Loading presentation...
Prezi is an interactive zooming presentation

Present Remotely

Send the link below via email or IM

Copy

Present to your audience

Start remote presentation

  • Invited audience members will follow you as you navigate and present
  • People invited to a presentation do not need a Prezi account
  • This link expires 10 minutes after you close the presentation
  • A maximum of 30 users can follow your presentation
  • Learn more about this feature in our knowledge base article

Do you really want to delete this prezi?

Neither you, nor the coeditors you shared it with will be able to recover it again.

DeleteCancel

Make your likes visible on Facebook?

Connect your Facebook account to Prezi and let your likes appear on your timeline.
You can change this under Settings & Account at any time.

No, thanks

Aiace, Sofocle

Presentazione di una tragedia greca
by

Caterina Giovannini

on 16 May 2012

Comments (0)

Please log in to add your comment.

Report abuse

Transcript of Aiace, Sofocle

AIACE
Colono 496 a.C. -
Atene 406 a.C.
SOFOCLE
FONTI CONSULTATE
Il teatro greco - Tragedie, ed. BUR, 2010

Letteratura greca 2, ed. Einaudi, 2012, Giulio Guidorizzi

Storia e autori della letteratura greca 2, ed. Zanichelli, V.Citti, C.Casali, M.Gubellini, A.Pennesi

Il teatro dei Greci - Feste e spettacoli, eroi e buffoni, ed. Carocci, 2003, D.Susanetti

Sofocle, Aiace - Elettra, ed. BUR, 1997 Introduzione e note di E.Medda, traduzione di M.P. Pattoni, testo greco a fronte

Sofocle, Le tragedie, ed. Grandi Classici tascabili Marsilio, 2004, traduzione e cura di A.Tonelli

Omero, Iliade - Odissea, ed. Letteratura universale Marsilio, 2007, introduzione e traduzione di
M.G. Ciani, commento di E.Avezzù, testo greco a fronte

Wikipedia
Σοφοκλής
È la prima delle tragedie di Sofocle
a noi conservate.
Αίας
Non sappiamo con esattezza l'anno della
prima rappresentazione, ma si ritiene sia
avvenuta tra il 450 e il 445 a.C.
nel Teatro di Dioniso ad Atene.
Teatro di Dioniso, Atene
PERSONAGGI DELLA TRAGEDIA
Atena
Odisseo
Aiace, figlio di Telamone
Coro di marinai di Salamina
Tecmessa, compagna di Aiace
Messaggero
Teucro, fratello di Aiace
Menelao
Agamennone
Eurisace, figlio di Aiace (personaggio muto)
Vulcano forgia le armi di Achille
Giulio Romano, Affresco, XV sec.
Achille e Aiace, Exekias,
particolare di un vaso greco
Costituiscono uno dei temi dominanti nell'intreccio dell'"Iliade",
il perno intorno a cui ruotano i destini dei personaggi principali:
Achille, Patroclo ed Ettore.
Nel corso della vicenda
iliadica, Achille viene a
possedere due armature, entrambe speciali e straordinarie, entrambe "mirabile dono" degli dei.
Le prime armi, che non
vengono mai indossate da
Achille, verranno utilizzate
da Patroclo, quando scenderà in
campo al suo posto e passeranno
al suo uccisore, Ettore.
Lo scontro fra Ettore e Achille
(Iliade, canto XXII)
è anche paradossalmente
lo scontro tra le antiche
e le nuove armi di Achille.
Sembra che le due armature siano dotate di una particolare carica negativa.
Le prime armi, donate a Peleo dagli dei il giorno delle nozze con Teti, sanciscono l'unione infelice di una dea con un uomo mortale e si rivelano fatali per colui che è destinato ad ereditarle.
Strumento di morte per Achille, queste armi trasferiscono il loro potere su tutti coloro che le indossano.
Molte cose l'uomo vede e conosce.
Ma il futuro nessuno lo vede,
nessuno lo conosce.

vv. 1418-1420
Tecmessa è la donna di Aiace, figlia di un re di Tebe in Cilicia che l'eroe greco aveva sconfitto e ucciso. In seguito al saccheggio della città, Tecmessa era toccata ad Aiace come preda di guerra e gli aveva dato un figlio, Eurisace.
Aiace chiede spiegazioni di quanto accaduto proprio a Tecmessa, che lo prega in nome di loro figlio di non compiere il gesto estremo.


L'azione EROICA del SUICIDIO

VS

L'azione ANEROICA per riottenere l'onore senza compiere un gesto tragico, come lo supplica di fare Tecmessa
La CONCEZIONE della CONDIZIONE UMANA per SOFOCLE
è PESSIMISTA.

Le azioni dei suoi eroi, infelici ed incapaci di mediazione
assumono una valenza liberatoria.


L'unica libertà dell'uomo,
la sua unica resistenza,
la sua determinazione a ridiventare
padrone del proprio destino
è il GESTO TRAGICO.

Prologo
vv. 1-133
/
pag. 287-290
Parodo
vv. 134-200
/
pag. 290-291
Primo episodio
vv. 201-595
/

pag. 291-300
Primo stasimo
vv. 596-645
/
pag. 300-301
Secondo episodio
vv. 646-692
/
pag. 301-302
Secondo stasimo
vv. 693-718
/
pag. 302-303
Terzo episodio
vv. 719-865
/
pag. 303-306
Epiparodo
vv. 866-878
/
pag. 306-307
Quarto episodio
vv. 879-1184
/
pag. 307-314
Terzo stasimo
vv. 1185-1222
/
pag. 314-315
Esodo
vv. 1223-1420
/
pag. 315-320
«Protagonista è l'eroe epico della guerra troiana, secondo per valore soltanto ad Achille, colpevole di hybris davanti agli dei, di tradimento davanti agli uomini. Sulla scena tragica egli è folle, disperato, suicida, cadavere. Ma la sua vicenda non si risolve in un susseguirsi di colpa e pena: isolato e incapace di adeguarsi alle ragioni sociali e morali degli amici e della comunità, Aiace comprende che vi sono un ordine e una verità altri, a cui non può sottomettersi senza dover negare la propria essenza. Per lui può esserci salvezza solo nel suicidio, estrema manifestazione di una grandezza che non ammette compromesso e riconciliazione.
Aiace si sottrae all'instabilità della vita e alla fragilità della condizione umana per proiettarsi in una dimensione che sfugge alle leggi del tempo e che sa di divino; al suo posto e al posto dei valori epico-eroici che egli rappresenta, subentrano la ragionevolezza, la duttilità, la pietà, l'accettazione del cambiamento, che trovano incarnazione in Odisseo, rappresentante di quella polis, l'Atene del V secolo, sostenuto dal Sofocle politico.»

Sofocle, Aiace, ed. Letteratura universale Marsilio
Aiace, Henri Serrur (1794-1865), olio su tela
Fra i numerosi episodi che intercorrono
tra la conclusione dell'Iliade omerica e la caduta di Troia,
quello della fine di Aiace è senza dubbio uno dei più importanti.
Egualmente fatale è la nuova armatura forgiata da Efesto: essa segna in modo
inequivocabile e definitivo il
compimento del destino di Achille,
che con queste armi andrà a sua volta incontro alla morte, non più procrastinabile, dopo la sua decisione di
rientrare in battaglia per affrontare Ettore.
ODISSEO INCONTRA AIACE
NEL REGNO DEI MORTI

Ciò che Odisseo dice ad Aiace nell'undicesimo canto dell'Iliade
non fa che riflettere quindi una convinzione universalmente
accettata nel mondo dell'epica: ma la collocazione dell'episodio
nel regno dei morti stabilisce già le coordinate di una distanza
definitiva e irrimediabile. Nel solco di questa distanza tra l'ombra
di Aiace e il sopravvissuto Odisseo si colloca il dramma di Sofocle.
La dea Atena rappresenta quel potere divino
nella cui autorità e sacralità trova riflesso
e sanzione il potere umano.
Aiace, nella sua estrema solitudine, rappresenta il
vero e proprio eroe omerico, fedele alle leggi arcaiche
dell'onore, superiore ad ogni compromesso.
Non gli è permesso piegarsi e la coerenza che lo muove
nelle sue azioni è inderogabile, anche a costo di
annientarsi.
Odisseo, eroe più moderno e incline al cambiamento, diventa simbolo della consapevolezza delle sorti umane. Il suo senso di giustizia, vicino al sentire della polis contemporanea di Sofocle, lo porta ad agire coraggiosamente.
Atena ha scelto di umiliare Aiace, ma Odisseo comprende come la disgrazia di Aiace sia comune alla sorte di tutti gli uomini.
Secondo il famoso epiteto dell'Odissea, Ulisse è versatile, è capace di adeguarsi alle situazioni con intelligenza.

È l'eroe che rispetta il potere e onora gli dei e quindi è destinato a sopravvivere.
"O luce, o sacro suolo della mia patria,
focolare paterno di Salamina,
o grande Atene, popolo fratello,
e fonti, fiumi, pianure della Troade
che mi avete nutrito, io vi saluto, addio!"
CONFRONTO TRA L'IRA DI ACHILLE E QUELLA DI AIACE

Achille reagisce all'ingiusto comportamento di Agamennone, ritirandosi dalla battaglia assieme ai Mirmidoni, provocando quasi la disfatta totale degli Achei. Nel suo isolamento Achille è dominante, è lui che determina l'intera situazione, agli altri non resta che supplicarlo o sperare in un ripensamento spontaneo.

La situazione nell'Aiace è completamente diversa. La ribellione dell'eroe alla decisione unanime dei giudici si configura come un reato e assume l'aspetto di un assalto al centro del potere rappresentato non solo da Agamennone ma da tutti coloro che ne riconoscono l'autorità e sono disposti a rispettarla.

Un atto da barbari.
Un gesto irrimediabile che per i Greci non ha giustificazioni nè scusanti.

Rappresenta l'atto che circoscrive nel modo più efficacemente
drammatico l'isolamento di Aiace.
LA MORTE DI AIACE segna la fine di un'era, l'era dell'aretè arcaica impersonata da Achille,
e l'inizio di una storia che ha come modello Odisseo.
Ulisse prefigura l'uomo del domani, il cittadino di una nuova società. Aiace invece rimane in mezzo, eroe di transizione che viene a trovarsi improvvisamente fuori tempo e fuori luogo e automaticamente assurge a simbolo di un'epoca passata, di valori tramontati per sempre.
Foto di Gerard Laurenceau
Aiace è il guerriero incapace di trasformarsi e perciò destinato a soccombere a se stesso.
La sua morte segna la fine di un'era, l'era dell'aretè arcaica impersonata da Achille, e l'inizio di una storia che ha come modello Odisseo.
Egli prefigura l'uomo del domani, il cittadino di una nuova società.
Aiace rimane in mezzo, eroe di transizione che viene a trovarsi improvvisamente fuori tempo e fuori luogo e automaticamente assurge a simbolo di un'epoca passata, di valori tramontati per sempre.
ODISSEO
TECMESSA
Diventa simbolo di ciò che gli uomini
non possono fronteggiare in alcun modo,
il destino, l'ignoto.
Il rapporto con gli eroi è verticale: la dea si impone con autorità a Odisseo e con altrettanta autorità fa giustizia ad Aiace, divenuto un elemento perturbante, dannoso alla comunità.
ATENA
Sandro Botticelli, Atene doma un centauro, 1482-83
Toglie il senno ad Aiace
per vendetta o per capriccio.
AIACE
Dopo aver perso l'onore a causa
dell'accecamento di Atena, preferisce
suicidarsi piuttosto di continuare
a vivere nella vergogna.
È il guerriero che si oppone al potere
divino e umano ed è perciò votato
all'emarginazione e alla sconfitta.
Aiace è dopo Achille il guerriero più forte, e i Greci lo piangono al pari di Achille.
Achille rappresenta l'aretè aggressiva, costantemente
rivolta all'assalto e ha come emblema la lancia, l'arma pesante
e possente fabbricata con il frassino del monte Pelio e donata
a Peleo dal centauro Chirone.
Aiace è invece il "baluardo dei Danai", l'eroe della difesa ad
oltranza e il suo contrassegno è lo scudo protettivo, l'enorme
scudo dalle sette pelli.
Αίας
Αίας
Αίας

ας
La tragedia si apre subito entrando in medias res.
I fatti principali sono già avvenuti e vengono rievocati
nella scena iniziale che funge da prologo e che vede
protagonisti Atena e Odisseo, e poi lo stesso Aiace.

vv. 1-33;
pag. 287-290
PROLOGO
PARODO
vv. 134-200;
pag. 290-291
PRIMO EPISODIO
vv. 201-595; pag. 291-300
PRIMO STASIMO
vv. 595-645; pag. 300-301
SECONDO EPISODIO
vv. 646-692; pag. 301-302
SECONDO STASIMO
vv. 693-718;
pag. 302-303
TERZO EPISODIO
vv. 719-865;
pag. 303-306
EPIPARODO
vv. 866-878; pag. 306-307
QUARTO EPISODIO
vv. 879-1184;
pag. 307-314
TERZO STASIMO
vv. 1185-1222;
pag. 314-315
ESODO
vv. 1223-1420;
pag. 315-320
STRUTTURA DELLA TRAGEDIA
STRUTTURA A "DITTICO
"

prima parte: Aiace protagonista con le sue vicende e il suo tragico destino;

parte finale: esiti della vicenda tragica dell'eroe proiettati sulla comunità
IL RAPPORTO CON IL MITO
Statua di Aiace
L' IMPORTANZA DELLA SEPOLTURA
NEL MONDO GRECO
ATENA: Ti ho sempre visto, figlio di Laerte, in atteggiamento di chi caccia, pronto a cogliere un'opportunità contro i tuoi nemici; ed ora, davanti alla tenda di Aiace, sul mare, qui dove egli occupa la posizione estrema, ti scorgo intento già da tempo a seguire ed esaminare le sue orme recenti, per capire se si trova o no nella tenda. E ben ti guida il tuo passo da cagna lacena.Non hai più alcun motivo di spiare dentro a questa porta. Dimmi piuttosto perchè ti sei preso questa cura: io so, e da me potrai apprendere ogni cosa.
(pag. 287)
LAVORO REALIZZATO
da
GIOVANNINI CATERINA
Liceo Classico "G. Prati", TN
classe II C
anno scolastico 2011/2012
Dialogo tra Atena e Odisseo
Metafora della caccia
Aiace ancora in
preda
alla follia
Compassione di Od
is
seo e monito di Atena
Il coro crede che Odisseo pronunci calunnie contro Aiace
Il coro avanza delle ipotesi in merito al gesto di Aiace
Lamento del coro
Rhesis ingannatrice di Aiace
Sofferenza salvezza
Dialogo tra il coro e Tecmessa
Paura del coro
Rassicuazione di Tecmessa
Racconto dell'azione ingloriosa
Aiace chiede aiuto ai suoi fedeli marinai di Salamina
Presa di coscienza di Aiace
Supplica di Tecmessa ad Aiace (vd Ettore e Andromaca)
Invocazione a Pan, Apollo e Zeus
Gioia del coro
Messaggero annuncia che è giunto Teucro
Profezia: Aiace non deve uscire dalla tenda fino all'arrivo del fratello
Racconto di quando Aiace, durante una battaglia della guerra di Troia, aveva rifiutato l'aiuto di Atena ira
Aiace prepara la spada
Addio e suicidio di Aiace

Coro diviso in due cerca disperatamente
Aiace da tutte le parti
Il coro è diviso in due. Esce dalla scena, poi,
rientrando, canta una seconda parodo.
Dialogo tra il coro e Tecmessa
Dolore
Tecmessa trova Aiace senza vita
Disperazione per la sorte di Tecmessa ed Eurisace
Teucro compare sulla scena
Problema della sepoltura Atridi contrari
Il coro dice a Teucro di seppellire Aiace
riti (ciocca di capelli, vd Coefore di Eschilo)
NOVITÀ e IDEE DI SOFOCLE
Lamento del coro
Litigio tra Agamennone e Teucro per la sepoltura
di Aiace
Ricordo delle imprese gloriose di Aiace
Ricordo delle sventure nella famiglia degli Atridi
Odisseo giunge sulla scena e convince Agamennone ad avere
compassione di Aiace ed a concedergli una giusta sepoltura
Ringraziamento di Teucro ad Odisseo
Sepoltura di Aiace
Sentenza finale del coro
ODISSEO: [...] Mi aggiro in cerca di un nemico, Aiace, portatore di scudo; di lui, e di nessun altro, seguo da tempo le tracce.
Un gesto inconcepibile egli ha compiuto contro di noi questa notte, se pure è stato lui l'autore del fatto: nulla infatti sappiamo di chiaro, ma vaghiamo nel dubbio. Poco fa abbiamo trovato ucciso tutto il bestiame, trucidato da mano d'uomo insieme con i guardiani stessi.

Tutti ne attribuiscono la colpa a lui. [...] Sei giunta a proposito: in tutto, nel passato come nel futuro, io mi lascio guidare dalla tua mano.
(pag. 287)
ATENA:
Questo è opera sua. [...] Era gravato dall'ira per le armi di Achille.

ODISSEO: Ma perchè è piombato con tale impeto contro il bestiame?

ATENA: Credendo di immergere la mano nel vostro sangue. [...] Di notte, solo, furtivo si diresse contro di voi. [...]
Io l'ho fermato, gettandogli sugli occhi le ingannevoli immagini di una gioia funesta, e l'ho deviato sulle vostre mandrie, sul bottino sorvegliato dai pastori, ancora confuso e indiviso.
Là egli, avventatosi sulle prede, fece massacro del bestiame dalla molte corna, roteando intorno la spada e trucidando, e credeva di uccidere di sua mano ora i due Atridi, avendoli in suo potere, ora l'uno o l'altro dei capi greci, piombando loro addosso.
E mentre l'uomo infuriava nel morbo della follia, io lo incitavo
, lo sospingevo in funesti lacci. Quando poi fu sazio di tale strage,
li trascinò nella sua tenda, credendoli uomini
e non preda dalle belle corna, e ora là dentro infierisce su di loro, così legati insieme. Mostrerò anche a te questo suo male in piena luce. [...]
Dico a te, Aiace: esci davanti alla tua dimora!
(pag. 288)
AIACE: Salve Atena, salve figlia di Zeus!
Quanto prezioso è stato il tuo aiuto!
In ringraziamento di questa caccia ti offrirò spoglie d'oro massiccio.

ATENA: Sagge parole. Ma dimmi:
hai bene immerso la tua spada nel sangue dei soldati argivi?

AIACE:

, posso vantarmene, e non lo nego.

In tal modo che mai più, lo so, oltraggeranno Aiace.
[...]
Mi hai chiesto dov'è quella scaltra volpe (Odisseo)? Siede lì dentro in catene, o mia signora, prigioniero a me graditissimo. Ancora non voglio che muoia. [...]
Vado a compiere l'opera. Questo soltanto ti chiedo: di assistermi alleata, sempre, come ora.

(pag. 289)
ATENA:
Vedi,
Odisseo,
quanto è grande la potenza degli dèi?
Quale uomo avresti potuto trovare più accorto di costui o più valente al momento di agire?

ODISSEO: Io non ne conosco nessuno, ma nonostante mi sia nemico, ho pietà di quell'infelice, per la tremenda sciagura a cui si trova aggiogato:
nella sorte di lui trovo riflessa anche la mia. Vedo noi, quanti viviamo, null'altro se non fantasmi o vana ombra.

ATENA:
Quanto hai visto ti insegni dunque a non proferire mai contro gli dèi alcuna parola arrogante e a non sollevarti ad orgoglio, se più di altri sei potente per braccio o per vastità di ricchezze: un giorno solo basta a piegare tutte le cose umane e ad innalzarle di nuovo. Gli dèi amano gli uomini saggi e odiano i malvagi.
>> sophrosyne

(pag. 290)
CORO: O figlio di Telamone, signore di Salamina, l'isola cinta dai flutti,
io gioisco se la tua sorte è prospera
; ma quando su di te si abbatte il colpo di Zeus, o furioso ti assale malevolo discorso dei Danai,
provo un'angoscia profonda e tremo
, come l'occhio d'alata colomba. E così,
nella notte che ora s'è spenta, grandi voci ci sono giunte, voci di disonore
. [...] Tali voci Odisseo inventa e sussurra agli orecchi di tutti, e assai persuade: quanto ora dice di te è creduto degno di fede, e chiunque ascolta gode, ancora più di chi parla, nell'insultare i tuoi dolori. Il dardo scagliato contro anime grandi non può fallire il segno; ma chi diffondesse simili ingiurie sul mio conto, non troverebbe credito.
È contro il potente che l'invidia striscia. Eppure, senza i grandi, gli umili sono instabile baluardo di torre, mentre un debole in unione con i potenti può giungere nel miglior modo alla salvezza, così come un potente con l'aiuto dei più deboli.[...] Da gente simile sei fatto oggetto di calunnie, e noi senza il tuo aiuto, o signore, non abbiamo la forza di respingere queste infamie.
(pag. 290)
CORO:
Forse la figlia di Zeus
che muove a corsa i tori, Artemide
(o Fama possente
o madre della mia vergogna)
ti spinse contro le giovenche indivise della mandria,
per qualche vittoria di cui non ricevette ricompensa
,
poichè le negasti il dono di inclite spoglie
o cervi uccisi nella caccia?
O forse Enialio
, il dio dalla bronzea corazza,
avendo contro di te motivo di biasimo
perchè non riconoscesti la sua lancia
alleata in battaglia, vendicò l'oltraggio
con notturne insidie?
TECMESSA: Difensori della nave di Aiace, stirpe degli Eretteidi autoctoni, abbiamo motivo di piangere noi che amiamo la lontana casa di Telamone.
In questo momento, il terribile, il grande Aiace dall'indomita forza giace prostrato da oscuro turbine di follia.

CORIFEO: Quale peso, dopo la quiete, ha portato la notte che declina? Figlia del frigio Teleutante, parla. Te, preda di guerra e sua compagna, l'impetuoso Aiace ama con costanza d'affetti: tu certo sai, e puoi rispondere.
(pag. 291-292)
TECMESSA: Come svelare ciò che non è possibile esprimere a parole?
Conoscerai un dolore pari alla morte
:
questa notte il nostro glorioso Aiace, colto da follia, si è coperto di vergogna
. All'interno della tenda puoi vedere le vittime sgozzate dalle sue mani, in un lago di sangue: sacrifici offerti da non altri che lui.

CORO: Quale annuncio ci hai dato
dell'ardente guerriero!
Un annuncio intollerabile
a cui non ci si può sottrarre,
divulgato dai possenti Atridi,
accresciuto dalla fama immane.
Ahimè, ho timore di quanto sta per venire:
è chiaro che egli morrà
per aver ucciso con mano delirante,
con la nera spada,
le mandrie e i guardiani guidatori di cavalli.
(pag. 292)
TECMESSA: La tempesta del suo animo, che s'era scatenata violenta, si va placando, senza bagliori di lampo.
Ma ora, tornato in senno, egli è assalito da un nuovo dolore. Vedere le sciagure di cui è causa, senza che nessun altro vi abbia preso parte, suscita immense sofferenze.
(pag. 292-293)
TECMESSA: Saprai tutto quello che ha compiuto: la nostra sventura è anche la tua.

Nel cuore della notte, quando i fuochi della sera non ardevano più, egli, impugnata la spada a doppio taglio, si preparava a fare una sortita, senza motivo.
Ed io lo rimprovero, gli dico: «
Aiace, che fai?

Perchè ti lanci in quest'impresa senza esser stato chiamato? Nessun messaggio ti è giunto dagli araldi, nè hai udito squillo di tromba. A quest'ora tutto l'esercito è immerso nel sonno». Egli mi rispose brevi parole, l'eterno ritornello:
«Donna, alle donne è ornamento il silenzio»
. Io compresi e tacqui; egli si precipitò fuori, solo.
Quel che avvenne là, non so dirlo; ma quando egli ritornò, conduceva con sè, legati insieme, tori, cani da pastore e prede dalle belle corna.
Alcuni li decapitava, altri li sgozzava sollevandone il collo, oppure spezzava loro il dorso; altri, in catene, li tormentava come fossero uomini, e infieriva contro degli animali.
Infine, balzato fuori, scagliava ingiurie ora contro gli Atridi ora contro Odisseo, con grandi risa sulla vendetta che aveva loro inflitto. Poi, rientrato ancora con un balzo nella tenda, lentamente, a stento, ritrovava il senno.
(pag. 293)
AIACE: Ah, cari marinai, miei soli amici, che soli rimanete ancora fedeli a giusta legge, guardate quale onda, sotto il soffio di recente, sanguinosa tempesta, in rapido vortice m'avvolge! [...]
Ah, stirpe mio sostegno nell'arte navale, he t'imbarcasti per volgere il remo marino, in te, in te solo io vedo difesa dai mali:
uccidimi dunque!
[...]
Oh, tenebra, mia luce, o Erebo per me fulgidissimo, accoglietemi, accoglietemi come vostro abitatore, accoglietemi: io non sono più degno di volgere lo sguardo alla stripe né degli dèi né degli uomini caduchi per ricevere aiuto. Ché anzi, la figlia di Zeus, possente dea, fa strazio di me, rovinoso.
Dove fuggire? In quale luogo potrei andare e rimanere, se il mio passato è distrutto,
o amici, con queste vittime che mi stanno accanto, e noi giaciamo prostrati su solide prede?
L'esercito intero con assalto furioso di propria mano mi ucciderà.
(pag. 294-295-296)
AIACE: Ora invece
la figlia di Zeus
, l'indomita dea dallo sguardo di Gorgone, mentre su di loro levavo il mio braccio,
mi trasse in inganno lanciandomi furioso morbo di follia
, sì che le mani fra queste mandrie insanguinassi; ed essi, scampati contro la mia volontà, esultano: se un dio vuol fare del male, anche il vile può sfuggire al più forte.
Ed ora che devo fare?
[...]
Dovrei forse fare ritorno in patria, lasciare i quartieri delle navi, gli Atridi soli, e attraversare il mar Egeo? E quale volto mosterò a mio padre, a Telamone, comparendogli innanzi? Come potrà sopportare di vedermi apparire nudo, senza trofei, dei quali egli ebbe grande corona di gloria? No, non è sopportabile questo.
[...]
Quale piacere ha in sé il giorno aggiunto a un altro giorno, che avvicini e allontani il morire?
Non posso tenere in alcun conto un mortale che si riscalda di vuote speranze.
Chi è nato nobile deve o gloriosamente vivere o gloriosamente morire.
(pag. 297)
TECMESSA: Aiace, mio signore,
non c'è per gli uomini male più grande della sorte imposta dalla necessità
. Io nacqui da un padre libero, potente per ricchezza come nessun altro tra i Frigi; ed ora sono schiava: così è piaciuto agli dei, e soprattutto al tuo braccio.
Ma da quando salii sul tuo talamo, io penso unicamente al tuo bene, e ti prego, in nome di Zeus protettore del focolare, in nome del tuo letto dove ti unisti a me, non fare che mi colga doloroso insulto ad opera dei tuoi nemici, lasciandomi in potere di uno di loro. Se tu muori, e morendo mi lasci, pensa che in quello stesso giorno, rapita con violenza dagli Argivi, assieme a tuo figlio, anch'io trarrò una vita da schiava
. E qualcuno dei miei padroni dirà amara parola, sferzandomi con i suoi discorsi: «Guardate la compagna di Aiace, l'uomo più forte dell'esercito, quale esistenza servile conduce, in luogo di una sorte tanto invidiata.».
Così si dirà, e mentre io sarò tormentata dal mio destino, per te e per la tua stirpe queste parole saranno motivo d'infamia.
(pag. 297-298)

(Omero, Iliade, Libro VI, passim)
Dialogo Ettore - Andromaca
Dialogo Tecmessa - Aiace
Sofocle, Aiace, I episodio
Entrambi i dialoghi mettono il luce la coscienza che solo la morte può garantire loro l'onore in una civiltà di vergogna (giudizio comunità vs singolo).
Ettore accetta pienamente il codice etico, che si realizza nella morte in battaglia, affrontata virilmente e con un velo di angoscia e rimpianto per il proprio mondo degli affetti.
Il suicidio di Aiace è imposto dall'esasperazione di un codice di valori ormai in crisi che
lo condanna alla morte e all'isolamento rispetto
ai propri cari.

>> le tristi profezie sono pronunciate da Tecmessa;
Aiace è ormai chiuso nella sua solitudine.
AIACE: Sollevalo, dammelo qui: non avrà paura al vedere sangue di recente strage, se veramente è mio figlio per parte di padre. Ma deve fin d'ora essere domato nelle aspre leggi del padre e diventare a lui simile nell'indole.
O figlio, possa tu essere più fortunato del padre, me nel resto uguale; e non sarai un vile. In questo momento, una cosa almeno ho da invidiarti: che non hai coscienza alcuna di questi mali. Nel non comprendere nulla, infatti, dolcissima è la vita, finchè tu non conosca la gioia ed il dolore.
[...]
A voi, guerrieri armati di scudo, popolo del mare, a voi come a lui affido questo favore; e annunciate a Teucro la mia volontà: conduca questo fanciullo alla mia casa, e lo mostri e Telamone e a mia madre Eribea dico, perché sia sempre il sostegno della loro vecchiezza, fin quando giungeranno nei recessi del dio sotterraneo.
(pag.299)
CORIFEO: Ascolto questo tuo slancio e ne provo sgomento: non mi piace la tua lingua affilata.

TECMESSA: Aiace, mio signore, che mediti di fare?

AIACE: Non cercare, non chiedere. Bisogna essere saggi.
(pag.299-300)
CORO: [...]
Ed ora Aiace, in preda a un male incurabile,
si aggiunge, ahimè, ad accrescermi la pena:
una follia divina lo possiede.
Tu un giorno lo mandasti qui
vincitore nella furiosa battaglia;
ma ora, pascendo in solitudine i suoi pensieri,
egli è motivo di grande dolore per chi l'ama.

[...]

Meglio star nascosto nell'Ade
per l'uomo malato d'insania:
lui che era per stirpe paterna
il più nobile fra i tormentati Achei,
non è più saldo nella propria natura,
ma vive lontano, esule a sé medesimo.
(pag. 300-301)
AIACE: Il tempo, grande e infinito, fa nascere le cose ancora nascoste e, una volta tratte alle luce, tutte le occulta. Nulla c'è di inaspettato: anche il solenne giuramento, anche gli animi più saldi vacillano.[...]
Ora andrò ai lavacri e ai prati che costeggiano la riva del mare per purificare le mie macchie e sfuggire all'ira pesante della dea. Poi, giunto là ove io trovi un luogo intatto d'orma umana, nasconderò questa mia spada, la più funesta delle armi, scavando in un punto del terreno in cui nessuno la possa vedere: la custodiscano sotterra la notte e l'Ade.
Da quando con la mia mano la ricevetti in dono da Ettore, il peggior nemico, io non ho più avuto dagli Argivi alcun segno d'onore.
È pur vero il proverbio degli uomini: non sono doni i doni dei nemici, né arrecano vantaggio
. [...]
Io vado là dove devo andare.
Voi fate ciò che vi dico, e presto forse saprete che ho trovato la salvezza, anche se ora sono infelice.
(pag. 301-302)

Ares disciolse dai miei occhi
la terribile angoscia.
Ora nuovamente, o Zeus,
ora la fulgida luce d'un giorno
felice s'accosta alle agili
rapide navi, poiché
Aiace,
obliato di nuovo l'affanno,
ha compiuto, nel sommo rispetto delle leggi,
il divino rituale del sacrificio
.
Tutte le cose il tempo possente consuma,
e nulla potrei io dire impossibile
da quando Aiace, contro ogni attesa,
depose i suoi furori contro gli Atridi
e le feroci contese.
(pag. 302-303)
MESSAGGERO: O amici, voglio anzitutto annunciarvi:
Teucro è qui
, da poco tornato dalle rupi di Misia. Ma non appena giunto nel mezzo del campo, alla tenda dei comandanti, è insultato a un tempo da tutti gli Argivi. Da lontano lo riconobbero, mentr'egli si avvicinava, e
lo circondarono da ogni parte, coprendolo di ingiurie
da questo e da quel lato, e nessunno s'astenne:
lo chiamavano fratello del folle che aveva tramato contro l'esercito
, minacciandolo che non avrebbe evitato di morire, massacrato tutt'intero a colpi di pietre. [...]
Ma il nostro Aiace dov'è, perché io possa dirgli queste cose? Ai capi, infatti, tutto si deve riferire.

CORO: Non è dentro, ma è uscito da poco, avendo aggiogato a nuovi sentimenti nuovi propositi.

MESSAGGERO: Ahimè, ahimè! A tarda missione ebbe a mandarmi chi qui mi inviò, o troppo lento sono stato io nell'apparire! [...]
Teucro vietava che l'eroe uscisse fuori dalla tenda prima che egli fosse qui.
(pag. 303)
MESSAGGERO: Ecco quanto so: per caso mi trovavo presente. Dal circolo dei principi seduti a consiglio
Calcante
levatosi solo, in disparte dagli Atridi, ponendo amichevolmente la destra nella mano di Teucro
disse e raccomandò di trattenere con ogni mezzo Aiace nella tenda per tutta la durata di questo giorno che ora risplende, e di non lasciarlo uscire, se mai voleva rivederlo vivo: giacché ancora per questo solo giorno lo perseguiterà l'ira della divina Atena,
come egli andava dicendo.
I mortali che non sanno conservare la misura, inutili a se stessi, cadono in gravi sciagure per opera degli dèi, spiegava il profeta
: chiunque, pur nato con natura di uomo, non pensi poi con mente umana.
Aiace, subito al partire dalla casa paterna, mostrò la sua dissennatezza, sebbene il padre lo ammonisse con sagge parole. Questi gli diceva infatti: «Figlio, abbi la volontà di vincere con la tua lancia, ma di vincere sempre con l'aiuto del dio.». Ma l'altro con stolta superbia rispose: «Padre, con il favore degli dèi anche chi è nulla può riportare vittoria; io ho fiducia di ottenere la gloria pur senza di essi.».
(pag. 303-304)
MESSAGGERO: ... Un'altra volta, ad Atena divina, quand'ella incitandolo gli gridava di volgere contro i nemici la mano cruenta, rispose queste gravi e nefande parole: «Signora, sta' vicina agli altri Argivi: dove siamo noi, la linea di battaglia non s'infrangerà mai.». Con tali detti si procurò l'ira implacabile della dea, poiché i suoi pensieri eccedevano l'umana misura. Ma se egli sopravvive a questo giorno, forse con l'aiuto divino potremo essere suoi salvatori. Questo disse l'indovino ed egli, Teucro, subito s'alzò dal suo posto, e mi manda qui a portare questo messaggio, perché tu lo osservi. Se il nostro tentativo fallisce, e se Calcante è esperto profeta, quell'uomo non è più.
(pag. 304)
ALLORA ESISTE
UNA COLPA DI AIACE ?
Sentendo il discorso del messaggero,
si potrebbe pensare ciò.
Colpa = hybris eschilea
>> nell'Aiace, eccesso di orgoglio nel credere
di poter fare a meno della'aiuto degli dei.
In realtà qui manca un elemento determinante:
l'acquisizione di consapevolezza
attraverso la punizione (pàthei màthos)

>> Aiace non viene a conoscenza
delle parole di Calcante
Sofocle non vuole parlare degli dèi,
ma dell'uomo, Aiace.
Si viene a sapere solo nel III episodio

della rivelazione di Calcante
=
non ha un peso determinante,
altrimenti sarebbe stata collocata prima.
MESSAGGERO: Per la sorte di Aiace, se veramente egli è fuori casa, non ho fiducia alcuna.

TECMESSA: Sì, è lontano: e mi chiedo con angoscia che cosa intendi dire.

MESSAGGERO: Teucro dà l'ordine di trattenerlo all'interno della tenda e di non lasciarlo uscire solo. [...]

TECMESSA: Ahi, me infelice! Da chi mai l'ha appreso?

MESSAGGERO: Dall'indovino figlio di Testore,
in questo giorno stesso in cui tale uscita porterà ad Aiace morte o vita.

TECMESSA: Ahimè, amici, proteggetemi dalla fatale necessità. E affrettatevi alcuni da Teucro perché venga presto; altri correndo alle baie d'occidente, altre a quelle d'oriente cercate l'infausta strada dell'eroe.
Ora comprendo d'essere stata da lui ingannata
e respinta dall'affetto antico. Andrò anch'io fin dove avrò forza. Mettiamoci in cammino, facciamo presto: non è il momento di indugiare se si vuol salvare un uomo che s'affretta a morire.

CORIFEO: Sono pronto ad andare e lo mostrerò non soltanto a parole: seguiranno, insieme, rapidità di azione e di passi.
(pag. 304-305)
AIACE: Il mio assassino è là...ritto, nel modo più tagliente - se mi è concesso ancora il tempo di riflettere -, dono di Ettore, il più aborrito per me fra gli ospiti e il più odioso al mio sguardo; sta conficcato nella terra nemica di Troade, da poco affilato sulla cote che rode il ferro. L'ho piantato io ben saldo con cura, perché, con me assai benigno, mi conceda sollecita morte.
Così son pronto: dopo di ciò, tu per primo, o Zeus, com'è giusto, assistimi.
Non ti chiederò d'ottenere un grande dono. Manda per me un nunzio che porti a Teucro la triste notizia, perché per primo egli sollevi il mio corpo caduto su questa spada intrisa di fresco sangue, ed io non sia scorto prima da qualcuno dei miei nemici e gettato in pasto a cani ed uccelli.
Di questo, o Zeus, ti supplico; e insieme prego Ermes, sotterranea guida, di addormentarmi dolcemente quando con rapido slancio, senza spasimi, su questa spada io mi apra il fianco.
I SEMICORO: Fatica apporta fatica
in aggiunta a fatica.
Dove, dove,
dove non andai io?
E nessun luogo
sa rendermi compartecipe
del suo segreto.
Attento, attento!
Sento ora un rumore.

[...]

II SEMICORO: Solo molta fatica,
e nulla di più per quanto riguarda la vista.
(pag. 306-307)
CORO: Chi dunque, chi tra i laboriosi pescatori,
intento alla sua caccia insonne,
o quale delle dee d'Olimpo
o dei fiumi scorrenti al Bosforo
può dirmi se ha visto vagare in qualche luogo
l'eroe dall'aspro cuore?
È atroce per me
che vado errando con lunghe fatiche
non averlo raggiunto con corsa propizia,
né scoprire dove si trovi
quell'uomo affranto dai mali.
(pag. 307)
CORO: Quale sarà il termine, quando
la serie di anni inesausti
cesserà di condurre in eterno per me
l'inestinguibile sciagura
dei travagli di guerra
sul suolo della vasta Troia,
dolorosa infamia per gli Elleni?
Continui rimandi
al mondo omerico
Oh fosse prima scomparso
nelle profondità dell'immenso cielo
o dentro l'Ade, dimora comune d'ogni mortale,
l'uomo che insegnò ai Greci
la guerra che tutti coinvolge,
con le sue armi odiose.
O affanni progenitori d'affanni!
Fu lui la rovina dell'umanità.

[...]
Un tempo, contro l'angoscia
notturna e i dardi nemici
l'impetuoso Aiace era mio baluardo;
adesso egli è vittima consacrata
a un odioso demone. Quale,
quale gioia per me più resterà?
Oh potessi trovarmi là
dove, coperto di selve, il promontorio
battuto dai flutti si sporge sul mare
ai piedi dell'estremo lembo del Sunio,
per salutare la sacra Atene!
Figura familiare al pubblico ateniese
>> tra gli eroi protettori della città
"Etiopide" di Arctino di Mileto e "Piccola Iliade" di Lesche di Chio
(secoli VIII e VII a.C.)
Tema della solidarietà dovuta a un morto
(centrale nell'Antigone)

>> motivo di grande importanza nella cultura ateniese del V sec. a.C.
Trascurare di rendere onore ai defunti
poteva attirare la sventura sulla città.
Non seppellire Aiace con gli onori dovuti =
confinare il suo ricordo in un limbo di disonore,
macchiare la memoria delle sue imprese,
negargli il kléos, la gloria dovuta.
Discorso sulla sua sepoltura

valutazione della sua "carriera"
di guerriero e di cittadino
(siamo nella civiltà della vergogna)
La sepoltura di Aiace conclude la sua parabola tragica:
dalla colpa alla sventura, alla punizione, al reintegro nella comunità cittadina
>> itinerario tipico dell'eroe sofocleo
Un senso di ritegno ti colga al pensiero d'abbandonare tuo padre in luttuosa vecchiezza; ed abbi rispetto per la madre, gravata dai molti anni, la quale spesso prega gli dèi che tu ritorni vivo a casa.

Ti muova a pietà, o signore, tuo figlio, se rimasto privo di te, solo, senza una degna educazione ai suoi giovani anni, vivrà alla mercé di tutori non amici.
Pensa quanto male infliggeresti, se tu morissi, a lui e a me.
Io non ho più nulla al mondo su cui posare lo sguardo, se non te.
Tu infatti mi distruggeresti la patria con la tua lancia, e un altro destino avverso mi sottrasse la madre e il genitore, defunti abitatori dell'Ade.
Chi potrebbe essermi patria, al posto tuo? Chi ricchezza? In te tutta io mi salvo
. Dunque, ricordati anche di me: l'uomo, se ha mai provato qualche dolcezza, deve serbarne memoria. Gratitudine genera gratitudine, sempre; ma chi lascia dissolvere il ricordo di un bene ricevuto non può più essere considerato un nobile uomo.
(pag. 298)
AIACE: Ah, sentieri sonanti del mare,
antri marini e selve costiere,
per lungo e lungo tempo
voi mi trattenevate intorno a Troia:
ma
non più mi accoglierete,
non più col soffio della vita.
Questo sappia chi ben intenda.
O vicine correnti dello Scamandro,
benevole agli Argivi,
non rivedrete più quest'uomo
,
un uomo - dirò un'orgogliosa parola -
a cui nell'esercito nessuno eguale
Troia vide
da ellenica terra venire.
Ed ora egli giace così,
privato dell'onore.
(pag. 296)
AIACE
Sofocle lascia i suoi personaggi soli a soffrire sulla scena,
spesso ingiustamente, spesso senza una chiara ragione.
<< Chiedete giustizia o spiegazioni, e per tutta risposta
vi giungerà un sordo muggito dal mare.
I conti degli uomini con gli dèi non tornano.>>
George Steiner
TECMESSA: Sono perduta, morta, annientata, amici! [...]
Il nostro Aiace, da poco ucciso, giace qui, su occulta spada ravvolto.

CORIFEO:
Per mano di chi, sventurato, l'ha fatto?

TECMESSA:
Egli da se stesso, è chiaro. Lo denunzia il ferro da lui infisso nel suolo: il ferro su cui si gettò.

CORO: Ahi, mia sventura!
Sei caduto nel tuo sangue, solo,
non difeso da amici.
E a tutto inerte
e di tutto inconsapevole
io non posi mente.
Dove, dove giace
l'irremovibile Aiace
dall'infausto nome?
(pag. 307)
TECMESSA:
No, non può essere visto: lo coprirò con questo mantello che interamente l'avvolga, poiché nessuno potrebbe, per quanto amico, sostenere la vista di lui che dalle nari e dalla rossa ferita esala nero sangue, per il colpo a se stesso inferto.
Ahimè, che fare? Chi ti solleverà dei tuoi cari? Dov'è Teucro?
Come giungerebbe a proposito - se pure potesse venire - per aiutarmi a comporre il corpo del fratello morto! O sventurato
Aiace, quale tu fosti e quale ora sei, degno d'avere il pianto persino dai nemici
!
(pag. 308)
CORO:
Tu dovevi, o misero,
tu dovevi un giorno,
anima inflessibile,
porre termine al funesto destino
di travagli infiniti.
Tale, ora comprendo, era il presagio
dei lamenti ostili che contro gli Atridi
nella notte e nella luce innalzavi,
aspro nel tuo cuore,
da esiziale passione travolto.
Grande principio di mali
fu dunque quel tempo
quando per le armi funeste
fu proposto l'agone di valore.
(pag. 308)
TECMESSA:
Ahimè, figlio, a qual giogo di servitù ci avviamo, quali padroni ora ci sovrastano!
[...]
Tale sventura la terribile dea figlia di Zeus, Pallade, fa germogliare per compiacere a Odisseo.

CORO: Certo insolentisce
nell''oscuro del suo cuore
l'eroe infaticabile,
e sui nostri mali che la follia ha causato
con lunghe risa, ahimè, ahimè, egli ride,
e con lui,
all'udire questa notizia,
anche i due re
gli Atridi.

TECMESSA:
Ridano pure e gioiscano dei suoi mali.

Ma forse, se non lo amavano vivo, morto lo potranno rimpiangere, nella pressante necessità della guerra. Gli stolti non riconoscono il bene che hanno tra le mani, prima di perderlo.
Amara per me e a loro gradita, questa morte per lui non fu che dolcezza: s'acquistò quel che bramava ottenere, la morte che voleva. Perché dunque dovrebbero ridere di lui?
Egli è morto per volontà degli dèi, non per loro opera, no!
Dunque Odisseo sfoghi pure la sua insolenza nel vuoto. Per essi Aiace non è più... ma per me, andandosene, ha lasciato sventure e gemiti.
(pag. 308-309)
TEUCRO: Aiace carissimo, volto a me fraterno, sei finito dunque così, com'è fama ormai diffusa?

CORIFEO: Egli è morto, Teucro, sappilo.

TEUCRO: Ohimè, grave dunque la mia sventura!
(pag. 309)
TEUCRO:
O spettacolo per me più doloroso fra tutti quanti i miei occhi videro;
strada che più di ogni altra strada mi ha torturato le viscere, quella che ora percorsi,
mio amato Aiace, quando, perseguendo e cercando le tue orme, seppi del tuo destino!
Di te, come mandata da un dio, rapida fama si sparse fra tutti gli Achei che eri morto.
E all'udirla da lontano, me infelice, sommessamente gemevo: ma ora, vedendoti, mi sento morire!
Va', scoprilo: che io veda intera la mia sciagura!
O vista insostenibile allo sguardo, volto d'amara audacia, di quante pene con la tua morte hai per me gettato il seme! Dove potrò andare, fra quali uomini, io che nei tuoi mali non seppi darti soccorso alcuno?
Certo Telamone, mio padre e tuo insieme, mi accoglierà con volto affabile e mite, quando giungerò senza di te!
(pag. 310-311)
CORO: Non dilungarti, ma pensa a dar sepoltura a quest'uomo, e a cosa dire fra poco. Scorgo infatti un nemico: forse verrà a ridere, come uno scellerato, sulle nostre sventure.
(pag. 311)
MENELAO:
Dico a te: ti ordino di non raccogliere fra le braccia questo morto, ma di lasciarlo come sta.
[...]
Il motivo è che noi, convinti di condurre qui a Troia dalla sua patria quest'uomo come alleato ed amico agli Achei,
lo scoprimmo alla prova più nemico dei Frigi; egli, meditata strage all'esercito intero, di notte mosse all'assalto per sterminarci a colpi di lancia.
E se qualcuno degli dèi non avesse spento tale suo proposito, noi, morti per questa sorte che costui ha avuto, giaceremmo al suolo, con destino vergognosissimo, mentre egli vivrebbe. Ma un dio deviò la sua violenza in modo che s'abbattesse su pecore e greggi.
Pertanto nessuno ci sarà, tanto forte da poter seppellire il suo corpo in una tomba, ma, gettato là sulla pallida rena, egli diverrà pasto agli uccelli marini.

[...]
(pag. 311-312)
TEUCRO: Non mi meraviglierò più, o amici, che un uomo di oscura origine commetta delle colpe, se quanti hanno fama di nobili natali cadono in tali errori nei loro discorsi. Suvvia, riprendi le tue parole dall'inizio. Tu affermi di aver preso e condotto qui quell'uomo come alleato degli Achei? Ma non salpò di sua volontà, in quanto padrone di se stesso? In base a che cosa tu saresti suo stratega? Su quale fondamento ti è concesso di comandare sugli uomini che egli condusse dalla patria? Sei venuto come re di Sparta, non come nostro padrone: non c'è diritto per cui tu avresti diritto di comandare a lui più che non lui a te. [...]
Quanto a quest'uomo, anche se tu o l'altro condottiero dite di no, io lo deporrò in una tomba, com'è giusto, senza timore delle tue parole. [...]
(pag. 312)
MENELAO: Un dio mi salva, ma per quanto stava in lui sarei morto.

TEUCRO: Dunque
non offendere gli dèi
, se dagli dèi sei stato salvato.

MENELAO:
E sarei io a disprezzare le leggi divine?

TEUCRO:
Se sei qui per impedire la sepoltura dei morti.

MENELAO: Dei miei nemici, intendi dire: infatti non sarebbe bene.

TEUCRO: Forse Aiace ti affrontò mai come pubblico nemico?

MENELAO: Odiava mi odiava: e tu lo sapevi.

[...]

TEUCRO: E tu sentirai come risposta che egli verrà sepolto.

MENELAO: Già vidi una volta un uomo audace di lingua, che spingeva i marinai a navigare in tempo di bufera; ma quando nella dura stretta della tempesta egli sitrovò davvero, non avresti potuto sentire la sua voce: nascosto sotto il mantello si lasciava calpestare da chiunque dei naviganti lo volesse. Così avverrà di te e della tua proterva bocca: nata da piccola nube, una grande tempesta potrà presto spegnere questo alto clamore.
(pag. 313)
CORIFEO: Vi sarà una lotta di grande contesa. Ma tu, Teucro, più in fretta che puoi, provvedi sollecitamente per quest'uomo una fossa profonda dov'egli avrà l'umido sepolcro a umana perenne memoria.

TEUCRO: Ecco, proprio al momento opportuno giungono il figlio e la donna di Aiace, a compiere il rito funebre per l'infelice morto.
Vieni qui, fanciullo, poniti vicino e supplice tocca il padre che ti generò.
Siedi in atto di chi implora, tenendo in mano i capelli miei, di tua madre e di te come terzo, unica ricchezza del supplice.
E se qualcuno dell'esercito ti strappasse con forza da questo cadavere, sia quel miserabile, privo di sepoltura, miserabilmente cacciato dalla patria; e se la sua stirpe intera stroncata fin dalla radice, così come io recido questa ciocca dal mio capo. Prendila, ragazzo, conservala, e che nessuno ti allontani da qui, ma prostrato stringiti a lui. E voi stategli accanto, non come donne ma come uomini, e proteggetelo fin quando, preparata la sua tomba malgrado tutti i divieti, io non sia tornato.
(pag. 314)
AGAMENNONE: Sei tu che hai osato pronunziare così impunemente contro di noi le terribili parole che mi hanno riferito? Proprio tu, dico, tu, il figlio della schiava? [...]
I più saldi, infatti, sono gli uomini di vasta mole e dalle larghe spalle: sono invece gli accorti che prevalgono in ogni circostanza.
Il bue dai fianchi possenti è fatto procedere diritto nel cammino da una piccola sferza. Anche per te è pronto questo rimedio, lo vedo già, se non acquisterai un po' di senno, tu che per un uomo che non c'è più, soltanto ombra ormai, ci insulti audace e parli senza freno. Non sarai assennato?
Non condurrai qui, sapendo chi sei per nascita, qualcun altro, un uomo libero che in vece tua sostenga davanti a noi le tue ragioni? Quando parli tu, io non sono più in grado di capire: non comprendo, io, la lingua barbara.
(pag. 316)
TEUCRO:
Ahimè, nei confronti di chi è morto come rapida fra gli uomini trascorre la gratitudine, ed anzi la si coglie in tradimento, se di te, Aiace, nemmeno più con poche parole tiene vivo il ricordo quest'uomo, per il quale tu spesso lottasti esponendo la tua vita in battaglia: ma tutto questo è perduto, gettato nel disprezzo.
[...]
E quando poi egli, tratto a sorte e non per ordine di alcuno, mosse contro Ettore, da solo a solo? E non gettò nell'urna il contrassegno che sparì, una zolle di umida terra, ma anzi uno che leggero doveva balzare per primo dall'elmo ben chiomato. Fu quest'uomo a compiere simili gesta, e accanto a lui c'ero io, lo schiavo, il nato da madre barbara!
(pag. 316-317)
CORIFEO: Signore Odisseo, sappi che sei giunto a proposito, se ti trovi qui non per riannodare ma per sciogliere la contesa.

[...]

AGAMENNONE: Dice che non lascerà questo cadavere privo della tomba, ma lo seppellirà contro il mio divieto.
(pag, 317)
ODISSEO: Ascolta dunque. Quest'uomo, in nome degli dèi,
non avere il coraggio di gettarlo così spietatamente senza sepoltura
, e in nessun modo la violenza prevalga su di te e ti ispiri tanto odio da indurti a calpestare la giustizia. Anche per me un tempo costui era il più aspro nemico dell'esercito, dal giorno in cui ottenni la vittoria per le armi di Achille.
Ma se tale mi fu, non per questo potrei ricambiare l'oltraggio fino al punto di negare che io vidi in lui solo il più valoroso fra gli Argivi, quanti giungemmo a Troia, tranne Achille.
Perciò sarebbe iniquo che egli venga disonorato ad opera tua, giacché non lui violeresti, bensì la legge degli dèi. Non è giusto, infatti, recare offesa a un uomo nobile dopo che sia morto, anche se ti trovi ad odiarlo.
(pag. 318)
AGAMENNONE: E tu, Odisseo, ti schieri così in sua difesa contro di me?

ODISSEO: Sì; e l'odiavo, quando non era vergogna odiarlo.

AGAMENNONE:
E allora non dovresti anche calpestarlo, adesso che è morto?

ODISSEO:
Non godere, figlio d'Atreo, dei vantaggi che sono indegni.

[...]

AGAMENNONE: Che cosa vuoi fare? Rispetti a tal punto un nemico morto?

ODISSEO: Sì, perché il suo merito è per me di gran lunga superiore all'inimicizia.

[...]

AGAMENNONE: Ci farai apparire dei vigliacchi in questo giorno?

ODISSEO: No, uomini giusti agli occhi di tutti i Greci.
(pag. 318-319)
AGAMENNONE:
Mi esorti dunque a lasciar seppellire il cadavere?

ODISSEO:
Sì, giacché anch'io giungerò a quel termine...

[...]

AGAMENNONE: Sappi bene che a te concederei un favore anche maggiore di questo; ma costui, che stia qui o laggiù nell'Ade, sarà egualmente il mio più grande nemico. Puoi fare ciò che desideri.

ODISSEO: Ed ora annunzio a Teucro quanto gli fui nemico un tempo, altrettanto fin da questo momento gli sarò amico; e voglio aiutarlo a seppellire questo morto, dividere con lui la sua fatica e non tralasciare nessuno di questi onori che i mortali devono tributare agli uomini più valorosi.
(pag. 319)
TEUCRO:
Nobilissimo Odisseo, in tutto ho da lodarti per le tue parole.
Di molto hai ingannato la mia previsione. Infatti,
sebbene tu fossi il suo più odioso nemico tra gli Argivi, tu solo lo hai attivamente difeso, e non hai osato presentarti, tu vivo, a coprire di gravi insulti lui morto
, come volevano fare il comandante supremo, giunto qui folle d'arroganza, e suo fratello, gettandone via il corpo oltraggiato senza sepoltura. Perciò il Padre che domina l'Olimpo, la memore Erinni e Dike suprema esecutrice annientino con infamia quegli infami, come essi volevano indegnamente respingere con oltraggi questo eroe.
E tuttavia, o prole del venerando Laerte, io esito a lasciarti porre mano al rito di questa sepoltura, nel timore di fare al morto cosa non gradita. Ma a tutto il resto puoi prendere parte, e se desideri condurre qualcuno dell'esercito non avremo a dolercene. Io compirò quanto rimane; e
tu sappi che per noi hai dimostrato un animo generoso.
(pag. 319)
TEUCRO: Basta: il tempo trascorso è già molto. Voi,
affrettatevi a scavare una fossa profonda
; voi altri, disponete sul fuoco un tripode alto, pronto per le rituali abluzioni: e una schiera di guerrieri conduca dalla tenda l'armatura che egli portava sotto lo scudo.
E tu, fanciullo, per quanto consentono le tue forze, toccando amorevolmente i fianchi di tuo padre aiutami a sollevarlo
: le sue vene ancor calde esalano fiotti di nero sangue. Suvvia, chiunque dei presenti si professa amico, si affretti, venga a prestare la propria opera a quest'uomo sotto ogni aspetto egregio:
e mai onore fu reso a più nobile mortale [di Aiace, parlo di allora, quando era vivo].
(pag. 319-320)
DIALOGO TRA ETTORE E ANDROMACA
De Chirico, Ettore e Andromaca, 1917
Guardando il figlio sorrise Ettore, senza parlare.
Ma Andromaca gli fu vicina piangendo, gli prese una mano e gli disse: «Infelice, la tua forza sarà la tua rovina; non hai pietà del figlio ancora bambino e di me, sventurata, che presto resterò vedova perché gli Achei ti uccideranno tra poco, assalendoti in massa; e se ti perdo, allora è meglio che muoia anch'io; non ci sarà più conforto per me se il tuo destino si compie, solo dolore. Ho perduto mio padre e mia madre [...] e i miei sette fratelli. Tu, Ettore, tu mi sei padre e madre e fratello e sei anche mio giovane sposo: abbi pietà di me, resta qui sulla torre, non fare del figlio un orfano, di me una vedova; ferma l'esercito vicino al fico selvatico, dove è più facile attacare la città, salire sulle mura.». [...]
Le rispose allora il grande Ettore dall'elmo splendente: «Donna, so anch'io tutto questo; ma terribile è la vergogna che provo davanti ai Troiani, alle Troiane dai lunghi pepli se, come un vile, mi tengo lontano dalla battaglia; me lo impedisce il mio cuore, perché ho imparato ad essere forte, sempre, e a combattere con i Troiani in prima fila, per la gloria di mio padre e per la mia gloria. Io lo so bene nel cuore e nell'animo: verrà il giorno in cui perirà la sacra città di Ilio e con essa Priamo e la gente di Priamo dalla lancia gloriosa. Ma al dolore dei Troiani io non penso, non penso ad Ecuba, al re Priamo, ai miei valorosi fratelli che cadranno nella polvere uccisi dai nemici. Io penso a te, a quando qualcuno degli Achei vestiti di bronzo ti priverà della tua libertà e ti trascinerà via in lacrime; a quando in Argo dovrai tessere stoffe per un'altra donna o porterai acqua dalle fonti di Messeide o di Iperea, contro il tuo volere, costretta dalla dura necessità; e forse qualcuno dirà vedendoti piangere: "È la sposa di Ettore che fra i Troiani domatori di cavalli era il più forte quando si combatteva intorno a Ilio.". Così diranno un giorno: e sarà un nuovo dolore per te, privata di un uomo che avrebbe potuto tenerti lontano il giorno della schiavitù Ma possa io morire, possa ricoprirmi la terra prima che ti sappia trascinata in schiavitù, prima che debba udire le tue grida.» [...]
Poi prese tra le braccia il figlio, lo baciò e a Zeus e agli altri dèi rivolse questa preghiera: «Zeus, e voi divinità del cielo, fate che questo mio figlio sia come me, che si distingua fra i Teucri per forza e valore, che regni sovrano su Ilio. E vedendolo tornare dalla battaglia un giorno qualcuno dirà: "È molto più forte del padre."».
Così disse e mise il figlio tra le braccia della sua sposa e disse: «Infelice anche tu, non affliggerti troppo nel cuore; nessuno potrà gettarmi nell'Ade contro il destino; io ti dico che nessun uomo può sfuggire alla sorte, sia valoroso, sia vile, una volta che è nato. Ma ora va a casa e torna alla tue occupazioni; alla guerra penseranno gli uomini, tutti gli uomini di Ilio, ed io più di ogni altro.».
Omero, Iliade,
libro VI,
passim
Non certo per impulso della tua mente,
o figlio di Telamone,
ti sei spinto a tanta follia,
da scagliarti sulle mandrie:
deve averti raggiunto un morbo mandato dagli dèi.
Ma Zeus e Febo disperdano
le malvagie voci degli Argivi!
Se i grandi condottieri
o il figlio della scellerata stirpe di Sisifo
diffondono furtivamente calunnie,
tu, o signore, non dare forza a una cattiva fama
tenendoti così nascosto nella tenda sul mare. [...]
(pag. 291)
E invoco soccorritrici le vergini eterne che sempre vedono ogni umano travaglio, le venerande Erinni dai lunghi passi, peché sappiano come muoio infelice, per opera degli Atridi.
Rapiscano esse quei miserabili e scellerati nel modo più orrendo, come ora vedono me [cadere per mia propria mano, così essi periscano sotto i colpi dei loro più cari discendenti].
Andate, o veloci Erinni della vendetta, assaporate il sangue, non risparmiate l'esercito intero!
E tu, Sole, che l'alto cielo percorri sul tuo cocchio, quando vedrai la mia terra paterna, trattieni le briglie dorate e annunzia le mie sventure e la mia morte al vecchio padre e alla madre infelice che mi nutrì. Certo, la sventurata, quando apprenderà la mia questa notizia, leverà per tutta la città un acuto gemito. Ma non giova insistere in questi vani lamenti: bisogna compiere l'opera in fretta. O Morte, Morte, vieni a guardarmi, ora; ma anche laggiù sarò con te e potrò continuare a parlarti. Invece a te, fulgore di questo giorno splendente, e a te, Sole che avanzi sul tuo carro, voglio rivolgere il mio saluto: per l'ultima volta, certo, e mai più di nuovo per l'avvenire.
(pag. 305-306)
Come no? Egli che neppure nella buona sorte è capace di un più dolce sorriso.
Che cosa mi risparmierà? Quale ingiuria non rivolgerà contro il bastardo, nato da una prigioniera di guerra?
Che io ti ho abbandonato per viltà e codardia, o Aiace carissimo, oppure per inganno, al fine di impadronirmi, alla tua morte, del tuo diritto regale e del tuo palazzo: questo dirà quell'uomo collerico, aspro nella sua vecchiaia, che per nulla s'accende a contesa.
E alla fine, esule dalla patria, sarò cacciato via e apparirò, per le sue parole, uno schiavo invece che un uomo libero. [...]
E tu sapevi che un giorno, Ettore, pur morto, ti avrebbe distrutto?

Considerate la sorte di questi due mortali
: Ettore con la cintura che ricevette in dono da Aiace fu legato ai parapetti del carro e trascinato senza sosta finché esalò la vita; questi, che possedeva di lui tale dono, per opera sua con mortale caduta si spense.
Non fu forse un'Erinni a forgiare questo ferro? E Ade, crudele artefice, quella cintura?
Quanto a me, dirò che queste cose, come tutte e sempre, sono state predisposte ad arte dagli dèi contro gli uomini.
[...]
Si comporta da cattivo cittadino l'uomo del popolo che giudichi giusto non obbedire ai capi.
Infatti non avrebbero mai efficacia le leggi in uno stato dove non sia radicato il timore, nè potrebbe più essere governato con disciplina l'esercito a cui venga meno la protezione della paura e del rispetto.
Un uomo deve sapere, anche se ha avuto da natura un corpo immane, che può soccombere, sia pure per lieve colpa; chi invece possiede insieme il senso del timore e del rispetto - sappilo - troverà salvezza. Là dove sia consentito insolentire e fare ciò che si vuole, credi pure che questa città, anche se corra con venti propizi, finirà un giorno per precipitare nell'abisso.
Permanga dunque, a mio giudizio, una certa salutare paura: non dobbiamo credere che facendo ciò che ci aggrada non abbiamo poi a scontare la pena col male che ci sarà dato a soffrire.
Tali cose procedono con alterna vicenda. Prima costui era un focoso, un violento; ora sono io a insuperbire. E a te ordino di non seppellirlo, perché, seppellendolo, non abbia anche tu a cadere nella tomba.
Sciagurato, dove posi lo sguardo mentre dici tali parole?
Non sai che colui che fu il padre di tuo padre, l'antico Pelope, era un barbaro Frigio?
E che Atreo, il quale poi ti generò, imbandì al proprio fratello in esecrabile pasto i suoi figli?
E tu stesso sei nato da una madre cretese che dal padre fu sopresa con un amante e gettata in preda ai muti pesci? E tu, che per nascita sei tale, mi rinfacci l'origine?
Il padre da cui sono nato è Telamone
, il quale per aver compiuto le gesta più valorose dell'esercito ha come compagna mia madre, che per stirpe era una regina, figlia di Laomedonte: e in scelto dono gliela offrì Eracle, il figlio di Alcmena.[...]
Se mi farai del male, desidererai un giorno d'esser stato perfino un vile nei miei riguardi, anziché audace.
ANTEFATTO
AIACE: Aiai! Chi mai avrebbe pensato che il mio nome fosse così consonante alle mie sciagure? Ora posso ben gridare due o tre volte "aiai": tali sono i mali in cui mi trovo!
(pag. 296)
Sofocle interpreta il nome di Aiace come un presagio delle sventure che lo avrebbero colpito, facendolo derivare per paretimologia (o pseudoetimologia) dall'interiezione "aiai" (= "dolente", "che piange").
>> procedimento comune in tragedia,
fondato sull'antica credenza
che il nome racchiudesse
in sé l'essenza del destino
e del carattere di una persona.
IL NOME
"AIACE"
BREVE
TRAMA
ANTEFATTO
Sofocle, Aiace, ed. Letteratura universale Marsilio, 1999, prefazione e traduzione di M.G.Ciani,
testo e commento di Sabina Mazzoldi, testo greco a fronte
O luce, o sacro suolo della mia patria,
focolare paterno di Salamina,
o grande Atene, popolo fratello,
o fonti, fiumi, pianure della Troade
che mi avete nutrito, io vi saluto, addio!
Sono le ultime parole che vi rivolge Aiace;
alle ombre dell'Ade parlerò d'ora in poi.
Durante la notte, tutto il bottino non ancora diviso degli animali è stato massacrato assieme ai guardiani
Testimoni: è stato Aiace
Atena lo conferma
Intenzioni di Aiace: strage tra i suoi compagni per vendicarsi (vd storia della assegnazione delle armi di Achille)
Furia deviata per intervento della dea >> follia
Proprio quando Aiace si rende conto di quello che ha fatto inizia il dramma
Atena racconta l'accaduto ad Odisseo
Aiace, ancora esaltato e delirante compare sulla scena
Il protagonista rinsavisce >> suicidio?
Tecmessa tenta di dissuaderlo
Aiace si suicida
Discussione sulla sepoltura di Aiace
Sepoltura di Aiace
Il protagonista, in un momento
decisivo della vicenda, si trova innanzi ad una sorta di "bivio",
ovvero a due decisioni opposte,
di cui una eroica e l'altra conforme al modo comune di pensare.
IL SIGNIFICATO DELLA STRAGE
DEGLI ANIMALI
Omero, Iliade, VII libro, vv. 300-302
Combattimento tra Ettore e Aiace: <<Ettore diede in dono ad Aiace una spada dalle borchie d'argento, con il fodero e la cinghia perfetta; Aiace gli donò a sua volta una cintura splendente di porpora.>>.
LE ARMI
DI ACHILLE
Dopo la morte di Achille, le sue armi
vengono assegnate ad Odisseo.
La scena si svolge
nell'accampamento greco
sulla costa della Troade.
SCELTA EROICA DEL SUICIDIO

VS

SCELTA ANEROICA DI NON SUICIDARSI
per riottenere la timé, come lo supplica Tecmessa
CORO: Io fremo di piacere, già mi libro
sulle ali della gioia. Oh Pan, oh Pan!
[...]
Ora m'è grato danzare!
E sull'onde del mar Icario
giunga manifesto
Apollo signore, il Delio,
e con me stia, per sempre, benevolo.
Le anime degli altri morti se ne stavano afflitte, ciascuna diceva le sue pene.
Solo Aiace, figlio di Telamone, rimaneva in disparte, adirato per la vittoria che io riportai quando presso le navi andammo in giudizio per le armi di Achille: la dea sua madre le mise in palio, giudici furono i figli dei Teucri e Pallade Atena.
Non avessi mai vinto quella contesa! Per quelle armi la terra ricoprì un uomo che per aspetto e valore era il più grande fra tutti gli Achei, dopo il nobile figlio di Peleo. A lui mi rivolsi con parole di affetto: "Figlio del nobile Telamone, Aiace, neanche da morto hai potuto scordare l'ira per quelle armi funeste? Furono la sciagura che gli dei inflissero ai Danai, perchè moristi tu, il loro baluardo;
e, morto, noi ti piangiamo sempre, come piangiamo Achille, il figlio di Peleo.Ma nessuno è colpevole, soltanto Zeus che per te stabilì questa sorte. Vieni, signore, ascolta le mie parole, vinci l'ira e il cuore orgoglioso".
Così parlai, ma egli non mi rispose. Verso l'Erebo andò tra le anime degli altri morti.
Omero, Odissea, XI, vv. 541-564
Introduzione del terzo attore
Preferenza della trilogia slegata
Coreuti: da 12 a 15
Miglioramento impianti scenici
(es. fondale dipinto e macchine)
caratteristica di Sofocle la collocazione subito prima
della catastrofe di un canto che esprime gioiga e sollievo
(fraintendimento - patetico hyporchema)

"Edipo re" - Edipo figlio di Polibo e Merope?
Giocasta ha capito la verità, il coro invece gioisce nella speranza che il re sia tebano.
(pag. 419-420)
Personaggi
- primi eroi moderni del teatro
per lo spessore psicologico;
- graduale evoluzione e radicale
mutamento (metabolé)
- spesso vittime incolpevoli di un
destino che appare indecifrabile
Due termini chiave:
1. sophrosyne (= saggezza, capacità di riflessione)
2. eusébeia (= pietas, devozione; rispetto per la volontà degli dèi)
L'uomo non è in grado di capire il male, è condannato all'incomprensione di una volontà divina
Nel momento in cui viene a conoscenza del proprio dolore, soffre ancora di più (vd Edipo re)
Dèi indifferenti all'uomo, vogliono solo che capisca che può essere annienato, che è fragile
Uomo deve rispettare il "meden agan"
Solitudine dell'uomo >> eroismo, magnaminità
Full transcript