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PALAZZO DUCALE

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by

Paola Picotto

on 22 May 2015

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Transcript of PALAZZO DUCALE

Palazzo Te
di Giulio Romano

Basilica di S. Andrea
di Leon Battista Alberti

AFFRESCHI DI LOUVEZERP - Pisanello
Pisanello lo si ritrova a Mantova nel 1430 circa, dopo aver viaggiato nelle principali corti signorili. Qui decora una sala del Palazzo Ducale con un ciclo di soggetto cavalleresco, eseguiti in tempi brevi e in gran parte a monocromo.
Il soggetto è la battaglia di Louvezerp, tratto da Le roman en prose de Tristan, della letteratura cavalleresca. In questo episodio Lancillotto e Tristano combattono alla presenza di Ginevra e Isotta e poi partiranno alla conquista del Graal. Sono già stati sconfitti altri cavalieri, i cui nomi si trovano scritti nelle sinopie accanto alle rispettive figure: Calibor as dures mains, Arfassart li gros, Malies de l’espine, Sarduc li blans, Kallas le petit, Calaarot le petit, Patrides au cercle d’or. La battaglia è quindi vicina all'epilogo e i corpi dei cadaveri sono rappresentati scomposti, secondo il gusto tutto tardo gotico di accostare figure eleganti e aristocratiche a rappresentazioni grottesche.
Camera degli Sposi di Andrea Mantegna 1465 - 74
La famiglia Gonzaga sulla terrazza
Ludovico II incontra il figlio Francesco

Le scene sulle pareti, interrotte da due finestre e da due porte, avvengono come su dei palcoscenici, su cui sono ricostruiti gli esterni, dal cielo sempre azzurro e dal clima clemente. Si possono vedere, dove le tende sono state tirate, due scene: la prima ad essere eseguita – a secco – è quella sulla parete con il camino. C’è tutta la famiglia del marchese, che riceve in vestaglia, su una terrazza o in un cortile, chiuso da un muro decorato con un motivo ad anelli intrecciati.
Il 16 giugno del 1465, come risulta da un’iscrizione sullo sguincio di una delle finestre, cominciano i lavori di pittura per quella che diventerà la Camera degli Sposi. La conclusione, nel 1474, è sancita, in maniera molto più ufficiale, da una targa dorata dove, in latino e in stampatello, Mantegna definisce il suo lungo lavoro opus hoc tenue, cioè minuzioso e lo dedica ai marchesi Barbara e Ludovico.
Qui il pittore di corte sperimenta al massimo le capacità illusionistiche della pittura, un tema a lui caro fin dal pieno dei suoi vent’anni. La decorazione della Camera, la cui configurazione architettonica originaria è stata modificata in funzione della pittura, si rivela allo spettatore che si guarda intorno e in alto.
Sull’altra parete, dipinta tra il 1470 e il ‘74 ad affresco, pur con molti interventi a secco oggi in gran parte caduti, la scena si svolge all’esterno, probabilmente in lontananza c’è Roma, grande alleata della famiglia Gonzaga. Il marchese incontra suo figlio Francesco, che è stato nominato cardinale, il primo di casa Gonzaga. Fanno parte del corteo alcuni membri di casa imperiale (consanguinei di Barbara di Brandeburgo) a testimoniare il legame con l’impero, un cavallo e parecchi cani, di più di una razza. Tutti i Gonzaga ritratti in questa scena, commissionata dal marchese Ludovico, avranno, subito o di lì a poco o quando diventeranno adulti, rapporti con il Mantegna. Con nessuno di questi personaggi però il pittore instaurerà un rapporto così intenso come con il marchese Ludovico, personificazione del mecenatismo gonzaghesco.
Il soffitto è bardato all’antica, eco della formazione squarcionesca del pittore: ci sono le storie di Ercole, Orfeo ed Arione e otto busti di imperatori romani. Infine l’oculo: le nuvole sono sì atmosferiche, ma tra di loro si nasconde un profilo umano. Si affacciano ai bordi della muratura un pavone, dei bambini nudi con le ali, un po’ esibizionisti, e un gruppo di ragazze.
La Camera degli Sposi, dove il marchese poteva sia dormire che ricevere, non ci mise molto a diventare “la più bella camera del mondo”.
Lo studiolo era un ambiente privato di Isabella d'Este nel Palazzo Ducale di Mantova. Situato inizialmente al piano nobile del castello di San Giorgio, venne trasferito nel 1523 negli appartamenti di Corte Vecchia. Isabella fu l'unica nobildonna italiana ad avere uno studiolo, a riprova della sua fama di dama colta del Rinascimento. Nello studiolo Isabella si ritirava per dedicarsi ai suoi passatempi, alla lettura, allo studio, alla corrispondenza. Inoltre vi radunò i pezzi più pregiati delle sue collezioni, che inizialmente contenevano solo pezzi di archeologia e poi accolsero anche opere contemporanee.
Per lo studiolo elaborò almeno dal 1492 un programma decorativo basato su una serie di dipinti commissionati ai più illustri artisti dell'epoca, su temi mitologici, allegorici desunti dalla letteratura e celebrativi di se stessa e della sua casata, che venivano suggeriti dai suoi consiglieri, tra cui primeggiava Paride da Ceresara.
Il programma decorativo coinvolse opere dei più quotati artisti attivi allora in Italia, come la Lotta tra Amore e Castità di Pietro Perugino (1503) che però non riscosse il pieno consenso della marchesa, e due tavole di Lorenzo Costa il Vecchio: Isabella d'Este nel regno di Armonia e il Regno di Como, quest'ultima avviata a partire da un disegno incompleto di Mantegna che morì nel 1506. Isabella non riuscì mai invece ad avere un dipinto da Giovanni Bellini, il quale viste le difficoltà del rigido schema di personaggi e figure richieste dalla committenza finì per declinare la commissione (1501), né di Giorgione, morto troppo presto, né di Leonardo da Vinci, nonostante le ripetute richieste.
La Camera dei Giganti è l’ambiente più famoso e stupefacente di Palazzo Te. Costituisce un vero e proprio unicum nella storia dell’arte moderna, poiché Giulio Romano vi propone una sperimentazione pittorica originale e ineguagliata per secoli. L’ambiente è concepito come un insieme spaziale continuo, dove l’invenzione pittorica interagisce con la realtà e lo spettatore si sente catapultato nel mito.
I limiti architettonici sono dissimulati dalla pittura, che si stende senza soluzione di continuità su pareti e volta e, in origine, coinvolgeva anche il pavimento. Vasari infatti ci informa che questo era formato da ciottoli di fiume che proseguivano, dipinti, alla base delle pareti.
La vicenda che viene messa in scena è quella della Caduta dei Giganti, tratta dalle Metamorfosi di Ovidio. Abitanti della terra scellerati e presentuosi, i Giganti volevano sostituirsi agli dei. Per fare ciò tentarono di conquistare il monte Olimpo. Giulio Romano fissa il racconto al concitato momento seguito alla reazione di Giove, che punisce i Giganti.
La rappresentazione è da interpretare in chiave politica, come sommo omaggio alla potenza dell’imperatore Carlo V, ed etica, quale esempio di superbia punita e monito per gli stessi sovrani.
Morto il padre e divenuto signore di Mantova, Federico Gonzaga decise di trasformare l'isoletta nel luogo dello svago, del riposo e dei fastosi ricevimenti con gli ospiti più illustri, ove poter “sottrarsi” ai doveri istituzionali assieme alla sua amante Isabella Boschetti. Abituato com'era stato sin da bambino all'agio e alla raffinatezza delle ville romane, trovò ottimo realizzatore della sua idea di “isola felice” l’architetto pittore Giulio Romano ed alcuni suoi collaboratori tra cui Raffaellino del Colle con cui aveva lavorato a Roma al seguito di Raffaello. Da canto suo, Giulio Romano, trovò in Mantova e nel suo committente l’occasione migliore per dare sfogo al suo genio e alla sua fantasia, riadattando le scuderie già esistenti e inglobandole nella costruzione, alternando gli elementi architettonici a quelli naturali che la zona offriva, decorando sublimemente stanze e facciate. L’incontro tra Giulio Romano e Federico II Gonzaga e il successivo incarico di costruire il Palazzo del Te è suggestivamente descritto da Vasari nelle sue Vite.
L'Alberti nel 1472 creò il suo progetto «... più capace più eterno più degno più lieto ...» ispirandosi al modello del tempio etrusco descritto da Marco Vitruvio Pollione.
La facciata è concepita sullo schema di un arco trionfale romano a un solo fornice tra setti murari, ispirato a modelli antichi come l'arco di Traiano ad Ancona e ancora più monumentale del precedente lavoro albertiano sulla facciata del Tempio Malatestiano.
Grande enfasi è poi data da un secondo arco superiore, oltre il timpano, e arretrato rispetto all'avancorpo della facciata. Tale elemento architettonico definito "ombrellone", è in realtà un tratto di volta a botte e venne ritenuto, nel XIX secolo, estraneo al progetto di Alberti rischiando la demolizione. L'"ombrellone" segna l'altezza della navata, enfatizza la solennità dell'arco di trionfo e il suo moto ascensionale e permette l'illuminazione della navata, grazie ad un'apertura posta verso l'interno della controfacciata che forse doveva servire anche per l'ostensione delle reliquie. Questo elemento architettonico impedisce inoltre alla luce di penetrare in modo diretto all'interno della chiesa creando una sorta di penombra.
Ora tocca a te...
inserisci in un frame personalizzato almeno una fotografia per te significativa delle opere viste a Mantova e scrivi un commento!
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