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Le opere di Leopardi

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by

susanna loche

on 20 April 2016

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Transcript of Le opere di Leopardi

Le liriche di Leopardi

L’idillio è un componimento poetico che rappresenta, in un’atmosfera di pacata serenità, un quadretto campestre.
Leopardi lo adottò per confidare

situazioni, affezioni, avventure storiche dell'animo” suo.
Gli idilli leopardiani
Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato.
L'artigiano a mirar l'umido cielo,
Con l'opra in man, cantando,
Fassi in su l'uscio; a prova
Vien fuor la femminetta a còr dell'acqua
Della novella piova;
E l'erbaiuol rinnova
Di sentiero in sentiero
Il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passegger che il suo cammin ripiglia.
Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand'è, com'or, la vita?
Quando con tanto amore
L'uomo a' suoi studi intende?
O torna all'opre? o cosa nova imprende?
Quando de' mali suoi men si ricorda?



La quiete dopo la tempesta
1829

La donzelletta vien dalla campagna
in sul calar del sole,
col suo fascio dell’erba; e reca in mano
un mazzolin di rose e viole,
onde, siccome suole, ornare ella si appresta
dimani, al dí di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
su la scala a filar la vecchierella,
incontro là dove si perde il giorno;
e novellando vien del suo buon tempo,
quando ai dí della festa ella si ornava,
ed ancor sana e snella
solea danzar la sera intra di quei
ch’ebbe compagni nell’età piú bella.
Già tutta l’aria imbruna,
torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre
giú da’ colli e da’ tetti,
al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
della festa che viene;
ed a quel suon diresti
che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
su la piazzuola in frotta,
e qua e là saltando,
fanno un lieto romore;
e intanto riede alla sua parca mensa,
fischiando, il zappatore,
e seco pensa al dí del suo riposo.

Il sabato del villaggio
Parafrasi
La ragazza torna dalla campagna al tramonto con il fascio di erba da dare agli animali. Torna anche con un mazzo di rose selvatiche, dato che si vuole ornare il petto e i capelli per il giorno di festa.
Davanti alla porta di casa siede con le vicine un’anziana con lo sguardo rivolto al sole che tramonta.
Racconta la sua giovinezza, quando al giorno di festa si abbelliva e, ancora sana e snella, era solita ballare quelle sere con tutti gli amici.
Già il cielo si scurisce e si tinge di blu e tornano le ombre giù dalle colline e dai tetti alla luce della luna appena sorta.
Il suono di una campana dà il segno della festa che inizia e, a sentire quel suono, il cuore si conforta.
I bambini gridano nella piazza, e saltano qua e là, fanno un rumore lieto, e intanto alla tavola imbandita poveramente siede lo zappatore che pensa al suo giorno di riposo.
Poi, quando tutte le luci sono spente, e tutto tace, senti ancora il falegname lavorare per ultimare il lavoro da consegnare l’indomani.
Il sabato è il giorno più bello pieno di speranza e gioie; domani ci saranno tristezza e noia e si penserà al lavoro abituale.
Ragazzo allegro, questa età fiorita è come un giorno di primavera, che precede la giovinezza.
Fanciullo, apprezza questa tua età soave.
Non voglio dirti altro, solo che la tua età adulta, tardi a venire e non ti pesi.

Parafrasi
La tempesta è passata, sento gli uccelli (augelli - arcaismo) far festa, e la gallina, tornata sulla strada che ripete il suo verso.
Ecco che il sereno appare improvvisamente (rompe) a ponente, verso la montagna; la campagna si libera (sgombrasi, dall'oscurità e dalla nebbia che l'offuscava durante il temporale) e nella valle si torna a vedere il fiume.
Ogni (ogni…ogni - anafora) animo si rallegra [finito il temporale gli uomini provano un senso di gioia], da ogni parte riprendono i soliti rumori [risorge il romorio – allitterazione ripetizione del suono r per suggerire l’idea dei rumori che scandiscono il ritmo della vita del borgo] e riprendono le occupazioni di sempre (lavoro usato).
L’artigiano, con il lavoro (opra - arcaismo) in mano, si affaccia (fassi - arcaismo) cantando [in segno di gioia dopo la paura provocata dal temporale] sull’uscio a guardare il cielo umido; una fanciulla, facendo a gara [con le sue amiche] (a prova, in fretta , in contrasto al moto lento dell'artigiano: l'uno contempla, l'altra si affretta), esce a raccogliere (a còr - termine arcaico) l'acqua della pioggia (piova, termine arcaico) da poco caduta (novella); e l’ortolano ambulante (erbaiuol) ripete (rinnova) di sentiero in sentiero il consueto richiamo giornaliero [con cui annuncia il suo passaggio].
Ecco (ecco…ecco - anafora) il sole che ritorna a splendere (sorride – personificazione: il sol sorride) per poggi e casolari (metafora).
La servitù (la famiglia – latinismo) apre (apre…apre - anafora) le finestre, apre le porte dei terrazzi e delle logge: e dalla via maestra (via corrente) in lontananza, si sente un tintinnio di sonagli; il carro del viandante che riprende il suo viaggio stride. Ogni animo si rallegra (riprende il v.8). Quando la vita è così dolce e così gradita come ora? Quando l’uomo si dedica (intende) con così tanta passione alle proprie occupazioni (studi) come in questo momento? O torna al lavoro (opre)? O inizia una nuova attività (cosa nova imprende)?Quando si ricorda un po’ di meno dei suoi mali?
[lunga serie di domande retoriche, 5, dal ritmo rapido e concitato per effetto di rime, assonanze ed enjambements].
Il piacere è figlio del dolore (metafora) [il piacere in sé non esiste ma è una momentanea cessazione del dolore], è solo una gioia vana [un'illusione], che nasce (ch’è frutto) dalla paura appena passata, per cui (onde…onde - anafora) anche chi detestava la vita (la vita aborria) arrivò (si scosse) a temere (paventò) la morte [a temere di perdere la vita]; per cui (onde con lo stesso valore del v.34) gli uomini raggelati dalla paura, silenziosi, pallidi [per paura appunto], con un lungo tormento, sudarono ed ebbero il batticuore nel vedere fulmini, nuvole e vento rivolti contro di noi (alle nostre offese).
O natura benevola (cortese, ironico nei confronti della natura), sono questi i tuoi doni, sono questi i piaceri (i diletti) che tu offri agli uomini (porgi ai mortali).Fra noi il piacere è smettere di soffrire (uscir di pena).Tu spargi in abbondanza (a larga mano) sofferenza; il dolore (duolo) nasce spontaneo e quel poco piacere che talvolta per prodigio (mostro, latinismo da mostrum/prodigio) e per miracolo nasce dal dolore (d'affanno), è un gran guadagno [detto ancora con sarcasmo]. O stirpe umana (umana prole) cara agli dei! [altra nota sarcastica: sono stati davvero misericordiosi se ti hanno dato questo destino!] Puoi dirti davvero molto felice se ti è concesso (ti lice dal latino tibi licet) di tirare il respiro [se ti è consentita una breve tregua] da qualche dolore: [ma ti puoi ritenere] beata se la morte ti libera (risana, guarisce) da tutti i dolori

Parafrasi
Composta nel settembre del 1829, descrive il ritorno della pace e il riprendere dell’attività a Recanati dopo un temporale che aveva interrotto la trama regolare della vita del paese e provocato angoscia e spavento. Da questo susseguirsi Leopardi trae spunto per sviluppare il concetto a Lui caro dell’inconsistenza, anzi dell’inesistenza, del piacere e per mettere in evidenza la malignità della natura, che ci concede brevi piaceri che interrompono per poco un dolore.
Per il poeta la condizione umana è una condizione di dolore: il dolore è l’unica vera realtà della vita. Mentre per tutti la fine della tempesta rappresenta il ritorno ad una situazione rassicurante e il ritorno alla quotidianità, per Leopardi non vi è quiete per l’uomo la cui esistenza è una catena di sofferenze. L’unica quiete vera e duratura a cui l’uomo possa aspirare è data dalla morte. Il canto, iniziato con una lieta apertura sulle campagne rasserenate e sui cuori umani che tornano ad essere fiduciosi, finisce con pensieri tristi sul destino umano, che raggiunge la vera felicità solo nella morte.
Analisi e commento della lirica
Sempre caro mi è stato questo colle solitario e questa siepe che per gran parte impedisce di vedere un tratto dell’orizzonte. Ma stando seduto e guardando, immagino spazi interminabili oltre la siepe, e silenzio profondissimo e quiete assoluta tanto che il cuore quasi si spaventa. Quando sento le foglie delle piante stormire al vento, paragono la voce del vento con questo silenzio infinito e mi viene in mente il pensiero dell’eternità, il passato ormai morto e l’oggi, presente e vivo, con il suo suono. Così, in questa immensità, annega il mio pensiero: e mi è dolce naufragare in questo mare.
La poesia descrive il poeta solo sul monte Tabor a Recanati. Una siepe impedisce a Leopardi la vista di buona parte dell’orizzonte e questo ostacolo suscita in lui una riflessione su ciò che supera il reale e fa spaziare nell’immensità. La siepe rappresenta dunque una barriera tra il mondo esterno e i pensieri del poeta. Essa è il simbolo di tutto ciò che è limitante e limitato e quindi stimola l’immaginazione e l’istintivo bisogno, proprio di ogni uomo, di infinito. Stando seduto a osservare, egli immagina spazi interminabili oltre la siepe, silenzi che superano ogni possibilità di comprensione da parte dell’uomo e una quiete assoluta dove il cuore prova quasi smarrimento .
L’improvviso stormire delle foglie lo riporta alla realtà, ma come la siepe gli aveva suggerito l’idea dell’infinito spaziale così il rumore del vento gli suggerisce l’idea dell’eternità, cioè dell’infinito temporale.
Le sue riflessioni perdono ogni definizione logica in questo infinito che si estende senza confini nello spazio e nel tempo. Egli si abbandona dolcemente a questa nuova dimensione annullando la propria identità.
L'Infinito
1819
Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare
Analisi retorica
In questa poesia spiccano gli enjambement e le metafore.
"interminati/spazi... sovrumani/silenzi": sono
ENJAMBEMENTS,
i quali amplificano la musicalità perché alla pausa ritmica imposta dalla fine del verso aggiungono quella semantica determinata dalla fine della frase.
"A questa voce": voce è una
METAFORA.
Nella fantasia del poeta, il vento che fruscia diventa una voce, un suono familiare, umano quasi che lo richiama alla realtà. È la voce del tempo in cui si fondono tutte le voce della vita destinata a spegnersi e a svanire rapida come il vento che passa tra le fronde.
"Sempre caro mi fu quest'ermo colle":
ANASTROFE.
"Interminati":
IPERBOLE
, consiste nell'intensificare un'espressione esagerando o riducendo oltre misura la qualità di una cosa.
"Sovrumani":
IPERBOLE
"Profondissima":
IPERBOLE
"Questa siepe ... da quella":
ANTITESI
: accostamento di elementi contrastanti nella stessa frase.
"Quello infinito silenzio a questa voce":
ANTITESI
"Morte stagioni……. viva":
ANTITESI
"Stormir":
ONOMATOPEA
: è una parola che con il suo suono riproduce o imita un rumore della realtà.
"S'annega…..il naufragar m'è dolce in questo mare":
METAFORA
, sostituzione di una parola con un'altra che sta con la prima in un rapporto di somiglianza ( confronto sottinteso).

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
e tutto l’altro tace,
odi il martel picchiare, odi la sega
del legnaiuol, che veglia
nella chiusa bottega alla lucerna,
e s’affretta, e s’adopra
di fornir l’opra anzi al chiarir dell’alba.
Questo di sette è il più gradito giorno,
pien di speme e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l’ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno.
Garzoncello scherzoso,
cotesta età fiorita
è come un giorno d’allegrezza pieno,
giorno chiaro, sereno,
che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
ch’anco tardi a venir non ti sia grave
“Il sabato del villaggio”, venne scritto da Giacomo Leopardi nel 1829 a Recanati e fa parte dei "Grandi idilli" e, come tale, si evidenziano da subito in tutto il componimento i temi della rimembranza e dell'evanescenza della giovinezza. Il tema predominante del componimento è rievocare "l'età fiorita", tema che peraltro si ritrova in altri idilli come in A Silvia, dove la ragazza è personificazione stessa della gioventù che sfiorisce. L'autore invita a non aspettarsi felicità dal futuro, perché come la domenica deluderà l'attesa del sabato, così la vita deluderà i sogni della giovinezza. Leopardi, quindi, ritiene di non doversi aspettare niente, in modo da non essere mai delusi.
Il poeta in questa lirica parla della vita che si conduce di sabato nel suo villaggio.
La poesia può essere suddivisa in due parti:
-prima parte descrittiva: nel paese regna l'allegria per i giorni di festa e successivamente il silenzio è rotto dagli strumenti del falegname. I primi versi, infatti, oppongono la gioia ed il giorno alla serenità del sonno;
- parte finale riflessiva: il poeta guarda al domani quando la quotidianità infonderà la noia e riflette sulla fugacità della giovinezza.
Negli ultimi versi il poeta oppone l'oggi spensierato, metafora della giovinezza, al domani, la domenica, simbolo della noia e della vecchiaia.
Analisi /Commento
Figure retoriche contenute nella lirica
1. Allitterazioni: “donzelletta, vecchierella, novellando, sulla, bella, colli”; “giorno, chiaro, ciascuno, gioia, stagion, pien, pensier, lieta”
2. Metafore: “età più bella” (v. 15); “età fiorita” (v. 44); “stagion lieta” (v. 49) per indicare la giovinezza; “festa” (vv. 47 e 50) per indicare la maturità;
3. Similitudine: vv. 44-45: “cotesta età fiorita è come un giorno d’allegrezza pieno”
4. Metonimia: v. 17: “il sereno” (ad indicare il cielo);
5. Enjambements: vv. 4-5: “reca in mano / un mazzolin di rose e di viole”; vv. 33-34: “la sega / del legnaiuol”; vv. 40-41: “tristezza e noia / recheran l’ore”;
6. Anastrofi: v. 11: “novellando vien”; v. 45: “d’allegrezza pieno”
Piacer figlio d'affanno;
Gioia vana, ch'è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.
O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
E' diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D'alcun dolor: beata
Se te d'ogni dolor morte risana.

la prima parte della lirica , che coincide con la prima strofa (1-24), è idilliaca e descrittiva;
la seconda, che occupa le altre strofe (25-54), è meditativa e riflessiva.
Metrica
Canzone libera costituita da 3 strofe di settenari ed endecasillabi che si succedono variamente, secondo le esigenze dell’ispirazione. Anche la rima non ha schema prestabilito. L’unico elemento di regolarità è dato dal ripetersi del settenario alla fine di ogni strofa.
Dal punto di vista lessicale nella lirica vi è la presenza sia di termini aulici e letterari (augelli, romorio, fassi), sia di termini quotidiani (gallina, tempesta, artigiano)
Struttura tematico-lessicale
Il passero solitario

D'in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finchè non more il giorno;
Ed erra l'armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell'anno e di tua vita il più bel fiore.
Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de' provetti giorni,
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch'omai cede la sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s'allegra
. Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell'aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.
Tu solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni nostra vaghezza
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all'altrui core,
E lor fia voto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest'anni miei? Che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.
Parafrasi
Dall'ultima cima (D'in su la vetta) dell’antico campanile (torre antica - il campanile di Sant'Agostino in Recanati), O passero solitario, vai cinguettando verso i campi finché non si fa sera (non more il giorno) e il suono melodioso si diffonde (erra l’armonia) in questa valle. Tutto intorno (dintorno) la primavera [personificazione] risplende (brilla) e si diffonde in tutta la sua pienezza (esulta) per i campi così che a guardarla si prova un senso di tenerezza.
Senti (odi: l'uso della 2° persona singolare è caro a Leopardi) le pecore belare e le mucche muggire, gli altri uccelli (augelli – forma arcaica) volano lieti nel cielo sereno (libero ciel) fanno mille voli (giri: voli che esprimono felicità) facendo a gara tra loro, anch'essi (pur) festeggiando la gioventù e la primavera (il loro tempo migliore): tu, O passero, assorto in meditazione (pensoso: Leopardi attribuisce atteggiamenti umani al passero), in disparte osservi, non stai con gli altri passeri, non voli, non ti importa (non ti cal) dell'allegria, eviti (schivi) i divertimenti (spassi); canti, e così trascorri (trapassi) il più bel periodo dell’anno [la primavera] e della vita [la giovinezza].


Tutta la poesia è costruita su una similitudine tra il comportamento del passero e quello del poeta: come il passero trascorre solitario la primavera, spandendo il suo canto per la campagna, cosi Leopardi trascorre la sua giovinezza, solo, incompreso e sentendosi estraneo nel suo luogo natale. Ma quando il passero arriverà alla fine dei suoi giorni non avrà rimpianti, perché ha vissuto secondo natura, mentre il poeta sente che, se giungerà alla vecchiaia, rimpiangerà le gioie di cui non ha goduto. Anche la struttura della poesia è simmetrica: la prima strofa è dedicata al passero e alle sue abitudini di vita, la seconda al poeta, la cui condizione è assimilabile a quella del passero, mentre la terza svolge il confronto, opponendo la vecchiaia di entrambi: infatti, se per l’uccellino la vecchiaia è solo la parte finale della vita che il destino gli ha concesso, per il poeta, invece, è una “detestata soglia”, fonte di pentimenti e rimpiantiLeopardi, in questo suo efficace autoritratto giovanile, non attribuisce la sua infelicità alla natura o alla società, ma alla sua insicurezza e al suo senso di impotenza che gli impedivano di rapportarsi con gli altri e di partecipare alle gioie della vita. La giovinezza non è vista attraverso il filtro del ricordo, come in altri idilli, ma rivissuta (si noti l’uso dell’indicativo presente) come se fosse ancora attuale.

Commento alla lirica
Le Operette morali
Le Operette morali ( 1824) sono 24 prose di tono satirico che riflettono sulla condizione dell'uomo. Il messaggio che queste contengono è affidato a svariati personaggi: figure mitologiche, personaggi storici, animali, persone comuni, etc.....
In quest'opera trova espressione la seconda fase del pessimismo leopardiano, quello cosmico, che accomuna nel dolore tutti gli uomini e chgenere e indica nella natura matrigna la peggiore nemica del genere umano.

Il “Dialogo della Natura e di un Islandese” è la più famosa delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Composta tra il 9 e il 14 aprile del 1824, esprime al meglio il pessimismo cosmico leopardiano. Prendendo spunto da un’opera del filosofo illuminista francese, Voltaire “Storia di Jenni o il saggio e l’ateo” (1775), in cui il filosofo parla delle minacce naturali, quali gelo e vulcani, a cui sono sottoposti gli islandesi, Leopardi sviluppa l’idea di un Islandese che viaggia, fuggendo la Natura. Tuttavia arrivato in Africa, in un luogo misterioso ed esotico, incontra proprio la Natura che stava evitando, con la forma di una donna gigantesca dall’aspetto “tra bello e terribile“.
Un uomo, dopo aver viaggiato molto per varie parti del mondo, per fuggire la Natura arriva un giorno in Africa. Qui gli compare una donna gigantesca, seduta per terra, con il dorso e il gomito appoggiati ad una montagna, viso bello e terribile e i capelli nerissimi. A lei che gli domanda chi sia e che cosa cerchi in quei luoghi ancora inesplorati l’uomo risponde di essere un povero Islandese che sta fuggendo la natura. Quando la donna gli dice di essere la natura che egli fugge, l’Islandese pronuncia una lunga requisitoria contro di essa, parlando della sua vita di patimenti e accusandola di essere la causa della sofferenza e dell’infelicità degli uomini.
La Natura quindi risponde che il mondo non è stato fatto per il genere umano e per la sua felicità, anzi se un giorno esso si estinguesse, lei forse non se ne accorgerebbe. L’Islandese controbatte facendo un esempio.
Se fosse invitato da un signore nella sua villa e all’arrivo in casa fosse maltrattato dai servi e dai figli, rinchiuso in una stanza buia e fredda, ricorderebbe al signore di essere stato invitato e di non esserci andato di spontanea volontà. Di conseguenza aveva il diritto di non essere trattato male. La Natura si è comportata con gli uomini allo stesso modo del signore.
La natura sì è vero che non ha fatto il mondo per gli uomini, ma avendoli fatti nascere, non deve renderli infelici e schiavi, ma deve trattarli umanamente. Allora la Natura gli ricorda che la vita dell’universo è un ciclo perpetuo di trasformazioni della materia, a cui nulla sfugge. Quindi l’Islandese domanda il perché della vita e dell’universo. Una domanda che rimane senza risposta, così come avviene nel “un pastore errante dell’Asia”, che sta a significare il mistero insondabile dell’universo.
II dialogo si conclude in maniera brusca per la misera fine dell’Islandese: secondo alcuni, fu divorato da due leoni, secondo altri, fu preda
Sintesi
I temi
L'illusione che, fuggendo dalla civiltà, si possa trovare la felicità.
L'impossibile fuga dalla Natura persecutrice delle sue creature.
Elementi di pensiero e poetica
La visione materialistica e meccanicistica della vita.
Il pessimismo cosmico
L'ironia e il sarcasmo sono i toni che dominano nel dialogo.
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