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Le radici della musica afro-americana

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Matteo Barabino

on 23 December 2015

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Transcript of Le radici della musica afro-americana

Inevitabilmente la tradizione musicale africana fu una delle realtà che gli schiavi neri portarono nelle Americhe diventando uno dei pochi elementi di certezza per tutti quegli uomini e donne che, sottratti improvvisamente al proprio ambiente, si ritrovarono proiettati in una realtà drammaticamente diversa.
Il poter ballare, suonare e cantare mantenendo il ricordo della terra d’origine, era essenziale per gli schiavi Neri d’America perché solo così potevano esternare e condividere i propri sentimenti di dolore, rabbia, rassegnazione, ma anche di speranza.
In origine la musica accompagnava e sosteneva la gente nera solo nelle segrete riunioni rurali, ma appena fu permesso, anche durante il faticoso lavoro nei campi di cotone.
Nelle piantagioni il canto intonato spontaneamente da una sola persona, lentamente coinvolgeva tutti i braccianti e le voci erano accompagnate dal battere delle mani, dal battere del piede per terra e dal suono di qualsiasi oggetto, strumento improvvisato, fra cui oggetti di cucina, tinozze, manici di scopa. Questi canti, chiamati canzoni del grano, descrivevano la vita giornaliera degli schiavi, con le loro fatiche e il loro desiderio di libertà; ma rappresentavano anche, come nella terra d’origine, un importante ed essenziale mezzo di comunicazione.
Di tutte le specie di canti popolari che sono sopravvissute in America fino al secolo attuale lo Spiritual è sicuramente la più ampia; senza dubbio, in un modo o nell'altro, la più conosciuta.
Il genere degli inni, poi chiamato 'spirituals' e ancora in seguito 'gospel', pur avendo un legame diretto e vitale con l'Africa è distintamente parte della musica americana. Nacque un nuovo genere di musica afro-americana: furono create canzoni nuove sfruttando le tradizioni africane di armonia, chiamate e risposte, ritmica, mescolate però con l'armonia tradizionale europea e l'utilizzo di strumenti musicali. Le canzoni gospel create dai neri sfruttavano temi cristiani con l'influsso delle vocalità e della ritmica africane.
Il gospel nacque negli Stati del Sud, dove viveva la maggioranza degli schiavi, per poi diffondersi nel resto dell'America: prima attraverso gli spettacoli erranti, poi verso la fine dell'Ottocento con la raccolta, lo studio e l'arrangiamento del patrimonio dei canti religiosi afro-americani, attingendo musicalmente alle nascenti forme del jazz e del blues, attraverso la commedia musicale e spartiti sciolti all'inizio del Novecento, infine attraverso i dischi nei primi anni Venti. Molte delle canzoni e delle melodie furono apprezzate dai bianchi e cominciarono ad influenzare la musica religiosa e popolare dei bianchi americani.
Dall'inizio dell'Ottocento divenne frequente per gli schiavi esibirsi per i loro padroni, e poi, in gruppi, per la società bianca, ma fu solo al termine della Guerra Civile che gli strumenti musicali europei divennero di uso comune per gli ex schiavi.
Il termine gospel, in inglese, significa God's spell, letteralmente Verbo, Parola di Dio. In questo tipo di canto i testi si ispirano alla Bibbia, a preghiere e al Vangelo ed è spesso presente il racconto biblico, che esprime la Speranza di liberazione e salvezza per l’oppresso: il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe e Mosè prende il posto degli Dei pagani della tradizione africana e gli eroi del Vecchio Testamento diventano gli eroi di un popolo di schiavi, in una simmetria di sofferenze, attese e certezze tra l’ebreo in cerca della terra promessa e lo schiavo, con il suo dolore e la sua attesa di pace (state ascoltando “Wade in the Water”).
La musica degli schiavi
La musica nera è definita come una musica di unità, ovvero una musica che unisce la gioia e la tristezza, l’amore e l’odio, la fede e la disperazione degli schiavi neri d’America che nella loro difficile condizione sociale trovarono nella musica religiosa la sola forza per sopravvivere.
Matteo Barabino-Gruppo 3
La storia racconta che la schiavitù iniziò nel 1619 quando i primi neri delle coste africane furono strappati con violenza dalla loro terra d’origine, incatenati su centinaia di navi e trasportati aldilà dell’Atlantico, negli Stati Uniti d’America, per essere venduti come “bestie da lavoro”.
Gli schiavi sopravvissuti alla tratta e comprati dai padroni bianchi, venivano deportati nelle grandi piantagioni di cotone e costretti a vivere e lavorare in condizioni disumane: a loro non restava altro che adattarsi e rassegnarsi ad un nuovo mondo, fatto di regole tanto spietate quanto incomprensibili.
Furono privati di dignità, umiliati, linciati ed emarginati, ma soprattutto furono costretti a rinunciare ad un bene d’immenso valore: la libertà.
Di fronte a questa situazione, fu per loro inevitabile sviluppare una forma interiore di resistenza, richiamando le sole risorse culturali che avevano potuto portare con sé. Tra queste risorse quella che più si dimostrò capace di accompagnare lo schiavo nella sua monotona e dura resistenza fu la musica.
La musica rappresentò per gli schiavi Neri d’America il solo conforto ed il solido sostegno ai tormenti fisici e morali subiti.
La musica e la danza si praticavano in Africa quasi senza interruzione; erano l’espressione della religiosità africana. Ogni evento della comunità era scandito dalla danza rituale e dal suono degli strumenti a percussione, a corda e a fiato; i ritmi e le melodie rappresentavano un vero e proprio linguaggio sociale per veicolare informazioni importanti e per esprimere pensieri ed emozioni.
Gli schiavi abbondavano al Sud, nelle grandi piantagioni di cotone e di tabacco che richiedevano grande manodopera. I canti da lavoro (work songs) e le “grida dei campi” venivano usati per alleviare la fatica del duro lavoro della terra, come in seguito sarebbero stati cantati durante la posa delle longarine ferroviarie, o nei campi di trementina della metà del 1800.
Per sentire il video silenziare la musica di sottofondo
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