liberto Menandro
(questo simboleggia il fatto che Claudio in vita era stato dominato
dall’influenza dei suoi potenti liberti).


1. Non si dà comicità se non in ambito strettamente umano. Di un paesaggio non si riderà mai. Esso potrà essere bello o brutto, sublime o desolante, ma mai ridicolo.

2. Lo scatenarsi del riso si caratterizza necessariamente per una insensibilità, quanto meno momentanea. Ridere di qualcuno esclude avere un atteggiamento empatico o di compassione nei suoi confronti . “Il più grande nemico del riso è l’emozione”.

3. Il riso è sempre riso di un gruppo (pubblico di uno spettacolo, colleghi, compagni di scuola…). In questo senso il riso può essere una chiave di lettura di una società , perché la condivisione del riso rafforza il legame tra i membri di una società e perché le ragioni che generano il riso aiutano a individuare la specificità di una cultura.
Il riso, quindi, come fosse un castigo, smaschera tutte quelle situazioni che irrigidiscono la società (meccanicità placcata sulla vita) e in un certo senso le corregge.
“A un tratto sbucò fuori G. Cesare e si dette a reclamarlo per suo servo. Presenta
testimoni, che lo avevano visto buscare da lui frustate e ceffoni. Viene
aggiudicato a G. Cesare. Cesare ne fa dono a Eaco. Questi lo consegnò al suo
liberto Menandro, perché fosse addetto alle istruttorie”.

La satira diventa violenta soprattutto nel passo in cui descrive la morte di
Claudio, vera e propria parodia delle morti esemplari dei saggi.
Claudius ut vidit funus suum, intellexit semortuum esse. 
“Non appena Claudio vide il suo funerale, capì di essere morto.

Ed egli intanto esalò il fiato come da una bolla, e da allora finì di parer vivo. Spirò mentre
assisteva a una commedia: tanto perché tu sappia che ho le mie ragioni di guardarmi dagli
attori. L'ultima frase che di lui si udì nel mondo, dopo che ebbe lasciato partire un suono
più forte del solito da quella parte con la quale si esprimeva con maggior facilità, fu
questa:"Povero me, forse me la son fatta addosso". Se l'avesse fatta, non lo so; certo è che
egli ha sempre scacazzato dappertutto.


Luca Albertini
V Classico B
AFORISMI
“Il riso castiga certi difetti pressappoco come la malattia castiga certi eccessi” 
Henri Bergson, Il riso, 1899

“L'unica cura contro la vanità è il riso, e l'unico difetto ridicolo è la vanità” 
Henri Bergson, Il riso, 1899

“Se sei saggio, ridi”
Marziale, Epigrammi, 80/102

“Lo stolto alza la voce mentre ride; ma l'uomo saggio sorride appena in silenzio”
Siracide, Antico Testamento, II sec. a.C.

“Non con la collera, col riso si uccide”
Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1883/85

William Blake: “The Smile”
There is a Smile of Love
And there is a Smile of Deceit
And there is a Smile of Smiles
In which these two Smiles meet.
And there is a Frown of Hate
And there is a Frown of Disdain
And there is a Frown of Frowns
Which you strive to forget in vain.
For it sticks in the Hearts deep Core
And it sticks in the deep Back bone
And no Smile that ever was smile
But only one Smile alone.
That betwixt the Cradle & Grave
It only once Smile can be
But when it once is Smile
There is an end to all Misery.

C’è un sorriso d’amore
E c’è un sorriso della seduzione,
E c’è un sorriso dei sorrisi
Dove si incontrano quei due sorrisi.
C’è un aggrottamento dell’odio
E c’è un aggrottamento di disdegno
E c’è un aggrottamento degli aggrottamenti
Di cui invano pensate di scordarvi.
Poiché a fondo nel profondo del cuore penetra
E affonda nel midollo delle ossa
E mai nessun sorriso fu sorriso,
Ma solo quel sorriso solo.
Sorriso che dalla culla alla fossa
Sorridere si può una volta sola,
Ma, quando è sorriso una volta,
Ha fine ogni miseria.

(trad. di Giuseppe Ungaretti)
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