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CONFRONTO ERODOTO-TUCIDIDE

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Davide Bruzzone

on 4 August 2014

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CONFRONTO ERODOTO-TUCIDIDE
Metodo storiografico
Gli strumenti del lavoro
di Erodoto sono: 1) la opsis o autopsia. 2) il documento scritto; 3)l' akoé.
1) la opsis è lo strumento più importante, ma naturalmente ha i suoi limiti: è inservibile quando ci si occupa del passato o di una terra troppo lontana per poter essere visitata.
2) Il documento scritto si suddivide in tre tipi: le epigrafi e le registrazioni d'archivio, le opere dei logografi e degli esploratori, le testimonianze poetiche.
3) L'akoé è uno strumento che Erodoto cerca di sfruttare quando riesce ad avvicinare i lòghioi àndres, cioè uomini che egli ha motivo di ritenere autorevoli e ben informati.
Rapporto con gli altri generi
L'arte erodotea del racconto è potentemente influenzata da due modelli, quello epico da una parte e quello tragico dall'altra. All'epos possono essere ricondotti i motivi del viaggio, della guerra, dell'esotico, del mostruoso. Epico è il meccanismo per cui il fatto personale produce effetti smisurati e reazioni a catena. Anche le tipologie eroiche di Omero trovano riscontro in Erodoto, in cui sono rappresentate sia personalità "iliadiche", contraddistinte dal valore bellico, sia personalità "odissiache", contraddistinte da trasformismo, accortezza, uso della métis contro la forza bruta.
Ma più pervasivo ancora è il modello tragico. Evidente è l'affinità, non solo di argomento, fra Erodoto e i Persiani eschilei. Evidente è l'arrangiamento teatrale della vicenda di Gige e Candaule, o delle storie di Dario e Cipselo. Si pensi, ancora, alla fitta presenza in Erodoto dei cosiddetti "ammonitori tragici", cioè di coloro che con un saggio consiglio cercano di salvare dalla rovina i loro amici o padroni, e il cui destino è quello di rimanere inascoltati.
Visione politica
Erodoto non si fa alcuna illusione sulla moralità della politica. Chi usa solo i mezzi illeciti fallisce, ma fallisce anche colui che lealmente conta solo sulle proprie capacità. E' la sapiente unione di efficenza e astuzia a produrre risultati.
La fiducia di Erodoto nella collegialità è scarsa: la sua concezione del potere non è diversa da quella omerica: uno solo deve essere colui che comanda e prende decisioni. La monarchia è dunque il governo migliore anche perchè inevitabile. Ora, se il governo monocratico è realmente l'unico che sia in grado di funzionare, come è possibile che esso abbia perso contro un instabile alleanza di poleis? La ragione è che la monarchia persiana sotto Serse non è una vera forma costituzionale. Si ha la costituzione solo laddove esistano cittadini che possano disporre della propria persona. Erodoto ritiene che la tirranide sia stata per Atene un fattore di ristagno se non di involuzione, ma che non ha mai intaccato la politeia.
Tucidide stesso dichiara di aver rinunciato al muthodes, cioè al racconto fantasioso e piacevole tipico dei logografi, e di aver mirato solo a raggiungere il massimo possibile di acribeia, cioè di verità ed esattezza. Lo strumento per raggiungere l'acribeia è il tecmerion, "la prova", che a sua volta si ricava per mezzo di 1) autopsia; 2) testimonianza orale; 3) documento scritto. Quando le testimonianze divergono Tucidide cerca comunque di giungere a un giudizio. Riguardo ai fatti di cui si è persa memoria si possono enunciare ipotesi ragionevoli basate sull'eikos ( la "verosimiglianza").
Visione politica
Nel secondo libro, per bocca di Pericle, egli traccia della democrazia ateniese un quadro di ineguagliata grandiosità: un quadro divenuto celebre nei secoli e tuttora interpretabile come il più compiuto "manifesto" di tutto ciò che costituisce l'essenza dello spirito democratico. Ma questa democrazia, aggiunge Tucidide " era una democrazia solo di nome, perchè di fatto il potere apparteneva al primo cittadino, cioè a Pericle". Dopo la morte di Pericle la democrazia si radicalizza con i demagoghi e la decadenza è immediata.

Rapporto con gli altri generi
L'opera tucididea mostra cospicue tracce di contaminazione con altri generi letterari, in particolare con la tragedia. L'elemento tragico non è visibile solo nella struttura espositiva (dialogo Meli e e Ateniesi), ma anche nella concezione di certi episodi, o serie di episodi. E' stato notato, ad esempio, come alcuni fatti vengano raccontati secondo la tipica scansione delle storie di ubris ( al massacro di Mel segue immediatamente la punizione di Atene). Anche alcuni personaggi tucididei sono costruiti secondo un ben riconoscibile stereotipo tragico: un chiaro esempio è costituito dalla figura di Nicia, costretto a guidare un'impresa militare che egli sa già in partenza destinata a fallire; una posizione che per certi versi ricorda quella di Eteocle nei Sette contro Tebe.
A differenza di Erodoto, Tucidide fu profondamente influenzato dalla sofistica, inanzitutto a livello stilistico.
Vita Erodoto
Nacque ad Alicarnasso fra il 480-490 a.C. E' possibile che la famiglia di E., per quanto nobile, fosse contaminata con elementi barbari. E. intraprese una serie di viaggi fra le sedi più importanti della Grecia e in luoghi lontani. Ad Atene entrò in contatto con i letterati legati a Pericle. Prese parte alla spedizione per Turii e si insediò nella colonia, dove trascorse i suoi ultimi anni.
Vita
Tucidide
Nacque ad Atene verso il 460 a.C. da una ricca famiglia della nobiltà. Partecipò in qualità di ufficiale alla guerra del Peloponneso (431-404). In qualità di stratego in Tracia perse la città di Anfipoli e forse l'esilio ne fu una conseguenza. Questo periodo di esilio contribuì ad aumentare la sua imparzialità nella narrazione.
Metodo storiografico
Lingua, stile e dialetto
Erodoto scrive in un dialetto ionico fortemente contaminato da elementi attici. Fra i tre grandi storici del V-VI sec. a.C., Erodoto è colui che più si avvicina ai modi della lingua parlata. Lo stile eorodoteo sa mantenere una fresca e schietta semplicità anche laddove il racconto lo porta a trattare fatti orridi o scabrosi. Gli excursus sono un'altra caratteristica notevolissima della tecnica compositiva di Erodoto; egli non è l'unico a farne uso, ma in nessun altro quest'uso è altrettanto massiccio e sistematico.
Lingua, stile e dialetto
La prosa tucididea è caratterizata da una sintassi ardita e irregolare, da un'alta frequenza di subordinate (ipotassi) e da un assiduo uso di figure retoriche come la variatio, l'antifrasi, l'anacoluto, l'iperbato che lo storico amava in modo particolare. Particolarmente complesso è il linguaggio dei logoi, spesso di eccezionale astrattezza, fortemente contaminato con i linguaggi settoriali della filosofia. Il dialetto di Tucidide è l'attico antico, ma con non pochi elementi ionici.
Questione erodotea
La questione erodotea consiste nell'appurare quale fosse per Erodoto l'oggetto di interesse originario: quello di raccontare la grande vittoria del popolo greco contro l'invasore straniero, oppure quello di esporre gli usi, le tradizioni e la storia dell'impero persiano.
Non è mancato poi chi ha creduto di vedere nelle Storie la conflazione di due progetti differenti e separati: uno etnografico e uno più "moderno", basato sula narrazione di avvenimenti e sull'analisi delle loro concatenazioni.
I critici attuali in genere non mettono in dubbio l'unità delle Storie, ma piuttosto cercano di chiarire la natura di questa unità. La conclusione che ad oggi pare più ragionevole è dunque questa: che le Storie di Erodoto siano un'opera unitaria nella concezione e nell'impianto, ma dotata di due poli di interesse, uno barbarico e uno ellenico, che prima procedono separati e poi si uniscono.
Questione tucididea
Tucidide lasciò incomplete le proprie Storie e quindi non potè pubblicarle. Le pubblicò probabilmente Senofonte, che decide anche di continuarle. Partendo da qui, Canfora ha sostenuto che Senofonte fu anche colui che scrisse i capitoli 25-83 del quinto libro. Ma nel "secondo proemio" l'autore fornisce di sè due notizie importanti: andò in esilio per vent'anni, e assistette alla guerra dall'inizio alla sua conclusione, intuendone subito l'importanza e la grandezza. E' chiaro che se i capitoli 25-83 del quinto libro fossero stati scritti da Senofonte, anche i dettagli biografici lì contenuti devono essere riferiti a lui.
La citata sezione del quinto libro, inoltre, si apre con :" anche le cose che seguono le ha scritte Tucidide di Atene, procedendo per ordine, secondo estati e inverni". Gli studiosi si sono a lungo interrogati sul significato di queste parole. Scondo un'ipotesi ottocentesca, non dimostrabile ma certo ragionevole, il capitolo 26 sarebbe effettivamente un proemio e segnerebbe effettivamente un inizio: l'inizio di un secondo blocco dell'opera.
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