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L'INGANNO DELLA BELLEZZA: Pandora come tòpos

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Sara A

on 14 March 2014

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Transcript of L'INGANNO DELLA BELLEZZA: Pandora come tòpos

L'INGANNO DELLA BELLEZZA:
Pandora come
tòpos

Nel passo proposto Esiodo narra il mito, di origine ancestrale, di Pandora: per punire Prometeo Zeus fa plasmare da Efesto la prima donna, Pandora, con lo scopo di recare agli uomini il male. Le viene quindi affidato un vaso, con il monito di non aprirlo mai. Pandora viene poi inviata in dono a Epimeteo, fratello di Prometeo che, stoltamente, accecato dal suo fascino e dalla sua bellezza, accetta. Pandora aprendo il vaso darà inizio alla progressiva rovina del genere umano. Dopo l'apertura del vaso, infatti, l'uomo non riuscirà più a raggiungere la condizione di perfezione quasi divina che aveva caratterizzato la sua vita fino a quel momento, ma sarà soggetto al male. Perchè l'uomo accetta il male in dono?
Se Epimeteo avesse saputo a cosa sarebbe andato incontro, per quanto stolto, non avrebbe mai accolto Pandora; ma Pandora non appariva di certo foriera di sventure, per via della sua limpida bellezza, bellezza al cui interno era inaspettatamente racchiuso il male.
L'inganno della bellezza è un tema che pur presentando svariate differenze si ripeterà con molta frequenza nella storia della letteratura e dell'arte, tanto da poter essere definito un
tòpos
.
La figura di Pandora, che incarna il binomio
bellezza-inganno
, è paragonabile a molti altri personaggi descritti da autori di ogni epoca; una fra le prime attestazioni di questo binomio è in Omero.
Quando Odisseo e i compagni approdano nell'isola di Eea, si imbattono in una visione meravigliosa:

"Compagni miei, c'è una lì dentro che tesse una tela
e dolcemente canta, che tutta n'echeggia la casa,
non so se donna o diva: su, diamole presto una voce".
Subito Circe aperse le fulgide porte, uscì fuori,
e l'invitò. Tutti quanti le tennero incauti dietro:
solo Euriloco fuori restò, che temea qualche inganno.
(Odissea; libro X, versi 225-230)

In questi versi è sottolineato il grande fascino con cui Circe ammalia gli uomini di Odisseo e li rende incauti. La maga poi li conduce nel palazzo, e prepara il suo inganno:

Circe, condottili dentro, su seggi e su troni li assise,
cacio per essi intrise con miele dorato e farina,
con vin di fiamma; e filtri maligni mescé nell'intriso,
ché della terra nativa ricordo nei cuori non restasse.
Ora, poi che Circe ebbe offerto, quegli altri ingoiato l'intriso,
li colpì con una verga, li rinchiuse dentro il porcile;
e già di porci avevano le setole, muso, grugnito,
tutto l'aspetto: soltanto la mente era quella di prima.
Furon così rinchiusi, che urlavan, piangevano; e Circe
ghiande per cibo ad essi gittò, corniole, lecciole,
tutte vivande dei porci, che sempre grufano a terra.
(Odissea; libro X, versi 231-241)

L'inganno di Circe non consiste soltanto nella sua magia ma, così come per Pandora, anche nella seduzione:

Suvvia, la tua spada riponi nel fodero;
saliamo noi due sul mio letto, così che sul letto
insieme congiunti in amore, possiamo
scambiare fra noi la fiducia dell’animo.
(Odissea; libro X, versi 347-350)

Seduzione che viene evidenziata in tutta l'iconografia che riguarda il personaggio.
Salomè (14 d.C. circa – tra il 62 ed il 71 d.C.), principessa giudaica, figlia di Erodiade e di Erode Filippo I, è la protagonista insieme a Giovanni Battista di un episodio narrato nel Vangelo di Marco (6,17-28) e nel Vangelo di Matteo (14,3-11).
Erodiade, madre di Salomè, abbandonò il marito Erode Filippo I e andò a convivere con il cognato, il re Erode Antipa. Giovanni Battista condannò pubblicamente la condotta dello zio di Salomè; questi allora lo fece prima imprigionare, poi, per compiacere la bella figlia di Erodiade, che aveva ballato ad un banchetto, lo fece decapitare.

La figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode che egli le promise con giuramento di darle tutto quello che avesse domandato. Ed essa, istigata dalla madre, disse: "Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista…"
(MATTEO 14, 1-12)

La Salomè descritta nei passi del Vangelo risulta priva di motivazioni e di volontà propria; infatti sembra essere uno strumento della perfida volontà della madre. Anche in quest'aspetto Salomè può essere paragonata a Pandora: come la prima è strumento della madre, così la seconda è strumento di Zeus. Solo nel porre la richiesta a Erode ella ha un’iniziativa sua: chiede di avere la testa di Giovanni Battista su un piatto: il piatto, dunque, diventerà l’attributo distintivo di Salomè nella maggior parte dell'iconografia che la riguarda. Ma la figura di Salomè, la danzatrice seducente, il male sotto forma di incanto, diventerà oggetto della leggenda che coinvolge tutta la sua vita fino alla morte, con numerose versioni. Per esempio, secondo la Leggenda Aurea, la figlia segue la madre in esilio e, camminando su una lastra di ghiaccio, vi sprofonda e muore; o secondo un’altra versione la terra la inghiotte. Secondo un codice etiopico il corpo nudo della ragazza viene tagliato in pezzi e inghiottito dalla terra con accanto, su un piatto, la testa di Giovanni Battista. Proprio per l’accumulo di molte varianti leggendarie di morte, Salomè viene attirata in una zona d’ombra e di mistero. La sua figura appare in tutte le iconografie medievali rappresentanti la storia di Giovanni Battista perché lei è lo strumento del martirio e quindi della santità di Giovanni.
Alcina nell'Orlando Furioso viene descritta secondo i canoni di bellezza cinquecenteschi: ella ha capelli lunghi e biondi, guance rosate, proporzioni armoniche. Le sue forme non presentano la benché minima imperfezione; leggiadria, avvenenza, grazia e formosità attirano l'attenzione di ogni essere al suo passaggio, ma il suo linguaggio è ingannevole: la sua bellezza nasconde l’inganno ed è strumentale ai fini della maga. Alcina attira i cavalieri da cui è affascinata sviandoli dal loro dovere, e dopo averli amati li umilia, tramutandoli in alberi, affinché questi non le rovinino la reputazione infamandola.

Di persona era tanto ben formata,
quanto me’ finger san pittori industri;
con bionda chioma lunga ed annodata:
oro non è che più risplenda e lustri.
Spargeasi per la guancia delicata
misto color di rose e di ligustri;
di terso avorio era la fronte lieta,
che lo spazio finia con giusta meta.
Sotto duo negri e sottilissimi archi
son duo negri occhi, anzi duo chiari soli,
pietosi a riguardare, a mover parchi;
intorno cui par ch’Amor scherzi e voli,
e ch’indi tutta la faretra scarchie
che visibilmente i cori involi:
quindi il naso per mezzo il viso scende,
che non truova l’invidia ove l’emende.
Sotto quel sta, quasi fra due vallette,
la bocca sparsa di natio cinabro;
quivi due filze son di perle elette,
che chiude ed apre un bello e dolce labro:
quindi escon le cortesi parolette
da render molle ogni cor rozzo e scabro;
quivi si forma quel suave riso,
ch’apre a sua posta in terra il paradiso.
Bianca nieve è il bel collo, e ‘l petto latte;
il collo è tondo, il petto colmo e largo:
due pome acerbe, e pur d’avorio fatte,
vengono e van come onda al primo margo,
quando piacevole aura il mar combatte.
Non potria l’altre parti veder Argo:
ben si può giudicar che corrispondea
quel ch’appar di fuor quel che s’asconde.
Mostran le braccia sua misura giusta;
e la candida man spesso si vede
lunghetta alquanto e di larghezza angusta,
dove né nodo appar, né vena eccede.
Si vede al fin de la persona augusta
il breve, asciutto e ritondetto piede.
Gli angelici sembianti nati in cielo
non si ponno celar sotto alcun velo.
Avea in ogni sua parte un laccio teso,
o parli o rida o canti o passo muova:
né maraviglia è se Ruggier n’è preso,
poi che tanto benigna se la truova.
Quel che di lei già avea dal mirto inteso,
com’è perfida e ria, poco gli giova;
ch’inganno o tradimento non gli è aviso
che possa star con sì soave riso.
(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso; canto VII, ottave 11-16,)

L'inganno di Alcina non consiste tanto nel fatto che nasconda il male dietro una facciata di bellezza, ma che dietro la bellezza ci sia in verità un'orrida bruttezza:

Pallido, crespo e macilente avea
Alcina il viso, il crin raro e canuto,
sua statura a sei palmi non giungea:
ogni dente di bocca era caduto;
che più d’Ecuba e più de la Cumea,
ed avea più d’ogn’altra mai vivuto.
Ma sì l’arti usa al nostro tempo ignote,
che bella e giovanetta parer puote.
Giovane e bella ella si fa con arte,
si che molti ingannò come Ruggiero;
ma l’annel venne a interpretar le carte
che già molti anni avean celato il vero.
Miracol non è dunque, se si parte
de l’animo a Ruggier ogni pensiero
ch’avea d’amare Alcina, or che la truova
in guisa, che sua fraude non le giova.
(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso; canto VII, ottave 73-74)
Vieni dal ciel profondo o l'abisso t'esprime,
Bellezza? Dal tuo sguardo infernale e divino
piovono senza scelta il beneficio e il crimine,
e in questo ti si può apparentare al vino.

Hai dentro gli occhi l'alba e l'occaso, ed esali
profumi come a sera un nembo repentino;
sono un filtro i tuoi baci, e la tua bocca è un calice
che disanima il prode e rincuora il bambino.

Sorgi dal nero baratro o discendi dagli astri?
Segue il Destino, docile come un cane, i tuoi panni;
tu semini a casaccio le fortune e i disastri;
e governi su tutto, e di nulla t'affanni.

Bellezza, tu cammini sui morti che deridi;
leggiadro fra i tuoi vezzi spicca l'Orrore, mentre,
pendulo fra i più cari ciondoli, l'Omicidio
ti ballonzola allegro sull'orgoglioso ventre.

Torcia, vola al tuo lume la falena accecata,
crepita, arde e loda il fuoco onde soccombe!
Quando si china e spasima l'amante sull'amata,
pare un morente che carezzi la sua tomba.

Venga tu dall'inferno o dal cielo, che importa,
Bellezza, mostro immane, mostro candido e fosco,
se il tuo piede, il tuo sguardo, il tuo riso la porta
m'aprono a un Infinito che amo e non conosco?

Arcangelo o Sirena, da Satana o da Dio,
che importa, se tu, o fata dagli occhi di velluto,
luce, profumo, musica, unico bene mio,
rendi più dolce il mondo, meno triste il minuto?
CIRCE
SALOMÈ
GIUDITTA
LA BELLE DAME SANS MERCI
ALCINA
ARMIDA
Esiodo, Opere e giorni, vv.77-105

Anche nel '500 viene ripreso questo concetto; in particolare in Ariosto, con Alcina, e in Tasso, con Armida.
Giuditta è un personaggio biblico, eroina del popolo ebraico. Significativo è il fatto che il nome Giuditta sia il femminile di Giuda, che nella religione cristiana è il traditore per antonomasia; e già il nome richiama il ruolo di ingannatrice che Giuditta assumerà. Il libro biblico dice che liberò la città di Betulia assediata dagli Assiri. Con la sua bellezza invaghì di sé Oloferne, loro generale, il quale la trattenne con sé al banchetto; avendolo visto ubriaco, Giuditta gli tagliò la testa con la sua stessa spada e ritornò nella città. Gli Assiri, trovato morto il loro condottiero, presi dal panico, furono messi in fuga dai Giudei.

Giuditta era rimasta nella sua casa in stato di vedovanza ed erano passati già tre anni e quattro mesi. Si era fatta preparare una tenda sul terrazzo della sua casa, si era cinta i fianchi di sacco e portava le vesti delle vedove. Da quando era vedova digiunava tutti i giorni, eccetto le vigilie dei sabati e i sabati, le vigilie dei noviluni e i noviluni, le feste e i giorni di gioia per Israele. Era bella d'aspetto e molto avvenente nella persona; inoltre suo marito Manàsse le aveva lasciato oro e argento, schiavi e schiave, armenti e terreni ed essa era rimasta padrona di tutto. Né alcuno poteva dire una parola maligna a suo riguardo, perché temeva molto Dio.

(Giuditta 8, 4-7)

Avvicinatasi alla colonna del letto che era dalla parte del capo di Oloferne, ne staccò la scimitarra di lui; poi, accostatasi al letto, afferrò la testa di lui per la chioma e disse: "Dammi forza, Signore Dio d'Israele, in questo momento". E con tutta la forza di cui era capace lo colpì due volte al collo e gli staccò la testa. Ne fece rotolare il corpo giù dal giaciglio e strappò via le cortine dai sostegni. Poco dopo uscì e consegnò la testa di Oloferne alla sua ancella, la quale la mise nella bisaccia dei viveri e uscirono tutt'e due, secondo il loro uso, per la preghiera; attraversarono il campo, fecero un giro nella valle, poi salirono sul monte verso Betulia e giunsero alle porte della città.
(Giuditta 13, 4-10)

Colpisce, nel racconto, l'entrata in scena di questa figura di donna bella, libera e ricca (posizione di per sé inquietante, in una società arcaica), che pungola lo scarso coraggio degli uomini della sua comunità, ai quali dovrebbe per tradizione essere soggetta. E non c'è dubbio che l'uccisione di Oloferne evochi anche la vendetta della donna contro il maschio violento e violentatore. Sebbene si tratti di un racconto che ribadisce che le armi della femmina contro il maschio sono quelle tradizionali - la seduzione e l'inganno -, esso ebbe moltissima fortuna in una società prettamente patriarcale.
Racchiude perfettamente il concetto di bellezza ingannatrice la poesia "Inno alla bellezza", appartenente alla raccolta "I fiori del male" (1857) scritta dal decadentista Charles Baudelaire.
IL RITRATTO DI DORIAN GRAY
L’aspetto fisico di Armida viene messo in risalto dal Tasso fin da subito: ella è dotata di un corpo celestiale, nonostante la sua natura demoniaca, e di una sensualità estrema.
La bellezza della maga infatti non è frutto di un incantesimo, come invece è per l’Alcina di Ariosto, ma è reale, autentica, e non si presenta come modello di perfezione assoluta, come bellezza astratta ed immobile, ma è varia, mutevole: vive insieme alle vicende che riguardano la donna, cambia attimo dopo attimo sorprendendo continuamente l’osservatore. La maga fa la sua apparizione nel campo cristiano nel canto IV suscitando meraviglia e ammirazione fra i crociati, ammirazione scaturita esclusivamente dalla sua bellezza e naturale seduzione in quanto, oltre a maga, donna.

Ella dinanzi al petto ha il vel diviso,
e ’l crin sparge incomposto al vento estivo;
langue per vezzo, e ’l suo infiammato viso
fan biancheggiando i bei sudor piú vivo:
qual raggio in onda, le scintilla un riso
ne gli umidi occhi tremulo e lascivo.
Sovra lui pende; ed ei nel grembo molle
le posa il capo, e ’l volto al volto attolle,
e i famelici sguardi avidamente
in lei pascendo si consuma e strugge.
(Torquato Tasso, Gerusalemme Liberata; canto XVI, ottave 18-19)
in figura: Circe, Wright Barker, 1889
in figura: Salomè, Gustave Moreau, 1876
in figura: Giuditta I, Gustav Klimt, 1901
in figura: La belle dame sans merci, Frank Dicksee, circa 1901
in figura: Alcina, Gustave Doré, 1877
in figura: Rinaldo e Armida, François Boucher, 1734
in figura: Frontespizio per Il ritratto di Dorian Gray, Paul Thiriat, 1908
Il concetto di bellezza che inganna non riguarda solo figure che nascondono il male con il proprio fascino, ma anche, come nel caso de "Il ritratto di Dorian Gray" di Oscar Wilde, di un inganno dato dall'aspirazione morbosa alla bellezza. Infatti Dorian, incantato dal suo stesso ritratto, arriva a fare di tutto (anche del male) pur di raggiungere tale perfezione.

In mezzo alla stanza, fissato a un cavalletto, stava il ritratto a figura intera di un giovane di straordinaria bellezza e di fronte, poco lontano, sedeva l'autore, Basil Hallward, la cui improvvisa scomparsa alcuni anni prima aveva suscitato tanto scalpore e fatto sorgere tante strane congetture. Mentre il pittore guardava la forma bella e piena di grazia che con tanta abilità artistica aveva raffigurato, un sorriso di compiacimento gli attraversò il volto e parve volervisi fermare. Ma, improvvisamente, si alzò e chiudendo gli occhi posò le dita sulle palpebre, come se volesse tener prigioniero nella mente uno strano sogno da cui temeva ridestarsi."È la tua opera migliore, Basil, la più bella cosa che hai mai fatto," disse languido Lord Henry.
(Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray; capitolo I)

"Sono geloso di tutto ciò la cui bellezza non muore. Sono geloso del ritratto che hai dipinto. Perché dovrebbe conservare quello che io devo perdere? Ogni attimo che passa toglie qualcosa a me e dà qualcosa al ritratto. Oh, se solo potesse accadere l'inverso! Se il quadro cambiasse e io potessi rimanere come sono adesso! Perché lo hai dipinto? Un giorno mi deriderà... mi deriderà orribilmente!" Calde lacrime gli salirono agli occhi. Strappò la mano da quella di Basil e, lasciatosi cadere sul divano, seppellì il volto tra i cuscini come se pregasse.
(Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray; capitolo II)
Antongirolami Sara, Greco Simone, Maracci Camilla
Liceo Classico Giacomo Leopardi -Macerata- classe 4° Ar


Che cosa ti tormenta, armato cavaliere
che indugi solo e pallido?
Di già appassite son le cipree del lago
e non cantan gli uccelli.
Che cosa ti tormenta, armato cavaliere,
cotanto affranto e così desolato,
riempito è già il granaio dello scoiattolo,
pronto è il raccolto.
Vedo sul tuo cimiero un bianco giglio,
umida angoscia, e del pianto la febbre
sulle tue gote, ove il color di rosa è scolorito
troppo rapidamente.
Una signora in quei prati incontrai,
lei, tutta la bellezza di figlia delle fate aveva,
chiome assai lunghe, e leggeri i suoi piedi,
ma selvaggi i suoi occhi.
Io feci una ghirlanda pel suo capo,
e pur bracciali, e odorosa cintura;
lei mi guardò com' avria fatto amore,
dolcemente gemette.
Io mi stetti con lei, sul mio cavallo
al passo, e nessun altro vidi in tutto il giorno;
seduta di traverso modulava
un canto delle fate.
Lei procurò per me grate radici,
vergine miele e rugiadosa manna,
e in linguaggio straniero poi mi disse:
- Io t'amo veramente.
Nella grotta degli elfi mi condusse,
e lì lei pianse, e sospirò in tristezza,
ma i suoi barbari occhi io tenni chiusi,
con quattro baci.
Ivi lei mi cullò, sino a dormire,
e lì sognai: sia maledetto l'ultimo sogno
fantasticato lì sul declivio
del freddo colle.
Vidi principi e re, pallidamente,
scialbi guerrieri smunti, color morte erano tutti
e gridavano a me: - La bella dama che non ha
compassione, t'ha reso schiavo!
Le lor livide labbra scorsi nella penombra,
che m'avvertivano: - L'ampia voragine orrendamente
s'apre! - Allora mi svegliai, e mi scopersi qui,
sopra il declivio del freddo colle.
Questo è accaduto perché qui rimasi
solo, senza uno scopo ad attardarmi,
pur se appassite fosser le cipree
e gli uccelli del lago non cantassero.
(John Keats, La belle dame sans merci)
La Belle Dame sans Merci è la fata ingannatrice protagonista dell'omonima ballata scritta dal poeta inglese John Keats. Narra dell'incontro tra un cavaliere senza nome, trovatosi in un paesaggio sterile e desolato, ed una misteriosa donna "dagli occhi selvaggi" che dichiara di essere "figlia di una fata"; il cavaliere la fa salire sul proprio cavallo e lei lo conduce alla "Grotta degli elfi", dove "versa lacrime e sospira di profondo dolore". Addormentatosi, il cavaliere ha la visione di principi e re dalla pelle bianchissima, i quali gli gridano che "La bella dama senza pietà" li ha assoggettati, rendendoli suoi schiavi.
Questa ballata, che presenta il
tòpos
dell'inganno della bellezza, dimostra che quest'ultimo è un elemento non solo indoeuropeo, ma anche celtico; quindi comune a diverse culture, indipendenti le une dalle altre.
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