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La lotta alla Mafia negli anni del Maxiprocesso

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Leonardo Gallo

on 30 October 2014

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Transcript of La lotta alla Mafia negli anni del Maxiprocesso

Secondo le testimonianze di diversi collaboratori di giustizia questo prezioso dipinto fu rubato dall'altare maggiore della chiesa di San Lorenzo in Palermo nella notte fra il 17 e il 18 ottobre 1969.
Dicono che durante i summit di Mafia venisse esposto come simbolo di prestigio e potere.
Michelangelo Merisi da Caravaggio, "Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d'Assisi", 1609, dipinto ad olio su tela.
La tristezza del volto di questa Madonna ci introduce al dramma che si svolse in Sicilia tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Novanta.
Tra il 1978 e il 1983 la Sicilia e in particolar modo Palermo vennero insanguinate da quella che venne chiamata la "seconda guerra di mafia". Morirono oltre mille uomini tutti appartenenti a un solo schieramento, quello delle vecchie famiglie dominanti legate a "pizza connection"

"Pizza connection":
così definirono gli investigatori americani l'enorme traffico di droga

che dal Medio Oriente veniva raffinata in Sicilia e tramite il collegamento tra famiglie mafiose spedita in America.
I due schieramenti che si scontrarono in guerra furono:
la Mafia storica delle famiglie palermitane (Bontate, Inzerillo, Buscetta e Badalamenti), che grazie al traffico di droga era economicamente potente;
l'emergente clan dei Corleonesi (Luciano Liggio, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, sostenuti da Pippo Calò), militarmente potenti.
23 aprile 1981 - Il boss Stefano Bontate venne assassinato dagli uomini di Totò Riina. Poco più tardi venne assassinato anche Salvatore Inzerillo.
Con una ferocia senza precedenti i Corleonesi in breve distrussero il clan palermitano incapace di reagire. Anche amici e familiari vennero uccisi senza pietà: in pochi si salvarono rifugiandosi nelle Americhe e garantendo di non tornare mai più. Riina arrivò ad uccidere persino i suoi uomini troppo intraprendenti.
La ferocia dei Corleonesi, che erano passati dall'uso della lupara al kalashnikov, cambia anche il tradizionale modo di agire nell'ombra della Mafia.
Anzi, forti del potere acquisito i Corleonesi non ebbero paura di sfidare apertamente anche lo Stato e chiunque si opponesse pubblicamente a loro.
La reazione dello Stato a questo massacro fu merito di pochi uomini coraggiosi che non esitarono a mettere a repentaglio la propria vita.
Rocco Chinnici
Ucciso dalla Mafia il 29 luglio 1983 dalla prima autobomba
«La cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia scorta. Per un Magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare».
Rocco Chinnici, magistrato presso il tribunale di Palermo, fu il primo a intuire che la debolezza del sistema giudiziario consisteva nel lavoro individuale dei giudici, per cui se venivano uccisi, veniva eliminata l'intera indagine. Progettò nel suo ufficio gruppi di lavoro, che anticiperanno i pool antimafia. Volle tra i suoi collaboratori Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Un'altra intuizione innovativa fu l'impegno dedicato a sensibilizzare l'opinione pubblica, le istituzioni e in particolar modo i giovani contro la Mafia.
Antonino Caponnetto
(Caltanissetta, 5 settembre 1920 – Firenze, 6 dicembre 2002)
“…tutti dovevano firmare tutto…”
Subentrò coraggiosamente a Chinnici prendendo autorevolmente le redini di un ufficio sconvolto dalla morte tragica del suo punto di riferimento e portò a compimento le sue idee con l'istituzione del primo pool antimafia. Le indagini non erano più individuali ma tutti partecipavano e venivano messi a conoscenza riducendo la possibilità di essere colpiti.

Pool antimafia:
Facevano parte del gruppo: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta, ed in un secondo tempo Giacomo Conte e i poliziotti Ninni Cassarà e Beppe Montana.
Il lavoro del pool ha permesso che fosse celebrato il Maxiprocesso di Palermo.
Giovanni Falcone Paolo Borsellino
Giovanni Falcone
Ucciso il 23 maggio 1992 nella strage di Capaci insieme alla moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.
« La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine.
Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni. »
Paolo Borsellino
Ucciso dalla Mafia il 19 luglio 1992 a Palermo nella strage di Via d'Amelio insieme al caposcorta Agostino Catalano e agli agenti Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
« Chi ha paura muore ogni giorno, chi invece non ha paura muore una volta sola »
« Se la gioventù le negherà il consenso, anche l'onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo. »
Sono stati gli uomini più importanti del pool antimafia, che con il loro lavoro infaticabile hanno coordinato le indagini contro la Mafia ottenendo importanti successi.
Nelle ultime fasi di preparazione per il Maxiprocesso furono obbligati a rifugiarsi insieme alle loro famiglie nel carcere dell'isola dell'Asinara, per consentire allo Stato di proteggerli adeguatamente.
Pio La Torre
Ucciso dalla Mafia il 30 aprile 1982 a Palermo
Parlamentare dal 1972 e membro della commissione d'inchiesta sul fenomeno della Mafia in Sicilia, nella quale collaborò con il giudice Terranova, ucciso nel 1979, presentò una proposta di legge che prevedeva:
l'introduzione nel diritto penale del reato di associazione mafiosa
stabiliva la decadenza per gli arrestati della possibilità di ricoprire incarichi civili
la confisca obbligatoria di tutti i beni dei condannati riconducibili alle attività criminiali
Carlo Alberto Dalla Chiesa
Ucciso dalla Mafia il 2 settembre 1982 insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all'agente di scorta Domenico Russo
Il generale dei Carabinieri dopo i successi ottenuti nella lotta contro il terrorismo, fu messo in congedo e nominato Prefetto della città di Palermo con la promessa di poteri speciali per la lotta contro la Mafia. Lasciato in realtà senza sostegno fu ucciso dopo soli 100 giorni dal suo arrivo.Tuttavia la reazione dell'opinione pubblica a questo omicidio fu tale che il Parlamento fu indotto ad approvare immediatamente la legge Rognoni-Pio La Torre. Dopo oltre 100 anni dall'unità d'Italia divenne un reato penale l'associazione di stampo mafioso e per la prima volta i magistrati ebbero a disposizione uno strumento di lotta più efficace
“…la mafia uccide quando si verifica una sorta di combinazione fatale, sei diventato pericoloso, ma sei isolato.”
Il metodo Falcone
Fu Giovanni Falcone in special modo a mettere a punto un metodo di indagine innovativo per l'istruzione dei processi di mafia: non bisognava considerare le indagini singolarmente, ma attuare una visione d'insieme di tutto il fenomeno mafioso. In questo senso trovò i collegamenti dei movimenti di droga che da Palermo conducevano negli Stati Uniti, annullando i confini geografici delle indagini e collaborando efficacemente con gli investigatori americani. Intuì che gli accertamenti bancari fossero uno strumento di indagine eccellente, poiché “la droga può anche non lasciare tracce, ma il denaro le lascia sicuramente…”, anche se dovette vincere l'ostruzionismo di quanti sostenevano che tali attività investigative mettevano in pericolo “quella riservatezza necessaria allo sviluppo economico dell’isola”.
Infine il carisma di Falcone e Borsellino catalizzò l'entusiasmo dei colleghi, permettendo quel lavoro di squadra e vincendo le naturali paure e reticenze fondamentali per il successo delle indagini.
I pentiti
“Si sono chiesti come avevo fatto a convincere tanta gente a collaborare e hanno insinuato che avevo fatto loro delle promesse mentre ne estorcevo le confessioni. La domanda da porsi dovrebbe essere un’altra: perché questi uomini d’onore hanno mostrato di fidarsi di me? Credo perché sanno quale rispetto io abbia per i loro tormenti, perché sono sicuri che non li inganno, che non interpreto la mia parte di magistrato in modo burocratico, e che non provo timore reverenziale nei confronti di nessuno. E soprattutto perché sanno che, quando parlano con me, hanno di fronte un interlocutore che ha respirato la stessa aria di cui loro si nutrono. Sono nato nello stesso quartiere di molti di loro. Conosco a fondo l’anima siciliana. Da una inflessione di voce, da una strizzatina d’occhi capisco molto di più che da lunghi discorsi.”
Un altro elemento fondamentale nel metodo d’indagine seguito da Falcone e dal pool fu l’utilizzo delle testimonianze dei collaboratori di giustizia, i cosiddetti “pentiti”. Nel giugno del 1984 il giudice e il sostituto procuratore Vincenzo Geraci andarono a San Paolo in Brasile per interrogare il boss Tommaso Buscetta, fuggito in America ai tempi della guerra di mafia e là incarcerato.
Tommaso Buscetta
(Palermo, 13 luglio 1928-New York 2 aprile 2000)
«Non sono un infame. Non sono un pentito. Sono stato mafioso e mi sono macchiato di delitti per i quali sono pronto a pagare il mio debito con la giustizia.»
Tommaso Buscetta fu di fatto il primo grande "pentito" della storia della lotta alla mafia, un ruolo che si assunse con grande coraggio e una scelta che pagò a caro prezzo (praticamente negli anni, la famiglia Buscetta fu interamente sterminata per ritorsione). La sua testimonianza fu fondamentale nello svolgimento del Maxiprocesso.
Venne poi estradato negli Stati Uniti ricevendo dal governo una nuova identità, la cittadinanza e la libertà vigilata in cambio di nuove rivelazioni contro la mafia americana.
A seguito delle indagini avviate dalle dichiarazioni di Buscetta, confermate da opportuni riscontri, vennero emessi 366 mandati di cattura, ognuno dei quali documentati ampiamente. Il 29 settembre del 1984 venne portata a termine la più importante operazione antimafia del XX secolo, ribattezzata il “blitz di San Michele”. Il pool riuscì a impedire la fuga di notizie per avvalersi di quell'effetto sorpresa che portò all'arresto di quasi tutti gli indagati (al termine degli arresti i latitanti risultarono solo una piccola percentuale), che furono trasferiti direttamente dalla propria casa in sette carceri di massima sicurezza in varie zone del paese.
Il Blitz di San Michele
Verso il Processo
A breve Antonino Caponnetto, nel corso di una conferenza stampa dichiarò che Tommaso Buscetta aveva deciso di avviare la sua collaborazione, suscitando un enorme scalpore. La testimonianza di Buscetta fu fondamentale per Falcone e i magistrati del pool per capire dall'interno le regole di Cosa Nostra e far coincidere tutti gli elementi delle indagini emersi fino ad allora. A seguito di tutte queste circostanze il pool antimafia decise di non processare singolarmente i singoli imputati, ma di azzardare un unico, grande processo, che sarebbe diventato il processo alla Mafia stessa. In collaborazione con l'ufficio della Procura di Palermo, dove lavorava anche il giudice Ayala, l'ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo preparò quello che verrà definito il Maxiprocesso. La massiccia documentazione fu presentata l'8 Novembre 1985: conteneva il rinvio a giudizio di 475 imputati, di cui 119 in contumacia (cioè latitanti, tra cui Salvatore Riina e Bernardo Provenzano). Le accuse furono: 120 omicidi, traffico di droga, estorsione e, ovviamente, il nuovo reato di associazione mafiosa. L’inizio del processo venne fissato per il 10 febbraio 1986.
La corte
Con un apposito decreto del 6 febbraio 1986, furono nominati:
due pubblici ministeri: Giuseppe Ayala e Domenico Signorino
due presidenti: Alfonso Giordano e il supplente Antonio Prestipino
due giudici a latere: Pietro Grasso e il supplente Claudio dell'Acqua.
I canditati più autorevoli per la nomina di Presidente si sottrassero per svariati ed intuibili motivi, alla fine accettò solo il giudice Alfonso Giordano, un noto civilista con poca esperienza in ambito penale, ma che assolse in maniera impeccabile il suo compito. Fu affiancato, quale giudice a latere, da Pietro Grasso (per anni poi Procuratore Nazionale Antimafia e recentemente eletto Presidente del Senato).Gli uomini del pool non parteciparono al processo, ma rimasero dietro le quinte.
In prima linea il giudice Giuseppe Ayala, che si definì una sorta di pioniere perché la sua esperienza in procedimenti di simili dimensioni non aveva precedenti nazionali. Nessun problema incorse invece nella designazione a sorteggio della giuria popolare.
Il processo iniziò il 10 febbraio del 1986 in un aula bunker affollata da oltre 200 avvocati e 600 giornalisti inviati da ogni angolo del pianeta per seguire da vicino quello che universalmente fu definito un evento storico. Il Maxiprocesso fu anche un evento mediatico di proporzioni mai viste che la RAI seguì interamente in diretta per 18 mesi.Si protrasse per 22 mesi fino al dicembre del 1987. Giornate drammatiche si susseguirono ad altre di normale amministrazione. I collegi difensivi tentarono, soprattutto nelle prime settimane, ripetuti e fantasiosi tentativi per ostruire il processo in modo da dilatarne infinitamente i tempi. L'accusa fu compatta e brillante, e riuscì a bloccare con prontezza tali manovre ricorrendo ad espedienti altrettanto creativi ma giuridicamente legittimi. Mano a mano, gli avvocati di Cosa Nostra rinunciarono a questi tentativi per la loro manifesta inefficacia.
Il giudice Giordano si guadagnò fama per essere rimasto paziente e corretto durante un processo con così tanti imputati. Alcuni di essi si comportarono in maniera distruttiva e abbastanza pericolosa: uno si chiuse la bocca con delle graffette per segnalare il suo rifiuto di parlare, un altro mostrava segni di pazzia, urlava di continuo e ingaggiava lotte con le guardie anche quando indossava la camicia di forza, un altro ancora minacciava di tagliarsi la gola se una sua dichiarazione non fosse stata letta alla corte.
Lo scenario mutò profondamente all'annuncio dell'ingresso di Buscetta. La sua deposizione andò avanti per una settimana: confermò in tribunale esattamente quanto confidato a Falcone e spiegò per la prima volta che la mafia chiamava se stessa «Cosa nostra». Aveva una struttura piramidale, al cui vertice c'era la “cupola”, formata dai “capimandamenti” nominati da tre famiglie. Raccontò i particolari della tensione tra Corleonesi e le vecchie famiglie palermitane, sfociate poi nella guerra. I boss come Pippo Calò, Luciano Liggio e Michele Greco passarono al contrattacco, cercando di screditare la testimonianza di Buscetta.I difensori inoltrarono la richiesta per una serie di incontri faccia a faccia. L’accusa acconsentì ma la ventina di confronti in calendario fu sospesa dopo che il primo, con protagonista Pippo Calò, cassiere della mafia e amico di vecchia data di don Tommasino, si concluse con esito disastroso per l’imputato. Calò vide la propria posizione aggravarsi ulteriormente.
La Requisitoria
Ad aprile del 1987 giunse il momento della requisitoria del Pubblico Ministero. Giuseppe Ayala, dovette sintetizzare il lavoro investigativo di anni. Serviva una esposizione persuasiva per la giuria, ma anche inattaccabile dalle difese e in grado di rivelarsi precisa e solida per resistere ai successivi gradi di giudizio. Il pubblico ministero riuscì in questo intento, parlando per ore e giorni interi senza mai perdere la lucidità dell'esposizione.
Il Processo Penale in Italia
I reati penali più gravi quali omicidio, associazioni a delinquere, terrorismo o violenza privata vengono giudicati in:
1° grado: Corte d'Assise
2° grado: Corte d'Assise d'Appello
Le corti d'assise si compongono di due giudici togati e di sei giudici popolari. I giudici popolari sono estratti a sorte tra i cittadini e restano in carica per brevi periodi, ai fini di collaborazione e rappresentanza dei vari settori della società.
3° grado: Corte di Cassazione, o Corte Suprema, il cui compito non è quello di ricostruire i fatti (compito che invece spetta agli organi di primo e secondo grado), ma è quello di verificare che le sentenze emesse in primo e secondo grado non vìolino la legge. Perciò la Corte di cassazione non giudica sul fatto, ma solo sul diritto.Il Pubblico Ministero è l'avvocato dello Stato, ossia colui che difende i diritti dello Stato e dei suoi cittadini ed è quello che sostiene l'accusa.
Ayala dimostrò che Cosa Nostra era organizzata in modo di funzionare come uno stato nello stato,una sorta di organo supplente del distante potere centrale, con sue regole radicate alle tradizioni locali, capace di risolvere problemi quotidiani, in cambio della fedeltà all'organizzazione, trasformandosi nel tempo in modo da adeguarsi e estendendo la rete dei suoi affiliati e sostenitori, ma mai venendo meno al suo scopo principale che è quello di produrre denaro.
Ayala infine dimostrò come le dichiarazioni dei pentiti fornivano il riscontro ad accertamenti già compiuti, e non erano il punto di partenza per le indagini, evitando così il tentativo di screditare l'accusa nella credibilità dei pentiti, ribaltando il concetto di fondo. In questo modo mise a tacere la tesi di chi sosteneva come molti giudici si fossero lasciati guidare semplicemente dalle dichiarazioni dei pentiti.
Vennero richiesti diciannove ergastoli, tra cui Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, e decine di condanne minori per un complessivo di diverse migliaia di anni di carcere, ma anche alcune assoluzioni. Erano le posizioni di imputati non ritenute penalmente convincenti, che evitarono l’impressione di giustizialismo e rafforzarono le richieste di condanna.
La Sentenza
L’11 Novembre 1987, la Corte d’Assise si ritirò in camera di consiglio finita l’udienza numero 349, dopo 1820 ore di dibattimento, 1314 interrogatori, per un totale di 666.000 fogli di atti processuali. Alle ore 19,30 del 16 Dicembre, dopo 35 giorni di camera di consiglio, Giordano lesse ad un’aula gremita all’inverosimile la sentenza.La corte aveva creduto al teorema Buscetta e all’impianto dell’accusa. La mafia era stata condannata.Dei 475 imputati, 360 vennero condannati: 2665 anni di condanne al carcere divisi tra i condannati, non includendo gli ergastoli inflitti ai diciannove boss e ai killer, tra cui in contumacia Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. In quel momento in aula erano presenti oltre duecento imputati che ascoltarono sgomenti il verdetto. Inoltre la Corte era all'oscuro che alcuni tra quelli condannati in absentia fossero già morti per cause naturali o ammazzati.Gli assolti furono 115
La stampa italiana raccontò di una mafia non più invincibile. L’esito del Maxiprocesso ebbe enorme risonanza anche all’estero e la reputazione del nostro Stato subì un’impennata. Sembrava l’inizio di una nuova era, ma questa speranza tramontò presto. Negli anni che verranno lo Stato si apprestava ad esibire il peggio di sé, mancando di proteggere gli uomini fautori della più grande vittoria contro Cosa Nostra.
I Gradi Successivi di Giudizio
Nei piani mafiosi la sentenza costituiva una importante battaglia persa, ma come verrà illustrato anni dopo da diversi pentiti, l’obiettivo a quel punto era di erodere nei successivi gradi di giudizio quanto sentenziato in primo grado. Si puntava a forti riduzioni di pena agendo nel più classico dei sistemi a disposizione di Cosa Nostra: sfruttando le connessioni politiche e una campagna mediatica che lentamente spegnesse i fari sui processi a venire, per far ricadere nell’ombra l'esito delle scandalose manovre a cui mirava.
Il Maxiprocesso approdò alla Corte d'Appello per concludersi il 12 dicembre 1990. Presidente della Corte di Assise di Appello fu Vincenzo Palmegiano, mentre l'accusa fu sostenuta dai Procuratori Aggiunti Vittorio Aliquò e Luigi Croce.Gli imputati del secondo grado erano così ripartiti:
18 assassinati dopo la fine del processo in corte d'Assise
10 deceduti per cause naturali
27 ancora detenuti, in gran parte componenti della commissione di Cosa nostra
52 agli arresti domiciliari
Tutti gli altri imputati erano stati scarcerati per decorrenza dei termini di custodia cautelare.

L'accusa chiese di confermare le condanne di Primo Grado in toto. Dopo un mese di camera di consiglio però l'esito fu ben diverso. 12 ergastoli su 19 del primo grado, 258 condanne su 360. Nel 1989 solo 60 imputati rimanevano dietro le sbarre. Falcone e Borsellino si lamentarono dell’annullamento di diverse condanne inflitte in primo grado, ma non furono ascoltati. Giovanni Falcone pur criticando il verdetto d'appello, aggiunse che comunque era stato fatto un passo avanti sul piano dell'impunità:"E' la prima volta, anche in grado di Appello, che resistono in misura non indifferente gli ergastoli. E questo è un fatto. Il processo di Palermo non è certo finito con una raffica di assoluzioni come quello celebrato 20 anni fa, non è finito nel nulla ma con 12 condanne a vita per altrettanti boss e sicari. L'impianto complessivo della istruttoria ha tenuto, ha resistito"
Il 30 gennaio 1992 la Corte di Cassazione, presieduta dal giudice Carnevale, in seguito accusato di collusione con la mafia e infine prosciolto, annullò ulteriori condanne; venne però confermata la validità dell’impianto processuale di primo grado e l’intero teorema Buscetta.
A seguito di questo difficile periodo il pool antimafia era stato smantellato e screditato con attacchi diversi e continui. Iniziò quella che fu definita la “stagione dei veleni”. Falcone e Borsellino, sempre più isolati e separati, si trovarono in grandi difficoltà, tuttavia continuarono con dedizione il loro lavoro.
Gli Eventi Successivi
Il 23 maggio 1992 Giovanni Falcone venne ucciso sull'autostrada che porta dall'aeroporto a Palermo dall'esplosione di una bomba, assieme alla moglie e a tre agenti della scorta.
La Strage di Capaci
La Strage di Via d'Amelio
Paolo Borsellino, distrutto dalla morte dell'amico, indagò sulla sua morte. Lavorava tantissimo perché doveva fare in fretta. Quando parlava di sé, come ricorda la sorella Rita, non diceva “se mi ammazzeranno” ma “quando mi ammazzeranno”. Lo uccisero il 19 luglio 1992, con un'auto bomba parcheggiata in via D'Amelio, dove abitava la madre del magistrato, che era andato a trovare.
Ci sono ancora molti misteri sul perché di questa strage, a soli 57 giorni da quella di Capaci. I Corleonesi dovevano sapere che avrebbe provocato una reazione forte. E infatti ci fu la reazione della gente di Palermo, della Sicilia e di tutta l'Italia. Arrivarono i soldati dell'esercito a presidiare le strade di Palermo e soprattutto, venne convertito rapidamente in legge il 41 bis, che in casi di eccezionale gravità, come la lotta alla mafia, “sospende le normali regole di trattamento per i detenuti” e stabilisce il “carcere duro” per i mafiosi.
Salvatore Riina fu infine catturato nel 1993; altri mafiosi, come Giovanni Brusca subirono la stessa sorte. Solo nel 2006 venne catturato l'ultimo padrino siciliano della mafia, Bernardo Provenzano.
Il Maxiprocesso è stato il più grande processo della storia italiana, tuttavia è impossibile giudicare se sia stato o meno un successo senza considerare gli eventi successivi. Il successo più importante del processo fu il fatto di prendere in considerazione la Mafia come organizzazione con le proprie attività, piuttosto che i suoi singoli membri per crimini isolati. Alcuni potrebbero affermare che i processi d'appello corrotti annullarono in parte l'esito del processo, ma, sebbene ci siano voluti diversi anni e la vita dei due giudici, il Maxiprocesso generò alla fine una reazione a catena che portò a un importante indebolimento della Mafia di allora e alla cattura di coloro che erano sfuggiti alla rete del processo.
Molti movimenti antimafia sorsero spontaneamente, soprattutto a seguito delle stragi di Capaci e di via D'Amelio.Il giudice Antonino Caponnetto, creatore del pool ed ideatore del Maxiprocesso, preso dal dolore iniziò a girare per l'Italia per parlare agli studenti ed ai cittadini contro la mafia.
Moltissime sono le associazioni e le fondazioni in memoria delle vittime,tra le tante ricordiamo:
-Centro di Documentazione per la legalità e la nonviolenza Antonino Caponnetto,
-Fondazione Rocco Chinnici
-Fondazione Francesca e Giovanni Falcone, nata nel 1992,
-Progetto Legalità, in memoria di Paolo Borsellino e di tutte le vittime di mafia, nata nel 2005,
-Associazione Nazionale familiari Vittime di mafia, nata nel 2007.
Tutte hanno come obiettivo la diffusione della cultura della legalità, soprattutto tra i giovani e nelle scuole

-Libera, che sostiene progetti sull'uso sociale dei beni confiscati alle mafie, l'educazione alla legalità democratica, l'impegno contro la corruzione, le attività antiusura.
-Addiopizzo o l'Associazione SOS antiracket e usura, nascono con lo scopo di dare un aiuto ai commercianti che denunciano le estorsioni ed incitare i consumatori a preferire gli esercizi commerciali di quest'ultimi nei loro acquisti.
-Nel 2009 nasce il movimento delle Agende rosse per volontà di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo che chiede verità e giustizia per le stragi del '92 e vuole "proteggere" i magistrati che si occupano dei processi legati alle stragi dai ripetuti attacchi politici e giornalistici.

“La nave della legalità”, concorso per studenti di tutte le scuole che il 23 maggio salpano per Palermo e danno vita a una serie di incontri basati sulla diffusione della cultura della legalità e di commemorazioni per l'anniversario della strage di Capaci.
“Questo processo è stato istruito dai giudici palermitani - sosteneva Falcone - e devono essere i giudici palermitani a processare la mafia”.
Falcone impose che questo processo si svolgesse a Palermo, rifiutando la proposta di spostarlo a Roma per ragioni di sicurezza.
In soli sei mesi a ridosso del carcere palermitano dell’Ucciardone fu eretta l'aula bunker che avrebbe ospitato il processo: la struttura ottagonale, in cemento armato a prova di missile, era in grado di resistere ad attacchi da parte di armi aria-terra; all'interno vi erano 30 gabbie per contenere i 208 imputati più pericolosi, suddivisi in gruppi, ricavate nei muri interni, per trasferire in sicurezza gli imputati dall’esterno; era munito dei più sofisticati sistemi informatici del tempo per gestire la mole degli atti processuali.
Poteva contenere più di 2000 persone, tra la Corte, gli imputati e i loro avvocati, il pubblico, i giornalisti e le guardie armate.
Il Luogo del Processo
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