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Piccoli ciondoli

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Sr. Ana Mira

on 12 February 2018

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Transcript of Piccoli ciondoli

Noi non partiamo da zero, abbiamo un patrimonio spirituale irrinunciabile.
Vivere in modo umano significa ricordare... perché la mia identità è fondata sull’esperienza dei Fondatori... il loro carisma, il loro modo di essere, la loro singolare conformazione a Cristo, vissuta da me per impulso dello Spirito che mi rende un dono... un messaggio da trasmettere... un mistero vissuto che si proietta nel dono concreto di me all’altro... un modo speciale di leggere il Vangelo...

«Non
arriveremmo mai
ad essere vere Figlie di San Camillo
se non ci faremmo piccole in tutto.»
«Chi non si cura e non fa conto
delle cose piccole
dimostra poca brama di santificarsi.»
Madre Vannini
Piccole goccie
«Lo spirito di gioia
è il distintivo di un anima retta, innocente, fiduciosa,
piena di pace;
un'anima che è contenta di Dio
e di tutto ciò che Dio vuole.».

«Chi scrive, vide coi suoi stessi occhi
l’estrema povertà,
vide schierati a maniera di piccolo e poverissimo bazar
i vasi di coccio
che formavano tutto l’attrezzo culinario
delle prime religiose.

Era il granello
che gettato in un solco avidissimo di riceverlo fecondato da sacrifici inauditi,
avrebbe gettato profonde radici
e fatte apparire timidamente le prime foglie…

A madre Giuseppina e padre Tezza
vi si aggiunsero in quei primi tentativi
altre 6 giovani,
tutte dotate di uno spirito generoso ed intraprendente,
e di una pietà esimia.…»
Donazione e povertà
Roma
Miracoli di pazienza e bontà
«Deo Gratias. Sono arrivate le nostre consorelle in buono stato. Mi sono trovato presente all’arrivo e tutte si mostrano di buon umore, Suor Francesca poi ne aveva per tutte. »
«Siccome in Cremona l’opera nostra riusciva del tutto nuova, ridestò ben presto l’ammirazione e l’encomio dell’intera cittadinanza e molte e pressanti furono fin dal principio le domande d’assistenza diurna e notturna nelle case della città e dei sobborghi vicini.» Nel 1893, in quattro mesi, le assistenze salirono a 191, per il 1894 le assistenze diurne e notturne 1.785.
Il 30 dicembre del 1895 il vescovo Geremia Bonomelli scriveva al Santo Padre: “Da alcuni anni si è stabilita in questa città di Cremona una casa delle Figlie di s. Camillo. – Io non posso lodare abbastanza queste figlie, che colla loro carità ammirevole, colla loro discrezione e prudenza, col loro zelo, coll’instancabile loro operosità e coi loro modi semplici ed insieme urbani si sono acquistata la stima universale. Il ben che esse fanno è grande, non risparmiandosi mai in nulla.”
Cremona
Mesagne
Sono giunta a Mesagne insieme a Suor Alfonsina Ferrari. I primi tempi sono stati molto faticosi e molto duri: abbiamo esercitato in tutti i sensi la povertà, tanto mi ricordo che avevamo solo tre sedie mentre noi eravamo in cinque. Quello che ci sosteneva e ci dava forza era l’amore e l’unione che vi era tra di noi.
Statemi allegre,
amatevi teneramente e da vere sorelle
affinchè Gesù sia sempre con voi ed in mezzo a voi,
e con Gesù avrete il paradiso.
Lettera di Padre Luigi Tezza a Suor Alfonsina Ferrari del 30 gennaio 1895

Lille
1884-1889, il padre Tezza a Lille concepisce e tenta di realizzare l’idea della costituzione d’un gruppo di donne dedite all’assistenza degli infermi secondo lo spirito e la costituzione di San Camillo de Lellis – con emissione del quarto voto d’assistenza agli infermi anche con pericolo della vita e con veste religiosa fregiata di croce rossa.
Lille, fu in certo modo, la città del prenatale storico delle Figlie di San Camillo. Qui infatti, il p. Luigi Tezza concepì e gestì la prima idea della fondazione d’un gruppo di giovani.
17 maggio 1898, il padre,
ritornato a Lille dopo il periodo romano,
è nominato superiore di quella casa
e riprendere l’antico disegno
di aprire una casa
delle Figlie di San Camillo.
La madre arriva a Bonsecours con Sr Angèle, la postulante tedesca Agnès Lersch e la signorina Eugènie Rousselle che decide di rimanere con le suore. Per il momento ci si arrangia; le Figlie di Maria prestano qualche tazza, posate, casseruole; vengono offerte della frutta, dei legumi «c’est la pauvreté dans son gran luxe». Tutte sono allegre e la situazione diviene causa di ricreazione; «on a si grande confiance en la S.te Providence qu’on n’a même pas idée qu’elle peut manquer».
Nella casa di Bonsecours non vi era nulla: 4 stanze a piano terra, 4 al primo piano e una soffitta con scala incomoda. Nel giardino vi era una cisterna con acqua piovana e molte rane, nel cortile una porta che metteva al bosco di Condé. Dormivamo sul pavimento vestite, sotto la testa il mantello ripiegato.
La madre arriva a Bonsecours con Sr Angèle,
la postulante tedesca Agnès Lersch
e la signorina Eugènie Rousselle
che decide di rimanere con le suore.
Per il momento ci si arrangia;
le Figlie di Maria prestano qualche tazza, posate, casseruole; vengono offerte della frutta, dei legumi «c’est la pauvreté dans son gran luxe».
Tutte sono allegre e la situazione diviene causa di ricreazione; «on a si grande confiance en la S.te Providence qu’on n’a même pas idée qu’elle peut manquer».
La Madre era infaticabile, tutto il giorno era in moto, era amata e stimata per il gran bene che faceva alle sue figliuole. Ho visto la Madre fare il lavaggio delle stoviglie,
occuparsi in uffici bassi, diceva sovente:
“Ricordatevi figlie che tutto è grande nella casa di Dio
e bisogna fare con perfezione le più piccole cose
come le più grandi”.
“Lavoriamo indefessamente,
preghiamo le une per le altre
e sprofondiamo nella santa umiltà!”
La Madre era l’anima delle ricreazioni
e poi quando la vedevo in cappella
mi bastava la sua sola presenza
per tenermi raccolta
e pregare bene…
«Un giorno il parroco
incontrandosi per via con la
superiora che andava a visitare i suoi
poveri infermi la interrogò dicendole: “lei
suora ha la vocazione della strada? la vedo
sempre camminare frettolosamente per il
paese!”, “Ha veramente ragione, reverendo
signor parroco; ieri, quando m’incontrò, andavo
da una inferma, vicino alla basilica di Nostra
Signora di Bonsecours – Pérewelz;
il signore dottor Loir mi aspettava per
insegnarmi a medicare una piaga
e fare l’unguento che occorre.
«In un’altra via vi è una
povera anziana inferma di cuore,
molto trascurata, nessuno la va a vedere,
la pulisco, le faccio prendere le medicine, un
poco di latte che i vicini mi danno per essa, la preparo a fare una buona confessione e santa morte. Più in giù vi è un povero vecchio impotente, a questo porto l’alimento che mi danno gli Istituti due volte al giorno. In un’altra via vicina vi è una
giovane sposa che giorni fa nello stabilimento
in cui lavora una correggia la prese per i
capelli e la ruota le tose il cuoio capelluto;
questa poverina mi pare muoia presto.
«Ieri passando vicino
al bosco dove vi è una stalla fuori
dell’abitato, sentii un lamento di persona
umana, busso e “entri” mi rispose; che
strazio non ho provato! una giovane dai 18
ai 20 anni sopra un mucchio di paglia, con
febbre altissima. Un bellissimo bambino involto nelle vesti della madre, in terra aveva una brocca d’acqua. Le domandai: “da quanto tempo sta qui
inferma?” “otto giorni suora”, “e come vive?
e il bambino?”, “mio marito è carbonaio,
quando viene mi porta una bottiglia
di latte”.



«Uscendo dalla stalla
mi sono incontrata colla signora
Lefevre che più volte mi disse di volermi
aiutare per i miei infermi. La condussi nella
stalla e così ha visto la necessità. Mandò
subito un materasso, biancheria
per la madre e il bambino,
latte ecc.
«Un giorno il parroco
incontrandosi per via con la
superiora che andava a visitare i suoi
poveri infermi la interrogò dicendole: “lei
suora ha la vocazione della strada? la vedo
sempre camminare frettolosamente per il
paese!”, “Ha veramente ragione, reverendo
signor parroco; ieri, quando m’incontrò, andavo
da una inferma, vicino alla basilica di Nostra
Signora di Bonsecours – Pérewelz;
il signore dottor Loir mi aspettava per
insegnarmi a medicare una piaga
e fare l’unguento che occorre.
Rieti divenne il «nido» dell’Istituto.
La Madre era là col pensiero
e sovente con la persona.
Sul suo carisma di formazione troviamo un quaderno dal titolo: Insegnamenti della Fondatrice,
comprendente alcune esortazioni e due conferenze in lingua francese…
… “Chi non cura e non fa conto delle piccole cose dimostra poca brama di santificarsi.”
..."Dio si manifesta agli umili, ai semplici, questi istruisce e dà loro i lumi.”
Dalle parole della Madre Giuseppina
emana il soffio interiore e la tacita respirazione dello spirito in espressioni ricondotte alla vita d’ogni giorno senza ingrandire le proporzioni per far colpo,
ma sempre e solo nella misura del vero.
Il nido dell'Istituto
Brescia
Un gran freddo e tanta gioia
Suor Stefania
Che siano
Tue
o che non siano

Correva l’anno 1904 quando Suor Francesca Rocchi e Suor Veronica Pini, provenienti da Genova, sbarcarono a Buenos Aires. Quelle anime apostoliche si erano messe nelle mani di Dio, per portare oltreoceano lo spirito di carità della Congregazione delle Figlie di San Camillo.
A circa cento chilometri da Buenos Aires, si trova San Antonio de Areco, uno dei paesi più caratteristici e antichi della campagna argentina. Ed è proprio qui che venne inaugurato il primo presidio guidato dalla Figlie di San Camillo, capace di ospitare un centinaio di pazienti bisognosi.
Prima dell’insediamento ufficiale serviva però l’assenso della Madre Fondatrice e i successivi rinforzi. Ma il viaggio era troppo costoso e solo grazie alla piena disponibilità della Signora Enriqueta di Vivot, un gruppo di persone da lei stessa coordinato creò un fondo ad hoc da utilizzare per gli spostamenti delle suore.
Si rese possibile così il trasferimento del primo gruppo, costituito da Suor Paulina Scolari, Suor Pia Ghidoni, Suor Filippina Pisetta, Suor Edwige Steimbak, Suor Dorotea del Bó, Suor Sofia Marció e la signorina Elisa Chioccarello collaboratrice laica delle nostre sorelle.
Nata dal cuore della Fondatrice, nel 1906, la fondazione in Argentina è la maggiore e, nel suo genere, la più sorprendente. Sorprendente in quanto per l’Istituto, che poteva contare su un numero ristretto di religiose e tutte molto giovani, si prospettava difficile la scelta di una guida atta a sostenere una fondazione così lontana
Tutto fu superato dalla fede e dal carattere delle prime religiose:
prima fra tutte la giovane religiosa francese
suor Gérarda Legrand che era stata Superiora
della comunità di Bonsecours (Belgio),
la quale, diretta e sostenuta dalla Beata Vannini,
fu in grado di assicurare la vita
a quel primo germe, trapiantato così lontano
il quale, sul nascere,
dovette affrontare
momenti davvero drammatici.
Il 12 maggio Suor Gerarda e Suor Francesca si recarono a La Plata, capitale della Provincia di Buenos Aires, per incontrare il Vescovo, Mons Juan Nepomuceno Terrero, ed ottenere il pieno affidamento della Casa San Giuseppe a San Antonio de Areco. Al plesso mancavano le finestre e le coperte non erano sufficienti. Sopravvivevano mangiando solo patate. La Superiora era seriamente preoccupata per le condizioni di disagio ed arrivò persino ad alzarsi durante la notte per coprire con il suo mantello, a turno, le sorelle.
Un giorno in cui Suor Gerarda era uscita con Suor Pia, si trovarono per strada col Parroco che li invitò a passare per la parrocchia, perché era arrivato senza previo avviso l’allora Vescovo ausiliare di La Plata, mons. Francisco Alberti. Esso li ricevete molto freddamente e domandò loro con che permesso erano entrate al paese. Suor Gerarda davanti a questa domanda inaspettata, non seppe che rispondere e con gli occhi pieni di lacrime, riuscì solo a chiedere a monsignore che avesse pazienza finché potessero conseguire denaro per pagare i passaggi di ritorno, se non era permesso loro rimanere nel paese.
L’umiltà ed il dolore che si riflettevano in questa supplica commossero Mons. Alberti il quale senza aggiungere altro promise loro la sua protezione. Quella stessa sera si recò nella loro abitazione a San Antonio de Areco per visitare il posto e fu grandemente sorpreso della povertà in cui vivevano, cosicché al poco tempo inviò loro un aiuto per rimediare le necessità più urgenti.


Il 25 gennaio 1909 i Dottori Avelino ed Angelo Gutiérrez chiesero alle suore di dirigere un Sanatorio di loro proprietà. Telegraficamente la Madre autorizza le sorelle ad accettare la Direzione del Sanatorio Gutiérrez, sito in via Rivadavia 561 a Buenos Aires. Nel Sanatorio Gutiérrez le sorelle lavorarono per 20 anni con libertà e profitto sprituale e professionale, tanto per esse come per i loro assistiti. Si presero cura dell’assistenza ai malati, della supervisione del guardaroba, e della dispensa.
A Buenos Aires le sorelle assistevano i malati anche nell’ospedale Crespo, e nel 1913 entrarono nell’Ospedale Carlos Durand inaugurato poco tempo prima. A Santa Fe all’ospedale di Rufino e nel 1923 la donazione di un terreno e la realizzazione di una struttura che divenne la Casa Centrale della Congregazione delle Figlie di San Camillo in Argentina. Con la nuova casa arrivarono anche le giovani: Maria Tramanoni, oriunda di San Pedro, un mese più tardi María Antonietta Roberto e dopo di lei Elisa Cruz e Camila Martín. Quando Luisa Zani e Paulina Tesei cominciarono il loro postulato si capì che la fase più critica era ormai alle spalle.
La sorella di suor María Pareja contrasse la tubercolosi e i medici suggerirono alla paziente di trasferirsi nelle Sierras de Córdoba, zona di montagna indicata per questo tipo di patologie. Nella provincia di Córdoba era stato costruito un ospedale pubblico ed altri centri privati nella città di Cosquín, ma la valle di Punilla aveva un clima ideale per il trattamento. Il Sig. Atucha, in memoria di sua figlia María Teresa Atucha Llavallol, morta in Svizzera per una tubercolosi, aveva deciso di acquistare un terreno di 130 ettari a Molinari per costruirci un centro di assistenza per bambini poveri e accolse con favore la disponibilità delle suore.

È ancora la mano dell’ausiliare di La Plata che rese possibile l’affidamento alle suore dell’Ospedale Municipale di San Pedro, sempre nella Provincia di Buenos Aires, in virtù dello straordinario lavoro svolto nella Casa di riposo a San Antonio de Areco. Le sorelle della comunità di San Pedro si radunano nel giardino della loro casa per una foto ricordo da mandare alla Madre Fondatrice che da Roma veglia sulle loro figlie.

Suor Marcela
Suor Irma Valsecchi aggiunge: “si lavorava con amore, come in una famiglia. Io sono arrivata a Mesagne destinata all’Ospedale militare. Vi erano 350 soldati. Arrivavano soldati feriti, laceri, malridotti ed il lavoro delle suore era tanto e continuo.
Ricordo che il nostro viaggio per arrivare sino a Mesagne è stato una vera e propria odissea. Partimmo da Roma con un camion militare ed abbiamo camminato per più di 24 ore. Abbiamo avuto diversi fermi dovuti a posti di blocco da parte di soldati tedeschi, inglesi, ecc.”

Padre Luigi Tezza
Brasile
Perù
Colombia
Madre Giovanna
Il 15 giugno 1946 accompagnate da Suor Samuela di Peppe, giungevano in Brasile le prime cinque suore brasiliane. L’idea nacque in seguito alla fondazione dell’Ordine dei Ministri degli Infermi, arrivati in Brasile nel 1922, i quali sentirono subito la necessità di una collaborazione con le religiose che avevano lo stesso carisma.
L’iniziativa venne promossa dal P. Domenico Gava che seguì la preparazione spirituale di alcune giovani desiderose di consacrasi a Dio nel servizio degli infermi. Cinque ragazze vennero scelte ed inviate al noviziato nell’Istituto delle Figlie di San Camillo che erano in Argentina. Era il primo settembre 1943.


Un anno dopo le prime sorelle brasiliane ricevevano il santo abito dalle mani del P. Domenico Gava, assistito dal P. Gaspar Cañada, Comissario dei Camilliani in Argentina.
e ricevettero i nomi di Suor Maria Aparecida (Aureliana Combinato), in onore alla Madonna Aparecida, Suor Maria Camilla (Anna Affonso), la prima ad aderire all’invito di consacrarsi a Dio tra le Figlie di San Camillo; Suor Maria Josefina (Mafalda Croce), in onore della Beata Fondatrice; Suor Maria Luiza (Adelia Covre), in onore del Padre Luigi Tezza; Suor Maria Cecilia (Aida Uliana), in onore della patrona della musica, essendo primogenita di una famiglia amante dell’arte.
Le nuove figlie di San Camillo erano pronte
per tornare nella loro patria. Lì giunsero
il 15 giugno 1946 per la direzione dell’ospedale
e maternità “Cruz Azul” di São Paolo,
che stava cercando religiose
disposte a prestare lì
il loro servizio.
Madre Alfonsina
Madre Alfonsina Ferrari, fin dal 1919, desiderò a Trento una fondazione delle Figlie di San Camillo, che si dedicasse all’assistenza a domicilio e, in seguito, dove si potessero anche ricoverare anziani cronici. Espose questo suo desiderio all’Arcivescovo della Diocesi, ma la fondazione non ebbe luogo.
Come per tutte le nuove fondazioni, i primi tempi furono assai duri e la povertà si fece sentire subito. I primi problemi organizzativi consistettero nell’adattare e nel rendere vivibile la casa presa in affitto dalla famiglia De Gregori, costituita da otto stanze in tutto, dove c’erano solo quattro materassi e un baule di biancheria mandato in precedenza dalla Casa Madre. Tutto il resto dai letti alle suppellettili di casa, le suore dovettero cominciare a procurarselo dalla mattina seguente.
Ma la Madre, in una lettera datata 5 luglio 1936, risponde dicendo: “L’idea di mettere un articolo suoi giornali a scopo di far conoscere l’Istituto, è certo buonissima; per il momento però mi sembra meglio attendere per non dare troppa importanza all’opera nostra”.
La nuova Madre, Sr Giovanna Pedon, riprese l’attuazione del progetto nel 1936. La relazione epistolare evidenzia una continua preoccupazione d’ambo le parti affinché l’opera si iniziasse nel più breve tempo possibile. La Signora Canella propose alla Madre di far conosce l’opera attraverso un articolo sul giornale.
Questa affermazione rispecchia lo spirito lasciatoci in eredità dai nostri Beati Fondatori, i quali ci volevano “sempre più piccole, basse e nascoste, non le parole ma il profumo delle vostre virtù vi facci conoscere, apprezzare e amare da per tutto ove la divina volontà sarà per chiamarvi ed aprirvi un campo di azione alla maggior gloria del Signore e al bene delle anime”
Il giorno 14 settembre 1936 partirono da Cremona (già preparate e in attesa) le tre suore destinate alla fondazione: Sr Vincenza Ceretti, superiora provvisoria, Sr Guglielma Perini e Sr Bernardetta Botti. Arrivarono alla stazione dove le attendeva la Signora Canella.
Solo l’amore è capace di tanto! “E’ l’amore che
ci attrae, ci trascina ci dà energia” ed è
questo amore, che Cristo ha infuso
nei cuori per opera dello Spirito
Santo, che ha permesso alle
prime suore di essere pronte
e infaticabili ad ogni
sacrificio.
“man mano che il numero delle pensionanti aumentava, i locali adibiti alle suore diminuivano in ragione inversa. Il fiume della carità avanzava dirompente e invadeva il retroterra. Le suore a forza di restringersi per occupare meno spazio
possibile, si sarebbero accontentate di
appiccicarsi al muro come tanti affreschi.
Che fare? Ecco di sopra c’è pure una
soffitta. Un po’ strettarella, per la
verità ed anche col soffitto
spiovente. Ma è ben vero che
la mancanza del necessario
aguzza l’ingegno.”
Pochi giorni dopo il loro arrivo, vennero chiamate a svolgere l’assistenza domiciliare presso i malati. “Le notti, in genere, si facevano alternate”, ricorda Sr Guglielma Perini, superiora a Trento dal 1937 al 1957, “però le richieste, ben presto furono così frequenti che ognuna di noi suore – eravamo solo in tre – doveva passare giorno e notte in assistenza. E allora ci scambiavamo i malati, per lasciar credere che facessimo turni regolari” .
Verso la fine del 1937, in casa vennero ricoverate le prime malate: anziane spesso non autosufficienti, bisognose di continua assistenza. Si aprì così. ‘in punta di piedi’, il nucleo di quella che sarà la Casa di Cura.
Per ospitare le prime degenti, che spesso si portavano i mobili da casa, le suore si ritirarono all’inizio al primo piano e successivamente addirittura in soffitta:

Negli ultimi mesi del 1936, giunsero altre tre religiose, e la piccola comunità cominciò ad organizzarsi in maniera diversa. Si moltiplicarono i servizi di assistenza, si sistemarono i locali del villino di via Giovannelli, si allestì una cappellina per l’imminente Natale.

Ma la città di Trento che vide per la prima volta le suore della croce rossa, imparò a poco a poco che erano le Figlie di San Camillo, le “suore dei malati”, cominciò a conoscerle e ad apprezzarne l’opera.
Madre Giuseppina
Madre Erminia
I primi contatti per la missione camilliana in Alto Volta iniziarono con la creazione a Cardinale dell’Arcivescovo di Ouagadougou, monsignore Paul Zoungrana, nel concistoro del 22 febbraio 1965, con l’assegnazione del titolo della basilica S. Camillo de Lellis in Roma.
I camilliani che già stavano pensando di portare il loro carisma in terra di missione trovano nell’invito del Cardinale una conferma ai loro progetti. I primi tre padri camilliani arrivarono a Ouagadougou il 12 ottobre 1966; nel 1967 li raggiungeranno le prime quattro suore “Figlie di San Camillo”.
L’ambulatorio assisteva fino a 250 malati al giorno. Altrettanti ne venivano curati in due villaggi vicini, dove le suore si recavano a turni periodici. In più c’era l’assistenza ai lebbrosi che permanevano nelle loro famiglie di origine.
La casa però non era ancora pronta. I padri misero a disposizione uno stanzone senza vetri, quattro letti di fortuna galleggiavano tra casse d’imballaggio, la cucina vantava un fornello ed un frigorifero, gli attrezzi per la pulizia erano dominati da una scopa, quotidianamente peregrinante tra la casa e l’ambulatorio.
Il 4 aprile, la Madre Giuseppina Calvi invia una lettera circolare all’Istituto dove rende nota l’imminente fondazione. Le numerose domande non si fanno attendere. Il giorno di Pentecoste, vennero scelte le quattro prime missionarie: suor Giovina Pellegrini, suor Carmelina Odorizzi, suor Damiana Barbagallo e suor Camilla Carli.
Suor Carla
Gli ospedali del paese accoglievano soltanto coloro che avevano disponibilità economiche. Quando imperversava un’epidemia, il quadro diventava drammatico. Correva l’anno 1969, quando il morbillo cominciò a mietere le prime vittime. A tale patologia si aggiunse la meningite ed altre comuni infezioni. I bambini morivano e le madri bussavano al dispensario.
Le code erano interminabili ed iniziavano a formarsi già a notte fonda, quando invece l’apertura del centro era fissata per le 5.30 del mattino. Le statistiche dell’anno parlano di oltre 90.000 assistiti. La Madre Giuseppina in visita a novembre portò con sé un nuovo aiuto: suor Lina Ravanelli, missionaria per vocazione già nel sorteggio di Pentecoste.
I Camilliani stavano per aprire un ospedale a Zinviè, località del delta dell’Oumé a 40 chilometri dalla capitale Cotonou, erano attese anche le Figlie di S. Camillo, pellegrine di una strada che andava ormai ben oltre le attese. Prima ancora che dall’auto venissero scaricati i bagagli, Sr Camilla e Sr Rosy entrarono in cappella e pregarono.
Le suore francesi che gestivano una missione a tre chilometri dall’ospedale dei padri camilliani avrebbero di lì a poco lasciato per tornare in patria e suor Camilla non esitò ad accogliere la richiesta del Vescovo e dar vita ad una nuova missione.
Oltre al lavoro del dispensario le suore si occupavano, fra l’altro, dei soccorsi alla gente più bisognosa. Nel frattempo continuavano il loro servizio al fianco dei Padri presso l’ospedale.
Lì lo disinfettò, lo curò e lo rifocillò. Severin, (così si chiamava), ritrovò il sorriso, Si spense serenamente e venne sepolto con rito cristiano. La gente del Benin cominciò così a conoscere le Figlie di S. Camillo. Si mormorava: “Mai nessuno ha fatto questo!”.
Al villaggio incontrarono un vecchio malato a cui nessuno era in grado di prestare assistenza. Sr Camilla lo guardò sconsolata e disse: “Il buon Dio ci ha dato una casa tanto grande. Ho rimorso di lasciare questo poveretto in simili condizioni”. Lo raccolse e, con l’aiuto di un ambulanza, lo portò alla missione.
Occorreva il coraggio delle prime sorelle indiane per andare a prendersi cura dei fratelli che vivevano nella più aspra povertà ed isolamento. Thariode era un punto sperduto nell’immensa geografia indiana, con accessi impraticabili sia per le strade in terra battuta, il pericolante ponticello pensile senza sponde e la indisponibilità di mezzi di trasporto. In più la casa che avrebbe dovuto ospitare le suore era un cantiere!
Le nuove vocazioni continuarono ad arrivare e così nel 1976 giungeva dall’Italia Suor Celsa Bonato in qualità di maestra e di superiora. Il gruppo già pronto delle aspiranti iniziava il postulantato a Thariode e il 2 febbraio del 1979, 15 novizie emisero la prima professione in India con una solenne celebrazione presieduta dal Vescovo di Mananthavady.
La misericordia è talmente accattivante che consente alle suore di farsi benvolere persino dagli indigeni che pregiudizialmente non amano socializzare. Ora s’avvicinano alle suore e cominciano a comunicare, accettano di farsi medicare, divengono amici.
Bisognava rimboccarsi le maniche e nel duro lavoro di intense giornate la missione fu in grado di porgere un riparo alle nuove arrivate. Il desiderio ardente di portare l’amore misericordioso ai fratelli più poveri fa comunque superare ogni difficoltà e addirittura si pensa ad avviare l’assistenza.
Thariode resta un faro, da qui le Figlie di S. Camillo si offrono per altre iniziative. Visionano terreni, ospedali, possibilità. Invitate dalle autorità ecclesiastiche locali, aprono un ospedale a Chungakunnu, una casa per anziani a Kottayam,
un noviziato a Bangalore, un dispensario a Madras. Thariode stessa inaugura dapprima un asilo
per i bambini del logo, e poco dopo
diviene un Centro d’accoglienza
per bambine handicappate
dedicato al P. Luigi Tezza.
Suor Camilla
Thariode è la storia della prima missione aperta in India dalle “Figlie di S. Camillo”. Resta nel cuore dell’Istituto per la sua discreta intimità, perché racchiude fatica e preghiera, per quelle traversie cui la penna può soltanto accennare. Oggi è stata sommersa dall’acqua ma conserva il seme di un grande albero: quello splendido e rigoglioso della vocazione camilliana, approdata in questo lembo d’Asia per donarsi ed amare.
Rieti
Un concatenarsi di stelle
come piccoli ciondoli
sul filo della storia

Benin
Burkina Faso
La schedature per i vaccini ed il controllo del peso raggiunsero presto le 10.000 unità. Ma altrettanti
furono i bimbi curati e spesso sottratti a morte sicura.
Il dispensario diventò meta di donne
che abitavano in villaggi distanti chilometri.
Le camilliane decisero così
di assicurare maggiore presenza
ed aprirono nel circondario
altri dispensari.
Fin dall’inizio la Prevenzione materno infantile richiamò folle di madri in un vocio che riempiva le intere mattinate.
Programmano turni incessanti di lavoro, alternandosi nelle presenze nei reparti e in ambulatorio.
Come un arcobaleno
spuntato da un minuscolo seme che...
...ha messo radici nelle ferite dei più miseri
per diventare insieme a loro un canto
di misericordia...
Una sera i fari di un’auto illuminarono il cancello della missione. A bordo due volontari che avevano attraversato il Sahara per portare a Zinviè un dono inatteso: un fuoristrada carico di vettovaglie. Erano Eve e Franco, ad attenderle le loro mogli, Mariella e Maria!
Grazie all’esperienza man mano vissute sul campo, l’altruismo senza pari degli “Amici di Zinvie” ci ha fatto assistere a veri propri miracoli!!! La costruzione della maternità a Seje, i dispensari di Zunto e di Seje, le adozioni a distanza, il nuovo dispensario a Koupela in Burkina Faso, l’asilo e il centro nutrizionale a Zinviè.
...A poco a poco si sono unite altre persone conosciute e non, obiettivo? aiutare concretamente la Missione di Zinvié; mezzo per requisire i fondi necessari? rappresentazioni teatrali!!!
Dall’Africa, poi, gli Amici di Zinviè aprono il cuore anche all’India e all’America latina, impossibile ringraziare tale dono di amore… perché questi volontari non ci hanno dato soltanto soldi a pallate, ma veramente! da costruire focolari di misericordia per i fratelli più poveri, ma si sono prese cura di loro con innumerevoli gesti: pacchettini, letterine, magliette, occhiali e scarpette portati di persona come una carezza vivente, con una attenzione umana alla persona che ha fatto sgorgare sorrisi in negli angoli più sperduti della terra…
Noi ne siamo state testimoni!!!
India - Thariode
Riappropriarsi
della propria storia
come un mettere a fuoco
sul filo del tempo
un braccialetto
di originalissimi ciondoli:
l’autentico sentire di sé
delle sorelle gioiose
della propria piccolezza;
che si prendono cura
l’una dell’altra
nella più estrema povertà con una semplicità incantevole;
che si effondono con delicata amorevolezza in un servizio senza riserve
verso i poveri malati ed i più bisognosi anche nelle più imponderabili vicissitudini, alimentando la piccola lampada della carità
con innumerevoli gesti nascosti
di comprensione e di misericordia.

E’ il profumo della preghiera
che sgorga dall’umiltà
e si espande fra i poveri
col cuore colmo di gioia.
Le Figlie di San Camillo
non hanno mai avuto un bel modi di dirsi,
ma hanno sempre avuto un amorevol modo di essere,
che si versa fra le ferite dei fratelli più fragili,
prodigandosi nel servizio
con una giovinezza nello Spirito
che gioisce nel darsi senza misura.
Una storia mai raccontata a parole,
ma sol col concatenarsi di mani
che curano con delicatezza,
come quelle di Camillo
che è passato fra i malati con una tenerezza
che faceva pensare a una madre.

Fragili ponti fra l’interiorità
e il dono nella vulnerabilità dell’amore.
Gesù vivo che ama dentro di noi...
Profumi nella storia
Il 14 ottobre di 1960 suor Ermana Odorizzi e Suor Carmen Torrontegui decisero di intraprender la via del Santo di Lima. Vollero così esaudire il desiderio che il Fondatore espresse a chiare lettere alle stessa Madre in una delle sue lettere: “Vi voglio qui ed anche molti vi vorrebbero. Il campo di lavoro è abbondate.” Furono accolte nella capitale dal Provinciale dei Camilliani in Perù, p. Elía Gracía, e per i primi tempi si sistemarono in una casa a Barrios Altos, sempre nella capitale, precisamente in via Jiron Huanta 366. Come tutti gli esordi, anche qui la vita fu molto difficile. Si cominciò nell’Ambulatorio medico San Camillo e nella Clinica dei padri.
Il 23 febbraio 1961 fece ingresso nella comunità la giovane María Aurora Guanilo ed il 15 agosto la
giovane Jesús Irene La Hoz, ad attenderle per la formazione ci fu, anche per loro,
l’Argentina. Oltre al lavoro nella
clinica le sorelle prestavano
assistenza a domicilio
vegliando le malate anche la notte.
Erano al fianco delle anziane di un asilo vicino alla
loro residenza che si trovava in totale abbandono.
Si recavano in visita anche ai carcerati nel dipartimento
di Huancavelica occupandosi di casi particolarmente
pietosi. Un’incessante attività che le vide anche
nelle scuole e nei centri statali di formazione
per promuovere il carisma delle Figlie di
San Camillo. Il tutto percorrendo
chilometri e chilometri a piedi,
sfidando il clima e
sopportando
la fame.
Il 24 ottobre 1968 fu la volta della Colombia. Fecero da apripista suor Lidia dos Santos e suor Querubina Raffaelli. Sono partite come le due prime sorelle che vennero all’Argentina per perlustrare il campo di apostolato senza sapere niente, ne conoscere nessuno. Bogotà era solo una tappa intermedia, pernottarono in casa di una famiglia amica dei padri camilliani e al giorno seguente partirono per Medellín.
Il Vicario del Vescovo accogliendole paternamente
si rallegrò che fossero venute per lavorare
nei quartieri poveri e propose loro
di visitare quello di Trinidad.
Era una zona veramente
poverissima e il parroco assicurò
che avrebbe loro fatto sapere,
per qualche giorno tornarono
a trovare i poveri fra cui una
vecchiettina molto malata.
Fu da lei che conobbero il padre
Lalinde che consigliò loro di andare
a Bello dove si apriva un casa
per anziani ed il parroco desiderava
avere delle religiose. Si recarono subito lì.
Un quartiere talmente povero che è impossibile
descriverlo, chiedevano alla gente dove si trovava
la chiesa perché non riuscivano ad individuarla…
“lì, quella è la chiesa”, era così povera,
era come la stalla di Betlemme lì davanti agli occhi.
Per altare un tavolino comune,
non c’erano i banchi e in fondo
su un altro tavolino
una cassa forte
per custodire
l’Eucaristia...
tutto molto pulito ma
completamente spoglio.
Con una stretta al cuore,
si inginocchiarono
ai piedi del tabernacolo,
provando un’emozione grandissima
che faceva loro scorrere le lacrime: “qui è per noi!”
Il giovane parroco pieno di entusiasmo e fiducia nel Signore raccontò alle sorelle che nei primi giorni aveva solo una abitazione dove dormiva e custodiva il Santissimo, la mattina riordinava tutto e celebrava la S. Messa. Dopo è riuscito ad avere alcune catapecchie… rase tutto al suolo e tirò su quattro pareti con un tetto, “finalmente ho la mia cattedrale!” così la chiamava il padre…
Ma siccome in queste squallide stanzette vivevano alcune anziane povere senza tetto cercò di affittare un casa per loro, era povera e vecchia, come tutto nella zona, ma quelle vecchiettine che vivevano attaccate alla chiesa erano la sua preoccupazione…
Le sorelle si sentirono nel loro campo, sembrava che Dio camminava avanti a loro per prepararle il posto. Padre Serra affittò loro una casettina, così lasciarono le sorelle della Presentazione che premurosamente le avevano ospitato e iniziarono la missione!
Suor Lidia si prendeva cura delle vecchiettine
e suor Querubina dei malati della parrocchia e dei poveri.
Gli anziani all’inizio erano sei
ma al poco tempo erano già trentadue!
Suor Lidia si faceva in quattro per loro…
Prendeva la jeep (che era prestata)
e andava in giro chiedendo la carità
che mai mancava fra quella povera gente…
Anche le sorelle della Presentazione
mandavano dall’ospedale in pranzo per i vecchietti.
Ma in questi primi tempi le sorelle
vissero sulla propria pelle
le penurie e le indigenze dei poveri,
le angosce e le sofferenze di coloro
ai quali desideravano portare sollievo,
cura e consolazione.
In quest’anno in cui, noi Figlie di San Camillo, celebriamo i 125 anni di fondazione de nostro amato Istituto, vogliamo “vivere il passato con gratitudine” ...
...e perciò essere grate e riconoscenti al Signore per questo grande dono che ha fatto alla Chiesa ed a ciascuna di noi, attraverso i nostri amati fondatori, il Beato Padre Luigi Tezza e la Beata Madre Giuseppina Vannini, strumenti della sua Misericordia.
L’Istruzione “Mutuae relationes” ci dice che: «Il carisma dei fondatori si rivela come un'esperienza dello Spirito, trasmessa ai propri discepoli per essere da questi vissuta, custodita, approfondita e costantemente sviluppata in sintonia con il Corpo
di Cristo in perenne crescita»
(n. 11).
Occorre abbeverarci alla trasparenza evangelica della vita dei nostri fondatori e delle nostre prime sorelle, attraverso le diverse vicissitudini storiche, per accenderci nel fuoco dello Spirito di carità che ci guida lungo questi anni e tradurre in dimensioni di vita, in atteggiamenti, in modi di metterci al servizio quella particolare configurazione a Cristo che ci è stata donata.

Occorre incarnare i tratti camilliani del Vangelo per essere anche noi un Vangelo vivente per i fratelli che incontriamo oggi nel nostro servizio quotidiano.
Viviamo insieme allora , con gioia e riconoscenza, questo dono che il Signore ci ha concesso, donandolo senza misura nella semplicità del nostro vivere amando i più deboli e bisognosi, nella comunione fraterna e nella gioia di appartenere al Signore in questa famiglia religiosa delle Figlie di San Camillo.
125 anni vivendo l’amore
con la fantasia della misericordia
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