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La poesia eternatrice in saecula saeculorum

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Miriam Lacalamita

on 2 March 2016

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Transcript of La poesia eternatrice in saecula saeculorum


«Nel tempo che ‘l buon Tito, con l’aiuto
del sommo rege, vendicò le fóra
ond’uscì ‘l sangue per Giuda venduto,
col nome che più dura e più onora
era io di là»,
Purgatorio, canto XXI, vv.82-86
Divina Commedia
Nel X canto dell'inferno la poesia non solo ha un ruolo eternatore, ma anche di ricostruzione, infatti Dante restituisce a Farinata degli Uberti quella dignità di uomo e cittadino che la storia gli aveva negato pur essendo egli stesso una sua vittima dal momento che Farinata era il leader dei Ghibellini, partito opposto a quello di Dante. Tuttavia, dopo la vittoria ghibellina di Montaperti, egli fu l'unico ad opporsi alla distruzione della città di Firenze. Ma nel 1283 subì un processo postumo dovuto alla vittoria guelfa di Benevento. Proprio per questo motivo Dante lo elogia.
La poesia eternatrice in Dante
La poesia eternatrice in Orazio
Il tema della poesia eternatrice affonda le sue origini nei poemi omerici. Infatti, Elena, la bella regina di Sparta, è consapevole del fatto che il suo tradimento verrà cantato dagli uomini per l'eternità. Ma anche l'eroe Achille sa che la scelta di una vita breve ma gloriosa verrà ripagata con la fama eterna.
Il Liber di Catullo inizia con una dedica a Cornelio Nepote, storico e biografo latino. Nel carmen 1 definisce le sue poesie come "nugae" cioè "scherzose, cose da nulla", termine usato per indicare poesie disimpegnate e leggere. Tuttavia il disimpegno e il disinteresse che sembra mostrare per quest'opera è solo apparente, infatti l'invocazione finale alla Musa rivela la speranza che il contenuto del Liber possa vivere perenne e la raffinatezza stilistica che nasce dal labor limae.
La poesia eternatrice in Catullo
Foscolo pubblica nel 1807 un'opera chiamata "Dei Sepolcri". L'autore riflette sull'importanza che le tombe hanno su coloro che sopravvivono perchè permettono di conservare la memoria di chi è scomparso. Tuttavia tutto ciò è un'illusione perchè anche le tombe sono soggette al trascorrere del tempo. L'unico mezzo per sconfiggere "il silenzio di mille secoli" è la poesia perchè solo questa è in grado di conservare il ricordo di vincitori e vinti.
La poesia eternatrice in Foscolo
L'Eneide di Virgilio nasce proprio con l'intento di eternare la memoria di Augusto e del suo programma di pace e di ricostruzione e dell'impero Romano. Per questo motivo il sesto libro ha una grande importanza infatti, non a caso, ha una posizione centrale all'interno del poema. Qui Enea scende negli Inferi e incontra suo padre Anchise il quale gli mostra le future glorie di Roma e le anime dei suoi eroi.
La poesia eternatrice in Virgilio
"Sed pleni omnes sunt libri plenae sapientium voces plena exemplorum vetustas: quae iacerent in tenebris omnia nisi litterarum lumen accederet.
" Pro Archia, 14
In questa orazione Cicerone difende il poeta greco Aulo Licinio Archia dall'accusa di usurpazione della cittadinanza romana.Per fare ciò analizza il ruolo del poeta e della poesia. La poesia, infatti, innalza l'uomo dalla dimensione terrena a quella spirituale, è un rifugio dalle tensioni della vita. E' anche uno strumento essenziale per l'oratore. Dal momento che Cicerone è un grande sostenitore dell'ideale dell'Humanitas, rimprovera coloro che, pur possedendo delle ampie conoscenze, non le condividono con gli altri perchè solo la poesia è in grado di sottrarre all'oblìo le imprese degli uomini e far sì che esse servano da lezione per gli uomini futuri. Quindi non si può condannare Archia perchè con le sue opere ha contribuito alla diffusione della fama e della potenza di Roma.
La poesia eternatrice in Cicerone
Questo tema è presente nel primo libro del De Rerum Natura nel verso 28. Infatti, Lucrezio chiede alla dea Venere di concedere grazia eterna alle parole che stava scrivendo riguardo la natura perchè consapevole dell'importanza del proprio ruolo di poeta e del contenuto della sua opera.
"Quo magis aeternum da dictis, dive, leporem."
La poesia eternatrice in Lucrezio

Pur essendo consapevole di essere destinato ad una fine, il desiderio di eternità è connaturato nell'uomo. Proprio da questa attitudine nasce il tema letterario della "poesia eternatrice". Nel ventunesimo canto del Purgatorio Dante e Virgilio giungono nella quinta cornice e incontrano Stazio, poeta del I secolo d.C. emulo di Virgilio. Nei versi citati è presente il tema del ruolo eternatore della poesia perchè mentre tutto il resto è destinato a perire, la poesia è in grado di garantire la memoria eterna.
Poesia eternatrice: le origini
"Cognato mio, d'una cagna maligna, agghiacciante,
ah, m'avesse quel giorno, quando la madre mi fece,
afferrato e travolto un turbine orrendo di vento,
sopra un monte o tra il flutto del fragoroso male;
e il flusso m'avesse spezzato, prima che queste cose accadessero...
Ma dopo che gli dei fissaron così questi mali,
avrei voluto essere almeno sposa d'un uomo più forte,
che fosse sensibile alla vendetta, ai molti affronti degli uomini.
Ma tu vieni qui ora, siediti in questo seggio,
cognato, chè molti travagli intorno al cuore ti vennero
per colpa mia, della cagna, e per la follia d'Alessandro,
ai quali diede Zeus la mala sorte. E anche in fututo
noi saemo cantati fra gli uomini che verranno..."
Iliade, sesto libro, vv.343-358

"Cui dono lepidum novum libellum arida modo pumice expolitum? Corneli, tibi: namque tu solebas meas esse aliquid putare nugas iam tum, cum ausus es unus Italorum omne aevum tribus explicare cartis doctis, Iuppiter, et laboriosis. quare habe tibi quidquid hoc libelli qualecumque; quod, o patrona virgo, plus uno maneat perenne saeclo."
Orazio nell'Ode III, 30 mostra di aver coscienza dell'altezza della sua poesia, infatti la paragona ad un monumento più duraturo del bronzo e più alto delle piramidi regali che non potrà distruggere nè la pioggia che corrode, nè l’impetuoso Aquilone o l’infinita serie degli anni e il susseguirsi delle stagioni. Ma ha anche fiducia nell'immortalità della fama di poeta tanto che a partire dal v. 6 il tempo del perfetto viene sostituito con quello del futuro proprio per indicare la sopravvivenza dell'opera.
"Exegi monumentum aere perennius
regalique situ pyramidum altius,
quod non imber edax, non Aquilo impotens
possit diruere aut innumerabilis
annorum series et fuga temporum.
Non omnis moriar, multaque pars mei
vitabit Libitinam; usque ego postera
crescam laude recens, dum Capitolium
scandet cum tacita virgine pontifex.
Dicar, qua violens obstrepit Aufidus
et qua pauper aquae Daunus agrestium
regnavit populorum, ex humili potens
princeps Aeolium carmen ad Italos
deduxisse modos. Sume superbiam
quaesitam meritis et mihi Delphica
lauro cinge volens, Melpomene, comam."
Giorgio De Chirico, L'enigma dell'ora, 1911
Salvador Dalì, La persistenza della memoria, 1931
Antonio de Pereda, Il sogno del nobiluomo, 1670
La poesia eternatrice in William Shakespeare
Questo tema compare ne "I sonetti" opera pubblicata nel 1609, in particolare nei sonetti 15-18-23.
"Quando considero che ogni cosa vivente
rimane in perfezione sol per pochi istanti,
e che questo immenso scenario non offre che apparenze
su cui le stelle arcanamente agiscono;
Quando vedo gli uomini crescere al pari delle piante,
favoriti e avversati dallo stesso cielo,
menar vanto di giovinezza e, giunti al sommo, declinare
e logorarsi sino a perdere il ricordo del loro vigore;
Allora il pensiero di questa esistenza infida
mi richiama agli occhi la tua splendida gioventù,
e come il Tempo e la Rovina si diano a gara
per deturpare il tuo limpido giorno nell’impura notte.
In aspra guerra col Tempo, per tuo amore,
quel ch’ei ti toglie, te lo restituisco di nuovo."
In questi sonetti Shakespeare riflette sulla brevità della giovinezza e sulla precarietà della bellezza. La poesia è l'unico mezzo per ravvivare entrambe le qualità
« Posso paragonarti a un giorno d'Estate?
Tu sei più amabile e più tranquillo.
Venti forti scuotono i teneri germogli di Maggio,
E il corso dell'estate ha fin troppo presto una fine.
Talvolta troppo caldo splende l'occhio del cielo,
E spesso la sua pelle dorata s'oscura;
Ed ogni cosa bella la bellezza talora declina,
spogliata per caso o per il mutevole corso della natura.
Ma la tua eterna estate non dovrà svanire,
Né perder la bellezza che possiedi,
Né dovrà la morte farsi vanto che tu vaghi nella sua ombra,
Quando in eterni versi nel tempo tu crescerai:
Finché uomini respireranno o occhi potran vedere,
Queste parole vivranno, e daranno vita a te." »
"Come un inesperto attore sulla scena
che per paura dimentica la parte,
o come un violento stracarico di rabbia
cui l’impeto smodato indebolisce il cuore,
Così anch’io, diffidando di me, dimentico
il perfetto rituale dell’amore
e, fin troppo innamorato, sembra ch’io venga meno
sotto il peso del suo eccessivo ardore.
Siano allora i miei libri a parlare per me,
muti messaggeri del mio traboccante cuore,
che implora amore e attende più alta ricompensa
quella lingua che più spesso e meglio parlò di te.
Oh, sappi leggere quel che amore in silenzio ha scritto:
è proprio di intelligente amore udire con gli occhi."
In questo sonetto la poesia assume un ruolo molto importante anche nella comunicazione, infatti Shakespeare affida al silenzio dei suoi versi il compito di descrivere emozioni che non riesce a esprimere a parole.
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