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Gli interventi dell’uomo sulla natura

Adami - Berti - Beatini - Bresciani - Bertoni 2B
by

Elia Berti

on 17 February 2015

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Transcript of Gli interventi dell’uomo sulla natura

Gli interventi dell’uomo sulla natura
Adami - Beatini - Berti - Bertoni - Bresciani IIB
Introduzione
Strade
L’attività mineraria
Edifici
Fine
Acquedotti
Fonti
M. Vitruvio Pollione,
De Architectura
Monografie Romane – Acquedotti
http://roma.andreapollett.com/S3/romaaq2i.htm
Romano Impero: ACQUEDOTTI ROMANI
http://www.romanoimpero.com/2009/10/acquedotti-romani.html?m=1
Acquedotti romani
http://www.skuola.net/storia-antica/acquedotti-romani.html
Passaggio a Nord-Ovest - Gli acquedotti di Roma
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-a5c5e737-e3c7-4997-a4d1-79a5787d4afc.html
Pasquale Argenziano,
De Aquaeductu Urbis Romae di Sesto Giulio Frontino
Uno degli ambiti in cui i romani sono riusciti meglio a domare la natura è quello dell’idraulica.
Le imponenti opere dei loro acquedotti sono ancora oggi visibili in ogni angolo dell’Impero, ed è un acquedotto romano che alimenta a Roma le fontane di Trevi, Piazza di Spagna e Piazza Navona
Alla sorgente l’acqua veniva prelevata e, come oggi, fatta decantare in delle vasche chiamate
piscine limariae
, che servivano appunto per far depositare il fango. Da qua poi veniva incanalata nello
specus
, la conduttura impermeabilizzata con un rivestimento di cocciopesto, l’
opus signinum
.
Plinio il Vecchio
Tubo in terracotta
Tubo in piombo
dioptra
chorobates
L’unico metodo per trasportare l’acqua era sfruttare la gravità.
Infatti gli acquedotti avevano una pendenza costante di circa il 2%, che i
libratores
(livellatori) ottenevano usando strumenti come la
dioptra
, una complicata livella ottica, od il
chorobates
, un sistema per misurare l’inclinazione del terreno.
Si conosceva anche la tecnica dei vasi comunicanti, ma veniva utilizzata poco perché l’acqua era in pressione, rendendo più difficile la manutenzione.
A Roma, dove l’acqua arrivava a più di un milione di persone grazie a duecentoquarantasette castella, non esisteva una carica dedita solo agli acquedotti fino a Nerva, che creò la carica del
curator aquarum
.
Il primo di questi, Sesto Giulio Frontino, scrisse anche un libro, il “De acquaeductu urbis Romae”, riguardante sia la tecnica sia la giuridica dell’amministrazione delle acque.
Storico, scienziato, grammatico; forse il più grande erudito dell'età imperiale. Nato a Como, educato a Roma, entrò verso la metà del I sec. nella carriera equestre e comandò a lungo uno squadrone di cavalleria sul Reno. Tornato in Italia verso il 58, si dedicò a studi retorici e grammaticali. Sotto l'impero di Vespasiano ricoprì importanti funzioni pubbliche e divenne consigliere di Vespasiano e poi di Tito. Preposto alla flotta di capo Miseno, morì nel 79 nella famosa eruzione del Vesuvio.
La sua opera più importante fu
Naturalis Historia
Solo i cittadini più ricchi infatti potevano permettersi l’acqua corrente, ma esisteva comunque chi aveva allacciamenti illegali od utilizzava condutture più larghe del consentito.
La distribuzione urbana avveniva per mezzo di tubature formate da imbuti di creta incastrati uno dentro l’altro, che venivano preferite a quelle di piombo, del quale si sapeva già la pericolosità.
Gran parte del percorso dell’acquedotto era sotterraneo. La galleria era larga circa un metro ed alta il doppio, e lungo il percorso a distanze fisse erano posti pozzi di ispezione, per rimuovere gli accumuli di calcare. Erano presenti anche canali scolmatori, per evitare il danneggiamento delle pareti in caso di piena.
L’acquedotto, di proprietà pubblica, era segnato in superficie da dei cippi, ai quali era proibito avvicinarsi più di cinque piedi, per evitare contaminazioni.
Le acque scorrevano in sopraelevata per attraversare valli o in ingresso alle città, infatti dovevano arrivare nel punto più alto, per poi essere distribuite nei vari quartieri.
Gli acquedotti terminavano nei
castella,
dove erano presenti tre vasche: da una l’acqua andava verso le terme , da una verso le fontane pubbliche e dall’altra verso le case dei patrizi.
Naturalis Historia
La Naturalis Historia, composta da 37 libri, è un’opera più enciclopedica che scientifica. Egli afferma “Il mio proposito è quello di di descrivere i fenomeni naturali, non di indagarne le cause.
Quindi non bisogna aspettarsi da lui una metodocità scientifica.
Secondo Plinio ed i romani l’“inventio” non era frutto dello scienzaito che indagava e comprendeva la natura, ma della la natura che si rilevava all’uomo, che quindi aveva solo un ruolo passivo di catalogatore.
Nella società dell'antica Roma l'attività estrattiva era vista come una profanazione della natura. Di questo aspetto ne parlano Ovidio (
Metamorfosi
), Tacito, Orazio e Plinio il Vecchio. In questo pezzi tratti da Naturalis Historia XXXIII e Metamorfosi si può vedere lo sdegno di alcuni scrittori dell'antica Roma.
Dall'86 a.C. Roma espanse enormemente i suoi territori, con l'aumento dell'estensione dell'impero romano aumentava anche il bisogno di metalli. Le regioni dell'impero con maggiori risorse minerarie erano in Britannia, Iberia, Dacia e Norico, infatti furono quelle maggiormente sfruttate.
Cosa si pensava
[...] Noi esploriamo tutte le fibre della terra e viviamo su un suolo perforato, meravigliandoci che talora essa si apra o tremi, come se questo non fosse dovuto all'indignazione della nostra madre sacra. scendiamo nelle sue viscere e nella sede dei Mani cerchiamo risorse, come se essa fosse poco benevola e fertile nella parte in cui viene calpestata.
(Plinio il Vecchio)
“Nec tantum segetes alimentaque debita dives poscebatur humus, sed itum est in viscera terrae, quasque recondiderat Stygiisque admoverat umbris, effodiuntur opes, inritamenta malorum.”
(Ovidio)

“Non soltanto messi e alimenti si chiedevano alla terra ricca, ma si penetrò nelle viscere di essa e le cose che aveva nascosto vicino alle ombre di Stige sono scavate, tutti stimoli al male.”
I metodi di estrazione dei metalli erano diversi:
Antika - archeologia, storia e arte antica
http://www.antika.it/
Sezioni di specus
Wikipedia, l’enciclopedia libera
http://it.wikipedia.org/wiki
La cultura romana ebbe modo di esprimere valutazioni del progresso rappresentato dalla scienza.
Se ne dichiara convinto Seneca in una “Epistula ad Lucilium” in cui emergono da una parte la consapevolezza di dover proseguire nel processo di sviluppo e nella scienza, dall’altra la convinzione che il progresso scientifico si a un bene collettivo.
Tuttavia la fiducia nel progresso appare bilanciata da due fattori: da una parte era diffusa l’idea che al progresso materiale spesso corrispondesse un regresso morale, dall’altra le attività manuali non godevano di alcuna considerazione ed anzi erano considerate di infimo rango.Nel disprezzo delle arti meccaniche si fece interprete Cicerone nel “de officis”. All’interno di questa logica si fece avanti Vitruvio affermando che l’architetto era al livello del calzolaio.
Non è senza significato che in latino manchi la parola “scienziato”.
Naturalmente non bisogna aspettarsi di trovare nell’antichità figure di ricercatori scientifici, ma è importante che nell’antichità quello che oggi verrebbe chiamato scienziato era un filosofo.
Lo scienziato era dunque un raccoglitore di nozioni sulla natura: Celso per la medicina, Cocumella per l’agricoltura, Vitruvio per l’architettura, Plinio il vecchio per le scienze naturali.
Da questo punto di vista sono significativi due comportamenti che illustrano il rapporto tra scienza e potere, per esempio secondo Svetonio un inventore avrebbe proposto a Vespasiano una macchina che gli consentisse di trasportare facilmente le colonne sul Campidoglio l’imperatore gli offrì un premio a condizione che fosse distrutta, perché avrebbe avuto poi il problema di sfamare la povera gente senza lavoro.
Da ciò si ricava una conclusione: gli inventori proponevano le loro invenzioni agli imperatori mostra che essi avevano ben poche possibilità di venderle a qualcuno che fosse interessato a sfruttarne la produzione su ampia scala per metterle in commercio e ciò dimostra il disinteresse dei romani per la tecnica.
Plinio il Vecchio,
Naturalis Historia
Vitruvio
Vitruvio Pollione fu architetto e ingegnere romano nel I secolo a.C.
fu contemporaneo di Cesare e Cicerone, come architetto costruì la scomparsa basilica di Fano, e come ingegnere egli stesso accenna a propri lavori eseguiti sotto Augusto mentre Frontino lo cita come addetto agli acquedotti.
La sua opera più importante è il trattato “de Architectura”, diviso in 10 libri.
Il primo libro illustra l’importanza dell’architettura e la formazione che deve avere un architetto; nel secondo libro si affrontano più argomenti tecnici come i materiali da costruzione utilizzati. Nel quarto si affrontano i templi, nel quinto si torna a parlare degli edifici pubblici nel sesto e nel settimo si parla delle case private, nell’ottavo degli acquedotti e nel nono delle scienze.
Secondo Vitruvio le opere dell’uomo dovevano essere realizzate seguendo criteri di
firmitas
(solidità),
utilitas
(comodità) e
venustas
(bellezza).
Il primo principio veniva rispettato se le fondamenta reggevano su un terreno sicuro, in profondità, su strati solidi, e se la scelta dei materiali era accurata e non si badava a spese.
Il secondo principio veniva rispettato se la disposizione degli spazi era corretta.
Il terzo invece veniva rispettato quando l’aspetto era gradevole e raffinato, e si rispettavano le proporzioni, la simmetria e l’ambiente.
Le strade hanno sempre rappresentato nel mondo romano un efficace strumento di dialogo tra il centro ed il mondo circostante. Plinio il Vecchio parla di esse come di opere fondamentali (
moles necessariae
), la cui organizzazione e il cui mantenimento rispondeva ad esigenze del vivere civile e a cui altri popoli, come gli Egiziani e i Greci, non prestarono la stessa cura.
Per una concezione tipica dell’ingegneria stradale romana le strade tendevano, nei limiti del possibile, ad adattarsi al terreno attraversato, non stravolgendone la natura, ma attuando all’occorrenza opere grandiose che garantissero tracciati più diretti. Obiettivo dei costruttori romani era di collegare il più rapidamente possibile le due località prescelte, puntando solo al traguardo finale e cioè al raggiungimento della metà stabilita.
Una preziosa testimonianza circa la tecnica usata per la costruzione delle strade romane ci è data da Stazio. Prima di tutto venivano intagliati i margini e veniva scavata profondamente la terra per liberare la fascia che successivamente sarebbe stata occupata dalla carreggiata. All’interno dello scavo venivano successivamente disposti quattro strati sovrapposti lo
statumen
, la massicciata di base, con ciottoli piuttosto grandi (lo spessore variava a seconda dei casi ma non era mai inferiore ai 30 cm.); la
ruderatio
, un conglomerato di pietre tondeggianti con legante di calce in un rapporto di uno a tre, dello spessore della massicciata; il
nucleus
, uno strato di ghiaia piuttosto grossa, livellata e compressa con battipali o con grossi cilindri; il
pavimentum
, che poteva essere costituito da:
ghiaia o pezzame minuto di pietra (
galera
)
blocchi irregolari di pietra basaltica (
silex
)
lastre squadrate (
saxum quadratum
)
Stazio,
Silvae
,
IV;III, 40-55
La lastricatura era ottenuta generalmente con blocchi di basalto (
basoli
). In altri casi però, è stato usato il calcare, materiale più facilmente reperibile nella zona. Il pavimentum è contenuto sui due lati da un filare di
umbones
, basoli posti per lungo, emergenti rispetto al piano stradale, che costituiscono anche il limite delle
crepidini
(i bordi del lastricato); ogni tre o quattro metri, generalmente venivano inseriti dei
gonphi
, elementi di maggiori proporzioni e altezza, secondo alcuni per agevolare la salita o la discesa da cavallo, secondo altri con funzione di paracarri. La parte centrale della strada era convessa, con sagoma a schiena d’asino, per favorire il deflusso dell’acqua piovana verso le canalette di scarico poste ai lati della strada. A fianco della carreggiata infine vi erano i
crepidines
(marciapiedi), di larghezza e pavimentazione diversa a seconda dei luoghi.
L’ampiezza della sede carrabile lastricata era fissata a 4,1 metri (14 piedi) in modo da consentire l’incrocio di due carri in opposti sensi di marcia.
Una componente essenziale delle strade pubbliche romane erano le pietre miliari o cippi, che scandivano la distanza progressiva per ogni miglio, corrispondente a 1478 metri.
Le più antiche strade romane presentavano tracciati tortuosi, che si adattavano all’andamento naturale del terreno. Tali percorsi dovevano essere semplici tracciati in terra battuta, o al massimo con superficie inghiaiata. La prima strada costruita seguendo sistemi rivoluzionari è stata la Via Appia, Regina viarum, per la realizzazione della quale sono state superate notevoli avversità e sono state necessarie notevoli opere di bonifica.
In età repubblicana, quando la competenza delle strade spettava al senato, l’attuazione veniva poi affidata di volta in volta a singoli magistrati, censori, edili, consoli, ma anche a pretori e questori, mancando una magistratura che avesse specifica competenza sulle strade. In questa fase, talvolta, la strada veniva realizzata materialmente dai genieri (
praefecti fabrum
), che guidavano il lavoro affiancati ai questori per eventuali problemi finanziari.
In età imperiale invece la costruzione era di controllo dell’imperatore. Terminata la costruzione, la gestione della strada era competenza dell’amministrazione civile e degli edili a cui spettava la
cura viarum
.
Miniere di piombo romane a Charterhouse
Da filoni
: Le miniere potevano essere sotterranee o all’aperto; il metallo estratto dai pozzi doveva essere separato dagli altri materiali mediante un processo faticoso che implicava la polverizzazione di quanto era stato estratto per mezzo di mortai. Poi si passava al lavaggio e al filtraggio della roccia triturata.
Dai depositi alluvionati
: erano necessari ripetuti lavaggi con acqua corrente per isolare il metallo da eventuali impurità. Le particelle più leggere venivano trascinate via, mentre l’oro, più pesante, si depositava su spugne appositamente poste sul fondo delle vasche di drenaggio. Le modalità di sfruttamento dei depositi alluvionali si differenziavano a seconda della conformazione del terreno.
Dalle montagne
: Si scavavano le montagne creando gallerie collocate a grande distanza le une dalle altre. Il nome delle miniere era
arrugiae
: questo metodo era molto pericoloso per la possibilità di crolli improvvisi; al fine di evitarli, si costruivano archi ad intervalli frequenti. Spesso si incontravano blocchi di roccia difficili da frantumare e, se non si riusciva a distruggerli, si aggiravano. Quando si incontrava la
gangadia
, una specie di argilla mista a ghiaia molto dura e compatta, la aggredivano con cunei e magli; compiuto il lavoro, abbattevano i sostegni degli archi cominciando dall’ultimo. La montagna crollava con grande fragore, ma ancora non si era arrivati all’oro. Caratteristica di questo metodo estrattivo era la deviazione, molto dispendiosa, di corsi d’acqua che dovevano venire dalle zone più alte, in modo che l’acqua defluita cadesse a precipizio. Gole e burroni erano collegati per mezzo di canali e quando le rocce non potevano essere frantumate dovevano offrire spazio a travi incavate. I corsi d’acqua dovevano incontrare terreni rocciosi e ciottolosi, evitando il fango, perché il lavaggio sarebbe stato difettoso. A valle venivano scavate fosse, dette
agogae
, dove poteva scorrere il torrente, dove veniva stesa l’erica che, essendo ruvida, tratteneva l’oro. I lati dei canali erano chiusi da tavole e, tra i dirupi, essi poggiano su sostegni. L’acqua in questo terzo metodo, non svolgeva solo una funzione di lavaggio, ma aveva anche l’importante compito di sgomberare il giacimento dai detriti.
Dal passato al presente e ritorno: la viabilità, l’organizzazione della
città, le strade al tempo di Roma
Già nella Roma imperiale, con il suo milione di abitanti, esisteva una sorta di sfruttamento intensivo del suolo con la realizzazione delle case per i plebei ammassate nelle
insulae
.
Nella forma più tipica si trattava di edifici quadrangolari che raggiungevano anche i 20 metri di altezza, con cortile interno, sul quale erano posti i corridoi di accesso agli appartamenti. Questi edifici erano composti da un piano terra, in genere destinato a botteghe, e da piani superiori, destinati agli alloggi, via via meno pregiati verso l'alto.
La costruzione delle insulae e il loro affitto costituiva, in particolare a Roma, un'importante fonte di reddito, in alcuni casi vennero messe in atto delle vere e proprie speculazioni :si risparmiava sulla quantità e qualità dei materiali da costruzione con conseguenti alti rischi di crollo e incendi.
I romani abusavano in tutti i modi della natura causando una divisione etica:
Se da un lato l’idea del popolo romano che come aveva piegato il mondo piegava la natura veniva appoggiata dal poeta Stazio,
dall altro Seneca denunciava il danno prodotto dalle dimore dei ricchi che pur di venir costruite modificavano pesantemente l’ambiente circostante.
Sallustio accusa i cittadini romani di sperperare capitali per spianare montagne e colmare mari.
Seneca nelle Epistulale ad Lucilium dice “non è vostro lo spazio,quale che sia, dove non siete”, entrambi però si limitano a denunciare la dissolutezza che vi era al tempo rispetto alla virtuosa semplicità degli antichi romani.
Ovidio,
Metamorfosi
, I, vv.137-140
INSULA
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