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Orfeo ed Euridice: amore e morte in uno sguardo

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Natasha Fornaioli

on 6 July 2016

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Transcript of Orfeo ed Euridice: amore e morte in uno sguardo

Una volta giunto al loro cospetto, Orfeo iniziò a suonare e a cantare disperazione e solitudine;
le sue melodie erano così piene di dolore e di disperazione che gli stessi signori degli inferi si commossero; le Erinni piansero;
La commozione degli dei dell'Averno
Fu così concesso a Orfeo di ricondurre Euridice nel regno dei vivi a condizione che durante il viaggio verso la terra la precedesse e non si voltasse a guardarla fino a quando non fossero giunti alla luce del sole.
La condizione degli dell'Ade
Durante il viaggio un sospetto cominciò a farsi strada nella sua mente pensando di condurre per mano un'ombra e non Euridice. Dimenticando così la promessa fatta si voltò a guardarla ma nello stesso istante in cui i suoi occhi si posarono sul suo volto Euridice svanì, e Orfeo assistette impotente alla sua morte per la seconda volta.
L'errore di Orfeo
Il viaggio di Orfeo per la Colchide
Orfeo, impazzito dal dolore e non riuscendo a concepire la propria vita senza la sua sposa, decise di scendere nell'Ade per cercare di strapparla dal regno dei morti e nonostante che fosse circondato da anime dannate che tentavano in tutti i modi di ostacolarlo, riuscì a giungere alla presenza di Ade e Persefone.


Discesa di Orfeo nell'Ade
Orfeo, dopo aver trascorso un periodo in Egitto, sembra essersi unito agli Argonauti nel loro viaggio verso la Colchide, come ci narra Apollonio Rodio nei "Τά Ἀργοναυτικά".
La morte dell'amata Euridice
Il musico grazie alla sua arte aiutò i suoi compagni a superare i pericoli in cui si imbatterono, sposò la bellissima ninfa dei boschi Euridice, figlia della luna Selene, e con lei si stabilì definitivamente in Tracia presso il selvaggio popolo dei Ciconi. Il destino però non aveva previsto per loro un amore duraturo infatti un giorno la bellezza di Euridice fece ardere il cuore di Aristeo che si innamorò di lei e cercò di sedurla. La fanciulla per sfuggire alle sue insistenze si mise a correre ma ebbe la sfortuna di calpestare un serpente nascosto nell'erba che la morsicò, provocandone la morte istantanea.
I primi passi di Orfeo
Orfeo muove i suoi primi passi in Tracia, ai piedi del monte Olimpo, per alcuni nato dal re Eagro, per altri da Apollo, e dalla musa Calliope che era la protettrice della poesia elegiaca ed epica. In breve tempo Orfeo divenne il più famoso e celebrato poeta-musico mai esistito. Al poeta della Tracia, infatti, Apollo donò una lira, un guscio di testuggine con le corde, che le Muse gli insegnarono a suonare. La sua arte divenne tanto raffinata ed Orfeo così abile nel divulgarla, da ammansire gli animali selvatici e da muovere e farsi seguire dai sassi.
Orfeo ed Euridice: amore e morte in uno sguardo
Federico Cervelli (1625 – 1700), "Orfeo ed Euridice" Fondazione Querini-Stampalia, Venezia (Italia)
[...] non vide, fanciulla moritura, seguendo il greto,
nell’erba alta davanti ai suoi piedi un orribile serpente [...] - Virgilio, Georgiche
Marcel Béronneau, Orfeo nell'Ade
"(...) Nè la regale sposa, nè colui che governa l'abisso opposero rifiuto all'infelice che li pregava e richiamarono Euridice. Costei che si trovava tra le ombre dei morti da poco tempo, si avanzò, camminando a passo lento per causa della ferita. Il tracio Orfeo la riebbe,a patto che non si voltasse indietro a guardarla prima di essere uscito dalla valle infernale (...)" - Ovidio nelle Metamorfosi (X, 41-63).


Christian Gottlieb Kratzenstein, Orpheus and Eurydice, 1806, Ny Carlsberg Glyptotek, Copenhagen
Orfeo allora si rifugia sul monte Rodope, in Tracia, trascorrendo il tempo in solitudine e nella disperazione. Molte donne tentano di catturare il suo cuore e tra queste alcune Baccanti. Queste ultime, irate dalla sua indifferenza e istigate da Dioniso per la mancanza di devozione che Orfeo ha nei suoi confronti, decidono di ucciderlo durante un’orgia bacchica. Il suo capo reciso viene così trovato da un pescatore presso la foce del Melete e viene deposto nella grotta di Antissa.
La morte di Orfeo
Musico, poeta e cantore - ma anche fondatore e diffusore di culti misterici secondo le testimonianze - egli viene ad assommare in sé, riprendendo la divisione nicciana ne "La Nascita della Tragedia" , il lato apollineo (e Apollo viene indicato dalle fonti come il suo "vero" padre) e quello dionisiaco. Né Apollo né Dioniso però gli saranno propizi. In quanto musico e cantore, Orfeo trasgredisce l'ordine cosmico a cui sovrintendono gli dei. Facendo muovere alberi e pietre, entra a far parte di quella schiera di musici che sfidano l'armonia universale e ne pagano il prezzo: Orfeo incanta signori e demoni dell'Ade ma perde il fiore della sua vita, la tanto amata sposa Euridice.

Orfeo e il legame con Apollo e Dioniso
Orfeo tra apollineo e dionisiaco
Orfeo fonde in sé gli elementi apollineo e dionisiaco: come figura apollinea è il figlio o il pupillo del dio Apollo, è un eroe benefattore del genere umano, promotore delle arti umane e maestro religioso; in quanto figura dionisiaca, egli gode di un rapporto simpatetico con il mondo naturale, di intima comprensione del ciclo di decadimento e rigenerazione della natura, è dotato di una conoscenza intuitiva e ammaliante anche nei confronti del mondo animale.



Apollo istruisce le Muse Euterpe e Urania, olio su tela di Pompeo Batoni, ca. 1741, Varsavia, Museo Nazionale
Perché Orfeo si è voltato?
In Virgilio la ragione del voltarsi è chiara. Orfeo è travolto dalla passione, è l’innamorato imprudente che in nome dell’amore compie azioni senza ponderarle. È l’uomo che non sapendo controllare il proprio sentimento invece di fare il bene, determina la rovina della donna amata. Anche per troppo amore si muore: Euridice lo impara a proprie spese.
Orfeo è immemor, dunque, cioè per un attimo è colto da dimenticanza. D’altra parte si trova nel Regno dei Morti, nel Regno delle Ombre prive di memoria, nel Regno dell’Oblio. Un attimo di distrazione e le ferree regole del Tartaro hanno la meglio: chi scende nell’Ade, se non è perfettamente padrone di sé, viene contagiato dall’amnesia che è propria di tutte le ombre. In Virgilio perciò è il troppo amore che determina il fallimento di Orfeo.
Orfeo e Euridice, Scuri, Enrico (1806-1884), Pavia (PV), Musei Civici di Pavia


L’interpretazione che invece Ovidio espone nelle "Metamorfosi" è improntata ad una maggiore razionalità. Sì, è vero, Orfeo è impaziente di vedere la amata ma è anche plausibile che l’innamorato si sia voltato perché, dovendo percorrere una strada impervia e difficile, la donna poteva trovarsi in difficoltà. L’Orfeo ovidiano quindi si volta perché preso dal timore che Euridice possa non stargli dietro a causa del buio e del sentiero in salita.

Interpretazione di Ovidio
Edward John Poynter, Orfeo ed Euridice (1862)
Cesare Pavese nei "Dialoghi con Leucò" racconta un Orfeo inconsolabile, reo confesso di essersi voltato apposta, al fine di perdere Euridice per sempre, sfuggendo così al circolo del
“ciò che è stato sarà ancora”.
Orfeo in realtà va alla ricerca di se stesso e, capendo, si volta: “
é necessario che ognuno scenda una volta nel suo inferno […] ho cercato me stesso. Non si cerca che questo”.
L'inconsalabile Orfeo di Cesare Pavese
Il componimento ha la forma di un dolce e malinconico epigramma in cui il Montale tenta di recuperare il rapporto con una persona lontana.
Il profondo affetto che lo lega alla moglie spinge il poeta a modulare il fischio, affettuosa forma di riconoscimento nel quotidiano, nella speranza di ritrovarsi aldilà del confine tra la vita e la morte senza paura. Montale si presenta come un nuovo Orfeo che, per raggiungere la sua Euridice ha sostituito al canto e alla lira un comune fischio.
Avevamo studiato per l'aldilà
un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
che tutti siamo già morti senza saperlo.
La tesi di Montale si può riassumere con queste parole: i vivi non sanno di essere vivi o forse sono solo ombre di un mondo originale di cui si è tersa la traccia e di cui non conosce né l’ordito né il costrutto. I vivi sono solo ombre che vorrebbero dialogare con i propri cari, ma non ci riescono, come Montale scrive nella quarta poesia di Xenia I (Satura).
Anche Eugenio Montale si occupa dell’incanto e del mistero di cui il poeta della Tracia è il protagonista: Lo sforzo di approfondire temi e problemi della condizione umana, per trovare risposta al «male di vivere», porta Montale a confrontarsi in più di un’occasione con il patrimonio della tradizione. Rivisitare i miti classici è un modo per ribadire l’impossibilità di un’armonia con la realtà e reagire alla negazione della memoria, al tempo che dissolve i ricordi. In "Satura", titolo che rimanda a un genere letterario della poesia latina dedicato alla rappresentazione mordace dei vizi e dei desideri umani, egli grazie alla poesia "Avevamo studiato per l'aldilà" riprende il tema del potere della poesia e la forza dell’amore possono vincere anche le leggi che governano l’universo.

Eugenio Montale e i classici
La volontà di riprendersi Euridice dimostra agli dei che Orfeo è una cosa sola con la sua amata, che sono indivisibili, anche al di là della morte. Voltarsi per paura che la propria amata non ci sia significa ammettere di non essere la stessa persona ma anime diverse, e perciò divisibili. E’ un percorso di consapevolezza
Il suo viaggio perciò è stato utile non per il recupero dell’amata, ma per la propria maturazione
Questa è la simbiosi che spesso abbiamo con il nostro dolore, non riusciamo a prendere le distanze, non riusciamo a perderlo. Anche noi ci identifichiamo con la nostra ferita, con la nostra sofferenza: non ci voltiamo a guardare perché significherebbe distinguerlo da noi e acquisirne la consapevolezza.

Considerazione personale
Lavoro a cura di:
Natasha Fornaioli
Classe 5a
Liceo Classico Francesco Stelluti
Fonti: Georgiche di Virgilio; Metamorfosi di Ovidio; Le Argonautiche di Apollonio Rodio; La Nascita della Tragredia di Nietzsche; Dialoghi con Leucò di Pavese; Satura di Montale; Orfeo, variazioni sul mito a cura di Maria Grazia Ciani e Andrea Rodighiero; Il Cammino di Orfeo ed Euridice di Angiola Fiorentini
Introduzione
Prima di analizzare la figura di Orfeo e la successiva catabasi, è necessario dire che la narrazione è divenuta celebre ad opera di Virgilio che inserì "Orfeo ed Euridice" nel mito di Aristeo. Grazie al racconto del poeta latino, i posteri sono rimasti affascinati ed incuriositi dall'amore del cantore che ha deciso di sfidare l'Ade pur di riprendersi l'oggetto del desiderio. Il mito di "Orfeo ed Euridice" ha perciò avuto numerose rielaborazioni che hanno reso la storia di amore e morte, assenza e lontananza, una delle più amate del mondo classico.
Publio Virgilio Marone
Orfeo nel "Le Argonautiche"
Apollonio infatti nelle sue Argonautiche narra di un’arcana contesa: quella tra la musica di Orfeo ed il canto delle Sirene. Le Sirene sono esseri ibridi, raffigurati e descritti nell’antichità come uccelli rapaci col volto di donna, affascinanti e repellenti insieme, le Sirene, tre nelle Argonautiche: Leucosia, Ligia e Partenope, divoravano i marinai che passavano in vicinanza delle loro terre, attirandoli verso la morte con un irresistibile canto. Ed allora Orfeo oppone al canto seduttivo delle Sirene il ritmo rapido e assordante della sua cetra, che suona per un gruppo di uomini che deve solo remare e remare ancora. E così Apollonio mette in competizione due musiche: una che porta alla perdizione, che «impedisce il ritorno», e l’altra orfica, salvifica perché costringe i rematori al loro posto, all’ordine sociale cui sono destinati.


Lorenzo Costa. La nave Argo con l'equipaggio

Orfeo e le Baccanti (1650) Andrea Vaccaro
I giorni e le notti, Rita de Petra
Copertina di:
"Le armonie dell'amore infinito. Dialoghi sui grandi amori nel mito"
Autori: Casagrande Valter; Pallotta Patrizia
Orfeo libera Euridice dall’Ade
Peter Paul Rubens (1577-1640)
Orfeo conduce Euridice fuori dagli Inferi
Maestro della Città delle Dame

Eugenio Montale
Paesaggio con Orfeo ed Euridice, Nicolas Poussin
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