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Lupo_Verga

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Matteo Dessimone Pallavera

on 24 July 2016

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Transcript of Lupo_Verga

Un buon modo per iniziare a riflettere sul tema è pensare ai proverbi che tutti conosciamo che tirano in ballo il lupo. Ad esempio, in relazione all'appettito si dice...
Sin da questi primi passi comprendiamoo che l'uso che Verga fa di espressioni tradizionali non è affatto scontato: esse vengono impiegate con precisione per raggiungere un determinato obiettivo comunicativo. L'indagine si fa interessante: procediamo, dunque, oltre alla fame e al tempo da lupi. Cercheremo di capire in quale modo venga declinata l'immagine di questo animale e proveremo a spiegare perché sia tanto presente nelle opere del nostro autore... Avrà ora inizio un percorso a tappe: ciascuna sarà dedicata ad una sua caratteristica specifica.
L'immagine del lupo nei romanzi e nelle novelle di Giovanni Verga
E' uno degli animali più ricorrenti all'interno della produzione verghiana, simbolo stratificato e pluri-semico, appartenente all'immaginario popolare ancestrale, cristallizzato in decine di proverbi dai tanti significati che lo rendono spesso il termine di confronto di un'umanità degradata... Come viene sfruttata l'immagine del lupo dall'autore del Ciclo dei Vinti? Quali significati le attribuisce? Attraverso questo percorso metteremo in luce i risultati della nostra indagine sulla tipologia e le funzioni dell'immagine del lupo.

Alcune di esse sono piuttosto ovvie, al punto che...
....possiamo giocare a prevederle!
il lupo è...
lotta

il lupo è...
caccia

il lupo è...
al femminile

il lupo è... ciò che umano non è.
il lupo è...
aspetto fisico

le conclusioni
L'immaginario popolare vede il lupo come il concentrato di tutto ciò che esclude i caratteri fondamentali della civiltà: vive lontano dai villaggi, non conosce altra legge se non quelle della forza e della sopraffazione del più debole, è nemico delle greggi e quindi dei pastori, conduce un'esistenza solitaria e raminga profondamente segnata dal bisogno materiale. Tra le caratteristiche di questo quadro, emblematiche della sua dis-umanità sono in particolare la solitudine e la selvatichezza, che lo qualificano come il vero prototipo letterario di ciò che umano non è.
solitudine
selvatichezza
Sembrava una festa, mattina e sera, con tutte quelle bandiere, quella folla per le strade, quelle grida di viva e di abbasso, ogni momento, lo scampanìo, la banda che suonava, la luminaria più tardi. Le sole finestre che rimanessero chiuse erano quelle di don Gesualdo Motta. Lui
il solo
che se ne stesse
rintanato come un lupo
, nemico del suo paese, adesso che ci s'era ingrassato [...].

[Mastro Don Gesualdo, parte III, cap. IV]
Tutte le domeniche vado al confessionale, m'inginocchio... ma, ahimè! non ho la forza di confessare quella colpa mostruosa... Invento anche dei peccati che non ho mai commesso come per farne un compenso con quello che non oso mai dire, che mi nascondo gelosamente nel cuore
come una lupa nasconde i suoi figli nell'antro
!

[Storia di una capinera, Epistola del 28 giugno]
Parecchi anni or sono, laggiù lungo il Simeto, davano la caccia a un brigante, certo Gramigna, se non erro, un nome maledetto come l'erba che lo porta, il quale da un capo all'altro della provincia s'era lasciato dietro il terrore della sua fama. Carabinieri, soldati, e militi a cavallo lo inseguivano da due mesi, senza esser riesciti a mettergli le unghie addosso:
era solo
, ma valeva per dieci, e la mala pianta minacciava di abbarbicare.
[…] pattuglie, squadriglie, vedette per ogni fossato, e dietro ogni muricciolo; se lo cacciavano dinanzi
come una mala bestia
per tutta una provincia, di giorno, di notte, a piedi, a cavallo, col telegrafo. Gramigna sgusciava loro di mano, e rispondeva a schioppettate se gli camminavano un po' troppo sulle calcagna. […] I cavalli dei carabinieri cascavano stanchi morti; i compagni d'armi si buttavano rifiniti per terra in tutte le stalle, le pattuglie dormivano all'impiedi;
egli solo
, Gramigna, non era stanco mai, non dormiva mai, fuggiva sempre, s'arrampicava sui precipizi, strisciava fra le messi, correva carponi nel folto dei fichidindia, sgattajolava
come un lupo nel letto asciutto dei torrenti.

Vita dei campi, L'amante di Gramigna
Una volta successe una brutta scena. Il nonno, non sapendo più che fare per toccargli il cuore,
l'aveva tirato nell'angolo della cameruccia, ad usci chiusi, perché non udissero i vicini, e gli diceva, piangendo come un ragazzo, il povero vecchio: «Oh ‘Ntoni! non ti rammenti che qui c'è morta tua madre? Perché vuoi darle questo dolore a tua madre, di vederti fare la riescita di Rocco Spatu? Non lo vedi come stenta e si affatica la povera cugina Anna per quell'ubbriacone di suo figlio? e come piange alle volte, allorché non ha pane da dare agli altri suoi figliuoli e non le basta il cuore di ridere?
'Chi va col lupo allupa'
e 'chi pratica con zoppi all'anno zoppica' […].»

I Malavoglia, cap. XIII
Il lupo viene qui introdotto in quanto capace di rendere visibile in modo icastico l'aspetto psicologico della solitudine che caratterizza i tre personaggi citati. In tutti i casi citati non si tratta affatto di una solitudine pacificata, quanto piuttosto del risultato di una dinamica oppositiva. Ecco che quindi l'immagine del lupo - cui appartiene tanto l'aspetto della solitudine quanto quello dell'opposizione - si presta bene allo scopo di rappresentare l'opposizione tra il singolo e un determinato gruppo sociale: il brigante Gramigna vs. lo stuolo di uomini armati che lo cercano; la monaca peccatrice vs. la santità del monastero; Mastro Don Gesualdo vs. la cittadinanza e lo Stato. L'immagine del lupo è particolarmente efficace poichè riesce a dotare i personaggi della forza psicologica necessaria per controbilanciare l'asimmetrico dispiegamente di forze intrinseco alla dinamica dell'uno contro molti, che sarebbe altrimenti determinata in partenza senza possibilità di sviluppo narrativo.
In questi due casi la connotazione prevalente del lupo è quella di
animale selvatico
che sta oltre i confini del vivere civile: in un caso mediante un proverbio ('Chi va col lupo allupa') e nell'altro grazie ad una similitudine viene descritta la stigmatizzazione sociale alla quale i personaggi stanno andando incontro. E' importante notare tuttavia che sia 'Ntoni sia Rosso Malpelo non coincidono ancora con l'immagine del lupo selvatico, ma - ed è questo l'aspetto prevalente - secondo
la prospettiva del popolo
non potranno che divenire tali per via delle loro scelte, strettamente connesse alla loro natura e alla loro estrazione familiare. In questo senso è centrale il fatto che tali immagini siano inserite in un discorso diretto di Padron 'Ntoni e, mediante lo strumento narrativo del discorso indiretto libero, attribuite alla madre di Rosso Malpelo: in entrambi i casi esse sono strettamente correlate all'aspetto del dolore parentale di fronte alla condanna sociale del giovane. Non a caso, quindi, l'immagine del lupo selvatico viene impiegata a descrivere una realtà dinamica, ovvero il fatto che i due giovani personaggi abbiano un destino già segnato, posto ai margini del consorzio civile.
La vedova di mastro Misciu era disperata di aver per figlio quel malarnese, come dicevano tutti, ed egli era ridotto veramente come quei cani, che a furia di buscarsi dei calci e delle sassate da questo e da quello, finiscono col mettersi la coda fra le gambe e scappare alla prima anima viva che vedono, e
diventano affamati, spelati e selvatici come lupi.


Vita dei Campi, Rosso Malpelo
la tutela
di una madre
la vittima del gruppo
la lussuria
Era alta, magra; aveva soltanto
un seno fermo e vigoroso da bruna e pure non era più giovane; era pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e su quel pallore due occhi grandi così, e delle labbra fresche e rosse, che vi mangiavano.
Al villaggio la chiamavano
la Lupa

perché non era sazia giammai - di nulla.
Le donne si facevano la croce quando la vedevano passare, sola come una cagnaccia, con quell'andare randagio e sospettoso della lupa affamata; ella si spolpava i loro figliuoli e i loro mariti in un batter d'occhio, con le sue labbra rosse, e se li tirava dietro alla gonnella solamente a guardarli con quegli occhi da satanasso, fossero stati davanti all'altare di Santa Agrippina. […]

Vita dei Campi, La Lupa
[…]
La Lupa
era quasi malata, e la gente andava dicendo che il diavolo quando invecchia si fa eremita. Non andava più in qua e in là; non si metteva più sull'uscio, con quegli occhi da spiritata. Suo genero, quando ella glieli piantava in faccia quegli occhi, si metteva a ridere, e cavava fuori l'abitino della Madonna per segnarsi. […]

Vita dei campi, La Lupa
[…] Poco dopo, Nanni s'ebbe nel petto un calcio dal mulo e fu per morire; ma il parroco ricusò di portargli il Signore se la Lupa non usciva di casa. La Lupa se ne andò, e suo genero allora si poté preparare ad andarsene anche lui da buon cristiano; si confessò e comunicò con tali segni di pentimento e di contrizione che tutti i vicini e i curiosi piangevano davanti al letto del moribondo. E meglio sarebbe stato per lui che fosse morto in quel tempo, prima che il diavolo tornasse a tentarlo e a ficcarglisi nell'anima e nel corpo quando fu guarito. - Lasciatemi stare! diceva alla Lupa; per carità, lasciatemi in pace! Io ho visto la morte cogli occhi! […]

Vita dei Campi, La Lupa
Ed avrebbe voluto strapparsi gli occhi per non vedere quelli della Lupa, che
quando gli si ficcavano ne' suoi gli facevano perdere l'anima ed il corpo
. Non sapeva più che fare per svincolarsi dall'incantesimo. Pagò delle messe alle anime del Purgatorio e andò a chiedere aiuto al parroco e al brigadiere. A Pasqua andò a confessarsi, e fece pubblicamente sei palmi di lingua a strasciconi sui ciottoli del sacrato innanzi alla chiesa, in penitenza [...].

Vita dei campi, La Lupa
Tutte le domeniche vado al confessionale, m'inginocchio... ma, ahimè! non ho la forza di confessare quella colpa mostruosa... Invento anche dei peccati che non ho mai commesso come per farne un compenso con quello che non oso mai dire, che mi nascondo gelosamente nel cuore
come una lupa nasconde i suoi figli nell'antro
!

[Storia di una capinera,
Epistola del 28 Giugno]
- È la Mora! quella donnaccia! l'amante del Crippa! Come se gli avesse parlato il cuore, al disgraziato! Giusto in quei giorni, era stato dal maresciallo a denunziargli la sua amante, che voleva giocargli qualche brutto tiro: - La Mora non vuole lasciarmi tranquillo, ora che ho preso moglie, signor maresciallo. - E il maresciallo aveva risposto: - Va bene - al solito, senza pensare a ciò che potesse covare dentro di sé una donna come quella. Ora le guardie arrivavano dopo che la frittata era fatta, sbracciandosi a gridare: - Largo! largo!
In quel momento si udì un urlo straziante, e si vide correre verso la bottega del farmacista, dove stavano medicando il ferito, una donna colle mani nei capelli. Era l'altra, la moglie vera, che piangeva e si disperava, gridando: - Giustizia! Giustizia, signori miei! Me l'ha ucciso, quell'infame, vedete! - Il Crippa abbandonato su di una seggiola, tutto rosso di sangue, col viso bianco e stravolto, la guardava senza vederla, come stesse per lasciarla dopo soli due mesi di matrimonio, poveretta!
La folla voleva far giustizia sommaria della Mora, ch'era rimasta accasciata sul marciapiedi, in mezzo agli urli e alle minacce della folla, come una lupa.
Arrivarono sino a darle delle pedate nel ventre; tanto che le guardie dovettero sguainare le daghe per menarla in prigione, in mezzo ai fischi, che sembrava una frotta di maschere. [...] Ella udì pronunziare la sua condanna, disfatta, cogli occhi sbarrati e fissi, senza dir verbo. Si alzò traballando, come ubriaca, e nell'uscire dalla gabbia di ferro batté il viso contro la grata. [...]

Vagabondaggio, Il bell'Armando
Un altro aspetto che appartiene alla nostra esperienza quotidiana è il collegamento tra il cattivo tempo ed il lupo, che risulta del tutto familiare grazie ad espressioni come...
...avere una fame da lupi...
...mangiare come un lupo...
La fame insaziabile è probabilmente la caratteristica più evidente del lupo: non è difficile immaginare che Verga vi abbia fatto riferimento nelle sue opere. Alcuni esempi lo confermeranno...
- Da quando in qua mi siete divenuta credula come una femminuccia, moglie mia?
- Dacché vedo ed odo cose che non ho mai udite né viste.
- Cos'avete udito, di grazia?
- Quel che avete udito voi! ribatté essa senza scomporsi.
Don Garzia s'accigliò.
- Io non ho udito né visto nulla: esclamò dispettosamente.
- Ed io ho visto voi come vi vedo in questo momento, e come sareste sorpreso voi stesso di vedervi se lo poteste!
- Ah! esclamò il barone con un riso che mostrava
i suoi denti bianchi ed aguzzi al pari di quelli di un lupo, è
che mi avete fatto girare il capo anche a me, ed ho paura anch'io!
- Credete che io abbia paura, messere?
Il messere non rispose e andò a mettersi alla finestra di un umore più nero delle grosse nuvole che s'accavallavano sull'orizzonte.

[Primavera e altri racconti,
Le storie del castello di Trezza, cap. IV]

"[...] Però la prima volta che Donna Violante si svegliò in quella brutta cameraccia, e al fianco di quel brutto sire, dovette essere un gran brutto svegliarsi. Ma ell'era damigella di buona famiglia, bene educata all'obbedienza passiva, fiera soltanto del nome della sua casa e di quello che le era stato dato in tutela; era stata strappata bruscamente alla calma del suo convento, ai tranquilli diletti, ai sogni vagamente turbati della sua giovinezza, ad un romanzetto appena abbozzato, ed era stata gettata, - ella che avea sangue di re nelle vene, - nell'alcova di quel marrano, cui per caso era caduto in capo un berretto di barone: ella avea accettato quel marrano perché il Re, il capo della sua famiglia, le leggi della sua casta glielo imponevano, e avea soffocato la sua ripugnanza allorché la mano nera e callosa di quel vecchio s'era pesata sulle sue spalle bianche e superbe, perché era suo marito: dolce e gentile com'era, cercava a furia di dolci e gentili maniere raddolcire
quel vecchio lupo che le ringhiava accanto, e le mostrava i denti aguzzi
allorché voleva sembrare amabile. [...]"

[Le storie del castello di Trezza, cap. VIII]
[...] Il cavaliere Peperito, che si mangiava con gli occhi le gioie di donna Giuseppina Alòsi - degli occhi di lupo affamato sulla faccia magra, folta di barba turchiniccia sino agli occhi - approfittò della confusione per soffiarle nell'orecchio un'altra volta:
- Sembrate una giovinetta, donna Giuseppina! parola di cavaliere!
- Zitto, cattivo soggetto! - rispose la vedova. - Raccomandatevi piuttosto al santo Patrono che sta per arrivare.
- Sì, sì, se mi fa la grazia... [...]

[Mastro Don Gesualdo,
parte I, cap. III]
[...] ancora!... se avessi tenuta cara la pelle... ancora!... come la tien cara mio fratello Santo... santo diavolone! santo diavolone, badate!... a quest'ora sarei a portar gesso sulle spalle!... Il bisogno... via! via!... il bisogno fa uscire il lupo... ancora!... su!... il lupo dal bosco!... Vedete mio fratello Santo che sta a guardare?... Se non ci fossi io egli sarebbe sotto... sotto la macina... al mio posto... invece di grattarsi... [...]

[Mastro Don Gesualdo,
parte I, cap. IV]
[...] La vecchia, che non aveva perduto una parola di tutto il discorso, sebbene nessuno badasse a lei, si mise a grugnire in una collera ostinata di bambina, gonfiando apposta le vene del collo per diventar pavonazza in viso. Ricominciò il baccano: nuora e figliuolo la sgridavano a un tempo; lei cercava di urlar più forte, agitando la testa furibonda. Accorse anche Rosaria, col ventre enorme, le mani sudice nella criniera arruffata e grigiastra, minacciando la paralitica lei pure:
- Guardate un po'! È diventata cattiva come un asino rosso! Cosa gli manca, eh? Mangia come un lupo! [...]

[Mastro Don Gesualdo,
parte IV, cap. III]
[...] ‘Ntoni, ora che era in miseria, non aveva più ritegno di mostrarsi insieme a Rocco Spatu e a Cinghialenta per la sciara e verso il Rotolo, e a discorrere sottovoce fra di loro, colla faccia scura, a guisa di lupi affamati. [...]

[I Malavoglia, cap. 13]
Padron ‘Ntoni adesso era diventato del tutto un uccellaccio di camposanto, e non faceva altro che andare intorno, rotto in due, e con quella faccia di pipa, a dir proverbi senza capo e senza coda: «Ad albero caduto accetta! accetta!» – «Chi cade nell'acqua è forza che si bagni» – «A cavallo magro, mosche». – E a chi gli domandava perché andasse sempre in giro, diceva che «la fame fa uscire il lupo dal bosco», e «cane affamato non teme bastone»;

[I Malavoglia, cap. 15]
A suor Agnese, povera vecchia, il Signore le accordava la grazia. Colle sei onze all'anno della dote, e il piatto che le passava il convento, meno di trenta centesimi al giorno, essa riusciva a mantenersi lei, la lavandaia, e la conversa di cui non poteva fare a meno per i suoi acciacchi. [...] Di due ova ne mangiava uno lei, e l'altro, metà per una fra la serva e la lavandaia. Aveva anche combinato che a tavola teneva un fornello allato al piatto, e la sua porzione di minestra tornava a farla bollire perché crescesse e potesse bastare alle due donne che avevano sempre una fame da lupi.

[Don Candeloro e Compagni,
La vocazione di Suor Agnese]
"[...] Pioveva, e il vento urlava incollerito; le venti o trenta
donne che raccoglievano le ulive del podere facevano fumare le loro vesti bagnate dalla pioggia dinanzi al fuoco; le allegre, quelle che avevano dei soldi in tasca, o quelle che erano innamorate, cantavano; le altre ciarlavano della raccolta delle ulive, che era stata cattiva, dei matrimoni della parrocchia, o della pioggia che rubava loro il pane di bocca: la vecchia castalda filava, tanto perché la lucerna appesa alla cappa del focolare non ardesse per nulla,
il grosso cane color di lupo
allungava il muso sulle zampe verso il fuoco, rizzando le orecchie ad ogni diverso ululato del vento. Poi, nel tempo che cuocevasi la minestra, il pecorajo si mise a suonare certa arietta montanina che pizzicava le gambe, e le ragazze si misero a ballare sull'ammattonato sconnesso della vasta cucina affumicata, mentre il cane brontolava per timore che gli pestassero la coda. I cenci svolazzavano allegramente, mentre le fave ballavano anch'esse nella pentola, borbottando in mezzo alla schiuma che faceva sbuffare la fiamma. Quando tutte furono stanche, venne la volta alle canzonette, Nedda! - Nedda la varannisa! esclamarono parecchie. Dove s'è cacciata la varannisa?
Son qua; rispose una voce breve dall'angolo più buio, dove s'era accoccolata una ragazza su di un fascio di legna. [...]
- Che hai?
- Nulla.
- Ha la mamma che sta per morire, rispose una delle sue compagne, come se avesse detto che aveva male ai denti. [...]
- Di dove sei?
- Di Viagrande, ma sto a Ravanusa.
Una delle spiritose, la figlioccia del castaldo, che dovea sposare il terzo figlio di Massaro Jacopo a Pasqua, e aveva una bella crocetta d'oro al collo, le disse volgendole le spalle: - Eh! non è lontano! la cattiva nuova dovrebbe recartela proprio l'uccello!
Nedda le lanciò dietro un'occhiata simile a quella che il cane accovacciato dinanzi al fuoco lanciava agli zoccoli che minacciavano la sua coda."

[Nedda]
...tempo da lupi...
Questo modo di dire è usato diverse volte da Verga, con qualche variante.
Anche quando il lupo sembra esplicare una funzione denotativa ed essere considerato unicamente per il colore del suo manto, una lettura più profonda ci permette di vedere il parallelismo tra altri caratteri dell'animale e la protagonista della novella.
Il cane "color di lupo" e Nedda sono entrambi buttati a terra,
soli ed estranei
all'atmosfera festosa che si sta diffondendo per la casa: la prima pensa alla madre morente, il secondo teme che i danzatori gli pestino la coda. E la loro affinità è palesata dall'occhiata che Nedda lancia alla figlia del castaldo, per nulla rispettosa del suo dolore, occhiata "simile a quella che il cane lanciava agli zoccoli che minacciavano la sua coda". La natura animalesca della ragazza è confermata dalla sua "voce rude e quasi selvaggia" e dal suo aspetto fisico, che ricorda quello di un lupo colto negli elementi caratteristici, vale a dire pelo e denti: "[i] suoi capelli erano neri, folti, arruffati, appena annodati con dello spago, avea denti bianchi come avorio [...]".
Il lupo non poteva mancare nella novella che viene considerata emblematica del gotico verghiano. Nell'atmosfera tenebrosa e inquietante del castello di Aci Trezza è ambientata la vicenda che ruota attorno ad una leggenda popolare per cui il fantasma di Donna Violante, finita in sposa ad un uomo rozzo e insensibile, Don Garzia, e suicidatasi poi per amore dell'amante, morto anch'egli suicida, continua ad apparire e a perseguitare gli avventori del castello, donna Isabella compresa. Quest'ultima, seconda moglie di Don Garzia, sarà travolta nello stesso abisso della precedente, insieme al rispettivo amante.
Il lupo appare qui nel suo aspetto
minaccioso,
con accezione quindi chiaramente negativa: i denti sono "mostrati" e non utilizzati, così che l'aggressività, pur restando ad un livello potenziale, riempie entrambe le scene e testimonia del carattere immutabile di Don Garzia che sembra avere nel suo repertorio solo indifferenza e prepotenza, difetti che portano entrambe le mogli, dotate di spiccata sensibilità, a relazioni extraconiugali che si concluderanno in tragedia. Il lupo-Garzia sembra avanzare verso di loro digrignando i denti, costringendole ad arretrare, finché alle spalle non si trovano il vuoto in cui inesorabilmente precipitano.
Speranza se ne andò da una parte ancora sbraitando, e don Gesualdo dall'altra, colla bocca amara, tormentato anche da quell'altra pulce che la sorella gli aveva messo nell'orecchio. [...] Doveva tenere gli occhi aperti su ciascuno che andava e veniva, sulle serve, sui fogli di carta che mancavano, sulla figliuola. [...] Una sera finalmente la sorprese alla finestra,
con un tempo da lupi.
- Ah!... Continua la musica!... Che fai qui... a quest'ora?... A prendere il fresco per l'estate? T'insegno io a contar le stelle! Non m'hai visto ancora uscir dai gangheri! Gliel'insegno io a passeggiar di sera sotto le mie finestre, a certi cavalieri!

[Mastro Don Gesualdo,
parte III, cap. IV]
Una sera di vento e pioggia, vero
tempo da lupi
, Lollo capitò all'improvviso a casa sua, come la mala nuova. Picchiò prima pian piano, sporse dall'uscio la faccetta inquieta, e infine si decise ad entrare, giallo al par dello zafferano, e tutto grondante d'acqua.

[Novelle sparse, La caccia al lupo]
Il lago gli aveva dato dei bei guadagni. E a Natale, quando le anguille si vendono bene, nella casa in riva al lago, cenavano allegramente dinanzi al fuoco, maccheroni, salsiccia e ogni ben di Dio, mentre il vento urlava di fuori come un lupo che abbia fame e freddo. In tal modo coloro che restavano si consolavano dei morti.

[Novelle rusticane, Malaria]
denti
pelo
"[...] Vuoi sapere anche come si fa a pigliarlo? Ecco qua: gli si cala questo gingillo nella buca; il
lupo
, sciocco, l'addenta; allora, lesto, gli si passa la funicella all'altro capo del bastone, e si lega dietro la testa. L'affare è fatto. Dopo il
lupo
potete prenderlo e tirarlo su perché non fa più male!... E ne fate quel che volete... Ma bisogna aspettare a giorno chiaro... Ora vo a preparare la trappola...[...]"

[Novelle sparse, La caccia al lupo]
La lupa viene presentata come una madre solitaria animata da un fortissimo senso di protezione nei confronti della prole; questa immagine serve all'autore per avere una misura di confronto per ben altro sentimento: il pudore della giovane suora Maria (protagonista del romanzo epistolare 'Storia di una capinera'), incapace di rivelare il fondo dei propri sentimenti poiché ritenuti insopportabilmente gravi per una religiosa. In primo luogo si tratta dunque di un'immagine adottata con lo specifico fine di quantificare ed oggettivare in termini visibili una forte pulsione interiore, altrimenti irrimediabilmente celata. Tale pulsione viene inoltre qualificata dalla similitudine: il sentimento della suora è istintivo, intrattenibile, quasi animalesco nella sua forza impositiva ai danni di chi lo sperimenta.
L'immagine della lupa costituisce peraltro un'audace similitudine, dal momento che referente ne è una monaca di clausura: come è stato appena evidenziato la lupa è un animale impiegato di norma per connotare la lussuria. Usarlo in riferimento a chi abbia scelto la vita consacrata ottiene di sottolineare la forte scissione psicologica vissuta dalla protagonista: Maria è divisa tra la sua condizione di religiosa, nella quale non ha pace, e il ricordo del suo amato, ormai sposo della sorella. L'immagine della lupa, prodotta dall'immaginazione eccitata della giovane che si sfoga grazie all'atto della scrittura epistolare, ottiene di mettere in luce quale sia la reale concezione che la donna nutre di sé e, illuminandola di una luce torbida, ne rende visibile e oggettivo il senso di colpa, di per sé secreto e soggettivo. La forza del sentimento materno della lupa, misura della forza del sentimento di pudore della giovane, non è dunque che uno degli aspetti, cui si sovrappone inevitabilmente il tradizionale fondamento sessuale dell'immagine.
La femmina del lupo non assume su di sé le caratteristiche letterarie proprie del maschio, o quantomeno non in modo prevalente. Nell'immaginario popolare, e quindi - in Verga - anche in quello letterario, la lupa è il simbolo dell'insoddisfazione, anche sotto il punto di vista alimentare, ma prevalentemente in senso sessuale. La dimensione erotica presenta un carattere ipertrofico che caratterizza ogni elemento dell'azione, lasciando aperti solo alcuni margini alla variabilità di un tipo letterario che è di per sé piuttosto unitario. Cercheremo ora di illustrarlo, a partire dall'elemento più macroscopico: la lussuria.
La Lupa, protagonista della novella cui dà il nome, si chiama in realtà Pina e 'Lupa' non è altro che il soprannome 'parlante' che le è stato affibbiato dai compaesani, ai quali è nota come donna dall'inesauribile appetito sessuale. La caratterizzazione della donna si basa sulla grammatica iconografica della sensualità, come labbra rosse, gonne svolazzanti e chiome fluenti. Due elementi la qualificano però in termini patologici, privandola delle caratteristiche positive di una donna avvenente e trasferendone l'immagine nell'ambito del ferino e del magico: il pallore malarico e gli occhi, dotati di una forza ammaliatrice che la cui forza si direbbe soprannaturale. Il collegamento tra la vista ed il lupo non è nuovo: si pensi alla leggenda secondo la quale chi vede un lupo rimane senza favella. In questo caso il termine lupa, impiegato come metafora prolungata per denotare gnà Pina, assume una caratterizzazione marcatamente sessuale, venata di ascendenze mitico-leggendarie.
In questo contesto è tutt'altro che irrilevante il fatto che all'interno dell'opposizione bipolare tra sacro e demoniaco, frequentemente evocata in tutto il racconto, la Lupa si collochi - o meglio sia collocata dalla prospettiva valoriale dei compaesani, sia uomini sia donne, in associazione con il secondo termine: la donna viene percepita come strumento delle tentazioni demoniache e provoca in chi la veda passare costanti reazioni apotropaiche, come il gesto della croce o il riferimento a santi e protettori. In questo tratto la caratterizzazione obbedisce all'immagine tradizionale dell'animale, associato in tutta la tradizione letteraria al mondo infero e demoniaco.
Anche in questo caso, come in quello immediatamente precedente, l'immagine della lupa è costituita da due elementi: nell'elemento tradizionale di matrice sessuale si innesta l'immagine dell'animale in trappola, vittima della folla. La Mora, protagonista della novella, è una donna che non vuole rinunciare al proprio amante - così come Maria in 'Storia di una capinera' - e che in un accesso di gelosia arriva ad ucciderlo colpendolo al cuore. La connotazione come 'lupa', centrale rispetto alla nostra indagine, viene impiegata in una similitudine che descrive il momento in cui la donna è braccata dalla folla, che le impedisce la fuga. L'immagine è quindi particolarmente calzante: rappresenta al contempo la sconfitta della donna ormai preda della giustizia, l'accesa sensualità della donna, la solitudine dell'individuo vittima del livore popolare. Ancora una volta dunque una similitudine basata su un'immagine plurisemica e stratificata che con precisione assoma in sé le caratteristiche del personaggio cui si riferisce.
contro
la propria specie
contro tutti
contro
gli
uomini
contro
gli
animali
contro
gli oggetti
Con queste doti innamorò la figliuola di un oste che teneva bottega lì accanto. La ragazza era bruttina, ma aveva una bella voce, e doveva avere anche un bel gruzzolo. - La voce è tutto! - le diceva don Candeloro sgranandole gli occhi addosso, e accarezzandosi il pizzo. - Grazia! Che bel nome avete pure! - Andava spesso a far colazione all'osteria per amore della Grazia, e le confidò che pensava d'accasarsi, dacché aveva voltato le spalle alla vecchia baracca del padre, e messo su il nuovo teatro che rubava gli avventori al SAN CARLINO, e alTEATRO DI MARIONETTE. Si mangiavano fra di loro come lupi, padre e figlio, e i suoi colleghi erano giunti ad ordirgli la cabala, e fargli fischiare la Storia di Buovo d'Antona. - Spenderò i tesori di Creso! - aveva fatto voto quel dì don Candeloro battendo il pugno sulla tavola. - Ma non son chi sono se non li riduco a chiuder bottega tutti quanti!

[Don Candeloro e Compagni,
Don Candeloro]
Sembrava una festa, mattina e sera, con tutte quelle bandiere, quella folla per le strade, quelle grida di viva e di abbasso, ogni momento, lo scampanìo, la banda che suonava, la luminaria più tardi. Le sole finestre che rimanessero chiuse erano quelle di don Gesualdo Motta. Lui il solo che se ne stesse rintanato come un lupo, nemico del suo paese, adesso che ci s'era ingrassato, lagnandosi continuamente che venivano a pelarlo ogni giorno, la commissione per i poveri, il prestito forzoso, la questua pei fucili!... Lui lo mettevano in capo lista, lo tassavano il doppio degli altri. Gli toccava difendersi e litigare.

[Mastro Don Gesualdo,
parte IV, cap. III]
Finalmente il barone Mèndola riescì a farsi aprire l'uscio del vicoletto. Don Gesualdo, appostato alla finestra col fucile, stava per fare un subisso.
- Eh! - gridò Mèndola entrando trafelato.
- Tirate ad ammazzarmi, per giunta? Questa è la ricompensa?
L'altro non voleva sentir ragione. Tremava tutto dalla collera.
- Ah! così? A questo punto siamo arrivati, che un galantuomo non è sicuro neppure in casa? che la roba sua non è più sua? Eccomi! Cadrà Sansone con tutti i Filistei, però! Lo stesso lupo, quando lo mettono colle spalle al muro!... - Zacco, e due o tre altri benintenzionati ch'erano sopravvenuti intanto, sudavano a persuaderlo, vociando tutti insieme:
- Che volete fare? Contro un paese intero? Siete impazzito? Bruceranno ogni cosa! Cominciano di qua la Strage degli Innocenti! Ci farete ammazzare tutti quanti!
Lui s'ostinava, furibondo, coi capelli irti:
- Quand'è così!... Giacché pretendono metterci le mani in tasca per forza!... Giacché mi pagano a questo modo!... Ho fatto del bene... Ho dato da campare a tutto il paese...
Ora gli fo mangiar la polvere, al primo che mi capita!...
Proprio! Era risoluto di fare uno sterminio.

[Mastro Don Gesualdo,
parte IV, cap. IV]
Ora donna Rosolina aveva perso anche la testa, colle venticinque onze, e correva dietro a don Michele, per farsi mangiare il resto. Come lo vedeva andare nella strada del Nero, credeva ci andasse per veder lei sul terrazzino, e stava sempre al poggiuolo colla conserva dei pomidoro, e colle bocce dei peperoni, per far vedere di che era capace; poiché non glielo avrebbero levato dalla testa colle tenaglie che don Michele, colla sua pancia, ora che si era levato dal peccato mortale colla Santuzza, non cercasse una donna di casa e di giudizio, come intendeva lei; perciò lo difendeva, se suo fratello diceva corna del Governo e dei mangiapane, e rispondeva: «Dei mangiapane come don Silvestro sì! che si mangiano un paese senza far nulla; ma i dazii ci vogliono per pagare i soldati, che fanno bella vista colla montura, e senza soldati ci mangeremmo come lupi fra di noi.»

[I Malavoglia, cap. 13]
contro le pecore
«'Ntroi 'ntroi, ciascuno coi pari suoi», aggiunse padron Malavoglia.
Piedipapera allora ribatté che se don Silvestro si fosse
contentato di stare coi suoi pari a quest'ora ci avrebbe la zappa in mano, invece della penna.
«Che ce la dareste voi vostra nipote Mena?» – disse alfine padron Cipolla, volgendosi a padron ‘Ntoni.
«Ognuno all'arte sua, e il lupo alle pecore». Padron Cipolla continuava a dir di sì col capo, tanto più che fra lui e padron ‘Ntoni c'era stata qualche parola di maritar la Mena con suo figlio Brasi […]

[I Malavoglia, cap. II]
La mandra si vedeva tuttora sulla roccia, verso il cielo, per quel po' di crepuscolo che si raccoglieva in cima ai monti, e straforava le macchie dei fichidindia. Lontan lontano, alla Lamia e verso la pianura, si udiva l'uggiolare dei cani auuuh!... auuuh!... auuuh!... che arrivava appena sin là, e metteva freddo nelle ossa. Le pecore allora si spingevano a scorazzare in frotta pel chiuso, prese da un terrore pazzo, quasi sentissero il lupo nelle vicinanze, e a quello squillare brusco di campanacci sembrava che le tenebre si accendessero di tanti occhi infuocati, tutto in giro. Poi le pecore si arrestavano immobili, strette fra di loro, col muso a terra, e il cane finiva d'abbaiare in un uggiolato lungo e lamentevole, seduto sulla coda.

[Novelle rusticane, Pane nero]
[...] si ebbe la certezza che l'anima benedetta della baronessa era in luogo di salvazione, e si pensò invece a quella di Corrado il paggio, poveretto!
- Come era morto il paggio? s'era ucciso anche lui?
- Non era morto, era scomparso.
- Quando?
- Due giorni prima della morte di donna Violante.
- E chi l'avea fatto sparire?
- Chi!... balbettò la ragazza facendosi pallida.
- Ma chi può far sparire un'anima del Signore e portarsela a casa sua, come un lupo ruba una pecora? - Messer demonio.
- Ah! era dunque un gran peccatore cotesto messer Corrado!
- No, madonna, era il giovane più bello e gentile che sia stato al castello.
La baronessa si mise a ridere.
- Eh! mia povera Grazia, quelli sono i peccatori che messer demonio suol rapire a cotesta maniera!... [...]

[Primavera e altri racconti,
Le storie del castello di Trezza, cap. III]
"[...] - V'aspetto dunque? Tornate?
Lollo andò a staccare lo scapolare grugnando: - Uhm!... uhm!... - E tornò a prendere l'agnella. - Vedremo... Il gusto è a vederlo in trappola... che ne fate poi quel che volete... senza dar conto a nessuno... Anzi vi dànno il premio al municipio!... Tu sta' cheta, sta' cheta - ripeté mettendosi l'agnella sotto il braccio. - Sta' cheta che il
lupo
non ti tocca. Ha da pensare ai casi suoi, piuttosto. [...]"

[Novelle sparse,
La caccia al lupo]
- A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri! - Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie. - A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l'anima! - A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero! [...] Ai galantuomini! Ai cappelli! Ammazza! ammazza! Addosso ai cappelli! Don Antonio sgattaiolava a casa per le scorciatoie. Il primo colpo lo fece cascare colla faccia insanguinata contro il marciapiede. - Perché? perché mi ammazzate? - Anche tu! al diavolo! - [...] Se quella carne di cane fosse valsa a qualche cosa, ora avrebbero potuto satollarsi, mentre la sbrandellavano sugli usci delle case e sui ciottoli della strada a colpi di scure. Anche il lupo allorché capita affamato in una mandra, non pensa a riempirsi il ventre, e sgozza dalla rabbia.

[Novelle rusticane, Libertà ]
contro
il gregge
"[...] C'è un
lupo
... qui vicino... voglio pigliarlo.
Ella, istintivamente, volse una rapida occhiata all'uscio della cucina e fissò gli occhi smarriti in volto al marito, che non la guardava neppure, chino sulla sua pipa, assaporandola, quasi assaporasse già il piacere di cogliere la
mala bestia
. Ella, facendosi sempre più pallida, colle labbra tremanti, mormorava: - Gesù!... Gesù!...
- Non aver paura. Voglio pigliarlo in trappola... senza rischiarvi la pelle... Ah, no! Ah, no! sarebbe bella!... con chi viene a rubarvi il fatto vostro... rischiarci la pelle anche! [...]
- Vuoi sapere come si fa?... Ecco: Gli si prepara il suo bravo trabocchetto... un bel letto sprimacciato di frasche e foglie... l'agnella legata lì sopra, che lo tira la carne fresca, il mariolo!... e se ne viene come a nozze al sentire il belato e la carne fresca... Col muso al vento, se ne viene, e gli occhi lucenti di voglia... Ma appena cade nella trappola poi, diventa un
minchione
, che chi gliene può fare, gliene fa: sassi, legnate, acqua bollente! [...]!

[La caccia al lupo]
[…] Diggià non si alzava più. Jeli si metteva a
piangere quando non gli bastavano le forze per aiutarlo a voltarsi da un lato all'altro; poco per volta compare Menu finì per non parlare nemmen più. Le ultime parole che disse al suo ragazzo furono:
- Quando sarò morto andrai dal padrone delle vacche a Ragoleti, e ti farai dare le tre onze e i dodici tumoli di frumento che avanzo da maggio a questa parte.
- No, rispose Jeli, sono soltanto 2 onze e quindici, perché avete lasciato le vacche che è più di un mese, e bisogna fare il conto giusto col padrone.
- È vero! affermò compare Menu socchiudendo gli occhi.
- Ora son proprio solo al mondo come un puledro smarrito, che se lo possono mangiare i lupi! pensò Jeli quando gli ebbero portato il babbo al cimitero di Licodia.
Mara era venuta a vedere anche lei la casa del morto colla curiosità acuta che destano le cose spaventose. - Vedi come son rimasto? le disse Jeli, la ragazzetta si tirò indietro sbigottita per paura che la facesse entrare nella casa dove era stato il morto. […]

[Vita dei campi, Jeli il pastore]
contro
un
puledro
ai danni dei campi
ai danni
della roba
[…] Finita la raccolta, alla vigilia della partenza, Mara venne a salutare il giovanotto, nel tempo che ei stava facendo la ricotta, ed era tutto intento a raccogliere il siero colla cazza. - Ora ti dico addio, gli disse ella, perché domani torniamo a Vizzini.
- Come sono andate le fave?
- Male sono andate! La lupa le ha mangiate tutte questo anno.
- Dipende dalla pioggia che è stata scarsa, disse Jeli, noi siamo stati costretti ad uccidere anche le agnelle perché non avevano da mangiare; su tutta la Salonia non è venuta tre dita di erba. […]

[Vita dei campi, Jeli il pastore]
[...] lo stesso don Gesualdo rimase sconcertato. Ora cercava di pigliarla colle buone, vinto da uno sconforto immenso, dall'amarezza di tanta ingratitudine che gli saliva alla gola, colle ossa rotte, il cuore nero come la pece.
- Avete ragione!... Io sono il tiranno! Ho il cuore e la pelle dura, io! Sono il bue da lavoro... Se m'ammazzo a lavorare è per voialtri, capite? A me basterebbe un pezzo di pane e formaggio... Vuol dire che ho lavorato per buttare ogni cosa in bocca al lupo... il mio sangue e la mia roba!... Avete ragione!...

[Mastro Don Gesualdo,
parte III, cap. III]
Don Michele non aveva bisogno di cercare di aiutarsi in qualche maniera, così grasso e pasciuto! e non aveva altro da fare che metter le mani addosso a qualche povero diavolo, se si industriava a buscarsi come poteva un pezzo di dodici tarì. E quell'altra prepotenza che per sbarcare la roba di fuori regno, bisognava pagare il dazio, come fosse roba rubata! e doveva metterci il naso don Michele coi suoi sbirri! Loro erano padroni di mettere le mani su ogni cosa, e prendere quello che volevano; ma gli altri, se cercavano a rischio della pelle di fare come volevano per sbarcare la loro roba, passavano per ladri, e li cacciavano peggio dei lupi colle pistole e le carabine.

[I Malavoglia, cap. 13]
Anche costoro mostravano di essere dei viandanti rifiniti dal lungo viaggio, come una famigliuola di zingari; l'uomo che si dava per calderaio, la moglie che diceva la buona ventura, la figlia, una bella bruna, la quale doveva averne fatte molte, così giovane com'era, e portava attaccato al petto cascante un bambino affamato e macilento. [...] Siccome la popolazione si era commossa al loro apparire, e minacciava, il Capo Urbano accorse anche qui colle guardie, armate sino ai denti, gridando da lontano - Via! via! - come si fa ai lupi. Loro a ripeter la commedia che venivano da lontano, che li avevano scacciati da ogni dove, che erano affamati, e preferivano li uccidessero lì a schioppettate. Allora, per non saper che fare, temendo di accostarsi per paura del colèra, li lasciarono lì, fuori del paese, guardati a vista come bestie pericolose.

[Vagabondaggio, Quelli del colèra]
"[...]- Che mi chiudete a chiave? - strillò la donna picchiando dietro l'uscio. - Eh? che fate?
Lollo non rispose e si allontanò tra l'acqua e il vento. - Oh Vergine santissima! - esclamò la poveretta aggirandosi per la stanza colle mani nei capelli.
S'aprì invece l'uscio della cucina e comparve Michelangelo, pallido come un morto, e che non si reggeva in piedi.
- Presi!... Siamo presi! - balbettò lei con un filo di voce. - Ci ha chiusi a catenaccio!
L'altro, senza rispondere, correva di qua e di là in punta di piedi, proprio come un
lupo
colto in trappola, pallido, stralunato, tentando la porta e l'inferriata della finestra. Poi sollevò la tavola come un fuscello, e la mise sul letto, e sopra la tavola uno sgabello, e vi s'arrampicò come un gatto cercando di arrivare al tetto, colle braccia disperate. Infine si arrese, trafelato, guardando bieco la complice, e le disse una parolaccia.[...] Egli furioso scuoteva di nuovo porta e finestra, rompendosi le unghie per scalzar l'intonaco mugolando come una bestia presa al laccio. [...]"

[Novelle sparse, La caccia al lupo]
Don Garzia d'Arvelo s'era trovato inaspettatamente, a cinquant'anni, signore dei numerosi feudi che dipendevano dalla baronia di Trezza; […] Il cavaliere d'Arvelo, divenuto barone, fece impiccare preliminarmente due o tre vassalli i quali avevano la disgrazia di possedere bella selvaggina in casa, e la triste riputazione di tenere all'onore come altrettanti gentiluomini; poi era montato a cavallo, e siccome sospettavasi anche che il signore di Grevia avesse saldato in quel tal modo spicciativo alcuni vecchi conti di famiglia, era andato ad aspettarlo ad un certo crocicchio, e senza stare a sofisticare sulla probabilità del si dice, avea messo il saldo alla partita.
[…] Tutti coloro che nel requiem ordinato in suffragio del giovane barone avevano innestato sottovoce certi mottetti che non erano nella liturgia, ebbero a pentirsene, e dovettero ripetere, senza che sapessero di storia, il detto della vecchia di Nerone. - Lupo per lupo, il vecchio che succedeva al giovane mostrava tali ganasce e tale appetito, che al paragone il lupacchiotto morto diventava un agnellino.

[Primavera e altri racconti,
Le storie del castello di Trezza, cap. VII]
Una delle caratteristiche del lupo è la sua forza ferina, che si esplica inevitabilmente ai danni delle sue vittime: indagare chi ne subisca la violenza serve a chiarirne la gamma delle funzioni letterarie nonché la rete delle dinamiche oppositive. La modalità impiegata dall'autore è porre in contrapposizione l'immagine del lupo con altri elementi di varia natura, creando una ricca serie di coppie oppositive. Cercheremo ora di considerare quali siano e quale sia la loro funzione.
La metafora della caccia al lupo come caccia all'uomo percorre tutta l'opera di Verga. Qui il nesso tra il lupo e il ladro di donne altrui è stabilito fin dall'inizio della novella, con un'indicazione metereologica che rimanda al tempo in cui i lupi, per nutrirsi, scendono a valle e che conferisce subito al racconto un senso di attesa angosciosa. La finzione della caccia al lupo che condurrà alla cattura dell'amante della moglie è portata avanti da Lollo attraverso la messinscena dell'agnella, controparte animale di Mariangela, e l'allusività delle frasi di Lollo, rimarcata dai puntini di sospensione. Pian piano si arriva ad un progressivo chiarimento della metafora, fino al suo scioglimento, nel momento in cui Michelangelo rivela la natura sciocca e credulona che ha in comune con il lupo, la stessa che l'ha costretto in trappola per aver ceduto all'attrazione dei sensi.
L'immagine del lupo come feroce predatore viene qui completamente rovesciata. I dati etologici cui sembra rifarsi l'Autore derivano dall'osservazione popolare più che da uno studio scientifico, tanto che l'immagine del lupo "sciocco" o "minchione" appartiene esclusivamente alla tradizione orale e favolistica (si pensi al lupo stolto contrapposto alla volpe scaltra). Perché il lupo è "sciocco"? Perché è preso in trappola dagli astuti pastori depredati. La sua stupidità esiste solo in contrapposizione all'ingegnosità dei suoi stessi perseguitati, che lo colpiscono con la beffarda violenza riservata a chi pensava di cavarsela ancora una volta, ma cade invece vittima del tranello ordito con perizia ai suoi danni.
Il linguaggio allusivo con cui Lollo, il protagonista, si rivolge alla moglie nel descrivere come avverrà la caccia al lupo introduce al vero tema della novella, che è quello della caccia all'uomo. Mariangela è identificata con l'agnella e Michelangelo, l'amante, con il lupo, mentre l'istinto fagico dell'animale è tramutato in fagismo erotico attraverso i riferimenti al "letto", all'"agnelletta legata lì sopra", alla "carne fresca", alle "nozze", agli "occhi lucenti di voglia". Proprio a Michelangelo sarà riservato la vendetta che viene qui promessa al lupo "minchione" ormai catturato, senza via di fuga e totalmente in balia del cacciatore.
In tutti e quattro i casi il termine viene impiegato in senso traslato: nella maggioranza delle occorrenze (3 su 4) costituisce una similitudine, mentre nell'ultima fa riferimento ad un proverbio. In realtà, proverbiale è il riferimento alla base di tutte le citazioni: la saggezza popolare attesta in modo maggioritario la massima "lupo non mangia lupo"; in questo caso, invece, si sottende il proverbio di polarità inversa "lupo mangia lupo", assai meno diffuso del precedente, benché non privo di affinità con l'antico "homo homini lupus". Un lupo ne mangia un altro quando vi sia spinto da una forza necessitante: ritrarlo in questo modo serve alla rappresentazione del momento drammatico in cui non v'è alternativa a divorarsi tra pari. Ecco quindi spiegato il motivo dell'elevata occorrenza di tale immagine: essa vale a metafora di una condizione umana che assomma in sé aggressività ed interesse personale. Questa è la condizione in cui si trovano i personaggi che costituiscono i referenti dei lupi: Don Candeloro, Don Gesualdo e donna Rosolina, incentrati in una solitudine selvatica caratterizzata dall'avversione ai loro pari.
La nocività dell'animale - cui in questo caso si fa riferimento in senso proprio - si esplica qui ai danni dei campi; la citazione è interessante nel momento in cui si consideri la natura eminentemente carnivora del lupo: in questo caso è ridotto talmente alla fame da aver divorato le fave seminate nel campo da Jeli. L'immagine non è quindi neutra, ma porta con sé un sostrato di carestia e desolazione che arriva a colpire persino il predatore per eccellenza.
Complessa l'interpretazione di questo passo: Don Gesualdo dice di sé di essere "il bue da lavoro" e quando introduce la metafora del lupo lo fa per indicare la propria famiglia, che gli sta divorando il capitale accumulato con tanti sforzi. Da notare che latente all'immagine è la minaccia che, una volta terminati i beni, i suoi familiari si rivolgano contro di lui, "bue" in mezzo ai "lupi". Ecco che la famiglia è riproposta tutta in termini zoomorfi. In questo modo viene reso evidente che tutti i membri della famiglia sono dominati dalla potenza dei propri istinti: da una parte quello dell'accumulo, dall'altro l'inesausta bramosia di oggetti. Si tratta evidentemente di forze contrapposte che poste in seno alla famiglia non possono che sgretolarla, come di fatto accadrà.
Indipendentemente dal fatto che il lupo sia inteso in senso proprio (come nel primo caso) o in senso traslato (come nel secondo) la sua voracità viene applicata ad oggetti materiali, innescando un inevitabile corto-circuito semantico: l'animale supera i confini che gli pone la natura e danneggia elementi della sfera umana, rispetto alla quale si pone in termini di conflittualità, benché essi non interessino di norma la sua specie. Il lupo in questo caso è un concentrato di pura nocività, spinto da nessun altro obiettivo se non il commetter danno.
al lupo
Il lupo colto in trappola viene usato in senso traslato per descrivere Michelangelo, l'amante, che era rimasto tutto il tempo nascosto e che ora si rende conto di non avere via di scampo. Sicuro della vittoria, Lollo esce infatti di casa e fa scattare la trappola per i due amanti, chiudendo la porta di casa. Michelangelo e la donna, come il lupo e l'agnella, rimangono bloccati, ma, come previsto da Lollo, il primo non toccherà neanche la seconda, tutto preso dai "casi suoi". Le sue reazioni vengono registrate con paragoni zoomorfi: egli si comporta come una belva sconfitta e impazzita che tenta invano di liberarsi, muovendosi irrazionalmente da una parte all'altra della casa e usando le unghie per tentare di scacciar via l'intonaco e guadagnare la fuga da un destino tragico.
all'uomo
Tutte le citazioni che sono state riportate sono accomunate dal fatto di trattarsi di similitudini: il lupo affamato non interessa all'autore in sé, ma in quanto immagine efficace per descrivere l'intensità degli appetiti umani. In primo luogo, l'appetito in senso stretto: è la fame di chi conduce una vita grama e non riesce a saziarsi. Ma è anche la fame data dal desiderio di realizzarsi sotto il punto di vista umano: è il caso di 'Ntoni e di suo nonno, entrambi alla ricerca di un posto nella società. La fame, ovvero il bisogno, diviene il motore delle loro azioni, e tuttavia esse sono vanificate in partenza dal fatto stesso di non essere mirate ad alcun fine specifico: "La fame fa uscire il lupo dal bosco", è proverbio che descrive chi cerca qualcosa pur di campare la vita, di chi lascia la strada nota mal calcolando il rischio dell'ignoto. E infine, come nel caso del cavaliere Peperito, la fame è brama sessuale: forse - per quanto ci consta - l'unico caso di applicazione al maschile di un'istanza ben presente nella declinazione al femminile del lupo, come si vedrà in seguito.
Citato per tre volte, per tre volte il termine viene usato in senso traslato: la menzione del lupo qualifica non solo uno specifico clima di piogge e di venti, ma gli attribuisce un sovrappiù espressivo derivante dalla pericolosità dell'animale e dalla paura che suscita: Verga fa riferimento ad un modo di dire popolare, ma con la chiara intenzione di sfruttarne i portati descrittivi. E a garanzia di ciò viene la terza citazione, dove il vento viene paragonato - si badi bene! - non all'ululato, ma, con salto logico motivanto dall'esigenza di concretizzare l'immagine, al lupo in sé, flagellato da fame e freddo: non una mera similitudine esornativa, ma un vero e proprio collettore di sensazioni e atmosfere.
Le immagini che abbiamo accomunato in questa tappa del nostro percorso devono in realtà essere attentamente distinte: strutturalmente analoghe sono le situazioni descritte nel racconto "Quelli del colèra" e nel passo de "I Malavoglia", mentre a sé stante è la terza citazione da "Le storie del castello di Trezza".
Le prime due citazioni presentano l'immagine di un lupo in opposizione agli uomini, percepito come una minaccia da debellare: la similitudine dei lupi cacciati a schioppettate ripropone qui, in nuce e senza esplicitarla, l'immagine tradizionale del lupo che minaccia il gregge e che viene allontanato dai pastori armati di schioppo. Fondamentale notare però che il "pericolo" è in questo caso, fuor di metafora, costituito da elementi appartenenti alle frange deboli della società: nel primo caso sono viandanti sfiniti dalla fatica che si tema possano portare il colera, mentre nel secondo caso sono i piccoli creditori che avanzano i loro diritti nei confronti delle componenti forti della società. L'autore sceglie quindi l'immagine del lupo messo in fuga non per trattare del lupo in sé, ma per porre l'accento sulla dinamica oppositiva insita nella diffusa prevaricazione sociale, a costante danno delle componenti più deboli ed indifese del popolo, costrette a sottostare per paura alle "schioppettate" di chi detiene il potere.
La terza citazione si rivela di particolare efficacia per mostrare come lo stesso referente immaginario, il lupo, possa essere piegato a veicolare significati del tutto contrapposti. Se nel caso precedente era l'immagine della paura indifesa sperimentata dalle classi più sociali più deboli, questa volta il lupo rappresenta la forza bruta e tirannica della quale proprio i più deboli fanno le spese. Don Garzia D'Arvelo è il degno erede del barone defunto: appena assunto il titolo si impegna a far mostra delle sue capacità di governo, basate sul costante uso della violenza, somministrata in modo sommario e arbitrario, al fine di guadagnarsi il rispetto in grazie del terrore suscitato. "Lupo per lupo" è la ben magra consolazione di chi, osservando le iniquità dei potenti dal basso, non può far altro che giustificare così la propria condizione presente: chi è vittima della violenza indiscriminata continuerà ad esserlo, perché ad un tiranno non potrà che succederne un altro, forse anche peggiore del precedente.
Uno dei rari usi in senso proprio del termine lupo si ritrova in un breve accenno nella novella "Pane nero", dove viene descritto un gregge di pecore che già trepida prima ancora dell'arrivo del predatore. Stupisce che si tratti di un'attestazione unica, dal momento che nulla sarebbe più normale in un contesto agreste di un lupo che mangi una pecora. Tuttavia, anche se l'autore non ama descrivere l'atto in sé, è proprio con l'enfasi sulla 'normalità' che vengono associati carnefice e vittima nella citazione de "I Malavoglia": "il lupo alle pecore", a dire che è buona norma attenersi alle tradizioni. A quanto pare, pertanto, il proverbio impiegato da padron 'Ntoni non enfatizzerebbe in alcun modo la nocività del lupo, quanto, in questo caso, il fatto che il suo obiettivo sia sempre il medesimo: secondo l'atavica immutabile esperienza dei pastori, le pecore. Questa altro non è che una chiave di lettura della realtà secondo una prospettiva popolare, non lontana da "lupo per lupo": ciò che è sempre avvenuto in un certo qual modo, in quel modo deve continuare a ripetersi, unica garanzia del mantenimento di un'ordine nella realtà.
Ancora una volta una similitudine basata su una coppia in opposizione, divisa tra il simbolo della giovinezza innocente ed inesperta - il puledro - e l'emblema della società pronta a divorare chi non sappia correre abbastanza veloce - i lupi. Verga impiega in questo caso un'accezione perspicua dell'immaginario legato al lupo, tratteggiandolo come una forza collettiva che non si faccia scrupolo di soddisfare la propria fame a danno degli indifesi. Chiaro anche il portato di patetismo proprio dell'immagine, atto a suscitare la reazione empatica del lettore nei confronti del giovane pastore Jeli, appena rimasto orfano di un padre che, più che trasmettere affetto, si è curato fino all'ultimo di insegnargli come cavarsela in un mondo pronto a mandarlo in rovina.
Il lupo è un mammifero carnivoro appartenente alla specie dei Canidi. Possiede un corpo slanciato con arti lunghi e sottili e un muso allungato con orecchie triangolari non molto lunghe. Il colore del mantello è generalmente mimetico e varia dal fulvo al grigio.
Tipica della specie è la presenza dei denti robusti e bianchissimi, particolarmente sviluppati e specializzati per afferrare e spezzare. Proprio il pelo e i denti epitomizzano la natura del lupo nell'immaginario popolare come selvatico, famelico e aggressivo. Come si è già detto, anche quando il lupo sembra usato come termine di paragone in senso denotativo, a testimonianza della regressione linguistica e mentale dell'Autore al livello dei personaggi, tradisce la sua affinità con l'uomo, con cui condivide l'istinto alla lotta per la sopravvivenza.


La descrizione dei moti libertari anti-borghesi, o meglio - per parafrasare Verga - 'anti-cappelli', trova nel momento della sua acme il paragone con la forza cieca ed insensata di un lupo rabbioso che si scateni contro un'intera mandria. Da una parte la forza fulminea e dirompente del primo, dall'altra la massiccia e corpulenta mole statica della seconda sono elementi che combinati compongono un quadro di insieme capace di restituire in termini icascastici e sintetici quanto più dettagliatamente l'autore ha già detto in precedenza; punto centrale è l'esplosione di una rabbia per lungo tempo sedata in una pazzia collettiva (ben rappresentata dall'unico lupo della similitudine) del tipo di quella di Aiace: onnicomprensiva e senza fine, puramente vendicativa, nel tentativo di ottenere una ricompensa (in questo caso sociale, non derivante da atti eroici), sino ad allora mancata. E che comunque non arriverà.
Tanto nei confronti delle pecore, quanto del puledro e del gregge nel suo complesso, il lupo si caratterizza costantemente come un elemento fortemente nocivo, caratterizzato in modo ovviamente negativo. E' questa la prospettiva di un narratore che sceglie scientemente di adottare la prospettiva interpretativa del popolo rurale dell'epoca e, anche quando non vuole descrivere una realtà conflittuale, ma semplicemente far parlare i suoi personaggi del valore delle tradizioni, preferisce tagliar corto dicendo "a ciascuno l'arte sua, il lupo alle pecore".
Illustrando le coppie oppositive aventi come (almeno) uno dei due estremi il lupo, sono state messe in luce innumerevoli sue funzioni letterarie e peculiarità sematiche: a partire dall'uso prevalentemente metaforico/simbolico per indicare una società basata sulla sperequazione, sino all'impiego proverbiale per imprimere un sigillo di autorità alla strutturazione sociale (ancora una volta sperequante).
Nelle novelle e nei romanzi di Verga, la consistenza quantitativa e qualitativa dei riferimenti al mondo animale in generale e al lupo in particolare ci consente di distinguere almeno due livelli di significazione. Ad un livello più basso l'elemento animale esplica una funzione denotativa, sostenendo o integrando il contesto, come nel caso del riferimento al tempo metereologico, che è "da lupi" quando si combinano vento e pioggia, come nell'incipit de "La caccia al lupo". In altri contesti espressivi, però, il medesimo significante si carica di significati più complessi, decifrabili solo attraverso una serie di passaggi logici che ne disvelano l'intersezione semantica con l'uomo, palesandone il valore di metafora di una condizione esistenziale condivisa. A questa categoria appartengono tutti quei riferimenti animaleschi che comportano una traslazione semantica del significato di base. Statisticamente le metafore non ricoprono un ruolo determinante, mentre prevalgono le similitudini, aspetto legato naturalmente alla dimensione oggettiva e popolare della narrazione, per cui vengono prediletti gli usi catacresici e antonomastici, basti pensare alla Lupa.
Nel suo aspetto maschile, la ferocia del lupo è raramente legata alla sessualità, mentre è più spesso associata alla sfera trofica, alla selezione naturale e alla lotta per la vita, estesa anche al campo sociale. Come si è detto, sia nelle novelle che nei romanzi, la presenza dell'animale è spesso concomitante a lessemi quali "mangiare", "fame", "affamato" ecc. che rimandano quindi al campo semantico della nutrizione. In alcuni casi il lupo famelico indica aggressività e mostra i denti per darne un saggio, mentre in altri casi, è caratterizzato non da ferocia, bensì da miseria, solitudine, selvatichezza, esclusione dalla società.
Il fagismo lupesco sembra dunque recare con sé, nell'opera di Verga, una cifra ambivalente che passa dalla raffigurazione della radice bestiale e violenta che muove le azioni dell'uomo all'illustrazione di un destino di sconfitta, ben esemplificato dal lupo colto in trappola.
il lupo
Per quanto riguarda il personaggio femminile, questo sembra retrocesso da Verga ad un livello in cui domina tanto una concezione fagica dell'eros, vissuto come bisogno primario alla pari della fame, quanto un istinto di sopravvivenza della specie che si estende chiaramente anche alla prole, protetta con gelosia e possessività. Il primo significato è preponderante, ricorrendo ben diciassette volte nella novella intitolata proprio "La Lupa", in cui ella è accusata di "spolpare i [...] figluoli e i mariti" delle donne del paese e sembra animata da un irrefrenabile desiderio fisiologico che si collega qui alla calura estiva. Lo spazio della donna è infatti quello libero e aperto della natura, mentre il suo tempo è quello ciclico delle stagioni, esattamente come gli animali. Verga individua nella tragedia della sessualità bestiale e primitiva della donna-lupo una sconfitta storica necessaria per l'evoluzione della società umana, processo ben incarnato dall'ascesa di Nanni, interessato invece ad accumulare roba. Similmente a quanto succede all'uomo-lupo de "La caccia al lupo", anche la vicenda rappresentata dalla donna-lupo subisce il medesimo destino di sconfitta: la Mora, colpevole di minare l'istituzione del matrimonio e sanzionata dalla folla che arriva persino a darle delle pedate nel ventre, ci viene poi ripresentarcela dietro le sbarre, ancora una volta in trappola.
la lupa
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