Loading presentation...

Present Remotely

Send the link below via email or IM

Copy

Present to your audience

Start remote presentation

  • Invited audience members will follow you as you navigate and present
  • People invited to a presentation do not need a Prezi account
  • This link expires 10 minutes after you close the presentation
  • A maximum of 30 users can follow your presentation
  • Learn more about this feature in our knowledge base article

Do you really want to delete this prezi?

Neither you, nor the coeditors you shared it with will be able to recover it again.

DeleteCancel

Make your likes visible on Facebook?

Connect your Facebook account to Prezi and let your likes appear on your timeline.
You can change this under Settings & Account at any time.

No, thanks

The Curator as Maker

Progetto ricerca Antropologia Visuale
by

Barbara Meneghel

on 23 February 2015

Comments (0)

Please log in to add your comment.

Report abuse

Transcript of The Curator as Maker

The Curator as an Artist: Iconclasm or Iconophilia?
Un ritratto di Lucy Lippard negli anni Sessanta
Lucy Lippard
Numbers Shows 1969–74
Studio International, 1970
Critica e curatrice newyorkese vicina agli sviluppi dell’Arte Concettuale, Lucy Lippard è ideatrice di una serie di 4 mostre che ebbero luogo negli Stati Uniti e America Latina tra il 1969 e il 1973. E' la curatrice stessa a sottolineare come in questi progetti, insieme alla tipologia dei titoli (numeri legati alla popolazione della città ospitante) e alla tipologia dei cataloghi, fosse presente un altro elemento fondamentale mutuato dal concettualismo: l'utilizzo di istruzioni come base per la produzione delle opere. Insieme a un team di assistenti infatti, la Lippard ha realizzato (‘o provato a realizzare’) la maggior parte dei lavori in esterno da sé - in base alle istruzioni fornite dagli artisti. Questo fatto era determinato sia da limitazioni economiche, sia da una precisa volontà teorica.

Lucy Lippard utilizza le istruzioni come pratica curatoriale anche nel 1970 - invitata a partecipare a un progetto di mostra-rivista promosso da Seth Siegelaub. Con il supporto dell’editore, egli occupò un interno numero della rivista inglese ‘Studio International’, e coinvolse 6 curatori invitandoli a realizzare una collettiva. Ciascuno aveva a disposizione 8 pagine da riempirsi in maniera assolutamente libera. La Lippard ha chiesto a ciascuno degli artisti scelti di fornire una ‘situazione’ al cui interno l’artista successivo avrebbe dovuto lavorare – in modo che i contributi creassero un unico lavoro cumulativo, circolare.
4,492,040 (1969-74). Lucy R. Lippard. Riproduzione del catalogo originale, New Documents
'c.7,500' (1973). Due vedute della mostra presso il Walker Art Center di Minneapolis (MN - USA).
Copertina di Studio International, Vol. 180, N. 924 (Luglio / Agosto 1970)
H.U. Obrist
Do it!, 1993 - ongoing
Si tratta anche in questo caso di un progetto focalizzato sulle opere concepite in base alle istruzioni fornite dagli arristi - raccogliendo l'eredità concettuale. Nato parallelamente come prodotto editoriale e come mostra collettiva itinerante, attualmente è presente anche in forma online (e-flux). L’idea del concept è nata da una conversazione in un caffè parigino tra Obrist, Boltanski e Lavier. Il titolo farà riferimento al celebre del testo di Jerry Rubin del 1970: ‘Do it! – Scenarios of the revolution’, sorta di manuale della rivoluzione scritto dal politico e attivista americano. La prima concretizzazione è nella pubblicazione di un catalogo-quaderno che raccoglie 12 testi inediti ‘do it’, tradotti in otto lingue (1993). L’anno successivo (settembre 1994) si ha la prima mostra collettiva presso la Ritter Kunsthalle di Klangenfurt, Austria. In seguito, nel corso degli anni, il progetto ha viaggiato in tutto il mondo – con risultati diversi in ogni sede (ma, alcune regole-base valide per tutti).
A partire dal 1995, parallelamente alle mostre, nasce l’idea del do it yourself home-made, nelle versioni online, TV, ecc con istruzioni per uso domestico. Infine, libro ‘Do it’, primo di una serie di pubblicazioni che raccolgono le istruzioni proposte da coloro che hanno contribuito fin dall’inizio. Le questioni sollevate dal concept sono quelle delle norme che regolano la circolazione dell’arte contemporanea, i problemi dei costi troppo alti di assicurazione e di trasporti opere, i problemi dell’autenticazione, delle copie o delle riproduzioni delle opere d’arte (di cui Do it di fatto non si interessa perché superate). L’archivio dei contributi continua ad allargarsi.
http://www.e-flux.com/projects/do_it/homepage/do_it_home.html
Un ritratto di Hans Ulrich Obrist
Le realizzazioni editoriali di 'Do it!'
Triple Candie, NY
Cady Noland Approximately: Sculptures & Editions, 1984 – 1999 (2006)
Come nel caso di David Hammons nello stesso anno, lo spazio no-profit newyorkese ha realizzato una retrospettiva (ironicamente, la prima mai dedicatale) di lavori di Cady Noland - di fatto NON realizzati dall’artista, MA dal personale dello spazio stesso e da 4 artisti chiamati a collaborare al progetto.
Le opere della Noland sono state ricreate a partire da immagini di originali trovate su internet, o dalle riproduzioni fotografiche sui cataloghi. Sono i curatori stessi a dichiarare che la mostra non è mai stata autorizzata dall'artista, e che - al contempo - i lavori non hanno alcuna pretesa di essere considerati 'repliche' degli originali: essi nascono infatti dalle informazioni fornite da riproduzioni già esistenti, e sono inevitabilmente condizionati da una serie di limitazioni tecniche.
Cady Noland Approximately: Sculptures & Editions, 1984 - 1999, 2006.
Vedute dell'installazione presso Triple Candie, New York. Courtesy of Triple Candie.
Evading Customs_London
P.J.Russo e L.Tam - Brown Gallery, Londra, 2009
Definita dai due curatori ‘una mostra di economia e strategia’, ‘Evading Customs’ raccoglie una selezione di opere realizzate sulla base di istruzioni fornite da 16 artisti che vivono e lavorano al di fuori del Regno Unito. Una rosa inziale di 50 artisti è stata invitata a inviare il proprio contributo, e tra questi soltanto una selezione è stata effettivamente realizzata. L’unica limitazione data dai curatori, è stata quella che i lavori venissero realizzati dai curatori, dallo staff della galleria o altri artisti - in situ e alla minima spesa. Questa premessa, se da un lato è molto comune (in quanto spesso gli artisti si appoggiano ad altri per installare o realizzare le proprie opere in loro assenza), dall’altro è un’esigenza pratica - in quanto elimina effettivamente le componenti di spedizione dei lavori. Ha permesso dunque ai curatori di esporre lavori ambiziosi di artisti che altrimenti non sarebbero stati in grado di esporre in UK; al tempo, questi artisti hanno avuto la possibilità di esporre a Londra, di affrontare il concetto di scambio, o di esplorare idee che si allontanano molto dal loro solito corpo di lavoro.
'Evading Customs', Veduta dell'Installazione presso la Brown Gallery. Londra, 2009.
E.V. Day, Fetish Fire Extinguisher, 2009. Estintore, colore, tesserino, 28 x 9 cm. Courtesy Deitch Projects, New York.
Evading Customs_Milan
Le Dictateur, Milano, 2009
Mirko Smerdel, Mille antenne, Evading Customs_Milan, 2010.
Le argomentazioni sviluppate da Boris Groys nel suo articolo ‘The Curator as Iconoclast’ muovono da un presupposto teorico esplicito fin dall'apertura: la netta distinzione di ruoli tra la figura del curatore e quella dell’artista (attenuata, ma solo a livello superficiale, in riferimento al curatore indipendente). Da qui, la possibilità di trarre una serie di conseguenze fortemente dicotomiche sulla posizione contingente dell'uno e dell'altro.

Ma cosa accadrebbe se la distinzione tra i due ruoli fosse in realtà molto più sfumata - o addirittura annullata?

Il case-study dell’UTILIZZO DELLE ISTRUZIONI COME PRATICA CURATORIALE rappresenta un caso significativo di capovolgimento e mescolanza tra le due figure-chiave dell'arte contemporanea – sollevando a sua volta una serie di questioni che spostano le tesi di Groys sotto una luce differente.
Some possible notes on Boris Groys'
'The Curator as Iconoclast' (2006)

• Lucy Lippard – Numbers Shows (1969-74) / International Studio show (1970)

• Hans Ulrich Obrist – Do it! (1993 –ongoing)

• Cady Noland Approximately: Sculptures & Editions, 1984 – 1999 (2006)

• Evading Customs (Londra, ottobre 2009. Milano, settembre 2010).
• Come (ri)leggere il rapporto tra curatore e artista nel caso in cui i due ruoli si invertano?

• E’ possibile parlare di una forma di iconoclastia del curatore anche in questa circostanza, o forse l'atto di curatela raggiunge qui pienamente il suo scopo iconofilo di nascondersi?

• L’opera d’arte perde anche in questo caso la capacità di veicolare autonomamente il proprio significato, oppure un gesto curatoriale che lavora su se stesso non è più una forma di narratività soggettiva?

• E’ancora possibile parlare di una dicotomia netta tra curatela neutrale e curatela mediatizzante, se atto curatoriale e atto artistico apparentemente coincidono?
Il format ideato da Peter J.Russo e Lumi Tan è stato riproposto a Milano a un anno di distanza dal precedente, muovendo dalle medesime premesse teoriche ma includendo aspetti e necessità differenti. La mostra, originariamente concepita nel pieno della crisi economica che ha investito il mondo occidentale nel 2009, si poneva ora come un momento di riflessione sulla necessità di ripensare lapropria pratica artistica alla luce di limitazioni economiche e geografiche, intercorse tra il creatore e il momento espositivo. Presso lo spazio di Le Dictateur è stata raccolta una selezione di opere realizzate sulla base di istruzioni fornite da 15 artisti. 12 progetti italiani, pensati appositamente per la mostra sono stati selezionati sulla base di un invito iniziale a 50 artisti che vivono elavorano al di fuori dell’area milanese. A questi si aggiungono 3 lavori scelti dal catalogo della mostra londinese: riproponendoli, si è voluto mantenere una sorta di continuità tra le due fasi del progetto.Di nuovo, l’unico vincolo posto agli artisti era che ogni opera potesse essere realizzata dalle curatrici, in situ e alla minima spesa (rispettando un budget massimo di 25€). Tutto questo ci ha permesso di confrontarci con le risposte di una serie di giovani artisti italiani alla sfida lanciata dai due curatori newyorkesi, tastando quindi il polso alla scena artistica nazionale in una fase ancora delicata dal punto di vista economico.
Full transcript